Santi e Beati 
della
Famiglia francescana



Aprile

04/04  San Benedetto Massarari               05/04  Santa Maria Crescentia Hoss        07/04  Beata Maria Assunta Pallotta        10/04  Beato Bonifacio Zukowski        11/04  Beato Angelo Carletti                  21/04  San Corrado Birndorfer da Parzha
23/04  Beato Egidio d'Assisi              24/04  San Fedele da Sigmaringen          28/04  San Lucchese                               30/04  Beato Benedetto da Urbino          

Gennaio

Nominativo                                                                                                                                             Ricorrenza

Beato Giovanni da Montecorvino                                                               1 Gennaio

Ricorrenza:            1 Gennaio
Nazionalità:         Italia
Anno di Nascita:   1246
Anno della Morte: 1328
Il Beato Giovanni da Montecorvino (Montecorvino Rovella, 1246; † Pechino, 1328) è stato un arcivescovo e missionario italiano, frate minore francescano e fondatore della missione cattolica in Cina.

È acclamato come santo dai cattolici e dai non cristiani della Cina, nonostante il suo processo di canonizzazione non sia stato ancora concluso.
Biografia:

Membro dell'Ordine Francescano, che in quel tempo si occupava principalmente della conversione degli infedeli, venne incaricato dalla Santa Sede di predicare il messaggio Cristiano specialmente alle legioni barbariche e nelle terre ad oriente.

Si dedicò totalmente alle missioni in Oriente, prima di tutto in Persia. Nel 1286 Argun, il Khan di quel regno, inviò una richiesta al Papa attraverso un vescovo Nestoriano, Bar Sauma, chiedendo l’invio di missionari cattolici presso la Corte del grande Imperatore cinese, Kúblaí Khan (1260-94), che era simpatizzante del messaggio Cristiano.

In quello stesso periodo, Giovanni da Montecorvino si recò a Roma con notizie simili, e il Papa Niccolò IV gli affidò l'importante compito di impiantare delle missioni nell'Estremo Oriente, dove ancora era presente Marco Polo.

Iniziò il suo viaggio nel 1289, avendo con se delle lettere per il Khan Argun, il grande Imperatore Kublai Khan, il Principe dei Tartari Kaidu, il Re dell'Armenia ed il Patriarca dei Giacobiti. Suoi compagni furono il Domenicano Nicola da Pistoia ed il mercante Pietro di Lucalongo. Dalla Persia si recò via mare in India (1291) dove predicò per 13 mesi e battezzò circa 100 persone. Il suo compagno Nicola da Pistoia morì li. Viaggiando via mare da Meliapur, raggiunse la Cina nel 1294 solo per scoprire che Kúblaí Khan era appena morto e che Timurleng (1294 – 1307) gli era succeduto al trono. Sebbene quest'ultimo non volle abbracciare la Cristianità, non pose comunque alcun ostacolo sulla via dello zelante missionario che anzi, a dispetto dell'opposizione dei Nestoriani che già si trovavano lì, entrò presto nelle grazie di Timurleng.

Nel 1299 costruì la prima chiesa di Pechino e nel 1305 ne costruì un'altra con annesse officine e case per 200 persone proprio davanti al palazzo imperiale. In quegli stessi anni riscattò da famiglie non cristiane circa 150 ragazzini dai 7 agli 11 anni, insegnò loro il greco ed il latino, scrisse appositi salmi ed inni e li educò al servizio liturgico della messa ed al canto. Nello stesso periodo imparò in profondità il linguaggio dei nativi allo scopo di iniziare a pregare in maniera pienamente comprensibile per loro e tradusse in Cinese il Nuovo Testamento ed i Salmi. Tra le 6000 persone convertite da Giovanni da Montecorvino vi fu un re Nestoriano, George, un vassallo del Gran Khan menzionato da Marco Polo.

Il Beato Giovanni lavorò in totale solitudine per ben 11 anni (non potendo quindi neanche confessarsi) finché nel 1304un legato tedesco, Arnoldo di Colonia, fu inviato ad aiutarlo.

Nel 1307 Clemente V, pienamente soddisfatto del successo del missionario, inviò altri sette Frati Francescani con l'incarico di consacrarlo Arcivescovo di Pechino e Sommo Vescovo di tutta la Cina; a loro volta, essi, avrebbero dovuto divenire suoi vicari. Di questi sette frati, però, solamente 3 giunsero a destinazione: Gerardo, Pellegrino e Andrea da Perugia. Essi lo consacrarono Arcivescovo nel 1308 e gli succedettero nella Sede Episcopale di Zaiton.

Nel 1312 altri tre Frati Francescani furono inviati da Roma come Vescovi Suffraganei.

Il Beato Giovanni da Montecorvino morì nel 1328 e da allora (nonostante il suo processo di canonizzazione non sia stato ancora concluso) è acclamato come Santo dai Cristiani e dai non cristiani della Cina.

Beato  Mariano Biondi Terziario francescano                                             1 Gennaio

Ricorrenza:            1 Gennaio
Nazionalità:         Italia
Anno di Nascita:   1410
Anno della Morte: 1495
Lugo ca. 1410 – La Verna (AR) 1495
Sul Sacro Monte della Verna,in Toscana, il beato Mariano da Lugo, Laico e Confessore, assai chiaro per lo spirito di orazione e per la sua vita angelica.
Biografia:


Beato Mariano da Lugo de' Biondi detti volgarmente i Mariani, vestì in Lugo l'abito de'Terziari dell'Ordine, come attestato da Iacopo Centali, notaio di Lugo, nel quale si legge il suo nome con il titolo di Terziario.
Visse in Lugo finché visse sua moglie: rimasto vedovo inspirato da Dio si portò a La Verna, dove il Serafico Padre San Francesco aveva ricevute le stimmate: qui alla veduta di quel Santuario, e di fronte all'esemplarità dei Religiosi Francascani, che l'abitano, cotanto s'innamorò di servire il Signore e al Santo Padre sotto i rigori dei tre voti solenni, che deposto l'abito de'Terziari vestì quello della prima regola in qualità di Laico: fatta la professione tutto si dette allo Spirito.
Da mattina fino a mezzogiorno serviva le Messe, e con tanta devozione, che rapiva il cuore degli astanti. Nell'orazione, e specialmente quella mentale vi perseverava immobile, e fuor di sè stesso per otto ore continue, e talora in piedi, e senza appoggio alcuno: fu più volte visitato da Gesù Cristo, dal Serafico Padre San Francesco, e da Santa Maria Maddalena, della quale era particolarmente devoto. 
Contro il Demonio che mai desistette nel perseguitarlo, fu di tanto valore, che derideva i suoi attentati.
Nelle virtù eroiche, e specialmente nell'umiltà ancora egli, come il suo concittadino Bonavita, era il vivo ritratto delle medesime.
Quindi, avendo servito il Signore per cinquant'anni, e forse più, sotto il martirio delle penitenze, carico di merito e tra le melodie degli Angeli, passò alla gloria il primo giorno di gennaio 1495. Il suo cadavere fu sepolto nella chiesa de La Verna, dove aveva servito Iddio, e il Serafico Padre. 
Fu uomo di statura grande, asciutto, di bell'aspetto, e di molta venerazione. Dei suoi miracoli ne fanno menzione gli scrittori dell'Ordine francescano, ma più di questi Silvano Rossi camaldolese, che diffusamente ne ha lasciato scritta la vita.

Santa Angela da Foligno                                                                    4 Gennaio

Ricorrenza:            4 Gennaio
Nazionalità:         Italia
Anno di Nascita:   1248
Anno della Morte: 4 Gennaio 1309

Dopo essersi recata ad Assisi ed aver avuto esperienze mistiche avviò un'intensa attività apostolica per aiutare il prossimo e soprattutto i suoi concittadini affetti da lebbra. Una volta morti marito e figli diede tutti i suoi averi ai poveri ed entrò nel Terz'Ordine Francescano: da quel momento visse in modo cristocentrico, ovvero tramite l'amore giunge all'identica mistica con Cristo. Per i suoi scritti assai profondi è stata chiamata "maestra di teologia". Il 3 aprile 1701 furono concessi Messa ed Ufficio propri in onore della Beata. Infine il 9 ottobre 2013 Papa Francesco, accogliendo la relazione del Prefeto della Congregazione delle Cause dei Santi, ha iscritto Angela da Foligno nel catalogo dei Santi, estendendone il Culto liturgico alla Chiesa Universale.
Biografia:

Nacque a Cori (Latina) da Natale Placidi e Angela Cardilli; al battesimo, impartitogli lo stesso giorno, fu chiamato Francesco Antonio. Fin dai più teneri anni si distinse per la sua pietà. Francesco Antonio restò orfano di entrambi i genitori a soli 14 anni.

A 22 anni (7 febbraio 1677 entrò nell'Ordine dei Frati Minori presso la Chiesa della Santissima Trinità di Orvieto, assumendo il nome di fra' Tommaso. Dal 1678 al 1683, nello Studio generale di santa Maria del Paradiso in Viterbo, fu allievo del celebre Lorenzo Cozza da San Lorenzo.

Compiuti gli studi teologici, fu ordinato sacerdote nel 1683 ed il 19 luglio del medesimo anno ricevette la patente di predicatore, firmata dal ministro generale Pier Marino Sormano. Fu immediatamente nominato vice-maestro dei novizinel convento della Santissima Trinità d'Orvieto, tanto i superiori riconobbero da subito le sue doti. Ma in questo convento Tommaso non rimase a lungo.

Avendo sentito parlare dei Ritiri che cominciavano a fiorire nell'Ordine e dell'intenzione dei superiori della Provincia Romana di instaurarne uno nel convento di Civitella (oggi Bellegra), chiese di essere trasferito a questo convento. La sua richiesta fu accolta il 25 aprile 1684.

Si deve al suo zelo e alla sua prudenza e carità, se diversi religiosi, anche di altre provincie dell'Ordine, entrarono nel Ritiro per praticarvi il rigoroso genere di vita che vi era stato introdotto. Grazie al suo esempio e alle norme che a lui si richiamavano, il Ritiro divenne veramente una scuola di santità, come dimostrano, oltre a Tommaso stesso, il suo discepolo san Teofilo da Corte e i beati Mariano da Roccacasale e Diego Oddi.

Due anni dopo, il 27 maggio 1686, a soli trentuno anni d'età, venne nominato guardiano: una prova della stima che i superiori riponevano nei suoi confronti, ma anche un peso difficile da portare. Francesco Antonio da Parma, che visse per più di un anno a Bellegra, disse che furono molte le cose che padre Tommaso superò, fino al rimuovere le corruttele dei secolari ivi introdotte, giochi e altri abusi, e molto più nel mantenervi l'osservanza rigorosa già incominciata. Furono momenti veramente difficili, soprattutto all'inizio, tanto che Tommaso fu tentato di abbandonare il Ritiro; tuttavia, con la tenacia tipica dei santi, riuscì a superare le difficoltà ed in breve divenne un punto di riferimento per tutto il Sublacense, dove esercitò un intenso e continuo apostolato.

Nel 1703, i superiori istituirono un secondo Ritiro presso il convento di Palombara e vi destinarono Tommaso quale guardiano; anche qui, come a Bellegra, i problemi da affrontare non furono semplici. Per troppo tempo si erano protratte consuetudini inadeguate ad una vita di ritiro: la clausura non veniva osservata e l'orto e il bosco del convento erano divenuti una specie di parco pubblico, uno spazio ricreativo per uomini e donne del luogo.

Tommaso pose fine a tali abusi, ma per farlo fu costretto a decisioni forti che lo resero impopolare. Da ultimo, fece cavare gli alberi di olivo del convento perché gli apparivano una proprietà ed un lusso non lecito per dei religiosi che, incuranti del domani, dovevano confidare unicamente nella Provvidenza. Gli abitanti del paese reagirono compatti, minacciando di affamare i frati.

Tuttavia, come a Bellegra, anche a Palombara, dopo le prime burrasche, tornò il sereno; la mitezza e la bontà di Tommaso ebbero ragione dei timori e delle diffidenze iniziali, la gente seppe intendere l'aria nuova che si respirava nel convento. Quando lasciò la Sabina per far ritorno a Bellegra, Tommaso era ormai divenuto un padre per tutti: per i frati del convento, per i sacerdoti e per la gente del paese; i mugugni iniziali si erano trasformati in testimonianze di affetto, e grande fu il loro dispiacere nel vederlo partire.

Tornato a Bellegra tra il 1708 e il 1709, Tommaso vi trascorse il resto della vita: un ventennio durante il quale la sua fama crebbe sempre più in tutto il Lazio meridionale. La sua parola riusciva particolarmente efficace nel riformare i pubblici costumi e nel riportare la pace fra persone discordi.

Il suo nome rimane legato però, in modo del tutto singolare, alla grande opera dei Ritiri di san Francesco in Civitella (ora Bellegra) e di San Francesco in Palombara Sabina. Le Costituzioni del Ritiro, che si conservano ancora autografe nell'archivio di Bellegra, gli costarono venti anni di studio, di preghiera e di sacrifici; ebbero però l'onore di essere approvate dal nominato Padre Cozza, allora ministro provinciale, 1'11 gennaio 1706; e poi di essere estese con qualche leggera modifica a tutti i Ritiri dell'ordine francescano nel Capitolo Generale di Murcia del 1756. Suo discepolo più illustre in questo campo fu senza dubbio san Teofilo da Corte († 1754), che fondò i Ritiri di Fucecchio in Toscana e di Zùani in Corsica.

Fra' Tommaso morì all'età di 74 anni nel ritiro di Bellegra che oggi conserva le sue reliquie.

Beata Cristiana Menabuoi da Santa Croce                                            4 Gennaio

Ricorrenza:            4 Gennaio
Nazionalità:         Italia
Anno di Nascita:   1237 - 1240
Anno della Morte: 4 Gennaio 1310

Battezzata con il nome di Oringa nacque a Santa Croce sull'Arno tra il 1237 e il 1240 in una famiglia di umili condizioni. Fin dall'infanzia cominciò a manifestare interesse verso la vita religiosa e la preghiera, che curava con particolare dedizione mentre era sola per badare alle pecore. Preferì dedicarsi al Signore e non volle sposarsi nonostante le pressioni dei familiari. Trasferita a Lucca si procurava vitto e vesti servendo come domestica. Nel 1265 intraprese un pellegrinaggio al santuario di San Michele al Gargano e a Roma aveva fatto voto di visitare i corpi dei martiri fino alla morte. Fu in questo periodo che venne chiamata con il nome di Cristiana. Ad Assisi il Signore le mostrò in visione la fondazione di una casa religiosa nel suo paese natio. Ottenuta una costruzione dal Comune, il 24 dicembre 1279 vi si rinchiuse con alcune compagne, dando inizio al monastero di Santa Maria Novella, posto dalla fondatrice sotto la regola di sant'Agostino e canonicamente riconosciuto nel 1296. Colpita da grave infermità, Cristiana morì il 4 gennaio 1310. 
Biografia:

La beata Cristiana Menabuoi, sebbene vissuta in un contesto storico-sociale lontano nel tempo, quando la santità si manifestava in particolare con i pellegrinaggi e con l’esperienza monacale, può anche oggi essere d’esempio, per quanti, volendo vivere con coerenza il proprio credo, vanno controcorrente. Oringa fu una donna coraggiosa, seguì la “via stretta” del Vangelo senza paura, nelle varie forme di vita che via via poté mettere in pratica. 
In un’umile famiglia di S. Croce sull’Arno, poco lontano da Pisa, all’epoca però diocesi di Lucca, Oringa nacque nel 1240. Presto orfana di madre, il padre Sabatino nutrì per lei un particolare affetto. Fin dalla tenera età la giovane volle mantenere candida la sua anima. Mettendo in pratica i precetti evangelici della carità, nel piccolo borgo natio ebbe modo di apprendere, grazie ad alcuni sacerdoti, i fondamenti della fede e la sostanza della Sacre Scritture. Verso i dieci anni cadde gravemente ammalata e fu costretta a stare lungamente a letto. Il suo paese era guelfo, fedele al papa e alla Chiesa, sentimenti che la giovane fece propri senza la contaminazione politica che, ai tempi, era causa di lotte cruente. Molto popolare era il movimento francescano il cui influsso Oringa unì alla devozione verso l’Arcangelo Michele. Non ricevette alcuna istruzione, come era normale ai tempi e fu posta dai fratelli a guardia del bestiame al pascolo. Trascorreva lunghe giornate immersa nella natura, ciò le permetteva una contemplazione singolare del Creato. Le cronache raccontano però del pessimo rapporto con i fratelli che erano alquanto rozzi. Proprio tali ingerenze la indussero, intorno ai vent’anni, a fuggire da casa per evitare un matrimonio imposto dalle esigenze economiche delle famiglie del paese. Oringa prese una decisione coraggiosa, rinunciò a tutto per seguire la via di Cristo. 
I primi ad ospitare la giovane furono, ad Altopascio, i frati ospitalieri - detti del Tau - dediti alla cura dei malati e all’accoglienza dei pellegrini. Tale esperienza consolidò la sua volontà di consacrarsi a Dio. Si diresse quindi a Lucca, dove giunse intorno al 1258. Per cinque anni visse nella città del “Santo Volto”, davanti al quale ebbe modo di pregare molte volte. Almeno fino al 1266 lavorò come domestica presso il Cavalier Cortevecchia, un nobile dalla vita esemplare. Erano tempi in cui le lotte tra guelfi e ghibellini sterminavano intere famiglie; è di quegl’anni la battaglia di Montaperti. Si organizzavano preghiere pubbliche cui certo Oringa non mancava di partecipare. Le giungeva l’eco delle violenze cui venivano sottoposte pure le sue terre natie. 
Oringa visse da laica una profonda spiritualità, contrastata però da violenti lotte contro il maligno. A difenderla fu il suo avvocato, l’Arcangelo Michele, e ciò la spinse a intraprendere un pellegrinaggio, con alcune compagne, sul Monte Gargano, per pregare nel venerato santuario. Avvolta dal silenzio di quel luogo santo, Oringa si raccolse in speciale contemplazione. Volle poi visitare il centro della cristianità, Roma, ma vi si trattenne per circa dieci anni. Un frate minore, Rinaldo, le procurò un lavoro al servizio di una nobile, chiamata Margherita, che era vedova. Oringa pregò nelle basiliche romane, sulle tombe dei martiri ed anche nell’Urbe rispose all’anelito di aiutare il prossimo sofferente. Con la pia nobildonna volle pregare alla Porziuncola di Assisi: qui il Signore le mostrò una casa e le ispirò la fondazione di un monastero nella sua S. Croce sull’Arno. Visitò ancora Castelfiorentino dove era ancora vivo il ricordo della beata Verdiana, morta nel 1242, una donna che dopo alcuni pellegrinaggi - Santiago e Roma - era vissuta da reclusa in una cella accanto ad un oratorio. Oringa veniva comunemente chiamata Cristiana per la sua condotta devota. 
Nel 1277 Oringa tornò nel suo borgo natio dove, insieme ad un gruppo di donne, diede vita ad una comunità secondo la regola delle terziarie francescane. Gli inizi non furono facili: si stabilì una collaborazione con l’autorità civica e con il vescovo, con il quale però i rapporti ebbero fasi alterne. Il 31 ottobre 1279 il Consiglio comunale concesse una casa in contrada San Nicola. Nel mese di dicembre ci fu la delibera e il perfezionamento della donazione. Ebbe il permesso di tenere con sé fino a dodici compagne. Costruirono quindi un oratorio per “la lode divina e fare atti di penitenza”: l’esemplarità di vita della comunità fece avere a Cristiana e alla consorelle una “lettera di fraternità” da parte del Maestro Generale degli Umiliati (1293), nel 1295 invece il Generale degli Agostiniani volle estendere alle religiose i “beni spirituali” dell’Ordine; nel 1296 il cardinale legato di Firenze confermò il potere alla comunità di eleggere la badessa; il 10 marzo 1298 un’altra lettera di fraternità fu data dal priore generale dei Servi di Maria. Il monastero fu dedicato a S. Maria Novella e a S. Michele, rispetto alla prima impostazione francescana, abbracciò poi la regola agostiniana, probabilmente per l’influenza di alcune personalità religiose del territorio. La data di appartenenza all’Ordine Agostiniano si può definire grazie ad una lettera del vescovo Paganello dei Porcari (gennaio 1294) che concesse alla comunità di Madre Cristiana “alcuni privilegi”, così come era abitualmente fatto con gli ordini “ufficiali”. Un Sostegno determinante venne anche dai vescovi, nonostante ciò le monache vissero sempre poveramente, tanto da essere costrette alla questua. Nel 1303 il vescovo lucchese Enrico del Carretto, francescano, esortò i fedeli a concedere elemosine affinchè potessero procedere i lavori di ampliamento del monastero, ricordando in particolare che in esso si solennizzava la festa della Immacolata Concezione della Vergine Maria. Tale consuetudine era già in atto nel 1290, come prova un decreto del vescovo Paganello. La beata Cristiana fece proprio e trasmise lo spirito di Sant’Agostino: “… abbiamo il comandamento di vivere uno core et anima in Dio”.
Cristiana dettò le Costituzioni del monastero, da cui si deduce lo stile di vita della comunità: “humiltà di core et corpo”, raccomandava di ”essere studiose” e di comportandosi “maturamente et pacificamente”; le cose spirituali erano da “preponre alle temporali”. Alcuni aneddoti tramandatici sono significativi: durante una carestia Cristiana aprì il monastero per i soccorsi, a ricordo di uno dei suoi miracoli ancor’oggi, in occasione della festa, si distribuiscono i cosiddetti “panellini”. Un giorno uscì dalla clausura e si presentò al Consiglio degli anziani del Comune scongiurando di usare, nella delicata situazione politica che viveva il suo borgo, le sole armi della diplomazia. Non la ascoltarono e le conseguenze portarono ad una dolorosa sconfitta. 
Raggiunta la soglia dei settant’anni, dopo tre anni di infermità, la beata Cristiana fu colpita da una paralisi completa del lato destro del corpo, afflitta da dolori acuti, ma confortata dalla preghiera. Alcuni testimoniarono che, avvicinandosi il suo trapasso, una luce brillò maggiormente sul suo volto. Circondata dalle consorelle, in un vicendevole scambio di tenerezza e affetto, Madre Cristiana morì il 4 gennaio 1310. Il corpo rimase esposto per diciotto giorni, perché ininterrotto fu il flusso dei devoti che vollero prestarle un ultimo saluto.
A metà del secolo XIV un anonimo scrisse la prima biografia: Castore Duranti (1300-1377) affermò d’aver raccolto le testimonianze di quanti la conobbero, in particolare delle consorelle. Possediamo inoltre importanti lettere che la beata scrisse a due vescovi di Lucca, ad alcuni benefattori e persino ad alcuni cardinali.
Già dal primo anniversario della morte le furono tributati onori e culto, confermati dalle autorità comunali. Molti ottennero grazie per sua intercessione e in una bolla del 26 ottobre 1386 il vescovo di Lucca, fra’ Giovanni Saluzzi, chiamò Cristiana con l’appellativo “beata”. Nel gonfalone quattrocentesco del municipio di S. Croce è raffigurato il volto della santa concittadina. 
Il corpo si mantenne incorrotto, ma il 20 agosto 1515 un terribile incendio lo danneggiò come avvenne a buona parte del monastero. Furono raccolte le ossa e poste in una statua. La conferma ufficiale del culto avvenne il 15 giugno 1776. San Giovanni Bosco, nel 1857, propose le vicende della beata Cristiana ai suoi giovani. Una statua in marmo della beata fu collocata presso la facciata del duomo di Orvieto, un'altra nel chiostro di  S. Croce a Firenze. Il monastero voluto e fondato dalla beata Cristiana è oggi uno dei più antichi d’Italia, sopravvissuto ad alterne vicende, vive e trasmette il carisma della sua fondatrice. 

Beato Pietro  Bonilli   Terziario francescano                                               5 Gennaio

Ricorrenza:            5 Gennaio
Nazionalità:         Italia
Anno di Nascita:   15 Marzo 1841
Anno della Morte: 5 Gennaio 1935

Nacque a San Lorenzo di Trevi (Perugia) il 15 Marzo 1841. Dopo l'ordinazione sacerdotale nel 1863, fu parroco di Cannaiola di Trevi per 34 anni. In questa cittadina fondò il 13 Maggio 1888 la Congregazione delle Suore della Sacra Famiglia di Spoleto. Un istituto dedicato all'assistenza di poveri, orfani, sordomuti, ciechi e persone abbandonate. Nel 1898 diventò canonico della Cattedrale di Spoleto. Passò gli ultimi anni della sua vita in solitudine in una piccola camera. Morì a Spoleto nel 1935. Fu proclamato beato da Giovanni Paolo II il 24 Aprile 1988. Bonilli ebbe come padre spirituale ed ispiratore don Ludovico Pieri, un santo sacerdote di Trevi (che fu padre spirituale ed ispiratore anche del beato Placido Riccardi). La chiesa parrocchiale di San Michele Arcangelo di Cannaiola di Trevi, oggi si chiama anche Santuario del Beato Pietro Bonilli. All'interno di questo edificio, nella cappella a fianco del campanile, riposano le spoglie mortali di Pietro Bonilli, traslate il 24 aprile 1998 dal suo Santuario di Spoleto, reso inagibile dagli eventi sismici del settembre 1997.
Biografia:

Nacque a San Lorenzo di Trevi (PG) il 15 Marzo 1841. Fu ordinato sacerdote nel 1863. Fu parroco di Cannaiola di Trevi per 34 anni. In questa cittadina fondò il 13 Maggio 1888 la Congregazione delle Suore della Sacra Famiglia di Spoleto. L’amore ardente per la Sacra Famiglia spinse il Beato Bonelli a soccorrere i poveri, gli orfani, i sordomuti, i ciechi e le persone abbandonate, per le quali pensò e volle l’istituto. Nel 1898 diventò canonico della Cattedrale di Spoleto. Diventato vescovo, Pietro Bonilli passò gli ultimi anni della sua vita in solitudine in una piccola camera. Morì a Spoleto nel 1935. Fu proclamato Beato da Giovanni Paolo II° il 24 Aprile 1988. Il Beato Bonilli ebbe come padre spirituale ed ispiratore Don Ludovico Pieri, un santo sacerdote di Trevi (che fu padre spirituale ed ispiratore anche del beato Placido Riccardi). Così Giovanni Paolo II° ricordò Pietro Bonilli nell’omelia che pronunciò il giorno della sua beatificazione. "Io sono il buon pastore... Ed ho altre pecore che non sono di questo ovile" (Gv. 10.14.16). Questa tensione del pastore per raggiungere tutte le pecore e farle partecipi della sua cura, del dono della sua vita, si può dire anche la caratteristica apostolica di don Pietro Bonilli. Egli capì che occorreva anzitutto rendersi presente nel gregge, fino anche a dare la vita per seguirlo e nutrirlo in qualsiasi situazione, anche in quella rischiosa di condividere momenti di pericolo, recandosi in luoghi malsani e nelle regioni più umili e disprezzate. Egli rimase per 35 anni in una parrocchia situata nel territorio più depresso della sua diocesi di Spoleto, dove la condizione religiosa e morale era singolarmente povera ed avvilente (...). Imitatore generoso di Cristo Buon Pastore, don Bonilli riversò la sua carità su quanti necessitavano di aiuto; fatto esperto fin dalla fanciullezza delle sofferenze e miserie, delle umiliazioni e istanze della gente della campagna, egli si impegnò a "nutrire" il suo popolo, a condurlo in pascoli più ubertosi (cfr. Sal. 22, 2). Egli che "conosceva il suo gregge", volle trovare per esso il cibo adatto. Iniziò con un'intensa opera di catechesi e di istruzione religiosa, per la cui promozione si servì, come precursore, dell'informazione e della stampa (...). Soprattutto egli vide nella famiglia il fondamento della rinascita della società e della vita ecclesiale. "Essere famiglia, dare famiglia, costruire famiglia" fu il suo motto e il suo programma. La famiglia, ogni famiglia, avrebbe dovuto rivivere la sua vocazione e la sua missione sull'esempio di quella di Nazareth. L'amore generoso, ablativo, sacrificato del Cristo, di Maria, di Giuseppe fu il modello che Egli volle proporre all'amore nella famiglia e alla missione della famiglia. La famiglia è infatti il luogo in cui ogni uomo è chiamato ad ascoltare l'invito alla molteplici opere di carità e ad aprirsi generosamente al servizio sociale, specialmente dei poveri, dei piccoli, degli ultimi. La famiglia è scuola di amore, dove i figli crescendo imparano a vivere secondo il vangelo, cogliendo dai genitori l'immagine del volto amoroso di Dio, Padre e Pastore di ogni uomo. Il modello di Nazareth rimane il fulcro della missione che ormai da cento anni le Suore della Sacra Famiglia, da lui fondate, svolgono con ammirabile zelo e sensibilità pastorale". La chiesa parrocchiale di San Michele Arcangelo di Cannaiola di Trevi (nella quale operò il Beato), oggi si chiama anche Santuario del Beato Pietro Bonilli. All’interno di questo edificio religioso, sul lato sinistro, nella cappella a fianco del campanile, riposano le spoglie mortali di Pietro Bonilli, traslate il 24 aprile 1998 dal suo Santuario di Spoleto, reso inagibile dagli eventi sismici iniziati nel settembre 1997.

San Carlo da Sezze                                                                         6 Gennaio

Ricorrenza:            6 Gennaio
Nazionalità:         Italia
Anno di Nascita:   19 ottobre 1613
Anno della Morte: 6 Gennaio 1670

San Carlo da Sezze, al secolo Giancarlo Marchionne (Sezze, 19 ottobre 1613; † Roma, 6 gennaio 1670), è stato un religioso italiano dell'Ordine dei Frati Minori Riformati.

Nel 1959 è stato dichiarato santo da papa Giovanni XXIII.
Biografia:

Figlio di Ruggero e Antonia Maccioni, dopo una istruzione di base sicuramente elementare, a causa di un non meglio specificato incidente con il maestro Giancarlo si rifiutò di proseguire gli studi e dai genitori venne avviato al lavoro dei campi.

Pronunciato il voto di castità, nel 1636 chiese ed ottenne di entrare nella provincia romana dei Frati minori riformati (dal 1897 confluiti nella famiglia francescana dei Frati minori, grazie all'unione operata da papa Leone XIII); nel 1637 emise la professione religiosa con il nome di fra Carlo da Sezze.

Fu in numerosi conventi del Lazio come cuoco, portinaio, questuante e sacrestano. Ma, nonostante gli scarsi studi, aveva doni di scienza straordinari e ciò gli permise di realizzare una vasta produzione di opere di letteratura ascetica. Fu consigliere dei papi Alessandro VII e Clemente IX.

Nell'ottobre 1648, ascoltando la Messa nella chiesa di San Giuseppe a Capo le Case in Roma, al momento dell'elevazione, ricevette dall'Ostia divina una ferita di amore al petto.

Il culto

Morì il 6 gennaio 1670 nel convento di San Francesco a Ripa.

Dopo la morte comparve sul petto di Carlo un singolare stigma, che fu riconosciuto di origine soprannaturale da un'apposita commissione medica e fu addotto come uno dei due miracoli richiesti per la beatificazione. I processi per la definizione canonica della sua santità iniziarono presto ma subirono una battuta d'arresto a causa della condanna di sua sorella, monaca clarissa a Sezze, emessa dalla congregazione del Sant'Uffizio.

Per questo la sua beatificazione venne proclamata solo nel 1882 da Leone XIII, mentre per la canonizzazione si dovette attendere il 12 aprile 1959, ad opera di papa Giovanni XXIII. San Carlo da Sezze è l'unico santo canonizzato ad avere ricevuto, in vita, durante l'adorazione dell'Eucaristia, una ferita al cuore causatagli da un raggio proveniente dall'ostia consacrata.

Insieme a san Lidano d'Antena (1026-1118) è patrono della città di Sezze e della diocesi di Latina-Terracina-Sezze-Priverno.

Beato Matteo Guimerà di Agrigento                                                   7 Gennaio

Ricorrenza:            7 Gennaio
Nazionalità:         Italia
Anno di Nascita:   1376
Anno della Morte: 7 Gennaio 1450

Beato Matteo de Gallo o Guimerà (Agrigento, 1376 ca.; † Palermo, 7 gennaio 1450) è stato un religioso e vescovoitaliano.
Biografia:

Nacque ad Agrigento. Entrò nell'Ordine serafico nel 1391-92 nel convento di San Francesco d'Assisi di Agrigento dove emise la professione religiosi nel 1394. Fu poi inviato a Bologna per gli studi teologici, li coronò a Barcellona dove probabilmente conseguì il titolo di Magister e fu ordinato Sacerdote nel 1400.

Negli anni 1405-1416, come maestro dei novizi o magister professionis, visse nel convento di sant'Antonio in Padova, per poi tornare in Spagna fino alla fine dei 1417.

Tornò in Italia nel 1418 per incontrare san Bernardino da Siena forse a Mantova durante il Capitolo Generale e il nostro aderì all'Osservanza, propugnata dal grande senese.

Nel 1425 Papa Martino V concesse a padre Matteo il permesso di fondare dei conventi dell'Osservanza. Tra questi citiamo quello di Santa Maria di Gesù di Messina e di Palermo quello di san Nicolò di Agrigento, di san Vito, di Cammarata, di Caltagirone, di Siracusa. Così anche in Spagna fondò due conventi a Barcellona. Nel suo ordine fu vicario provinciale nel 1425-27 e poi nel 1428-30. Nel 1432 fu nominato Commissario Generale della provincia di Sicilia, carica durata fino al 1440.

Fu nominato vescovo di Agrigento da Papa Eugenio IV il 17 settembre 1442, venne consacrato il 30 giugno 1443 nella chiesa madre di Sciacca dal vescovo ausiliare Nicola dell'arcivescovo di Palermo.

Per la sua generosità verso i poveri venne accusato presso la Santa Sede di dilapidare i beni della Chiesa, infatti secondo varie testimonianze egli rinunciò a tutti i proventi ecclesiastici in favore dei poveri, riservandosi soltanto lo stretto necessario per se e per quelli che lo coadiuvavano. Oltre a questo venne accusato di godere di una donna carnalmente. Nel processo svoltosi alla corte pontificia si dimostrò l'innocenza del vescovo Matteo e il Papa lo assolse da ogni accusa e gli confermò la sua fiducia restituendogli la sede episcopale.

Ma le maldicenze continuarono, nessuno è profeta in patria, tanto che dopo essersi consigliato con Bernadino da Siena, nel 1445 rinunciò al vescovado.

Morì in Palermo il 7 gennaio 1450.

Beata Eurosia Fabris Barban                                                           8 Gennaio

Ricorrenza:            8 Gennaio
Nazionalità:         Italia
Anno di Nascita:   27 settembre 1866
Anno della Morte: 8 gennaio 1932

Eurosia Fabris, nata a Quinto Vicentino, Vicenza, 27 settembre 1866 ma trasferitasi nell’infanzia a Marola, trascorse l’infanzia e l’adolescenza aiutando nelle mansioni di casa e formandosi alla fede tramite la frequentazione della sua parrocchia, presso la quale divenne catechista. Il 5 maggio 1886 sposò Carlo Barban, per poter fare da madre alle sue due bambine. Dal loro matrimonio, felice e fecondo, nacquero nove figli, di cui due morirono in tenera età e tre divennero sacerdoti. Mamma Rosa, come venne soprannominata, aderì al Terz’Ordine Francescano, vivendone lo spirito di povertà e di letizia. Donna di grande fede e carità, aiutò i bisognosi, assistette i malati e irradiò la luce del Vangelo in famiglia e nella parrocchia di Marola. Morì, circondata dai figli e dai nipoti, l’8 gennaio 1932. È stata beatificata nella cattedrale di Vicenza il 6 novembre 2005, sotto il pontificato di Benedetto XVI. I suoi resti mortali sono venerati nella chiesa parrocchiale della Presentazione del Signore a Marola, che nel 2014 è diventata il Santuario Diocesano intitolato alla Beata Mamma Rosa.
Biografia:

Una santità “feriale”, una carità spicciola, la delicatezza dei piccoli gesti e della bontà più squisita hanno portato un’altra mamma alla gloria degli altari. La beatificazione, programmata in aprile (e poi rinviata per la morte del Papa), è stata la prima in Italia a svolgersi nella diocesi di origine e senza la presenza del papa, secondo le nuove procedure introdotte sotto Benedetto XVI. 
Nella cattedrale di Vicenza, dunque, in una cornice di millecinquecento rose bianche, il 6 novembre 2005 il Cardinale Prefetto della Congregazione per le Cause dei Santi ha proclamato beata Eurosia Fabris Barban, una mamma di numerosa famiglia, tra figli propri ed adottati, vissuta a cavallo tra Ottocento e Novecento. 

Nasce il 27 settembre 1866 a Quinto Vicentino e quattro anni dopo, insieme alla famiglia, si trasferisce a Marola, frazione di Torri di Quartesolo, dove si snoderà tutta la sua vita di giovane impegnata, moglie e mamma e dove oggi riposano le sue reliquie. 
Rosina, come tutti la chiamano in casa, cresce in un clima familiare fortemente cristiano ed impegnato e, cosa rara a quei tempi, riesce ad imparare a leggere, scrivere e far di conto, pur avendo frequentato solo le prime due classi elementari.
Catechista in parrocchia, sarta e maestra di cucito in casa, a 19 anni la sua vita è sconvolta dalla morte di una giovane mamma, sua vicina di casa, che lascia orfane due bimbe di pochi mesi. Rosina entra in quella casa come domestica e, diremmo oggi, soprattutto baby sitter, dato che le sue attenzioni e il suo amore si riversano subito sulle due orfanelle.
Sei mesi dopo il vedovo, Carlo Barban, un giovane di 23 anni, la chiede in sposa e lei accetta, dopo essersi consigliata in famiglia e con il confessore, per amore di quelle bimbe. Se questa motivazione potrebbe anche non essere la base per un vero “matrimonio d’amore”, il gesto di Rosina viene interpretato da tutti come uno squisito gesto di carità, perché lei è ben cosciente della situazione economica disastrata della famiglia del marito, dove c’è anche un suocero anziano e malato da accudire e un cognato ancora minorenne cui badare.
Da quel momento la vita di Rosina è ogni giorno intessuta da piccoli e grandi gesti di carità.  Mette al mondo sette figli, ma altrettanti ne accudisce, tra quelli nati dal primo matrimonio del marito e altri orfani che accoglie in casa. 
Per trovare il pane necessario a tutte quelle bocche fa la sarta dal mattino alla sera, eppure nessuno bussa alla sua porta senza ricevere qualcosa, magari anche solo uova, latte e minestra che si toglie di bocca. Allatta i bimbi delle altre senza accettare compenso, si presta per l’assistenza dei malati, ospita pellegrini e poveri di passaggio, educa la famiglia ad una soda vita cristiana ed è contenta delle tante vocazioni sacerdotali e religiose che sbocciano in casa sua.
Carlo Barban muore nel 1930, Rosina lo segue neppure due anni dopo, l’8 gennaio 1932. La Chiesa l’ha proclama beata per dare a tutte le mamme un modello ed una protettrice in più, perché si è santificatasi semplicemente tra orto, stalla e cucina. Davvero una santità alla portata di tutti.

Beata Giulia Della Rena da Certaldo                                                 9 Gennaio

Ricorrenza:            9 Gennaio
Nazionalità:         Italia
Anno di Nascita:   1320
Anno della Morte: 1350

Nacque a Certaldo, intorno al 1320. A Firenze, dove era passata al servizio della famiglia Tinolfi, si fece agostiniana secolare. Ritornata a Certaldo si ritirò in solitudine conducendo una vita molto austera e particolarmente dedita alla preghiera. Morì verso l’anno 1370.Il culto ab immemorabili venne confermato da Pio VII nel 1819.
Biografia:

Nacque in Toscana, presso Certaldo, intorno al 1320, da una famiglia di nobile origine, ma decaduta. Rimasta orfana in giovane età, entrò al servizio dei Tinolfi nella vicina Firenze dove, venuta a contatto con gli Agostiniani e la loro spiritualità, vestì, non ancora ventenne, l’abito delle agostiniane secolari. Sentendosi portata ad una scelta di vita più radicale ed austera, nel pieno fiore della sua esistenza, decise di abbandonare la città e di rifugiarsi in un luogo solitario. Tornò quindi a Certaldo prendendo alloggio in una stanzetta presso la chiesa agostiniana dei Ss. Michele e Giacomo. Previamente furono aperte due piccole finestre, una corrispondente alla chiesa per assistere alle sacre funzioni, l’altra verso l'esterno per ricevere l’alimento che la pietà popolare le avrebbe fatto pervenire. Fece collocare su una parete un crocefisso, e poi, con solennità, all'esterno un muratore murò l’ingresso.
Non lascerà più il suo piccolo “romitorio”. Come le recluse, vivrà segregata dal mondo per un periodo di circa trent'anni, percorrendo fino in fondo la lunga via dell'ascesi e della mistica. Penitenza e preghiera saranno le sue occupazioni quotidiane. A tenerla in vita pensavano i contadini di Certaldo e dei dintorni. Racconta la tradizione popolare che anche i fanciulli corressero in suo aiuto numerosi, portandole qualche cosa da mangiare e che Giulia, grata e sorridente, li contraccambiasse con dei fiori freschi in qualsiasi stagione dell'anno. Nulla di più si sa di lei, se non che era molto venerata dai suoi concittadini per la vita di pietà vissuta sotto i loro occhi.
Morì intorno all’anno 1370. Il suo culto si sviluppò subito dopo il suo trapasso, poiché già al 1372 risale la dedicazione di un altare nella stessa chiesa presso la quale aveva vissuto e dove era stato tumulato il suo corpo. Fin dal 1506, il comune certaldese contribuiva per la festa in onore della beata, alla cui protezione fu attribuita più volte la liberazione dai contagi e dalla peste.
I suoi resti mortali si venerano a Certaldo nella chiesa dei Ss. Michele e Giacomo che un tempo era degli agostiniani.
Il suo culto ab immemorabili fu confermato da Pio VII nel 1819.

San Tommaso Placidi da Cori                                                           11 Gennaio

Ricorrenza:            11 Gennaio
Nazionalità:         Italia
Anno di Nascita:   4 Giugno 1655
Anno della Morte: 11Gennaio 1729

San Tommaso Placidi da Cori, al secolo Francesco Antonio (Cori, 4 giugno 1655; † Bellegra, 11 gennaio 1729), è stato un presbitero italiano, appartenente all'Ordine dei Frati Minori, venerato come santo dalla Chiesa Cattolica.
Biografia:

Già in vita conosciuta come Magistra Theologorum (Maestra dei Teologi), Angela da Foligno (1248-1309) il 9 ottobre scorso ha ricevuto da Papa Francesco la canonizzazione per equipollenza (possesso antico del culto; costante e comune attestazione di storici degni di fede sulle virtù o sul martirio; ininterrotta fama di prodigi).
Innocenzo XII la beatificò nel 1693 e San Pio X ne sanzionò la tradizione fissando la sua festa al 4 febbraio. Mistica contemporanea di Dante e di Jacopone da Todi, Angela nacque a Foligno in una ricca famiglia e visse fra i benesseri e i piaceri del mondo. Si sa con certezza che si sposò, ebbe dei figli e la madre soddisfaceva tutti i suoi capricci. Ma cominciò, come lei stessa racconterà al Direttore Spirituale, il Conventuale Minore A. (la tradizione decifra la A. con fra’Arnaldo) a «conoscere il peccato», come è riportato nel Memoriale steso dallo stesso francescano. Andò a confessarsi, ma «la vergogna le impedì di fare una confessione completa e per questo rimase nel tormento».
Pregò San Francesco che le apparve in sogno, rassicurandola che avrebbe conosciuto la misericordia di Dio. E la pace arrivò nel 1285, attraverso una confessione totale: aveva 37 anni. Iniziò così una vita di austera penitenza: povertà dalle cose, povertà dagli affetti, povertà da se stessa. A motivo della drastica conversione dovette affrontare ostilità ed ingiurie da parte della famiglia. Ma lei perseverò anche quando morirono madre, marito, figli.
Angela si presenta come una delle più brillanti incarnazioni dell’ideale francescano della fine del Duecento. In un primo tempo, in preda a strani fenomeni, fu giudicata sospetta dai frati minori; ma intorno al 1290 la accettarono fra i penitenti del Terz’ordine. Il teologo Ubertino da Casale (citato nella Divina Commedia) fu conquistato dal suo ideale spirituale e con lui fu strettamente coinvolta nelle controversie che laceravano l’Ordine francescano, diventando una dei responsabili del movimento rigorista.
Il Memoriale fu sottoposto ad esperti, fra cui il Cardinale Giacomo Colonna, che lo approvò intorno al 1297. Questa autobiografia spirituale mostra i trenta passi che l’anima compie raggiungendo l’intima comunione con Dio, attraverso la meditazione dei misteri di Cristo, l’Eucaristia, le tentazioni e le penitenze. Esso rappresenta la prima sezione del Liber. La seconda parte, nota come Instructiones, contiene documenti religiosi di vario tipo, curati da diversi e ignoti redattori, dove si trovano anche le lettere che Angela scriveva ai suoi figli spirituali.
Nel 1291, come la mistica narrò al suo confessore, lungo il cammino che la conduceva ad Assisi, fu alla presenza della Trinità: «Ho visto una cosa piena, una maestà immensa, che non so dire, ma mi sembrava che era ogni bene. (…) dopo la sua partenza, cominciai a strillare ad alta voce (…) Amore non conosciuto perché? (…) perché mi lasci?». La mistica di Foligno insegna che non c’è vera vita spirituale senza l’umiltà e senza la preghiera. Questa può essere corporale (vocale), mentale (quando si pensa a Dio) e soprannaturale (contemplazione): «In queste tre scuole uno conosce sé e Dio; e per il fatto che conosce, ama; e perché ama, desidera avere ciò che ama. E questo è il segno del vero amore: che chi ama non trasforma parte di sé, ma tutto sé nell’Amato».
Nel corso dei secoli, fra i tanti che aderirono alla sua spiritualità, ricordiamo Santa Teresa d’Avila e la Beata Elisabetta della Trinità. Angela comprese che la profonda comunione con Dio non è un’utopia, ma una possibilità, impedita solo dal peccato: di qui la necessità della mortificazione e del sacrificio; per raggiungere l’unione profonda con il Signore sono indispensabili l’Eucaristia e la meditazione della Passione e Morte di Cristo, ai piedi della Croce, insieme a Maria Santissima.

San Bernardo da Corleone                                                                 12 Gennaio

Ricorrenza:            4 Febbraio
Nazionalità:         Italia
Anno di Nascita:   6 Febbraio 1605
Anno della Morte: 12 Gennaio 1667

San Bernardo da Corleone, al secolo Filippo Latini (Corleone, 6 febbraio 1605; † Palermo, 12 gennaio 1667) è stato un religioso italiano, appartenente all'Ordine dei Frati Minori Cappuccini.
Biografia:

Nacque il 6 febbraio 1605 a Corleone, in Sicilia, battezzato con il nome di Filippo, quinto figlio di Leonardo, un calzolaio e conciatore di pelli, e di Domenica. La sua casa era, a detta di popolo,  "casa di santi" , poiché il padre era misericordioso coi poveri fino a portarseli a casa, lavarli, rivestirli e rifocillarli con squisita carità. Molto virtuosi erano anche i fratelli e le sorelle. Su questo terreno così fertile il giovane Filippo imparò presto ad esercitare la carità e ad essere devoto del Crocifisso e di Maria Vergine, alla quale ogni sabato rendeva l'omaggio della lam­pada votiva.

La vita della Sicilia del tempo, sotto la domi­nazione spagnola, era piena di fermenti politici e religiosi. Così, alla religiosità del calzolaio Filippo corrispondeva la sua vita caritativa. Sono molti coloro che hanno testimoniato di aver visto il giovane che andava cercando l'elemosina per la città in tempo d'inverno per carcerati senza vergognarsene. Filippo, poi, trattava bene i suoi dipendenti, dal momento che gestiva una bottega di calzolaio. Fu anche un bravo e temibile spadaccino, non solo di Corleone, ma di tutto il circondario; i suoi primi biografi affermano che arrivò ad essere considerato la prima spada di Sicilia.

Alcuni testimoni precisarono ai processi che nessun difetto si era notato se non la focosità che aveva nel mettere mano alla spada quando era provocato. Questa focosità provocò ansie e timori non indifferenti ai genitori. I testimoni furono comunque tutti concordi nel deporre che se Filippo metteva mano alla spada era per difendere il prossimo da qualche vessazione: in ogni caso, non provocò mai nessuno, ma sempre fu provocato.

L'episodio del duello con Vito Canino del 1624 fu certamente decisivo nella giovinezza di Filippo, anche se è stato colorato con particolari romanzeschi. Prima dello scontro fatale con Vito Canino, che ebbe una vasta risonanza popolare, Filippo aveva avuto delle scaramucce con un non meglio identificato Vinuiacitu, che se l'era cavata con due dita ferite. Vito Canino, il commissario venuto da Palermo a Corleone per carpire il primato della scherma a Filippo, in realtà era un sicario mandato da Vinuiacitu allo scopo di assassinare il calzolaio, per rifarsi dell'umiliazione subita. Nel duello Filippo mutilò per sempre il braccio del Canino, rendendolo inabile. Anche se aveva agito per legittima difesa, Filippo provò dolore e dispiacere vivissimo per aver ferito il Canino, e sebbene fosse considerato la prima spada della Sicilia, chiese perdono al ferito e, anche quando divenne cappuccino, lo aiutò economicamente, tramite i benefattori, e moralmente, fino al punto che i due divennero amici carissimi.

L'episodio influì molto sulle future decisioni di Filippo che decise di abbracciare la vita religiosa e chiese di poter entrare nel­l'Ordine cappuccino, dove fu ammesso dopo non poche perplessità da parte dei superiori, che ben conoscevano il suo passato burrascoso. Il 13 dicembre 1631, vestì nel noviziato di Caltanissetta il saio dei cappuccini, i frati più inseriti nelle classi popolari, e volle chiamarsi frate Bernardo da Cor­leone. Terminato il noviziato, emise la professione religiosa e s'incamminò speditamente sulla via della perfezione cristiana. I confratelli che vivevano con lui notavano l'ansia religiosa di un uomo sempre impegnato nel condurre una vita profondamente cristiana e protesa verso la perfezione. Era la coerenza a spingerlo a comportarsi da vero cristiano e buon frate. Senza atteggiarsi a maestro, fra Bernardo voleva coinvolgere tutti nel cammino verso la salvezza attraverso l'amore di Dio e la penitenza.

Nella preghiera emergeva l'immagine più bella e autentica di fra Bernardo da Corleone. Chi lo vedeva, riteneva che conversasse con Dio, indirizzando a Lui pensieri ed affetti; e nello stesso tempo appariva miseri­cordioso con tutti e pacifico. La sua vita fu del tutto semplice, passò attraverso i diversi conventi della provincia, a Bisacquino, Bivona, Castelvetrano, Burgio, Partitico, Agrigento, Chiusa, Caltabellotta, Polizzi, e forse a Salemi e Monreale, ma è difficile ricavarne un quadro cronologicamente esatto. Si sa che trascorse gli ultimi quindici anni di vita a Palermo.

Il suo ufficio come fratello fu quello di cuciniere o di aiutante cuciniere. Ma egli sapeva aggiungervi la cura degli ammalati e una quantità di lavori supple­mentari per essere utile a tutti. Si racconta un episodio tanto bello quanto divertente di questa sua gene­rosità. Trovandosi con i frati di Bivona durante un'epidemia, si prodigò nel curarli in ogni necessità, perché l'unico rimasto sano in comunità era lui. Ma poi venne colto anch'egli dal male: allora, prese da una chiesa una statuetta di san Francesco e se l'infilò in una manica dicendo:

« Adesso tu rimani lì dentro finché non mi fai guarire, perché possa aiutare i confratelli »

La sua opera d'infermiere si estese anche agli animali, in un tempo in cui la morte di un mulo o di un bovino poteva significare rovina per una famiglia. Si fece a suo modo esortatore e predicatore con certi suoi brevi sermoni in rima ancora ricordati, come:

« Momentaneo è il patire 
sempre eterno è il partire »

Si fermava volentieri di notte in chiesa perché diceva che non era bene lasciare il Santissimo Sacramento solo ed egli restava presso il tabernacolo finché fossero venuti altri frati. Trovava tempo per aiutare il sacrestano, per restare più vicino possibile al tabernacolo. Contro il costume del tempo egli usava fare la comunione quotidiana. Tanto che i superiori negli ultimi anni di vita, prostrato per le continue penitenze, gli affidarono il compito di stare solo a servizio dell'altare.

Secondo la migliore tradizione dei fratelli laici dell'Ordine, fra Bernardo non esitava a definirsi l'asino dei frati e a chi gli consigliava d'imparare a leggere, rispondeva:

« Le piaghe di Cristo Nostro Signore, queste dobbiamo studiare »

La solidarietà con i suoi confratelli si apriva fino ad assumere una dimen­sione sociale. A Palermo, in circostanze di calamità naturali, come terremoti e uragani, si fece mediatore davanti al tabernacolo, lottando come Mose:

«  Piano, Signore, piano! Usateci misericordia! Signore, la voglio questa grazia, la voglio! »

Due mesi prima della morte fra Bernardo sempre più frequentemente ripeteva: "paradiso, paradiso; presto ci vedremo in paradiso", e lo diceva con allegria straordinaria. Sul letto di morte, ricevuta l'estrema unzione, con gioia ripeté: "Andiamo, andiamo", e spirò nel convento dei Cappuccini a Palermo. Erano le ore 14 di mercoledì, 12 gennaio 1667.

Un suo intimo confratello, fra Antonino da Partanna, lo vide in spirito tutto luminoso che ripeteva con ineffabile gioia:

« Paradiso! Paradiso! Paradiso! Be­nedette le discipline! Benedette le veglie! Benedette le penitenze! Benedette le rinnegazioni della volontà! Benedetti gli atti di ubbidienza! Benedetti i digiuni! Benedetto l'esercizio di tutte le perfezioni religiose! »

La sua fama di santità era talmente grande che spinse subito i superiori e le autorità ecclesiastiche ad avviare il processo per la beatificazione.

Culto

La sua tomba si trova nella Chiesa dei cappuccini, piazza Cappuccini, 1 a Palermo.

Beato Odorico da Pordenone                                                              14 Gennaio

Ricorrenza:            14 Gennaio
Nazionalità:         Italia
Anno di Nascita:   1285
Anno della Morte: 14 Gennaio 1331

Beato Odorico da Pordenone (Villanova di Pordenone, 1285; † Udine, 14 gennaio 1331) è stato un religioso, presbitero e missionario italiano dell'Ordine dei Frati Minori.
Biografia:

Nacque a Villanova di Pordenone, nella seconda metà del XIII secolo, giovanissimo si fece francescano a Udine. Fu uno dei rari viaggiatori occidentali in Estremo Oriente nel Medio Evo. Il racconto del suo viaggio, dettato a frate Guglielmo da Solagna, è ritenuto autentico e affidabile. Per contro, quello scritto in antico francese, nella seconda metà del XIV secolofu arricchito da John Mandeville con scene e racconti immaginari.

Entrato giovane in convento, dopo una esperienza di vita eremitica, fu ordinato sacerdote a 25 anni. Dopo alcuni anni da predicatore in vari conventi d'Italia, nel 1314 fu inviato dal suo Ordine in Oriente. Partì per mare da Venezia da dove raggiunse Costantinopoli, da qui ancora per mare raggiunse Trebisonda. Visse in terra armena per un certo periodo presso un convento della sua comunità a Erzurum, per approfondire la conoscenza delle lingue orientali. Scese poi nei territori dell'attuale Iraq da prima a Tabriz e poi a Sultaniya, anche qui soggiornò presso un convento del suo ordine. Scese poi a sud toccando varie città persiane tra cui Kashan, Yazd, Persepoli e Shiraz per raggiungere il Golfo Persico. A Ormuz si imbarcò per l'India, dove sbarcò dopo un viaggio di una ventina di giorni a Thana, città nei pressi dell'attuale Bombay.

In questa città quattro suoi confratelli: fra Tommaso da Tolentino, Giacomo da Padova, Demetrio Georgiano e Pietro da Siena.[1] vennero martirizzati alcuni anni prima. I corpi dei martiri furono portati dal padre domenicano Jordanus Catalani a Supera, cittadina ad una quarantina di chilometri a nord di Bombay dove vennero sepolti. Odorico ne dissotterrò i corpi e prese con se le spoglie nel lungo viaggio verso la Cina. Riprese il viaggio per mare scendendo le coste occidentali dell'India, raggiunse probabilmente l'isola di Ceylon, risalì la costa orientale indiana per portarsi sulla tomba di san Tommaso apostolo a Maylapur nei pressi di Madras.

Lasciate le coste indiane su una giunca, raggiunse l'isola di Sumatra, toccò vari porti meridionali di questa isola e poi raggiunse l'isola di Giava e probabilmente del Borneo. Qui le descrizioni del viaggiatore si fanno confuse, in quanto i nomi citati non sono più riconoscibili oggi. Secondo alcuni toccò varie isole dell'arcipelago filippino e forse anche alcune isole meridionale del Giappone.[2]

Giunse in fine nel porto di Chin-Kalan l'attuale Canton nella Cina meridionale. Qui fu grande lo spavento di Odorico nell'apprendere che i doganieri avrebbero ispezionato la nave in cera di merce proibita all'importazione. Tra queste merci proibite vi erano le ossa dei martiri.[3] Ma gli ispettori non trovarono le ossa dei martiri francescani e Odorico le poté portare fino al porto di Xiamen (Amoy) dove furono in fine traslate in uno dei due conventi dell'Ordine esistenti in città.

Interessante notare come i figli di san Francesco, morto appena cento anni prima, già avevano raggiunto gli estremi confini del mondo allora conosciuto. Questa espansione, come spiegò Odorico, fu in parte favorita dallo sterminato Impero Mongolo, instauratosi in quegli anni in Asia. I Mongoli, non avendo una religione propria, furono influenzati dalle religioni dei popoli che incontrarono. Divennero mussulmani in Persia, buddisti in India e seguaci di Confucio in Cina e furono anche affascinati dalla predicazione dei missionari cristiani che raggiunsero le loro contrade.[4]

Proseguì il viaggio verso nord, toccò Fuzhou e attraverso i monte giunse a Zhejiang e Hangzhou, allora conosciuta come la città più grande del mondo. Proseguì poi per Nanchino e attraversato il fiume Azzurro si imbarcò sul Gran Canale per raggiungere la capitale dell'impero allora chiamata Kambalik l'attuale Pechino.

Qui visse per tre anni presso la missione del suo confratello e arcivescovo Giovanni da Montecorvino allora già molto anziano.

Riprese il cammino verso casa attraverso l'Asia Centrale, ma qui il racconto di fra Odorico si fa meno preciso e i riferimenti geografici sono confusi. Probabilmente attraversò il Tibet, giunse nel nord della Persia e poi di nuovo in Armenia fino al porto di Trebisonda dove si imbarcò per Venezia giungendovi alla fine degli anni venti.

Nel maggio del 1330, su richiesta del suo superiore Guidotto, Odorico, ospite del monastero presso la Basilica di Sant'Antonio, dettò il resoconto del suo viaggio al frate Guglielmo di Solagna.

Da lì Odorico, per adempiere il compito affidatogli dall'arcivescovo Giovanni da Montecorvino di informare il Papa su quanto visto in Estremo Oriente, riprese il cammino per raggiungere la curia papale ad Avignone; l'itinerario prescelto prevedeva un viaggio via terra fino a Pisa, poi via mare fino a Marsiglia e quindi ad Avignone.

Giunto a Pisa, però, si ammalò. Fece allora ritorno nella sua patria natale il Friuli, presso il convento che lo vide novizio a Udine, dove morì il 14 gennaio del 1335.

Culto

Il culto al beato Odorico fu riconosciuto il 2 luglio 1755 da Benedetto XIV, che due anni più tardi concesse all'Ordine dei Frati Minori la facoltà di celebrarne la festa, facoltà poi estesa alle diocesi di Udine e di Concordia-Pordenone.

Nel XX secolo dopo la pubblicazione dell'edizione critica nel 1929 della relazione del viaggio missio­nario di Odorico, si ridestò l'interesse per la ripresa della Causa di canonizzazione del beato. Nel 1982 si svolse un Convegno di studio sulla vita e l'opera del beato Odorico e nel 1994 il Ministro provinciale di Padova, padre Agostino Gardin, avanzava esplicita richiesta per la ripresa della Causa.

Il 15 aprile 1994 il postulatore padre Ambrogio Sanna ha presentato il supplex libellus all'Arcivescovo di Udine, che ha proceduto all'istituzione di una commissione di storici per la raccolta della documentazione che consenta di provare non solo la continuità del culto, ma soprattutto l'eroicità delle virtùesercitate dal beato Odorico.

Il 9 gennaio 2002 vi fu l'apertura solenne del processo di canonizzazione del grande missionario friulano in Oriente.

Beato Giacomo l'Elemosiniere Terziario                                               15 Gennaio

Ricorrenza:            15 Gennaio
Nazionalità:         Italia
Anno di Nascita:   1270
Anno della Morte: 15 gennaio 1304

Avvocato, proveniente da una famiglia abbiente, restaurò, a Città di Pieve in Umbria, una chiesa e un ospedale entrambi abbandonati, ove in modo esemplare si prese cura dei poveri e degli infermi.

Martirologio Romano: A Città della Pieve in Umbria, beato Giacomo, detto l’Elemosiniere, giurisperito che si fece avvocato dei poveri e degli oppressi. .
Biografia:

Giacomo, figlio di Antonio da Villa e di Mostiola, è nato a Città della Pieve in Umbria nel 1270. Educato sin da piccolo alla fede cristiana, certamente l’esempio di carità dei suoi genitori ha temprato il suo carattere ad una carità profonda e sincera verso i più poveri. Timorato di Dio volentieri e spesso partecipa alla preghiera e alla liturgia nella vicina Chiesa dei Servi di Maria.
Con serietà e grande attitudine si impegna nello studio; secondo alcuni indizi sembra abbia frequentato nella città di Siena le discipline di lettere e di diritto, riuscendo in ambedue in breve tempo e ottimo profitto.
Già da giovane si occupa dei poveri e degli ammalati dimostrando una carità eroica, e, come avvocato, non risparmia alcuna fatica nel difendere i diritti degli orfani, delle vedove, dei bisognosi e dei perseguitati. Coerente con la sua fede non ha paura di alcun ostacolo nella difesa della verità e della giustizia. 
Devoto della Madonna, conquistato dal carisma dei sette laici fiorentini che si posero al servizio della Vergine, si sente chiamato alla comune vocazione, decide così di farsi Terziario dei Servi di Maria. Senz’altro avrà incontrato qualcuno di essi ancora vivente e San Filippo Benizi, e da questi in persona avrà sentito parlare di questa chiamata della Benedetta, che tra tutti gli uomini ne ha scelti alcuni perché si ponessero al suo particolare servizio.
Conquistato dal Comandamento nuovo di Gesù, fondamento del carisma servitano, egli dedica tutta la sua esistenza ad amare Dio e il prossimo, e particolarmente colpito da quel versetto dove Gesù dice: << Se qualcuno non rinunzia a tutto quello che possiede, non può essere mio discepolo >>, ritenendolo rivolto a lui egli lascia ogni cosa per il regno dei cieli.
A sue spese restaura la chiesa e l’ospizio fuori della porta della città e li accoglie i più diseredati, servendoli con straordinaria carità: da loro da mangiare, ne medica le piaghe, offre loro ogni servizio più umile. Mai rifiutandosi di aprire il suo cuore e la sua casa ad ogni povertà, è semrep pronto a dare amore ed elemosine, così da essere chiamato da tutti l’elemosiniere.
Il vescovo di Chiusi, potente signore del luogo, pretende di usurpare i beni dell’ospizio. Questo avrebbe danneggiato i poveri la ospitati, e Giacomo, come sempre coerente difensore della giustizia e dei poveri, ricorse contro l’usurpatore appellandosi ai giudici della curia romana ed ebbe nella sua difesa esito felice. A questo punto l’usurpatore, con il pretesto di un incontro di pacificazione, lo invita a Chiusi e mentre Giacomo ritorna vrso il suo ospizio, lo fa uccidere da due sicari. È il 15 gennaio 1304, quando muore martire innocente di carità e giustzia, nella difesa dei poveri e degli oppressi.
La Chiesa approva il culto del Beato Giacomo Elemosiniere nel 1806 e Papa Pio IX concede all’Ordine dei Servi di celebrare la Messa e l’Ufficio proprio. Il suo corpo si conserva a Città di Pieve nella Chiesa a lui dedicata.

Santi Berardo, Otone, Pietro, Accursio e Adiuto                                 16 Gennaio
Protomartiri dell’Ordine dei Frati Minori                                            

Ricorrenza:            16 Gennaio
Nazionalità:         Italia
Anno di Nascita:   ==
Anno della Morte: 16 gennaio 1220

Berardo, Otone, Pietro, Accursio e Adiuto furono i primi missionari inviati da San Francesco nelle terre dei Saraceni. Giunti nella Spagna, sprezzanti del pericolo, cominciarono a predicare la fede di Cristo nelle Moschee. Condotti dinanzi al Sultano e imprigionati, e poi trasferiti nel Marocco con l’ordine di non predicare più il nome di Cristo, continuarono con estremo coraggio ad annunciare il Vangelo. Per questo furono crudelmente torturati e, infine, decapitati il 16 gennaio 1220 per ordine del principe dei Mori. All’annuncio del glorioso martirio, san Francesco esclamò: “Ora posso dire con sicurezza di avere cinque Frati Minori”. Furono canonizzati dal papa francescano Sisto IV nel 1481.

Martirologio Romano: Presso la città di Marrakesch in Mauritania nell’odierno Marocco, passione dei santi martiri Berardo, Ottone, Pietro, sacerdoti, Accorsio e Adiuto, religiosi, dell’Ordine dei Minori: mandati da san Francesco ad annunciare il Vangelo di Cristo ai musulmani, catturati a Siviglia e condotti a Marrakesch, per ordine del capo dei Mori furono trafitti con la spada. 


Biografia:

La Chiesa universale venera il diacono Santo Stefano quale primo martire della cristianità, ma anche le Chiese locali, nonché le congregazioni religiose, hanno da sempre prestato da sempre particolare venerazione ai loro protomartiri. In data odierna è l’Ordine dei Frati Minori a festeggiare quei confratelli che per primi hanno versato il loro sangue a perenne testimonianza della loro fede cristiana: Berardo, Otone, Pietro, Accursio e Adiuto, questi i loro nomi, furono i primi missionari inviati da San Francesco nelle terre dei Saraceni. 
Sei anni dopo la sua conversione, fondato l’Ordine dei Frati Minori, San Francesco si sentì acceso dal desiderio di martirio e decise di recarsi in Siria per predicare la fede e la penitenza agli infedeli. La nave su cui viaggiava finì però a causa del vento sulle rive della Dalmazia ed egli fu costretto a ritornare ad Assisi. Il desiderio di ottenere la corona del martirio continuò comunque a pervadere il cuore di Francesco e pensò allora di mettersi in viaggio verso il Marocco per predicare il Vangelo di Cristo al Miramolino, capo dei musulmani, ed ai suoi sudditi. Giuntò in Spagna, fu però costretto nuovamente a fare ritorno alla Porziuncola da un’improvvisa malattia.
Nonostante i due insuccessi subiti, organizzò l’Ordine in province e provvide a mandare missionari in tutte le principali nazioni europee. Nella Pentecoste del 1219 diede inoltre licenza al sacerdote Otone, al suddiacono Berardo ed ai conversi Vitale, Pietro, Accursio, Adiuto, di recarsi a predicare il Vangelo ai saraceni marocchini, mentre egli optò per aggregarsi ai crociati diretti in Palestina, al fine di visitare i luoghi santi e convertire gli infedeli indigeni.Ricevuta la benedizione del fondatore, i sei missionari raggiunsero a piedi la Spagna. Giunti nel regno di Aragona, Vitale, capo della spedizione, si ammalò, ma ciò non impedì agli altri cinque confratelli di proseguire il loro cammino sotto la guida di Berardo. A Coimbra, in Portogallo, la regina Orraca, moglie di Alfonso II, li ricevette in udienza. Si riposarono alcuni giorni nel convento di Alemquer, beneficiando dell’aiuto dell’infanta Sancha, sorella del re, che fornì loro degli abiti civili per facilitare la loro opera di apostolato tra i mussulmani. Così abbigliati, si imbarcarono alla volta della sontuosa città di Siviglia, a quel tempo capitale dei re mori. Non propriamente prudenti, si precipitarono frettolosamente alla principale moschea ed ivi si misero a predicare il Vangelo contro l’islamismo. Furono naturalmente presi per folli e malmenati, ma essi non si scomposero e, recatisi al palazzo del re, chiesero di potergli parlare. Miramolino li ascoltò di malavoglia e, non appena udì qualificare Maometto quale falso profeta, andò su tutte le furie ed ordinò di rinchiuderli in un’oscura prigione. Suo figlio gli fece notare che farli decapitare subito sarebbe stata una sentenza troppo rigirosa, quanto sommaria, ed era dunque preferibile osservare perlomeno qualche formalità. Dopo alcuni giorni il sovrano li fece chiamare davanti al suo tribunale e, avendo saputo che desideravano trasferirsi in Africa, anziché rimandarli in Italia li accontentò imbarcandoli su un vascello pronto a salpare per il Marocco.Compagno di viaggio dei cinque missionari fu l’infante portoghese Don Pietro Fernando, fratello del re, assai desideroso di ammirare la corte di Miramolino. Sin dal loro arrivo nel paese africano, Berardo, conoscitore la lingua locale, prese subito a predicare la fede cristiana dinnanzi al re ed a criticare Maometto ed il Corano, libro sacro dei musulmani. Miramolino li fece allora cacciare dalla città, ordinando inoltre che fossero rimandati nelle terre cristiane. Ma i frati, non appena furono liberati, rientrarono prontamente in città e ripresero a predicare sulla pubblica piazza. Il re infuriato li fece allora gettare in una fossa per farveli perire di fame e di stenti, ma essi, dopo tre settimane di digiuno, ne furono estratti in migliori condizioni rispetto a quando vi erano stati rinchiusi. Lo stesso Miramolino ne restò alquanto meravigliato. Ciò nonostante dispose per una seconda volta che fossero fatti ripartire per la Spagna, ma nuovamente essi riuscirono a fuggire e tornarono a predicare, finché l’infante di Portogallo non li bloccò nella sua residenza sotto sorveglianza, temendo che il loro eccessivo zelo potesse pregiudicare anche i cristiani componenti il suo seguito.
Un giorno Miramolino, per sedare alcuni ribelli, fu costretto a marciare con il suo esercito, richiedendo anche l’aiuto del principe portoghese. Quest’ultimo vi erano però anche i cinque francescani ed un giorno, in cui venne a mancare l’acqua all’esercito, Berardo prese una vanga e scavò una fossa, facendone scaturire un’abbondante sorgente di acqua fresca con innegabile grande meraviglia da parte dei mori. Continuando però a predicare malgrado la proibizione del re, furono nuovamente fatti arrestare, sottoposti a flagellazione e gettati in prigione. Furono poi allora consegnati alla plebe, perché facesse vendicasse le ingiurie da loro proferite contro Maometto: furono così flagellati ai crocicchi delle strade e trascinati sopra pezzi di vetro e cocci di vasi rotti. Sulle loro piaghe vennero versati sale e aceto misti ad olio bollente, ma essi sopportarono tutti questi dolori con tale fortezza d’animo tanto da sembrare impassibili. Miramolino non poté che rimanere ammirato per tanta pazienza e rassegnazione e cercò dunque di convincerli ad abbracciare l’Islam promettendo loro ricchezze, onori e piaceri. I cinque frati però respinsero anche le cinque giovani loro offerte in mogli e perseverarono imperterriti nell’esaltare la religione cristiana.
A tal punto il Miramolino non resistette più a cotante avversioni e, preso dalla collera, impugnò la sua scimitarra e decapitò i cinque intrepidi confessori della fede: era il 16 gennaio 1220, presso Marrakech. In tale istante le loro anime, mentre spiccavano il volo per il cielo, apparvero all’infanta Sancha, la loro benefattrice, che in quel momento era raccolta in preghiera nella sua stanza.
I corpi e le teste dei martiri furono subito fuori del recinto del palazzo reale. Il popolo se ne impadronì, tra urla e oltraggi di ogni genere li trascinò per le vie della città ed infine li espose sopra un letamaio, in preda ai cani ed agli uccelli. Un provvidenziale temporale mise però in fuga gli animali e permise così ai cristiani di recuperare i resti dei frati e trasportarli nella residenza dell’infante. Questi fece costruire due casse d’argento di differente grandezza. Nella più piccola vi depose le teste, mentre nella più grande i corpi martiri. Tornando in Portogallo, portò infine con sé le preziose reliquie, che destinò alla chiesa di Santa Croce di Coimbra, ove sono ancora oggi sono oggetto di venerazione. Tale esperienza fece maturare in Sant’Antonio da Lisbona (da noi conosciuto come Antonio di Padova) l’idea di passare dall’Ordine dei Canonici Regolari ai Frati Minori. Appresa la notizia del martirio dei cinque suoi figli, San Francesco esclamò: “Ora posso dire che ho veramente cinque Frati Minori”. Furono canonizzati dal pontefice francescano Sisto IV nel 1481 ed il Martyrologium Romanum li commemora al 16 gennaio, anniversario del loro glorioso martirio.

Beato Giuseppe Antonio Tovini Terziario Francecano                                   16 Gennaio

Ricorrenza:            16 Gennaio
Nazionalità:         Italia
Anno di Nascita:   14 marzo 1841
Anno della Morte: 16 gennaio 1897

"Le nostre Indie sono le nostre scuole". Voleva diventare missionario il beato bresciano Giuseppe Tovini. E nei suoi 55 anni di vita (nacque a Cividate Camuno nel 1841 e morì a Brescia nel 1897) fu un apostolo nei campi più diversi del sociale: la scuola, appunto, e poi l'avvocatura, il giornalismo, le banche, la politica, le ferrovie, le società operaie, l'università. Dopo gli studi, lavorò presso l'avvocato bresciano Corbolani. Ne sposò la figlia Emilia, con cui ebbe 10 bambini. Innumerevoli le cariche che ricoprì e le istituzioni cui diede vita: sindaco, consigliere provinciale e comunale, presidente del Comitato diocesano dell'Opera dei congressi; fondatore di casse rurali, della Banca San Paolo di Brescia, del Banco Ambrosiano di Milano, del quotidiano «Il Cittadino di Brescia» e della rivista «Scuola italiana moderna», di varie altre opere pedagogiche e dell'«Unione Leone XIII», che sfocerà nella Fuci. Attività che traevano linfa da un'intensa vita spirituale di stile francescano (era terziario). (Avvenire)

Martirologio Romano: A Brescia, beato Giuseppe Antonio Tovini, che, maestro, aprì molte scuole cristiane e fece costruire opere pubbliche, dando sempre, in ogni sua attività, testimonianza di preghiera e di virtù. 
Biografia:

La scelta laicale e matrimoniale

Giuseppe Antonio Tovini nasce a Cividate Camuno, in Valle Camonica, il 14 marzo 1841. Studia a Lovere, in provincia di Bergamo, e a Verona, dove frequenta le ultime due classi del liceo presso il Collegio Mazza, e si laurea in giurisprudenza all’università di Pavia il 15 agosto 1865. Ancora a Lovere, nello stesso anno, comincia l’attività professionale e assume l’incarico di vicedirettore e professore del Collegio Municipale, dove era stato studente. Due anni dopo si trasferisce a Brescia presso lo studio dell’avvocato Giordano Corbolani, suo futuro suocero. Qui si svolgerà definitivamente la sua attività professionale di avvocato e qui maturerà la sua vocazione al matrimonio con Emilia Corbolani, contrastata, negli anni della giovinezza, da una lunga e penosa fase d’incertezza fra lo stato religioso e quello matrimoniale. Nel gennaio del 1875, il giorno dell’Epifania, sposerà finalmente Emilia, di dodici anni più giovane di lui, con la quale costituirà una famiglia esemplare allietata dalla nascita di dieci figli. Le lettere alla fidanzata e alla moglie, durante le numerose assenze da casa per motivi professionali e di apostolato, costituiscono una testimonianza di come Tovini avesse scelto il matrimonio come strumento di santificazione.

La militanza cattolica e la vita politica

Proveniente da una famiglia di condizioni economiche modeste, Tovini sarà costretto a lavorare fino al termine della vita per mantenere la sua famiglia senza potersi dedicare interamente all’attività apostolica. Tuttavia, ciò non gli impedirà di diventare uno dei principali dirigenti locali e nazionali dell’Opera dei Congressi e dei Comitati Cattolici, della quale sarà presidente diocesano e vicepresidente a livello nazionale, e di essere il primo consigliere comunale cattolico eletto nel Comune di Brescia oltre che per lunghi anni membro del consiglio provinciale della stessa città.

La sua vita politico-amministrativa era cominciata nel 1871 con la nomina a sindaco di Cividate, il suo paese d’origine, incarico che terrà per tre anni, ed era continuata con l’elezione a consigliere provinciale del mandamento di Pisogne, in provincia di Brescia, nel 1879. Ma il centro della sua battaglia politica si svolge a Brescia contro la dominazione laicista che guidava i consigli comunale e provinciale della città dall’unificazione d’Italia, sotto il controllo di Giuseppe Zanardelli (1826-1903), esponente di grande rilievo nazionale della sinistra liberale, acceso anticattolico, ministro guardasigilli e presidente del Consiglio, oltre che "padrone" assoluto della politica bresciana.

Erano gli anni successivi all’unificazione del paese, compiutasi nel 1870 con la conquista di Roma. Erano anni difficili soprattutto per i cattolici, che vedevano la patria guidata politicamente da un gruppo liberale ostile alla Chiesa e il Papa prigioniero in Vaticano, che non potevano partecipare alle elezioni politiche per il divieto della Santa Sede, ma che cominciavano a organizzarsi per cercare di guidare i Comuni attraverso la partecipazione alle elezioni amministrative. Vissuto nel periodo a cavallo di queste trasformazioni, Tovini incarna il caso di coscienza dei cattolici italiani. Certamente non nostalgico del periodo in cui la sua terra faceva parte dell’impero asburgico in conseguenza del giurisdizionalismo che aveva contraddistinto la politica ecclesiastica austriaca almeno fino al Concordato del 1855 e che l’aveva resa invisa a molti cattolici, non aveva potuto peraltro non notare il carattere apertamente liberale e anticattolico svelato dalla Rivoluzione italiana dopo il 1848. Così, nel 1880, promuove con altri cattolici bresciani l’Associazione Elettorale Cattolica e due anni dopo viene eletto primo e unico consigliere al Comune di Brescia, e nel 1895, due anni prima della morte, si compirà il trionfo politico con la definitiva sconfitta degli zanardelliani e la conquista della maggioranza del Comune e della Provincia da parte dei cattolici alleati ai liberali moderati. La vittoria lascerà un segno duraturo nella storia politica di Brescia, con il consiglio provinciale guidato da questa alleanza per un trentennio e con un periodo, dal 1913 al 1920, in cui su sessanta consiglieri uno soltanto fra i continuatori della politica di Zanardelli riuscirà a essere eletto.

Ma le vittorie politiche, conquistate dopo un lungo periodo d’incubazione, erano il frutto di un grande lavoro nel corpo sociale, di cui Tovini è stato uno dei principali attori.

Il campo pedagogico e scolastico è quello nel quale Tovini spende le sue migliori energie, tanto che nel 1888 il Comitato Permanente dell’Opera dei Congressi apre a Brescia la Terza Sezione, appunto dedicata all’istruzione e all’educazione, e ne affida la direzione a Tovini. Nello stesso anno, il Governo fa chiudere il Collegio dedicato al nobile bresciano venerabile Alessandro Luzzago (1551-1602), che Tovini aveva fondato nel 1882; ed egli intraprende la battaglia per la sua riapertura, finalmente ottenuta nel 1894 sotto il nome del poeta neoclassico bresciano Cesare Arici (1782-1836). Frattanto, nel 1888, aveva fondato l’Opera per la Conservazione della Fede nelle Scuole in Italia e nel 1891 la dotava di un periodico, Fede e Scuola. Nel 1893 fonda una Lega d’Insegnanti Cattolici e il 5 aprile dello stesso anno Scuola Italiana Moderna, primo periodico a livello nazionale di carattere pedagogico e didattico, tuttora pubblicato.

Ma l’azione di Tovini non si manifesta soltanto nella vita politico-amministrativa e nella scuola. Fra le iniziative più importanti e ricche di conseguenze nella storia italiana vi sono, nel settore economico-finanziario, la fondazione della Banca di Valle Camonica, nel 1872, della Banca San Paolo di Brescia, nel 1888, e del Banco Ambrosiano, nel 1896; in quest’ultima iniziativa, quasi al termine della sua esistenza terrena, Tovini impegnerà tutte le sue forze — secondo quanto riportato da un suo biografo, il padre oratoriano Antonio Cistellini — per difendere la scelta che la banca avesse anzitutto finalità apostoliche a sostegno delle opere del movimento cattolico e della scuola in particolare, contro chi la voleva banca d’affari caratterizzata anzitutto dal momento economico. Preoccupato della possibilità che la Chiesa perda il contatto con le masse operaie in crescita con lo sviluppo dell’industrializzazione, Tovini promuove la fondazione di Società Operaie Cattoliche a Lovere e a Brescia, esportandole successivamente anche nella valli circostanti, e di tali società sarà presidente per qualche tempo, mentre nel 1885 propone la fondazione dell’Unione Diocesana delle Società Agricole e delle Casse Rurali.

Cattolico intransigente

Giuseppe Tovini appartiene a quella componente del movimento cattolico italiano che viene definita intransigente, nel senso di indisponibile a scendere a patti con il Governo nato dall’occupazione violenta di Roma da parte dell’esercito del Regno d’Italia, il 20 settembre 1870. Soprattutto negli ultimi anni della vita si avvicina alle posizioni del presidente dell’Opera dei Congressi Giambattista Paganuzzi (1841-1923), rigidamente astensioniste e accusate da Giuseppe Toniolo (1845-1918) e da Stanislao Medolago Albani (1851-1921) di esasperato accentramento e d’insensibilità verso la questione sociale. Ciò tuttavia non impedisce a Tovini di continuare a collaborare a Brescia anche con chi, nel movimento cattolico locale, aveva sensibilità politica diversa, come Giorgio Montini (1860-1943), ma soprattutto di dare a tutti quanti lo frequentano l’impressione di una vita cristiana vissuta ai limiti dell’eroismo, soprattutto negli ultimi dieci anni, quando verranno a maturazione molte opere precedentemente iniziate e dovrà farvi fronte nonostante il progredire della malattia polmonare che lo stroncherà, a soli cinquantacinque anni, il 16 gennaio 1897.

"[...] con Giuseppe Tovini salirà sull’altare la santità dell’azione", si legge su L’Osservatore Romano del 26-27 maggio 1947, un’azione impregnata della vita interiore classica dei cattolici dell’Ottocento — meditazione, devozione mariana, adorazione eucaristica — attraverso la quale Tovini è stato condotto dalla grazia di Dio a meritare di diventare un modello per tutti i cristiani. Infatti, la causa di beatificazione introdotta l’8 maggio 1948 con il processo ordinario diocesano, continuata con il decreto d’introduzione della Causa presso la Congregazione delle Cause dei Santi da Papa Paolo VI (1963-1978) il 14 aprile 1977 e con la proclamazione dell’eroicità delle virtù da parte di Papa Giovanni Paolo II il 6 aprile 1995, si è conclusa domenica 20 settembre 1998 quando lo stesso Sommo Pontefice lo ha proclamato beato nella "sua" Brescia. Nell’omelia pronunciata in occasione della Messa per la beatificazione del servo di Dio celebrata nello Stadio Rigamonti di Brescia, Papa Giovanni Paolo II così lo descrive: "Fervente, leale, attivo nella vita sociale e politica, Giuseppe Tovini proclamò con la sua vita il messaggio cristiano, fedele sempre alle indicazioni del Magistero della Chiesa. Sua costante preoccupazione fu la difesa della fede, convinto che — come ebbe ad affermare in un congresso — "i nostri figli senza la fede non saranno mai ricchi, con la fede non saranno mai poveri". Visse in un momento delicato della storia italiana e della stessa Chiesa ed ebbe chiaro che non era possibile rispondere in pieno alla chiamata di Dio senza una dedizione generosa e disinteressata alle problematiche sociali.

"Ebbe uno sguardo profetico, rispondendo con audacia apostolica alle esigenze dei tempi che, alla luce delle nuove forme di discriminazione, richiedevano dai credenti una più incisiva opera di animazione delle realtà temporali".

Un santo laico, sposato, padre di dieci figli, impegnato nella vita politica e amministrativa, combattente per la libertà di educazione, fondatore di banche e di società operaie, offerto agli uomini di oggi così bisognosi di modelli da imitare e non soltanto da ammirare. La sua straordinaria capacità d’intuire e di costruire opere, di agire contemplando nel mistero divino la finalità ultima della sua azione, di rispettare e di farsi rispettare dai nemici della Chiesa e suoi senza mai cessare di combattere la buona battaglia con meravigliosa tenacia, rimane nella storia del movimento cattolico e della nazione italiana a indicare la possibilità d’incontrare la comunione con il Verbo Incarnato anche nella fatica dell’azione politica e sociale. Il sacerdote bresciano don Livio Rota illustra felicemente il segreto della sua santità: "La vena che alimentò la sua vita religiosa fu il primato del soprannaturale, la preminenza dell’interiorità: con felice e sintetica intuizione è stato scritto di lui che la fede fu la forma del suo carattere e l’essenza della sua personalità. Il movente della sua frenetica attività è individuabile nel suo essere uomo di Dio, un’anima orante: la preghiera non fu certo in lui l’acquiescenza ad un banale e pigro provvidenzialismo, bensì lo stimolo ad un esame accurato dei problemi e delle esigenze del momento e ad un’azione ancora più intensa e puntuale. La passione apostolica infusa nell’affrontare le gravi questioni sociali del suo tempo scaturisce da questo punto focale indiscutibile: una vita di fede che diventa eloquente poi nelle pratiche religiose del suo tempo e nelle realizzazioni concrete a tutti note".

Beato Marcello Spinola y Maestre                                                           19 Gennaio

Ricorrenza:            19 Gennaio
Nazionalità:         Spagna
Anno di Nascita:   14 gennaio 1835
Anno della Morte: 19 gennaio 1906

Beato Marcello Spínola y Maestre (Marcelo) (Isola di San Fernando, 14 gennaio 1835; † Siviglia, 19 gennaio 1906) è stato un cardinale, arcivescovo e fondatore spagnolo. Nel 1885 fondò la congregazione delle Ancelle del Divin Cuore.
Biografia:

Nacque a San Fernando (Cadice), Spagna, il 14 gennaio 1835, da Johann Spinola y Osorno, capita­no dell'esercito, e Antonia Maestre. Fu battezzato il giorno seguente con i nomi di Marcello, Raffaele, Giuseppe Maria Addolorata, Ilario e ricevette dai genitori, che godevano anche di una posizione sociale agiata, un'educa­zione profondamente cristiana. Trascorse i primi anni nell'ambito della fami­glia ove imparò anche a leggere e a scrivere. A otto anni iniziò i due corsi allora detti di « latino ». Dopo di studi di baccel­lierato nel collegio San Tomaso di Cadice terminati nel 1846, il padre fu trasferito a Motril e Marcello continuò in questa città i suoi studi, trasferen­dosi per l'ultimo corso a Granada ove, 1'8 marzo 1848, sostenne gli esami con ottimo risultato. L'8 giugno dello stesso anno ricevette il grado di Bac­celliere in filosofia nell'università di Granada. Per accedere all'università, a Marcello mancava soltanto l'anno integrativo. Lo frequentò a Valenza. Intraprese gli studi giuridici, che iniziò nel 1849 all'uni­versità di Valenza e continuò dal 1852 al 1856 all'università di Siviglia ove, 14 giugno 1856, divenne dottore in giurisprudenza.

A Siviglia esercitò l'avvocatura, vivendo ancora in famiglia, difendendo spesso le cause dei poveri e conducendo una vita edificante: si distingueva principalmente per la devozio­ne al Santissimo Sacramento dell'altare e per l'elevata caritàverso i poveri, nel giugno 1858, suo padre fu nuovamente trasferito, destinato al porto di Sanlucar de Barrameda, in quell'estate Marcello maturò il desiderio di divenire sacerdote, dopo essersi consultato con varie persone, prese questa decisione, che la famiglia accolse con serenità.

IL 29 maggio 1863 Marcello vestì l'abito talare, studiò teologia privata­mente e sostenne l'esame a Cadice. Il 20 febbraio1864 ricevette i quattro or­dini minori e il successivo 21 marzo venne ordinato presbitero a Siviglia. Quella stessa mattina, mentre egli veniva ordinato sacerdote, a Cuba moriva suo fratello Raffaele capitano di marina.

Ministero sacerdotale

Don Marcello iniziò il ministero sacerdotale nella città di Sanlucar de Barrameda, nella primavera del 1865 fu nominato cappellano della chiesa della Mercede a Sa­nlucar. La fama del suo apostolato si diffuse presto a lui venivano persone di tutti i ceti, gente del popolo ma anche principi. Testimoni oculari hanno riferito che egli non si arrestava di fronte a nessun ostacolo quando doveva acquistare medicine da distribuire ai malati. Più volte fu vi­sto girare per le strade, entrare nei negozi a chiedere l'elemosina.

Constatando i frutti del ministero di Marcello, il 17 marzo 1871, l'arcivescovo di Siviglia, il cardinale Luis de la Lastra y Cuesta, lo nominò parroco della chiesa di San Lorenzo a Siviglia. In questo periodo, oltre a dedicarsi totalmente ai suoi parrocchiani, il suo zelo lo portò ad appoggiare due istituzioni che poterono sussistere grazie al suo aiuto: l'Istituto delle Sorelle della Croce, fondato nella sua parrocchia da santa Angela della Croce Guerrero, per il quale Marcello pagò l'affitto della prima casa, e l'istituto delle Riparatrici, arrivate dall'estero. Divenne inoltre consigliere della confraternitadel Gran Poder, organizzò con impegno il catechismo domenicale e costituì un collegio nel quale istruire le bambine. Nel maggio 1879 fu nominato dal nuovo arcivescovo di Siviglia, monsignor Joaquín Lluch y Garriga, canonico della cattedrale e giudice pro-sino­dale.

Ministero episcopale e cardinalato

Per il suo zelo e le sue qualità ministeriali, 16 dicembre 1880 fu nominato vescovo titolare di Milo ed ausiliaredell'arcivescovo di Siviglia. La consacrazione eb­be luogo il 6 febbraio 1881 e subito dopo, con decreto del 15 febbraio1881, fu nominato visitatore dell'arcivescovado di Siviglia. La visita iniziò il 2 maggio successivo. La sua relazione finale, chiara e precisa, suscitò forti controversie e Spinola dovette sopportare ironie e insolenze. Così, alla morte del arcivescovo, Marcello venne a trovarsi in una situazione assai difficile, ma il 19 agosto 1884, per ordine regio, fu nominato vescovo di Coria, dio­cesi della provincia di Caceres, di cui prese possesso il 14 febbraio 1885. Anche in questa diocesi il suo apostolato fu fecondo. Visitò tutta la diocesi, coltivò il dialogo con i sacerdoti e visitando settimanalmente i poveri e i malati. Fu il primo vescovo a visitare la zona più depressa della Spagna, La Hurdes, situata nella sua diocesi. Il 25 febbraio 1885, fondò la Congregazione delle Ancelle Concezioniste del Divin Cuore di Gesù, che ebbe subito una rapida crescita fin dai suoi primi anni di vita. Per la sua eccelsa carità, il 16 febbraio 1886 venne decorato dalla Reggente di Spagna, Maria Cristina, del­la « Grande Croce dell'Ordine di Isabella la Cattolica ».

Successivamente da Coria fu trasferito alla diocesi di Malaga ove fece l'ingresso il 16 settembre 1886, lavorando con lo stesso ardore pastorale con cui aveva iniziato a Coria. La mattina dell'8 novembre 1895 un telegramma gli annunciò la promozione alla sede metropolitana di Siviglia ove entrò il 13 febbraio 1896. Anche qui l'attività pastorale del Beato fu instancabile. Predicava con la maggior frequenza possibile. Incoraggiò la catechesi e dispose che nelle parrocchie e nelle scuole, soprattutto quelle comunali, venisse spie­gato il catechismo dai parroci oppure da altri sacerdoti. Stimolò l'apostolato tra gli operai, cooperando all'insediamento, a Siviglia, delle dame catechiste, per la formazione cattolica degli operai, e prestando loro grande protezione. Allo stesso tempo non dimenticò i doveri del vescovo in relazione alla visita pastorale che svolse almeno due volte.

Monsignor Marcello Spinola y Maestre era inoltre convinto che il miglior mo­do di rispondere alle urgenti necessità sociali e spirituali del momento stori­co era quello di realizzare opere o istituzioni durature. Fondo il giornale El Correo del Andalucia il 1° febbraio 1899, al quale diede la conse­gna di informare secondo la verità, e elevò il seminario a « Universi­tà Pontificia », queste opere rivelano la sua preoccupazione per la formazione culturale e per la santificazione del clero.

Come senatore, a Madrid difese i diritti della Chiesa contro l'invadenza statale e a favore della libertà di insegnamento, riuscendo a convincere la classe politica del tempo, che dovettero concludere, come fece lo stesso primo mi­nistro:

« Io con quest'uomo andrei dovunque »

Intuendo quale ruolo decisivo avrebbe rivestito la donna nel futuro non solo della famiglia ma della società stessa, aveva fondato le Ancelle Concezioniste del Divin Cuore di Gesù. Il 2 febbraio 1902, le loro costituzioni furono approvate. Le Ancelle hanno questa finalità: annunciare l'amore di Gesù Cristo, specialmente ai giovani, per superare l'ignoranza. Oggi la Con­gregazione e diffusa in tutta la Spagna, in America Latina, in Italia, in Giap­pone e nelle Filippine. Migliaia di studentesse sono state formate nelle sue scuole.

Creato cardinale l'11 dicembre 1905, ricevette la berretta rossa dalle mani del Re di Spagna, Alfonso XIII. Ma Marcello Spinola y Maestre era ormai alla fine della sua vita operosa e non poté recarsi a Roma per l'investitura da parte del Papa, perché il 19 gennaio 1906 morì santamente a Siviglia, dove fu sepolto nella cappella dell'Addolorata nella Cattedrale.

Santa Eustochia Calafato                                                                   20 Gennaio

Ricorrenza:            20 Gennaio
Nazionalità:         Italia
Anno di Nascita:   25 Marzo 1434
Anno della Morte: 20 Gennaio 1485

Santa Eustochia Calafato (Annunziata, 25 marzo 1434; † Monastero di Montevergine,  20 gennaio 1485) è stata una badessa, religiosa e fondatrice italiana. 
Nel 1464 fondò il monastero di Montevergine che alla morte di madre Eustochia contava 50 suore.
Biografia:

Nacque in un piccolo villaggio nei pressi di Messina il Giovedì Santo, quarta di sei figli del mercante di origini catanesi Bernardo e di Macalda Romano Colonna.

Da piccola trascorse i primi anni della fanciullezza sotto le amorevoli cure della madre terziaria francescana, fervente cristiana ed entusiasta ammiratrice del francescanesimo nella sua peculiare riforma dell'osservanza che si andava proprio allora affermando nell'ordine[1]. Smeraldo fu incoraggiata dalla madre a una intensa vita religiosa verso le quali la fanciulla si sentiva irresistibilmente attratta.

Il padre e i fratelli, però, avevano altri progetti, per la giovinetta tanto che il 13 dicembre 1444 fu stipulato il fidanzamento tra la figlia e il molto più attempato Nicolò Perrone, anch'egli mercante. Il fidanzato, tuttavia, si spense nel 1446 alla vigilia delle nozze. Dopo la quaresima del 1448 il padre promise la figlia a un giovane, il quale morì ancor prima di vederla.

A questo punto Smeraldo riuscì a vincere le resistenze della famiglia, tanto che il padre promise di far costruire un convento al suo ritorno da un viaggio in Sardegna, che intraprese alla fine dell'anno; ma Bernardo morì appena arrivato a destinazione ed ella dovette ancora superare la riluttanza dei fratelli, ma finalmente negli ultimi mesi del 1449 riuscì a entrare nel monastero delle clarisse di Basicò prendendo il velo con il nome di Eustochia.

In quel cenobbio condusse una vita tutta consacrata alle preghiere e alla penitenza, ma non trovò un ambiente adatto al suo spirito e alla sua mentalità. Nel convento, infatti, la disciplina era molto tenue, tanto che suor Eustochia in data 20 ottobre 1457 inoltrò una supplica al Papa con la quale chiedeva il permesso di fondare un nuovo monastero. Ottenne il consenso con due bolle di Papa Callisto III, la prima del 1457 e la seconda datata 15 aprile 1458.

Nel 1460 si trasferì nell'ex ospedale dell'Accomandata, che era stato precedentemente acquistato, grazie agli aiuti finanziari materni, insieme con suor Iacopa Pollicino e suor Lisa Rizzo, che avevano abbandonato il convento di santa Maria di Basicò, la sorella Mita e la nipote Paola.

Madre Eustochia, però, dovette affrontare l'ostilità della badessa di Basicò Flos Milloso e dell'intero clero, tanto, che fu necessaria una bolla di Papa Pio II del 1461 per costringere i frati minori osservanti a prendersi la cura spirituale delle suore del convento.

Madre Eustochia riuscì a trovare un manoscritto della regola di santa Chiara alla quale si uniformò per la direzione della comunità. Aumentato notevolmente il numero delle suore, l'Accomandata si rivelò ben presto insufficiente e verso la metà del 1464 madre Eustochia con dodici consorelle si trasferì nel nuovo monastero di Montevergine, che era stato ricavato dall'adattamento di una casa donata da Bartolomeo Ansalone e di altre abitazioni acquistate dai Papaleone.

Finite le peregrinazioni la nuova comunità religiosa crebbe rapidamente di numero. Nonostante le ricorrenti malattie alternò con suor Jacopa Pollicino ogni tre anni la carica di Abbadessa. Il primo capitolo si tenne nel 1464. Per fortificare le monache nella loro fede e nella loro completa dedizione all'amore divino, compose un libro sulla Passione di Gesù, purtroppo perduto. Serbava notizia delle grazie ricevute in una sua agenda; leggeva ripetutamente, tanto da ricordarle a memoria, le Laudi di Iacopone da Todi che cantava insieme ad inni religiosi dedicati alla Madonna e a Cristo. Tra i suoi libri aveva il Monte de la orazione, un trattato ascetico giunto a noi sia in toscano che in siciliano. Non tralasciò gli studi di teologia cui era stata avviata fin da ragazza.

A partire del 1468 le sue condizioni di salute si aggravarono impedendole di fondare un nuovo monastero a Reggio Calabria per il quale aveva già avuto l'assenso papale. Nonostante i gravi problemi di salute sopravvisse alla peste del 1482. Madre Eustochia Calafato morì il 20 gennaio 1485, lasciando una fervente e stimata comunità religiosa di circa 50 religiose.

Culto

Al momento della sepoltura, scrive suor Jacopa, abbadessa in quegli anni:

« et stava così bella e vermiglia et palpabile come dormisse e non fusse morta e tucta odorifera. »

L'arcivescovo di Messina, Francesco Alvarez, scriveva nel 1690 alla Sacra Congregazione dei Riti:

« Il suo corpo, da me diligentemente veduto e osservato, è integro, intatto e incorrotto ed è tale che si può mettere in piedi, poggiando sulle piante di essi. Il naso è bellissimo, la bocca socchiusa, i denti bianchi e forti, gli occhi non sembra affatto che siano corrotti, perché sono alquanto prominenti e duri, anzi nell'occhio sinistro si vede quasi la pupilla trasparente. Inalterate le unghie delle mani e dei piedi. Il capo conserva dei capelli e, quello che reca maggiore meraviglia, si è che due dita della mano destra sono distese in atto di benedire, mentre le altre sono contratte verso la palma della mano [2]. Le braccia si piegano sia sollevandole che abbassandole. Tutto il corpo è ricoperto dalla pelle, ma la carne sotto di essa si rivela al tatto dissecata. »

Questa incorruzione del corpo perdura fin oggi. Il corpo della santa si venera nella chiesa a lei dedicata del monastero di Montevergine a Messina.

Il 14 settembre 1782 Papa Pio VI ne confermò il culto e, l'11 giugno 1988, Giovanni Paolo II a Messina con la lettera apostolica Omnis anima[3] la dichiarò santa

Beato Giuseppe Nascimbeni   Terziario francescano                                    21 Gennaio

Ricorrenza:            21 Gennaio
Nazionalità:         Italia
Anno di Nascita:   22 marzo 1851
Anno della Morte: 21 gennaio 1922

Beato Giuseppe Nascimbeni (Torri del Benaco, 22 marzo 1851; † Castelletto di Brenzone, 21 gennaio 1922) è stato un presbitero e fondatore italiano della congregazione delle Piccole Suore della Sacra Famiglia. Nel 1988 è stato proclamato beato da papa Giovanni Paolo II.
Biografia:

L'infanzia e gli studi

Giuseppe Nascimbeni nacque a Torri del Benaco sulla sponda veronese del Lago di Garda, il 22 marzo 1851, figlio unico di Antonio e di Amedea Sartori. Terminati gli studi elementari, con l'aiuto della madre, entra al collegio Mazza di Verona, ma con scarsi risultati, tanto che non viene ammesso all'anno successivo. Deciso a riprovare, nel novembre del 1863 riprende i libri e completa gli studi a pieni voti. Entrò in seminario titubante, ma ogni giorno di più la sua scelta si rivelerà matura e pienamente consapevole.

La vita sacerdotale

La vestizione clericale è l'8 dicembre 1869 a Torri, il diaconato nel 1874 e il 9 agosto dello stesso anno è ordinato sacerdote da Luigi di Canossa. Il 22 agosto 1874 ottiene il diploma di maestro, "professione" che eserciterà nella sua prima parrocchia, S. Pietro di Lavagno, assieme agli usuali compiti del sacerdote. Ad un passo dall'essere "eletto parroco a furor di popolo", don Giuseppe decise di farsi trasferire per non soppiantare il suo parroco; così fu assegnato a Castelletto di Brenzone, con don Donato Brighenti, ormai anziano e bisognoso di aiuto.

A Castelletto

Don Giuseppe conosceva bene la realtà di Castelletto, perché era un po' la realtà che aveva vissuto da ragazzo a Torri, dal quale dista solo pochi chilometri. Quasi completamente isolato in termini di trasporti (ad eccezione dei battelli e di una vecchia mulattiera), Castelletto versa in una condizione di povertà non solo economica che il Nascimbeni riuscirà a lenire con il suo amore per il paese, con la sua operosità e con la sua preghiera. Oltre alle attività parrocchiali, quelle dell'oratorio e quelle scolastiche (che ha avuto fino al 25 gennaio 1885, quand'è diventato parroco del paese dopo la morte del predecessore, don Brighenti), don Giuseppe pregava che potessero esserci delle suore che lo aiutassero in paese.

La fondazione delle Piccole Suore della Sacra Famiglia

Dopo molti "No", su consiglio di mons. Bacilieri, fondò le Piccole Suore della Sacra Famiglia, che il 6 novembre 1892 arrivarono a Castelletto ed iniziarono l'opera che ancor oggi portano avanti in Italia e non solo: America Latina, Albania, Africa, con attività che vanno dall'insegnamento nelle scuole all'accoglienza di orfani, dagli ospedali ai ricoveri per anziani. Il 19 novembre 1905 c'è la posa della prima pietra della nuova chiesa: la vecchia, ormai in rovina, fu demolita perché d'intralcio alla nuova strada statale Gardesana Orientale, che avrebbe portato i collegamenti tra tutti i paesini del lago. La fondazione delle Piccole Suore, assieme a Madre Maria Domenica Mantovani, arriva lontano: oltre alla grande affluenza di giovani nel neonato istituto, i cui patroni sono la Sacra famiglia, San Carlo Borromeo, San Filippo Neri, San Giovanni Maria Vianney e San Francesco d'Assisi e il cui motto è Pregare, Lavorare e Patire, il Padre (così veniva chiamato don Giuseppe) manda le sue suore anche negli ospedali militari durante la Grande Guerra; Castelletto, infatti nelle vicinanze della linea di fronte.


La malattia e la morte

Alla vigilia del 1917, don Giuseppe è colpito da apoplessia e paralisi. Nel novembre del 1917, dopo essersi lentamente ripreso, celebra il 25° della fondazione. Nel 1921, convalescente dall'epidemia di influenza spagnola e da attacco di diabete, ebbe un nuovo collasso che aggravò notevolmente la sua situazione. Nella notte tra il 20 e il 21 gennaio 1922 muorì. Viene proclamato beato da Giovanni Paolo II nell'aprile del 1988 a Verona.

San Vincenzo  Pallotti   Terziario francescano                                                22 Gennaio

Ricorrenza:            22 Gennaio
Nazionalità:         Italia
Anno di Nascita:   21 aprile 1795
Anno della Morte: 22 gennaio 1850

Roma, 21 aprile 1795 - Roma, 22 gennaio 1850
A Roma, san Vincenzo Pallotti, sacerdote: fondatore della Società dell’Apostolato Cattolico, con gli scritti e con le opere sollecitò la vocazione di tutti i battezzati in Cristo a lavorare con generosità per la Chiesa. 
Biografia:

Ottima preparazione, confessore al Seminario Romano e al Collegio Urbano di Propaganda Fide, attivo in molte opere di carità. Ma perché fondare una “società per l’apostolato cattolico”, come se per questo non ci fossero già le strutture della Chiesa? E, per di più con laici, uomini e donne? Vincenzo Pallotti, romano, nato nel 1795 e prete dal 1818, va incontro a diffidenze e ostacoli nel mondo ecclesiastico perché come pochi altri (don Nicola Mazza a Verona, per esempio) capisce ciò che il tempo esige dai cattolici.
Dopo il tornado della Rivoluzione francese e di Napoleone, vescovi, preti, religiosi, studiosi, si spendono generosamente in difesa della fede. E lui vede e apprezza. Ma dice che non basta, non basta più: il problema vero non è proteggere il recinto dei credenti. No, ora bisogna conquistare altri credenti ancora, dappertutto, abbattendo i recinti. E aggiunge: questo è compito di tutti, perché ogni singolo cristiano ha il dovere di custodire la fede e di diffonderla dove non c’è ancora o non c’è più. Questo è un programma di attacco. Vincenzo rispetta il mandato apostolico peculiare del Papa, dei vescovi, del clero; ma parla poi di “apostolato cattolico” come dovere e competenza di ogni credente, perché "a ciascuno ha comandato Iddio di procurare la salute eterna del suo prossimo". Su questa base sorge nel 1835 l’Opera dell’Apostolato Cattolico, associazione di laici che avrà come “parte interna e motrice” una comunità di sacerdoti, seguita dalla congregazione delle suore dell’Apostolato Cattolico (chiamati comunemente Pallottini e Pallottine). Scopo: far conoscere Cristo con la parola, l’insegnamento, le opere di carità spirituale e materiale.
Gregorio XVI approva l’Opera e a Roma tutti hanno grande stima per don Vincenzo. Ma la sua società d’apostolato, dopo un buon inizio, passa da un ostacolo all’altro, e vede sempre rinviata l’approvazione delle sue regole (fino al 1904). Vincenzo muore con la fama di sant’uomo che ha fatto uno sbaglio. Quello sbaglio che però andrà avanti, trovando i Pallottini sempre vivi e operosi alla fine del XX secolo. Quello sbaglio che ha portato aria nuova nella Chiesa, ma che rallenterà la causa della sua canonizzazione, sempre con malintesi e miopie intorno all’iniziativa. Ci vorrà papa Pio XI a spazzare riserve e diffidenza, proclamando Vincenzo "operaio vero delle missioni", "provvido e prezioso antesignano e collaboratore dell’Azione Cattolica". Giovanni XXIII lo proclamerà santo nel 1963. Due anni dopo, il decreto Apostolicam actuositatem del Vaticano II dirà solennemente: "I laici derivano il dovere e il diritto all’apostolato dalla loro stessa unione con Cristo Capo". Le parole di Vincenzo Pallotti risuoneranno così, dopo 130 anni, nella Chiesa universale con la voce di Paolo VI e dei vescovi di tutto il mondo.

Beata Giovanna da S. Maria, terziaria francescana                                       22 Gennaio

Ricorrenza:            22 Gennaio
Nazionalità:         Italia
Anno di Nascita:   + 1360
Anno della Morte: ===


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Biografia:


Beato Ladislao Batthyány Strattmann, terziario francescana                          22 Gennaio

Ricorrenza:            22 Gennaio
Nazionalità:         Ungheria
Anno di Nascita:   28 ottobre 1870
Anno della Morte: 22 gennaio 1931

László (Ladislao) Batthyány-Strattmann nacque a Dunakiliti, in Ungheria, il 28 ottobre 1870, in una famiglia nobile. Ancora studente di medicina all'università di Vienna, sposò la contessa Maria Teresa Coreth, da cui ebbe tredici figli. Nel 1902 fondò un piccolo ospedale privato a Köpcsény (oggi Kittsee, in Austria), che qualche anno dopo trasferì a Körmend. Un luogo aperto anche ai più poveri, che ben presto cominciarono ad arrivare da tutto il Paese. Il dottor Batthyány-Strattmann li curava gratuitamente e si occupava anche di ravvivare la loro fede. La morte del primogenito Ödön, ventunenne, per un’appendicite, fu da lui vissuta in spirito di affidamento a Dio. Con lo stesso intento affrontò il tumore alla vescica che lo portò a morire il 22 gennaio 1931, in sanatorio, a Vienna. È stato beatificato da san Giovanni Paolo II il 23 marzo 2003. I suoi resti mortali sono venerati nella chiesa parrocchiale di Güssing.

Martirologio Romano: A Vienna in Austria, beato Ladislao Batthyány-Strattmann: padre di famiglia, testimoniando il Vangelo tanto in famiglia quanto nella società civile con la santità della vita e delle opere, visse davvero cristianamente il suo titolo e la sua dignità di medico e con grande carità si adoperò nell’assistenza dei malati, per i quali fondò degli ospedali, in cui, messa da parte ogni vanità, accoglieva soltanto poveri e indigenti. 
Biografia:

Dicono che László Batthyány-Strattmann sia un medico molto speciale. Aggiornatissimo, all’avanguardia, valente, ma speciale. Innanzitutto perché cura gratis i poveri (ma questo anche altri, pochi per la verità, lo fanno), poi soprattutto perché oltre a curare i corpi si interessa anche dell’anima, e questo fa davvero eccezione.
Quanti medici avete voi incontrato che, invece di farsi pagare in moneta sonante (o in assegno), vi chiede come compenso di recitare un Padre Nostro insieme? O da quale medico, al momento delle dimissioni dall’ospedale, avete mai ricevuto, insieme alla ricetta o alla cartella clinica, un opuscolo religioso per risvegliare la vostra fede? 
Questo medico “speciale” nasce nel 1870 a Dunakiliti, in Ungheria, sesto figlio di una famiglia appartenente all’antica nobiltà ungherese, ma poco dopo si trasferisce con tutta la famiglia in Austria per il pericolo permanente che l’acqua alta del Danubio rappresenta. 
La vocazione del medico gli nasce in cuore da un evento luttuoso che lo segna dolorosamente: la morte della mamma, non ancora quarantenne, quando lui ha appena dodici anni. Davanti alla bara aperta di mamma promette a se stesso di studiare per diventare medico: «Guarirò i malati e curerò i poveri gratis», sussurra: che non siano parole al vento o emozioni passeggere lo dimostreranno gli anni a venire. 
Papà però non è d’accordo, e invece di fargli studiare medicina lo manda alla facoltà di agraria, dato che gli sta progettando un futuro di amministratore dell’ingente patrimonio familiare. Non sappiamo come, certo è che la vince il ragazzino, che studia, si impegna, fatica e alla fine si laurea a trent’anni. Naturalmente in medicina. 
Due anni prima si è sposato con una ragazza di nobile casato, la contessa Maria Teresa Coreth e questo sarà un matrimonio felice, arricchito da tredici figli. Ora deve mettere in pratica solo la seconda parte della sua promessa, cioè curare i poveri gratuitamente, e riesce anche in questo.
Comincia ad aprire un ospedale privato con venticinque posti letto, nel quale chi può paga la sua parte mentre gli altri (e sono la maggioranza) vengono ammessi gratuitamente. Il dottore si specializza in chirurgia, poi ancora in oftalmologia: le cure che riesce a garantire ai suoi pazienti sono sempre più all’avanguardia. Sfonda soprattutto come oculista, diventando un noto specialista sia in patria che all’estero. 
Intanto, nel 1920, si trasferisce con tutta la famiglia nel castello a Körmend, in Ungheria. Ha già le idee chiare: una parte del castello sarà trasformata in ospedale specializzato in oculistica. La voce che in quel castello si curarono gratuitamente i poveri si sparge in un baleno e frotte di malati chiedono il suo aiuto, al punto che le ferrovie ungheresi devono organizzare corse speciali con treni-ospedale, appositamente attrezzati per loro.
Oltre che ottimo medico, professionalmente parlando, i malati hanno imparato a conoscere anche il suo fare gentile e comunicativo e questo aumenta la loro confidenza verso di lui. Come già detto, si fa pagare dai poveri con un Padre Nostro, mentre a tutti regala un libretto, di cui lui stesso è autore, dal significativo titolo «Apri gli occhi e vedi», come a dire che la vista del corpo non è tutto e che ciascuno deve riaccendere la luce della propria fede.
E lui dà l’esempio: prima di qualsiasi operazione invita il malato a chiedere insieme a lui la benedizione del Signore, che gli deve guidare la mano. Ad avvenuta guarigione, poi, convince i suoi malati che la guarigione non è merito suo, ma esclusivamente di Dio. Oltre a non farsi pagare, poi, ha preso l’abitudine di congedare i malati più bisognosi con una bella somma di denaro per aiutarli a riprendere il lavoro.
Non stupisce dunque il fatto che in Ungheria lo si consideri un santo, anche perché come tale si comporta pure tra le pareti di casa. La giornata di tutta la famiglia inizia con la Messa e termina con il Rosario, i figli sono seguiti ciascuno con una raccomandazione giornaliera quotidiana, a nessuno manca il necessario, ma il superfluo nessuno sa cosa sia anche se potrebbero permetterselo. 
Un uomo così è preparato a tutto: anche a chiudere gli occhi al proprio figlio ventunenne e ringraziare il Signore che glielo ha concesso; anche affrontare la sua terribile malattia, un tumore alla vescica, con quattordici mesi di sanatorio a Vienna, dove impara ad «accogliere anche i tempi difficili con gratitudine».
Muore a 60 anni, il 22 gennaio 1931 L’Arcivescovo di Vienna, il cardinal Friedrich Gustav Piffl, vuole celebrare il funerale anche se malato perché, dice, «raramente ho la possibilità di seppellire un santo». 
Anche la Chiesa oggi lo riconosce ufficialmente come tale, perché san Giovanni Paolo II, il 23 marzo 2003 ha beatificato a Roma László Batthyány-Strattmann, il medico dei poveri.

San Girolamo Jaegen, terziario francescano                                                  23 Gennaio

Ricorrenza:            23 Gennaio
Nazionalità:         ==
Anno di Nascita:   1841
Anno della Morte: 1919

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Biografia:

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Beata Paola Gambara Costa, Terziaria francescana                                     24 Gennaio

Ricorrenza:            24 Gennaio
Nazionalità:         Italia
Anno di Nascita:   3 marzo 1473
Anno della Morte: 24 gennaio 1515

Verolanuova, Brescia, 3 marzo 1473 - Binasco, Milano, 24 gennaio 1515

Data in sposa appena dodicenne al signore di Bene Vagienna, nel Cuneese, madre un anno dopo, la beata Paola Gambara Costa continuò a vivere le virtù cristiane in un ambiente dissoluto. Il marito per questo la angheriò e tra le crudeltà che le fece subire ci fu anche la convivenza con la sua amante. Paola era nata nel 1463 in una nobile famiglia di Verola Alghise (oggi Verolanuova), nel Bresciano, dove era ammirata per la devozione e la bellezza. Dopo le principesche nozze (gli sposi furono ricevuti a Torino dal Duca di Savoia), iniziò il calvario, durante il quale ebbe un atteggiamento caritatevole verso chi la maltrattava (a Verolanuova c'è il detto «è stata provata come la beata Paola»). Fu sotto la direzione spirituale del beato Angelo di Chivasso e divenne terziaria francescana, spendendosi per i poveri. Morì nel 1515 e il suo culto è stato confermato nel 1845. Nelle immagini: la tela che ricorda il «miracolo delle rose»; si narra che, mentre dava pane ai poveri, il marito la scoprì, ma il cibo si trasformò in fiori.

Biografia:

Paola Gambara nacque a Verola Alghisi, oggi Verolanuova, nel Bresciano, il 3 marzo 1473: fu la primogenita di Pietro Gambara, uomo di grande nobiltà, molto ricco e cristianamente virtuoso, e di Taddea Caterina Martinengo, anch’essa nobile pia. Dopo di lei nacquero altri sei figli: Marietta, che divenne monaca, Ippolita che fu madre di quattordici figli, Laura, vedova, che si dedicò alla redenzione delle giovani di malaffare, Federico, Lodovico e Maddalena. Fin da piccola, Paola si mostrò dedita alla preghiera e alla carità: il suo primo confessore fu Padre Andrea da Quinzano del convento di Sant’Apollonio a Brescia. Nel 1484 il conte Bongiovanni Costa, signore di Bene, scudiero del Beato Amedeo IX, cavaliere di S. Michele dal 1453 e ambasciatore del Duca di Savoia presso la Serenissima Repubblica di Venezia, ospite di casa Gambara, fu colpito dalla purezza e dalle virtù della giovane e la chiese in moglie per il nipote Ludovico Antonio: il desiderio di Paola però era di entrare in convento. I suoi genitori presero tempo e il Conte Costa inviò a parlare con la ragazza il Beato Angelo Carletti da Chivasso: egli la persuase che come moglie e madre sarebbe comunque stata fedele e devota a Dio, grazie alla Fede. Le citò il Duca di Savoia Amedeo IX come esempio di moderazione cristiana in mezzo ai fasti e Paola acconsentì alle nozze. Nell’autunno del 1485 si celebrarono le nozze nel castello di Pralboino. Gli sposi, nella primavera del 1486, con un ricco corteo attraversarono Milano, Alessandria, Asti e Torino dove resero omaggio alla Corte Ducale dei Savoia. Giunsero infine nella città di Bene, città di origine romana col nome di Augusta Bagiennorum, sottoposta alla Signoria del Vescovo d’Asti dal 901 al 1387, occupata dal Duca Amedeo di Savoia, principe del ramo Acaja, divenuta nel  1413 feudo dei Costa di Chieri. 
Paola iniziò la sua vita come Signora di Bene: il marito era di poche parole con lei, ma si mostrava rispettoso, Paola era intenzionata ad essere una buona moglie e a voler bene a quell’uomo che amava la caccia e i banchetti con gli amici. A lei invece i banchetti pesavano e soprattutto i balli, ma era già così ai tempi in cui nel palazzo di Pralboino doveva presenziare a tali ritrovi con i genitori. La contessa scrisse a Padre Angelo Carletti una lettera in cui gli sottoponeva i propositi per le sue giornate:
"Sul far dell’aurora, mi alzerò da letto, mi porterò alla Cappella di casa ove farò le mie orazioni: indi pregherò il Signore e la Beata Vergine per me peccatrice, il mio caro marito e quanti sono della sua e mia casa. Poi dirò a ginocchia piegate il Rosario per le anime dei defunti di tutte e due le famiglie, per amici e conoscenti. Se fossi malata, lo reciterò a letto. Finito il rosario, attenderò alla casa e alle cose del mio Signor Consorte; andrò poi ad ascoltare la Santa Messa dai Frati alla Rocchetta. Ritornata a casa, seguirò gli affari della medesima. Dopo pranzo reciterò l’Officio della Madonna e leggerò il libro mandatomi da lei, Padre Angelo. Seguiranno le mie faccende domestiche e il fare, come potrò, l’elemosina ai poveri. A sera, prima di cena, farò un’altra lezione spirituale e dopo cena, prima di coricarmi, ripeterò il Rosario. Ubbidirò a mio marito, lo compatirò nei suoi difetti e avrò cura che questi non vengano risaputi da nessuno; mi confesserò di quindici in quindici giorni, farò quanto posso per salvare l’anima mia". 
Il suo confessore divenne Padre Crescenzio Morra da Bene.
Erano tempi durissimi per le popolazioni del Piemonte: si susseguivano calamità naturali, carestie, malattie e la miseria era ovunque. Così era a Bene, Trinità e Carrù, nelle terre dei Costa in quegli anni dolorosi quando i poveri  vivevano in misere abitazioni e giunsero a farsi il pane con i gusci di noce. 
La gente si avvicinava alle mura del castello che racchiudeva i granai nelle cantine e le ricchezze dei signori. I  servi gettavano dai bastioni gli avanzi dei sostanziosi pasti e tutti correvano per mettere qualcosa sotto i denti. La morte era una compagna quasi quotidiana di grandi e piccoli; soprattutto i bambini, i più deboli cadevano sotto la sua spietata falce.  Il Conte Costa non gradiva la vicinanza del popolo sofferente, invece Paola soffriva con i poveri e li aiutava, poiché era abituata alla generosità senza riserve praticata nella casa natia dei Gambara a Brescia. 
Paola Gambara fu chiamata in quegli anni a fare da madrina all’Infante ducale Violante di Savoia, figlia del Duca Carlo I e di Bianca di Monferrato.
Nel 1488 giunse la gioia più grande: nacque il figlio tanto desiderato da Paola e da Ludovico Antonio. Fu chiamato Gianfrancesco, in onore del Santo di Assisi cui la contessa era devota e Giovanni in quanto nome di famiglia. In quell’occasione Paola ottenne che il Conte facesse distribuire alla popolazione grandi quantità di cibo.
Nel 1491 la Contessa chiese di aderire al terz’ordine francescano: con l’aiuto del Padre Angelo Carletti ebbe l’approvazione del marito. Sotto gli abiti signorili, ma molto semplici, indossava la tonaca col cordone. Nel 1492 compose una lite tra i cittadini di Bene ed il marito per diritti di acque. 
Gli anni successivi furono però molto amari per la Contessa: l’animo inquieto del Conte trovò il modo di infliggerle gravi umiliazioni. 
Lodovico si invaghì della giovane figlia del Podestà di Carrù e nel 1494 la condusse ad abitare nel Castello di Bene, non curandosi dei sentimenti della moglie: Paola fu rinchiusa, privata della sua libertà. Si cercò di impedirle di fare la carità alla povera gente di Bene: ma nonostante le angherie, i magazzini si aprivano davanti alla serva di Dio e le provviste si moltiplicavano nonostante le donazioni. 
Nel 1495 il figlio Gianfrancesco dovette lasciarla per recarsi a Chieri a studiare le lettere tra i suoi ascendenti paterni: per Paola il distacco da lui fu durissimo; da lì a poco venne a mancare anche Padre Angelo Carletti presso il convento di Sant’Antonio a Cuneo. La Contessa si recò ai funerali e lì cadde malata rimanendo lontana da casa per diversi giorni. Negli anni successivi iniziò ad avere attacchi di emicrania molto forti; visse un momento di serenità quando nel 1500, accompagnata dal marito, potè tornare alla casa natia per rivedere la sua famiglia d’origine. Al suo ritorno a Bene tornò ad aiutare di nascosto la popolazione tormentata dalla fame e dalla carestia. Nel 1504 improvvisamente l’amante del Conte fu colta da strani dolori al ventre: nessuno riusciva ad avvicinarla. Paola andò da lei, la perdonò, la rincuorò e le rimase accanto fino alla morte. Questo comportamento fece sì che nascessero dei sospetti sulla morte della ragazza, ma la Contessa sopportò anche questo oltraggio. Da quel momento iniziarono a verificarsi fatti miracolosi. 
Quando tornò al castello il figlio Gianfrancesco, sedicenne, dopo aver servito alla Corte dei Duchi di Savoia come paggio, il padre si affrettò ad indire un banchetto per festeggiarlo: ad un certo punto mancò il vino, poiché la Contessa ne aveva dato ai poveri convalescenti e ai vecchi. Ludovico si adirò e accusò la moglie di sperperare i suoi averi, ma, ad un cenno di Paola, le botti risultarono nuovamente piene.
Qualche tempo dopo, mentre la Contessa scendeva le scale del Castello con il grembiule colmo di pane da dare ai poveri, fu affrontata da marito che le chiese che cosa portava con sé. Paola, dopo aver mormorato una preghiera, mostrò il pane che si era trasformato in fragranti rose, nonostante fosse pieno inverno. Il Costa, da quel momento, le diede licenza di fare la carità ai poveri.
Nel 1506 Ludovico Antonio divenne gravemente malato e la moglie lo assistette con ogni cura; ottenuta la guarigione, insieme si recarono alla Chiesa degli Angeli di Cuneo per ringraziare il Beato Angelo della sua intercessione: offrirono al convento un calice e due ampolle d’argento oltre ad un generoso lascito in segno di riconoscenza. Il Conte Costa si convertì e divenne un marito presente e fedele.
Nel 1508 Paola Gambara operò la ristrutturazione del Convento della Rocchetta; intanto continuò con le sue opere di carità e di dedizione totale ai poveri. Il 14 gennaio 1515 fu assalita da una febbre improvvisa e violentissima accompagnata da fortissimi dolori al capo: spirò con serenità, dopo essersi confessata ed aver ricevuto l’Eucaristia, il 24 gennaio 1515 e per la gente di Bene fu subito santa: venne sepolta nella chiesa fuori le mura della Rocchetta che tanto aveva amato. 
Nel 1536, durante le guerre tra Francesco I e Carlo V, essendo andata semidistrutta la Chiesa, il corpo di Paola venne trasferito al Castello. Successivamente fu edificata in città l’attuale Chiesa di San Francesco dove i Conti Costa provvidero a costruire una cappella dove collocarono in una preziosa urna la salma, incorrotta e flessibile, della Signora di Bene. 
La devozione crebbe sempre più tra la popolazione e molte guarigioni miracolose si verificarono: il 14 agosto 1845 Papa Gregorio XVI proclamò Beata la Contessa Paola Gambara Costa. 
Nella diocesi di Brescia la sua memoria si celebra il 23 gennaio.

Beato Emmanuele Domingo y Sol, terziario francescano                               25 Gennaio

Ricorrenza:            25 Gennaio
Nazionalità:         Italia
Anno di Nascita:   3 marzo 1473
Anno della Morte: 24 gennaio 1515

Verolanuova, Brescia, 3 marzo 1473 - Binasco, Milano, 24 gennaio 1515

Data in sposa appena dodicenne al signore di Bene Vagienna, nel Cuneese, madre un anno dopo, la beata Paola Gambara Costa continuò a vivere le virtù cristiane in un ambiente dissoluto. Il marito per questo la angheriò e tra le crudeltà che le fece subire ci fu anche la convivenza con la sua amante. Paola era nata nel 1463 in una nobile famiglia di Verola Alghise (oggi Verolanuova), nel Bresciano, dove era ammirata per la devozione e la bellezza. Dopo le principesche nozze (gli sposi furono ricevuti a Torino dal Duca di Savoia), iniziò il calvario, durante il quale ebbe un atteggiamento caritatevole verso chi la maltrattava (a Verolanuova c'è il detto «è stata provata come la beata Paola»). Fu sotto la direzione spirituale del beato Angelo di Chivasso e divenne terziaria francescana, spendendosi per i poveri. Morì nel 1515 e il suo culto è stato confermato nel 1845. Nelle immagini: la tela che ricorda il «miracolo delle rose»; si narra che, mentre dava pane ai poveri, il marito la scoprì, ma il cibo si trasformò in fiori.

Biografia:

Paola Gambara nacque a Verola Alghisi, oggi Verolanuova, nel Bresciano, il 3 marzo 1473: fu la primogenita di Pietro Gambara, uomo di grande nobiltà, molto ricco e cristianamente virtuoso, e di Taddea Caterina Martinengo, anch’essa nobile pia. Dopo di lei nacquero altri sei figli: Marietta, che divenne monaca, Ippolita che fu madre di quattordici figli, Laura, vedova, che si dedicò alla redenzione delle giovani di malaffare, Federico, Lodovico e Maddalena. Fin da piccola, Paola si mostrò dedita alla preghiera e alla carità: il suo primo confessore fu Padre Andrea da Quinzano del convento di Sant’Apollonio a Brescia. Nel 1484 il conte Bongiovanni Costa, signore di Bene, scudiero del Beato Amedeo IX, cavaliere di S. Michele dal 1453 e ambasciatore del Duca di Savoia presso la Serenissima Repubblica di Venezia, ospite di casa Gambara, fu colpito dalla purezza e dalle virtù della giovane e la chiese in moglie per il nipote Ludovico Antonio: il desiderio di Paola però era di entrare in convento. I suoi genitori presero tempo e il Conte Costa inviò a parlare con la ragazza il Beato Angelo Carletti da Chivasso: egli la persuase che come moglie e madre sarebbe comunque stata fedele e devota a Dio, grazie alla Fede. Le citò il Duca di Savoia Amedeo IX come esempio di moderazione cristiana in mezzo ai fasti e Paola acconsentì alle nozze. Nell’autunno del 1485 si celebrarono le nozze nel castello di Pralboino. Gli sposi, nella primavera del 1486, con un ricco corteo attraversarono Milano, Alessandria, Asti e Torino dove resero omaggio alla Corte Ducale dei Savoia. Giunsero infine nella città di Bene, città di origine romana col nome di Augusta Bagiennorum, sottoposta alla Signoria del Vescovo d’Asti dal 901 al 1387, occupata dal Duca Amedeo di Savoia, principe del ramo Acaja, divenuta nel  1413 feudo dei Costa di Chieri. 
Paola iniziò la sua vita come Signora di Bene: il marito era di poche parole con lei, ma si mostrava rispettoso, Paola era intenzionata ad essere una buona moglie e a voler bene a quell’uomo che amava la caccia e i banchetti con gli amici. A lei invece i banchetti pesavano e soprattutto i balli, ma era già così ai tempi in cui nel palazzo di Pralboino doveva presenziare a tali ritrovi con i genitori. La contessa scrisse a Padre Angelo Carletti una lettera in cui gli sottoponeva i propositi per le sue giornate:
"Sul far dell’aurora, mi alzerò da letto, mi porterò alla Cappella di casa ove farò le mie orazioni: indi pregherò il Signore e la Beata Vergine per me peccatrice, il mio caro marito e quanti sono della sua e mia casa. Poi dirò a ginocchia piegate il Rosario per le anime dei defunti di tutte e due le famiglie, per amici e conoscenti. Se fossi malata, lo reciterò a letto. Finito il rosario, attenderò alla casa e alle cose del mio Signor Consorte; andrò poi ad ascoltare la Santa Messa dai Frati alla Rocchetta. Ritornata a casa, seguirò gli affari della medesima. Dopo pranzo reciterò l’Officio della Madonna e leggerò il libro mandatomi da lei, Padre Angelo. Seguiranno le mie faccende domestiche e il fare, come potrò, l’elemosina ai poveri. A sera, prima di cena, farò un’altra lezione spirituale e dopo cena, prima di coricarmi, ripeterò il Rosario. Ubbidirò a mio marito, lo compatirò nei suoi difetti e avrò cura che questi non vengano risaputi da nessuno; mi confesserò di quindici in quindici giorni, farò quanto posso per salvare l’anima mia". 
Il suo confessore divenne Padre Crescenzio Morra da Bene.
Erano tempi durissimi per le popolazioni del Piemonte: si susseguivano calamità naturali, carestie, malattie e la miseria era ovunque. Così era a Bene, Trinità e Carrù, nelle terre dei Costa in quegli anni dolorosi quando i poveri  vivevano in misere abitazioni e giunsero a farsi il pane con i gusci di noce. 
La gente si avvicinava alle mura del castello che racchiudeva i granai nelle cantine e le ricchezze dei signori. I  servi gettavano dai bastioni gli avanzi dei sostanziosi pasti e tutti correvano per mettere qualcosa sotto i denti. La morte era una compagna quasi quotidiana di grandi e piccoli; soprattutto i bambini, i più deboli cadevano sotto la sua spietata falce.  Il Conte Costa non gradiva la vicinanza del popolo sofferente, invece Paola soffriva con i poveri e li aiutava, poiché era abituata alla generosità senza riserve praticata nella casa natia dei Gambara a Brescia. 
Paola Gambara fu chiamata in quegli anni a fare da madrina all’Infante ducale Violante di Savoia, figlia del Duca Carlo I e di Bianca di Monferrato.
Nel 1488 giunse la gioia più grande: nacque il figlio tanto desiderato da Paola e da Ludovico Antonio. Fu chiamato Gianfrancesco, in onore del Santo di Assisi cui la contessa era devota e Giovanni in quanto nome di famiglia. In quell’occasione Paola ottenne che il Conte facesse distribuire alla popolazione grandi quantità di cibo.
Nel 1491 la Contessa chiese di aderire al terz’ordine francescano: con l’aiuto del Padre Angelo Carletti ebbe l’approvazione del marito. Sotto gli abiti signorili, ma molto semplici, indossava la tonaca col cordone. Nel 1492 compose una lite tra i cittadini di Bene ed il marito per diritti di acque. 
Gli anni successivi furono però molto amari per la Contessa: l’animo inquieto del Conte trovò il modo di infliggerle gravi umiliazioni. 
Lodovico si invaghì della giovane figlia del Podestà di Carrù e nel 1494 la condusse ad abitare nel Castello di Bene, non curandosi dei sentimenti della moglie: Paola fu rinchiusa, privata della sua libertà. Si cercò di impedirle di fare la carità alla povera gente di Bene: ma nonostante le angherie, i magazzini si aprivano davanti alla serva di Dio e le provviste si moltiplicavano nonostante le donazioni. 
Nel 1495 il figlio Gianfrancesco dovette lasciarla per recarsi a Chieri a studiare le lettere tra i suoi ascendenti paterni: per Paola il distacco da lui fu durissimo; da lì a poco venne a mancare anche Padre Angelo Carletti presso il convento di Sant’Antonio a Cuneo. La Contessa si recò ai funerali e lì cadde malata rimanendo lontana da casa per diversi giorni. Negli anni successivi iniziò ad avere attacchi di emicrania molto forti; visse un momento di serenità quando nel 1500, accompagnata dal marito, potè tornare alla casa natia per rivedere la sua famiglia d’origine. Al suo ritorno a Bene tornò ad aiutare di nascosto la popolazione tormentata dalla fame e dalla carestia. Nel 1504 improvvisamente l’amante del Conte fu colta da strani dolori al ventre: nessuno riusciva ad avvicinarla. Paola andò da lei, la perdonò, la rincuorò e le rimase accanto fino alla morte. Questo comportamento fece sì che nascessero dei sospetti sulla morte della ragazza, ma la Contessa sopportò anche questo oltraggio. Da quel momento iniziarono a verificarsi fatti miracolosi. 
Quando tornò al castello il figlio Gianfrancesco, sedicenne, dopo aver servito alla Corte dei Duchi di Savoia come paggio, il padre si affrettò ad indire un banchetto per festeggiarlo: ad un certo punto mancò il vino, poiché la Contessa ne aveva dato ai poveri convalescenti e ai vecchi. Ludovico si adirò e accusò la moglie di sperperare i suoi averi, ma, ad un cenno di Paola, le botti risultarono nuovamente piene.
Qualche tempo dopo, mentre la Contessa scendeva le scale del Castello con il grembiule colmo di pane da dare ai poveri, fu affrontata da marito che le chiese che cosa portava con sé. Paola, dopo aver mormorato una preghiera, mostrò il pane che si era trasformato in fragranti rose, nonostante fosse pieno inverno. Il Costa, da quel momento, le diede licenza di fare la carità ai poveri.
Nel 1506 Ludovico Antonio divenne gravemente malato e la moglie lo assistette con ogni cura; ottenuta la guarigione, insieme si recarono alla Chiesa degli Angeli di Cuneo per ringraziare il Beato Angelo della sua intercessione: offrirono al convento un calice e due ampolle d’argento oltre ad un generoso lascito in segno di riconoscenza. Il Conte Costa si convertì e divenne un marito presente e fedele.
Nel 1508 Paola Gambara operò la ristrutturazione del Convento della Rocchetta; intanto continuò con le sue opere di carità e di dedizione totale ai poveri. Il 14 gennaio 1515 fu assalita da una febbre improvvisa e violentissima accompagnata da fortissimi dolori al capo: spirò con serenità, dopo essersi confessata ed aver ricevuto l’Eucaristia, il 24 gennaio 1515 e per la gente di Bene fu subito santa: venne sepolta nella chiesa fuori le mura della Rocchetta che tanto aveva amato. 
Nel 1536, durante le guerre tra Francesco I e Carlo V, essendo andata semidistrutta la Chiesa, il corpo di Paola venne trasferito al Castello. Successivamente fu edificata in città l’attuale Chiesa di San Francesco dove i Conti Costa provvidero a costruire una cappella dove collocarono in una preziosa urna la salma, incorrotta e flessibile, della Signora di Bene. 
La devozione crebbe sempre più tra la popolazione e molte guarigioni miracolose si verificarono: il 14 agosto 1845 Papa Gregorio XVI proclamò Beata la Contessa Paola Gambara Costa. 
Nella diocesi di Brescia la sua memoria si celebra il 23 gennaio.

Santa Angela Merici, terziari francescana                                                   27 Gennaio

Ricorrenza:            27 Gennaio
Nazionalità:         Italia
Anno di Nascita:   21 marzo 1474
Anno della Morte: 27 gennaio 1540

Desenzano sul Garda (Brescia), 21 marzo 1474 – Brescia, 27 gennaio 1540

Angela Merici fondò nel 1535 la Compagnia di Sant'Orsola, congregazione le cui suore sono ovunque note come Orsoline. Le sua idea di aprire scuole per le ragazze era rivoluzionaria per un'epoca in cui l'educazione era privilegio quasi solo maschile. Nata nel 1474 a Desenzano del Garda (Brescia) in una povera famiglia contadina, entrò giovanissima tra le Terziarie francescane. Rimasta orfana di entrambi i genitori a 15 anni, partì per la Terra Santa. Qui avvenne un fatto insolito. Giunta per vedere i luoghi di Gesù, rimase colpita da cecità temporanea. Dentro di sé, però, vide una luce e una scala che saliva in cielo, dove la attendevano schiere di fanciulle. Capì allora la sua missione. Tornata in patria, diede vita alla nuova congregazione, le cui prime aderenti vestivano come le altre ragazze di campagna. La regola venne stampata dopo la morte, avvenuta a Brescia il 27 gennaio del 1540. E' santa dal 1807.

Biografia:

Sant’Angela Merici visse in quel sofferto e nel contempo magnifico periodo storico, conosciuto come “Rinascimento”; periodo che va dalla fine del XIV a tutto il XVI secolo, e che fu l’inizio della civiltà moderna.
E se da un lato vi erano agitazioni e guerre, come quelle dell’imperatore Carlo V (1500-1568), che squassavano l’Europa e che portarono al tristemente famoso ‘Sacco di Roma’ del 6-17 maggio 1527, ad opera dei Lanzichenecchi, soldataglia agli ordini di Carlo V; dall’altro vi era tutto un fiorire di arte, con i più grandi artisti delle varie specialità, come Michelangelo, Raffaello Sanzio, Masaccio, Donatello, Brunelleschi, ecc. 
Ma in quel felice periodo, in cui si manifestava l’umanesimo con la necessità della scoperta del mondo e dell’uomo, in seno alla cristianità ci fu un desiderio di riforma interiore e di rinascita, con il sorgere di numerose congregazioni religiose. 
Come i Gesuiti nel 1534 ad opera di s. Ignazio di Loyola; i Fatebenefratelli fondati nel 1540 da s. Giovanni di Dio; i Somaschi nel 1528 fondati da s. Girolamo Emiliani; i Filippini o Preti dell’Oratorio di s. Filippo Neri (1515-1595), ecc. e sfociando, dopo lo sconquasso creato dalla Riforma Protestante di Martin Lutero († 1545), nel grande e basilare Concilio Ecumenico di Trento (1545-1563). 
In questo quadro di grande movimento educativo e spirituale, per lo più rivolto però alla formazione della parte maschile della società del tempo, s’inserì l’opera di Angela Merici, che si prefiggeva un impegno particolare per la formazione sistematica delle ragazze; nel campo morale, integrando l’educazione ricevuta nelle famiglie, nel campo spirituale, alimentando quella già ricevuta nei monasteri, ma specialmente in campo intellettuale. 

Origini, adolescenza

Angela Merici nacque il 21 marzo 1474 a Desenzano sul Garda (Brescia), allora territorio della Repubblica di Venezia, suo padre Giovanni Merici e la madre, appartenente alla distinta famiglia dei Biancosi di Salò, ricavavano il necessario per il sostentamento della famiglia, che comprendeva oltre Angela, una sorella più grande e sembra uno o più fratelli, dall’allevamento del bestiame e dalla coltivazione di qualche terreno. 
Il padre Giovanni, “cittadino bresciano”, alquanto istruito, amava leggere alla moglie ed ai figli i primi libri di devozione stampati a Venezia; probabilmente la “Legenda aurea”, celebre raccolta di vite di santi e martiri, scritta dal domenicano Jacopo da Varazze (1220-1298). 
E fu in quelle serate, trascorse ad ascoltare la detta lettura, che Angela conobbe e cominciò ad amare due sante martiri, che divennero i suoi punti di riferimento, santa Caterina d’Alessandria e sant’Orsola con le compagne. 
Verso i 15 anni, dopo aver perso prematuramente la sorella, le morirono entrambi i genitori, pertanto Angela si trasferì nella vicina Salò, accolta nella casa di uno zio materno, uomo di un certo prestigio. 
Gli anni trascorsi a Salò furono preziosi per Angela, perse quell’aria di contadinella ritrosa incantata dalla visione del lago di Garda, ma frequentando le giovani della città, acquistò la naturalezza nell’agire, che le consentirà in futuro di stare alla pari con le dame della borghesia e della nobiltà. 
Disapprovava la rilassatezza dei costumi esistente anche a Salò e fu forse in questo periodo che divenne Terziaria Francescana, per avere una vita più austera e penitenziale, secondo i suoi desideri. 
A 20 anni, dopo una permanenza di circa cinque anni a Salò, le morì lo zio e quindi ritornò a Desenzano sul Garda, alla cascina delle “Grezze”, impegnata nelle faccende domestiche, dedicandosi alle opere di misericordia spirituali e corporali secondo le necessità e circostanze e vivendo la sua spiritualità evangelica. 

La giovinezza – Le visioni della “scala celeste” 

Nella cascina partecipò anche ai lavori dei campi, e fu in questa occupazione solitaria, che Angela ebbe la consolazione di una visione celestiale. 
Il primo a raccontarla, fu padre Francesco Landini in una sua lettera del 1566; era il primo pomeriggio di un caldo giorno d’estate, ed Angela, che come al solito durante l’intervallo che si faceva in attesa di una calura più sopportabile, si ritirava in disparte a pregare; si sentì improvvisamente rapita in Dio e vide il cielo aprirsi con una processione di angeli e vergini a coppie alternate, gli angeli suonavano, le vergini cantavano; nella sfilata vide la sorella defunta, che le preannunciava che sarebbe stata la fondatrice di una Compagnia di vergini. 
L’iconografia della santa, ha rappresentato la visione come una scala fra terra e cielo, simile a quella di Giacobbe, con la processione delle vergini e degli angeli che la percorreva. 
Nel 1516 i superiori francescani da cui Angela dipendeva come Terziaria, le proposero di trasferirsi a Brescia, per assistere la vedova Caterina Patendola, rimasta anche senza figli. Angela Merici obbedì docilmente, certa che il Signore in qualche modo le avrebbe indicato la sua futura strada. 
Intanto la tradizione popolare indica, che una seconda visione avvenne in località Brudazzo, sulle colline fra Desenzano e Padenghe, e anche qui vi fu una lunga teoria di angeli e vergini, fra le quali Angela riconobbe una sua amica da poco morta in giovane età. La voce misteriosa questa volta precisava che la Compagnia sarebbe dovuta sorgere a Brescia, ordinandole di farlo “prima di morire”; infatti Angela Merici indugerà fino ai sessant’anni prima di fondare la Compagnia, impresa di cui avvertiva tutte le difficoltà. 
Nella casa ospitale di Caterina Patendola, in cui portò la sua parola calda, vibrante, confortevole, riuscì a placare l’immenso dolore della vedova che aveva perso anche i due figli; qui conobbe anche Girolamo, nipote dei Patendola, che sarà il futuro fondatore dell’Ospedale degli Incurabili di Brescia, inoltre Giacomo Chizzola e Agostino Gallo, anch’essi impegnati nell’organizzazione dello stesso ospedale. 
Angela instaurò con loro un’amicizia che durerà tutta la vita; diventando l’animatrice spirituale di un laicato impegnato in opere e iniziative di carità, a cui lei apporterà il contributo della sensibilità femminile. 


I primi gruppi femminili - I suoi viaggi e pellegrinaggi 

Suor Angela, come si faceva chiamare indossando l’abito del Terz’Ordine francescano, dopo qualche mese lasciò la casa dei Patendola e man mano fu ospitata in altre case private di Brescia, fra cui quella di Antonio Romano in via S. Agata. 
Si guadagnava da vivere con il proprio lavoro di cucito e di filatura e con i servizi domestici; lavori umili tali da non essere stati annotati da testimoni diretti, perché usuali per le donne di modesta condizione del tempo. 
A Brescia poteva frequentare più assiduamente le chiese, accostarsi di più ai Sacramenti, coltivare il numero sempre crescente di amicizie femminili; intorno a lei ormai si radunavano gentildonne e popolane, attratte dalla sua saggezza e disposte a collaborare alle opere di bene, specie a favore della gioventù femminile. 
È di questo periodo, la parentesi dei suoi viaggi e dei pellegrinaggi fatti a piedi o con i mezzi precari del tempo, l’iconografia più diffusa la ritrae infatti con l’abito e il bastone da pellegrina. 
Il primo fu quello compiuto a Mantova nel 1522, per venerare la tomba della beata Osanna Andreasi da lei molto ammirata; poi salì una prima volta al Sacro Monte di Varallo; nel 1524 in compagnia del signor Romano che l’ospitava e di un cugino, raggiunse Venezia e qui s’imbarcò per la Terra Santa, meta indispensabile per quanti, desiderosi d’intraprendere una strada di perfezione e carità, volevano attingere forza ed emozioni, alle sorgenti del Cristianesimo. 
Ma in quell’occasione si verificò un fatto straordinario, Angela Merici mentre la nave si approssimava alla meta, fu colpita da una malattia agli occhi che le fece perdere improvvisamente la vista. 
Poté vedere il Paese di Gesù solo con gli occhi dell’anima, infatti riacquisterà la vista soltanto nel viaggio di ritorno, davanti ad un crocifisso a Creta; Angela prese questa malattia che l’aveva impedita di vedere i Luoghi Santi, per i quali aveva intrapreso il lungo e disagevole viaggio, come un segno della Provvidenza che conduce le anime per vie imperscrutabili.
Sbarcata a Venezia preceduta dalla sua fama, si voleva trattenerla per il bene degli ospedali e orfanotrofi della Serenissima, ma lei intenzionata più che mai a realizzare a Brescia il comando celeste ricevuto nelle visioni, quasi se ne scappò per ritornare nella città d’origine. 
Anche nel 1525, quando si recò a Roma per il Giubileo e fu ricevuta da papa Clemente VII che voleva trattenerla a Roma, suor Angela dovette ritornarsene in tutta fretta per evitare l’ordine del pontefice. 
Nel 1529 si trasferì momentaneamente a Cremona, ospite della famiglia Gallo, che l’aveva invitata per sfuggire all’eventuale assedio delle truppe di Carlo V, che due anni prima avevano devastato Roma; nel 1533, ritornata a Brescia, trovò ospitalità in una casetta di proprietà dei Canonici Lateranensi, presso la Chiesa di Sant’Afra; nello stesso 1533 compì un secondo pellegrinaggio al Sacro Monte di Varallo, concludendo la serie dei suoi viaggi. 

La fondazione della ‘Compagnia’
Dopo tante riflessioni, ormai era giunto per lei il tempo di operare, già nel 1532 Angela di Salò, come si firmava, chiedeva alla Santa Sede di essere esonerata dalla sepoltura in una chiesa francescana come tutte le Terziarie, optando per quella di Sant’Afra martire. 
Non era un rinnegare l’appartenenza al Terz’Ordine francescano, tanto che ne porterà l’abito fino alla morte e con esso verrà sepolta, ma volle prendere per sé e soprattutto per le sue figlie spirituali che l’affiancavano, una certa distanza, in prospettiva di una futura vita consacrata organizzata autonomamente, che sentiva ormai di costituire per il gruppo. 
Angela aveva colto nei suoi tanti incontri, un’esigenza particolare delle giovani, che aspiravano ad una totale consacrazione, ma fuori dello schema del tradizionale chiostro, e il Terz’Ordine Francescano, non contemplava l’impegno della verginità a vita, né poteva tutelarle dalle pressioni dei parenti che volevano maritarle, né dei padroni presso i quali molte di loro lavoravano. 
Occorreva allora una “Compagnia”, nome in uso a quel tempo, indicante qualsiasi associazione religiosa di laici o laiche e anche di sacerdoti, che senza entrare in un Ordine religioso, si univano tra loro, impegnandosi a vivere integralmente il Vangelo e a servire il prossimo in particolari opere di carità. 
Così nello stesso anno 1533, Angela Merici a quasi 60 anni, costituì la “Compagnia delle dimesse di Sant’Orsola”; si dicevano “dimesse” perché non vestivano l’antico e nobile abito delle monache; e “di Sant’Orsola”, perché, non avendo esse la protezione delle mura di un convento, dovevano vivere nel mondo e restare fedeli a Cristo, proprio come la giovane principessa della Britannia, uccisa dai pagani insieme alle numerose compagne e il cui culto era molto vivo anche a Brescia. 
Così Angela e le prime dodici collaboratrici, Simona, Laura, Peregrina, Barbara, Chiara, ecc. presero a riunirsi nell’oratorio fatto restaurare e messo a disposizione da Elisabetta Prato, nella sua casa vicino al Duomo di Brescia. 
Angela dal canto suo continuò a condurre una vita di penitenza, dormiva per terra su una stuoia, che di giorno conservava arrotolata in un angolo, usando un pezzo di legno per guanciale; si nutriva di legumi e frutta, mangiava il pane due volte la settimana, mai la carne, beveva un po’ di vino solo a Natale e Pasqua. 
La sua fama di santità cresceva enormemente e a lei per consigli e spiegazioni sul Vecchio e Nuovo Testamento, si rivolgevano sacerdoti, religiosi, predicatori e teologi. 
Il 25 novembre 1535, festa di un’altra santa da lei amata fin dall’infanzia, s. Caterina d’Alessandria, le prime 28 giovani, furono ammesse nella “Compagnia delle dimesse di Sant’Orsola”, la cui Regola scritta da Angela Merici, fu approvata dal vicario generale del vescovo di Verona l’8 agosto 1536. 
Successivamente nel 1544 papa Paolo III ne approvava la Regola, elevando la Compagnia a Istituto di diritto pontificio, permettendola così di uscire dai confini diocesani. 
Nel 1537, la Compagnia aveva eletto, prima superiora a vita, maestra e tesoriera, la fondatrice Angela Merici, la quale oltre la Regola, aveva dettato al fedele Gabriele Cozzano, cancelliere della Compagnia, altre due brevi opere, i “Ricordi” per le ‘colonnelle’ cioè per le superiore di quartiere e il “Testamento” per le nobili matrone, dette anche ‘governatrici’, che avevano la funzione di amministrare e proteggere l’Istituto. 

La sua morte – L’eredità spirituale 

Nel 1539 Angela fu colpita da una malattia, che fra alti e bassi la condusse alla morte il 27 gennaio 1540; per trenta giorni, i canonici di Sant’Afra e quelli del Duomo, si contesero l’onore di seppellire nella propria chiesa, l’ex contadinella di Desenzano; la spuntarono quelli di sant’Afra e oggi la chiesa, dove riposano le sue spoglie, si chiama Santuario di Sant’Angela, meta di continui pellegrinaggi provenienti specialmente dal mondo orsolinico; la chiesa, distrutta in gran parte dai bombardamenti del 1945, è stata ricostruita nel 1953. 
Nel testamento spirituale, Angela tratteggiò le linee essenziali del suo metodo educativo, basato tutto nel rapporto di sincero amore tra educatore ed educando e sul pieno rispetto delle libertà altrui. 
Così lasciò scritto alle sue Orsoline: “Vi supplico di voler ricordare e tenere scolpite nella mente e nel cuore, tutte le vostre figliole ad una ad una; e non solo i loro nomi, ma ancora la condizione e indole e stato e ogni cosa loro. Il che non vi sarà difficile, se le abbracciate con viva carità… Impegnatevi a tirarle su con amore e con mano soave e dolce, è non imperiosamente e con asprezza, ma in tutto vogliate essere piacevoli. 
Soprattutto guardatevi dal voler ottenere alcuna cosa per forza; perché Dio ha dato a ognuno il libero arbitrio e non vuole costringere nessuno, ma solamente propone, invita e consiglia…”.

Sugli altari

Nel 1568 furono raccolte le deposizioni di quattro testimoni che avevano conosciuto Angela, ma dovettero trascorrere altri due secoli, prima che un’orsolina claustrale di Roma, si facesse postulatrice della causa di beatificazione, ottenendo il decreto di conferma del culto come Beata, il 30 aprile 1768, da parte di papa Clemente XIII. 
Il 24 maggio 1807, Angela Merici fu proclamata Santa da papa Pio VII e papa Pio IX nel 1861, ne estese il culto a tutta la Chiesa universale. 
Una statua scolpita nel 1866 dallo scultore Pietro Galli, la ricorda nella Basilica di S. Pietro in Vaticano. Nella liturgia ebbe varie date di celebrazione, prima il 31 maggio, poi dal 1955 il 10 giugno e infine il 27 gennaio, giorno della sua morte. 


La Congregazione delle Orsoline

La “Compagnia delle dimesse di sant’Orsola”, prima congregazione secolare femminile sorta nella Chiesa, con la sua Regola fu l’origine di varie congregazioni religiose. 
Già in vita, Angela vedendo aumentare attorno a sé una famiglia così numerosa e avendo un desiderio grande di servire Cristo in ogni bisognoso, fondò ben 24 rami di Orsoline, dette poi anche ‘Angeline’, che dopo la sua morte furono raggruppate in tre soli settori: le “Orsoline secolari” che vivono nelle famiglie proprie e si dedicano ad ogni opera di misericordia nelle parrocchie in cui vivono; le “Orsoline collegiali” che conducono vita comune e si dedicano all’istruzione della gioventù, gestendo appunto dei collegi; le “Orsoline claustrali” che sono di vita contemplativa. 
Tra le Congregazioni sorte sull’esempio della Compagnia di Sant’Orsola, ma con abiti e costumi diversi, ne ricordiamo alcune: Orsoline di San Carlo, sorte a Milano nel 1566; Orsoline di Sant’Orsola, più rami fondati in Francia tra il 1612 e 1632; Orsoline di Maria Immacolata, fondate a Piacenza nel 1649; Orsoline di Gesù o Figlie dell’Incarnazione, fondate in Vandea nel 1802; Orsoline Gerosolimitane di Maria Immacolata, sorte a Bergamo nel 1818; Orsoline Figlie di Maria Immacolata, sorte presso Acqui nel 1854; Orsoline del Sacro Cuore di Gesù Agonizzante fondate nel 1920; Orsoline del Sacro Cuore fondate a Parma nel 1575; Orsoline dell’Unione Romana sorte nel 1878; e tante altre anche di più recente fondazione.

Beato Stupa da Siena, terziario francescano                                             28 Gennaio

Ricorrenza:            28 Gennaio
Nazionalità:         Italia
Anno di Nascita:   + 1415
Anno della Morte: ==


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Biografia:

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Santa Giacinta Marescotti                                                                 30 Gennaio

Ricorrenza:            30 Gennaio
Nazionalità:         Italia
Anno di Nascita:   6 Marzo 1585
Anno della Morte: 30 Gennaio 1640

Santa Giacinta Marescotti, al secolo Clarice (Vignanello, 6 marzo 1585; † Viterbo, 30 gennaio 1640) è stata una religiosa italiana appartenente al Terzo Ordine francescano. È stata proclamata santa da papa Pio VII nel 1807.
Biografia:

Figlia del Conte Marcantonio Marescotti e di donna Ottavia Orsini (il cui padre aveva realizzato il Parco dei Mostri di Bomarzo), studiò, assieme alle sue due sorelle Ginevra e Ortensia, al Convento di San Bernardino a Viterbo. Al termine degli studi Ginevra rimase in convento e prese il nome di Suor Immacolata.

Clarice e Ortensia furono introdotte nelle migliori case. Clarice era molto attratta dal giovane Paolo Capizucchi ma egli chiese la mano della sorella minore Ortensia.

Clarice ne rimase sconvolta e dopo qualche settimana la famiglia la costrinse a raggiungere la sorella Suor Immacolata a San Bernardino. Lì prese i voti adottando il nome di Suor Giacinta.

Fu una conversione soltanto esteriore: in convento suor Giacinta tenne atteggiamenti contrari alla disciplina della devozione.

Anziché vivere in una cella, si fece arredare un intero appartamento nello stile delle sue stanze a Vignanello, ed era servita da due giovani novizie.

Condusse vita mondana e licenziosa fino al 1615, quando, in seguito ad una malattia e ad alcuni lutti famigliari, entrò in una crisi spirituale. Si ritrovò sola e gridò forte:

« O Dio ti supplico, dai un senso alla mia vita, dammi la speranza, dammi la salvezza! »

Era profondamente sincera e Dio la ascoltò.

Il giorno dopo venne a trovarla il Padre confessore e la notte seguente Suor Giacinta trascorse l'intera notte pregando, e provò una serenità ultraterrena. Si convertì e si diede ad esercizi di penitenza e di perfezione cristiana.

Per suor Giacinta cominciano ventiquattro anni straordinari e durissimi vissuti in totale povertà e di continue penitenze, con asprezze oggi poco comprensibili, ma che rivelano energie nuove e sorprendenti. Dalle due camerette raffinate lei passa a una cella derelitta per vivere di privazioni e da lì compie un'opera singolare di "riconquista". Personaggi lontani dalla fede vi tornano per opera sua, e si fanno suoi collaboratori nell'aiuto ad ammalati e poveri.

Un aiuto che Giacinta la penitente vuole sistematico, regolare, per opera di persone fortemente motivate. Questa mistica organizzò vari istituti assistenziali come quello detto dei "Sacconi", dal sacco che i confratelli indossano nel loro servizio, che aiuta poveri, malati e detenuti, opera che fu attiva fino al XX secolo e come quello degli Oblati di Maria, chiamati a servire le persone anziane.

Dedicò il resto della sua vita ad aiutare il prossimo. Dall'interno della clausura, muoveva le fila di una fitta rete di aiuti ai poveri di Viterbo, e aiutata dal cittadino Francesco Pacini fece nascere una confraternita laicale, detta dei Sacconi, col fine di portare elemosine e soccorsi ai poveri. Morì nella sua umile cella il 30 gennaio 1640.

Culto

Il corpo è esposto nella chiesa oggi a lei dedicata del Monastero di San Bernardino, a Viterbo.

Beata Ludovica Albertoni                                                                  31 Gennaio

Ricorrenza:            31 Gennaio
Nazionalità:         Italia
Anno di Nascita:   1474
Anno della Morte: 31 Gennaio 1533

Beata Ludovica Albertoni (Roma, 1474; † Roma, 31 gennaio 1533) è stata una religiosa e mistica italiana.
Biografia:

Esponente di un'illustre famiglia romana, figlia di Stefano e Lucrezia Tebaldi, patrizi romani, rimase presto orfana del padre.

A venti anni, contro i suoi desideri, fu data in sposa al nobile Giacomo della Cetera, che comunque amò devotamente e dal quale ebbe tre figlie.

Nel 1506 a 32 anni, rimase vedova, entrò nel Terz'Ordine Francescano, vivendo una vita tutta dedicata alla preghiera, meditazione, penitenza e opere di misericordia, come quelle di dare una dote per maritare le ragazze povere e la visita ai poveri ammalati nei loro miseri tuguri. Con la sua generosità diede fondo a tutti i suoi beni, fra la contrarietà dei parenti per tanta liberalità. Il Signore le diede il dono dell'estasi.

È morta a Roma il 31 gennaio 1533.

Culto

Il 17 gennaio 1674, in occasione della traslazione della sua salma nel sepolcro marmoreo della Chiesa di San Francesco a Ripa, venne effettuata la prima ricognizione delle sue reliquie.

Febbraio

Nominartivo                                                                                                                                            Ricorrenza

Santa Verdiana terziaria francescana                                                        1 Febbraio

Ricorrenza:            1 Febbraio
Nazionalità:         Italia
Anno di Nascita:   1182
Anno della Morte: 1° febbraio 1242

Castelfiorentino, 1182 - Castelfiorentino, 1° febbraio 1242

Verdiana nacque a Castelfiorentino da nobile famiglia, per quanto decaduta, nel 1182 ed è coetanea di san Francesco d'Assisi che, secondo la tradizione, le fece visita nel 1221 ammettendola al Terz'ordine francescano. Dopo un pellegrinaggio a Compostela, tornata a Castelfiorentino i suoi concittadini le fecero erigere una piccola cella nella quale Verdiana trascorse 34 anni. Da una piccola finestra assisteva alla Messa dell'attiguo oratorio di Sant'Antonio e parlava con i visitatori. Si racconta che nel giorno della sua scomparsa, il 1° febbraio 1242, la morte venne annunciata dall'improvviso e simultaneo suono delle campane del paese che erano azionate da nessuno.
Biografia:

S. Verdiana (o Veridiana e Viridiana) è personaggio ben diverso da quello immortalato da Luis Bunuel in uno dei suoi film più caratteristici. La santa nacque a Castelfiorentino nel 1182, ed è perciò coetanea di S. Francesco d'Assisi, che secondo la tradizione le fece visita nel 1221, ammettendola al Terz'ordine Francescano. Benchè decaduta, la nobile famiglia degli Attavanti da cui ella nacque a Castelfiorentino godeva ancora di un certo prestigio. Un ricco parente la volle perciò accanto come amministratrice. Dedita però fin dall'infanzia all'orazione e all'astinenza, ella non poteva concepire questo suo incarico che come un'accresciuta possibilità di esercitare la carità.
Qualche volta la Provvidenza dovette intervenire con dei prodigi. Si racconta che un giorno suo zio aveva accumulato e rivenduto una certa quantità di derrate, il cui prezzo era salito alle stelle a causa di una grave carestia. Ma quando il compratore si presentò a ritirare il materiale acquistato, il magazzino risultò vuoto, perché nel frattempo Verdiana aveva donato tutto ai poveri. L'irritata reazione dello zio ebbe come unica risposta l'invito ad attendere ventiquattr'ore: effettivamente il giorno dopo Dio premiava la carità e la confidenza della fanciulla facendo ritrovare intatto il raccolto così generosamente donato.
Verdiana si recò poi in pellegrinaggio a Compostella, presso la tomba di S. Giacomo, che insieme a Roma era la grande meta dei pellegrini, specie dopo la perdita definitiva della Terrasanta. Ritornata a Castelfiorentino e sentendo vivo desiderio di solitudine e di penitenza, i suoi paesani, per trattenerla vicino, le edificarono in riva all'Elsa, attigua all'oratorio di S. Antonio, una celletta nella quale S. Verdiana rimase reclusa per 34 anni. Da una finestrella assisteva alla Messa, parlava con i visitatori e riceveva lo scarso cibo di cui si nutriva. Attraverso questo spiraglio, secondo una tradizione raccolta pure dai pittori, penetrarono negli ultimi anni della sua vita due serpenti, che tormentarono la santa, la quale, ad accrescimento delle sue mortificazioni, mai ne rivelò la presenza.
Si racconta che la sua pia morte, avvenuta il 1° febbraio 1242, venne annunciata dal suono improvviso e simultaneo delle campane di Castelfiorentino non mosse da mano umana. Il culto di S. Verdiana, rappresentata con gli abiti della congregazione Vallombrosana, venne approvato da Clemente VII nel 1533 ed è tuttora popolare in Toscana.

Beato Giovannello da Cortona                                                              1 Febbraio

Ricorrenza:            1 Febbraio
Nazionalità:         Italia
Anno di Nascita:   1297
Anno della Morte: ==

A Cortona, il beato Giovannello da Cortona, Confessore del Terz'Ordine, illustre per miracoli (1227).
Biografia:

Il Vandingo (Wadding) nei suoi Annali Francescani, Tomo 5 anno 1927, Num. 29 rammenta con lode il beato Giovannello addetto al Terz'Ordine francescano, che fioriva in Cortona in quell'anno 1297. Tace il mentovato scrittore le azioni di questo Servo del Signore, come l'anno della di lui morte, e soltanto racconta, che dopo il passaggio della di lui Gloria eterna, fu rivelato a S. Margherita da Cortona che la di lui Anima goveva de' Beni incomprensibili del Paradiso. L'Arturo nel suo Martirologio ne fa menzione sotto questo giorno con dire Cortonae B. Ioannelli Terziarii Confessoris (1).

Lo Jacobilli in  Vite dei Santi e dei beati dell'Umbria etc.  narrando di S. Margherita da Cortona scrive: 

"A suo esempio presero il terz'habito francescano li beati Pietro Antonio, Evangelista, e Giovannello da Cortona; con il caritativo sussidio de' Cortonesi, la B. Margarita edificò in quella Patria, nella detta casa, dove ultimamente abitava, l'Hospidale di S. Maria della Misericordia, & ella in beneficio de' poveri, e dell'infermi impiegò se stessa, i suoi lavori, e con il mendicar per le porte della Città; che dopo alcuni anni lasciò quelle dure imprese per ordine divino, e si diede maggiormente alla ritiratezza, & alla contemplazione". Niente esclude che in quest'Opere di Carità intraprese da S. Margherita, essa sia stata sorretta dall'aiuto dei beati Pietro Antonio, Giovannello, Gilia e Adriana, e di tanti altri terziari francescani di cui non conosciamo il nome.

Beati Conòr O’ Devan  e Patrizio O’Lougham                                        1 Febbraio

Ricorrenza:            1 Febbraio
Nazionalità:         Irlanda
Anno di Nascita:   ==
Anno della Morte: ==

condannati per la fede cattolica, sotto il re Giacomo I (1612).
Biografia:

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Beato Andrea Carlo Ferrari terziario francescano                                        2 Febbraio

Ricorrenza:            1 Febbraio
Nazionalità:         Italia
Anno di Nascita:   13 agosto 1850
Anno della Morte: 2 febbraio 1921

Prato Piano, Parma, 13 agosto 1850 - Milano, 2 febbraio 1921

Cardinale arcivescovo di Milano dal 1894 alla morte avvenuta nel 1921, Andrea Ferrari era originario della diocesi di Parma. In precedenza vescovo di Guastalla e di Como, all’arrivo nella diocesi ambrosiana prese anche il nome di Carlo in onore del Borromeo.
Il governo del nuovo arcivescovo è molto dinamico e in sintonia con il pontificato di Leone XIII.Visita più volte l’estesa diocesi, sulla scia della Rerum Novarum si interessa ai problemi sociali, promuove la partecipazione dei cattolici alle elezioni amministrative con propri esponenti. In occasione delle agitazioni represse da Bava Beccaris è vicino al popolo al punto da essere considerato un sovversivo. L’elezione di Pio X che favorì le correnti e gli organi di stampa dell’antimodernismo segnò una svolta nel suo episcopato. Dapprima vennero attaccati esponenti del clero e del laicato ambrosiano favorevoli al liberalismo. Poi la polemica prese di mira lo stesso arcivescovo. Il cardinale giustamente difende la sua diocesi ma non riesce a dissipare la cortina di incomprensione con il pontefice. Il dissenso in realtà nasce anche da un diverso atteggiamento verso il mondo e da un progetto pastorale alternativo. Negli ultimi anni di vita l’arcivescovo riprende a governare la diocesi con rinnovato vigore.
Esorta i fedeli a sostenere i soldati impegnati nella prima guerra mondiale, sostiene la fondazione della Compagnia di san Paolo e dell’Università Cattolica. Ha scritto di lui l’arcivescovo Martini: «Il cardinal Ferrari fu un 'grande costruttore'. Iniziative sopra iniziative, viaggi sopra viaggi, programmi sopra programmi». Egli mirava all’immediato, ma anche a una pastorale a lungo termine.
Biografia:

Nato a Lalatta, frazione del comune di Prato Piano (Parma) nell'agosto 1850, Andrea Ferrari percorse la normale "carriera" ecclesiastica del tempo. Accolto presso il seminario di Parma, nel '73 venne ordinato sacerdote; l'anno dopo venne nominato parroco, successivamente vicerettore al seminario di Parma e professore di fisica e matematica; in seguito divenne rettore dello stesso istituto. Nel 1890 venne eletto vescovo di Guastalla, e fu trasferito poi a Como; successivamente Leone XIII lo nominò cardinale destinandolo, nel 1894, alla diocesi di Milano dove Andrea Ferrari rimase fino alla morte (1921).
Fu un pastore molto attivo; ma talvolta la sua opera e i suoi scritti suscitarono contrasti e richiami. Nel 1911 dovette affrontare prima una visita canonica e poi anche la sospensione della parola perché, in alcuni ambienti più conservatori, era ritenuto vicino alle idee moderniste. Tale posizione in seguito venne chiarita: il santo vescovo era infatti attento alla parola del papa e rispettoso della Chiesa. Ebbe a scrivere: "Nessun altro magistero al mondo può essere paragonato a quello del Romano Pontefice, a cui fu promessa la speciale assistenza dello Spirito Santo, che è Spirito di Verità. Si dice: Ma il papa è un uomo! Ma una cosa io veggo e sento, ed è la mano di Dio che a mostrare la sua potenza elegge le cose ignobili e spregevoli e che dalle pietre istesse può suscitare figliuoli di Abramo".
Svolse, nella sua diocesi, una intensissima vita pastorale visitando tutti gli ambienti, gruppi e associazioni, classi e strati sociali.
La sua era una presenza instancabile, con la parola, con le lettere pastorali, con le direttive. "Portiamo agli Esercizi con noi tutto il nostro buon volere, grande generosità di cuore, ferma risoluzione di mantenere assoluto e rigoroso silenzio senza del quale gli Esercizi sarebbero un perditempo e un controsenso. Però nessuno creda che per mantenere raccoglimento e silenzio occorra recarsi qua o là a fare gli Esercizi da solo. Anzi, il più delle volte (come lo mostra l'esperienza) è allora che più facilmente manca il valido sussidio alla parola viva assai più efficace di quella che leggiamo sui libri".
Sapeva cogliere e valorizzare nei suoi sacerdoti gli aspetti umani, ma era anche inflessibile, perché dava un giusto valore alla disciplina. Inoltre teneva molto alla loro preparazione culturale.
Di lui si conservano moltissimi documenti scritti; si calcola che abbia tenuto circa 20 mila discorsi. Dotato di forte intelligenza, affrontava i problemi con immediatezza ma con calma e con serenità.
Un posto di rilievo nella sua spiritualità lo ebbero l'Eucaristia e la Vergine Maria.
Fu tra i primi vescovi che si interessarono ai problemi sociali nella scia della enciclica Rerum Novarum di Leone XIII; istituì, nel seminario, una cattedra di economia sociale affidandola al professor Giuseppe Toniolo, reputato uno dei più preparati studiosi. Narra un suo biografo: "Proprio per venire incontro ai nuovi problemi creati dall'industria, aveva istituito i "Cappellani del lavoro". Venuto dal popolo, seppe alzare ripetutamente e fieramente la voce di pastore vigile contro i latifondisti e i padroni delle officine a difesa dei diritti dei lavoratori e del rispetto dovuto alla persona umana. I padroni (diceva con accenti che, dopo molti secoli, echeggiavano ancora le parole di sant'Ambrogio) non abbiano gli operai in conto di schiavi, ma li riguardino come fratelli, rispettando pur in loro l'immagine del Salvatore Divino. Retribuiscano l'operaio con giusta mercede".
Non si limitava soltanto a esprimere idee, ma, nella sua diocesi, per affrontare i momenti difficili in cui l'ltalia cercava un suo assestamento economico, diede il suo patrocinio e aiutò la fondazione di leghe operaie, agricole, industriali, società di mutuo soccorso, casse rurali. Ebbe molto a cuore anche la stampa: avviò la fondazione di un giornale, "L'Unione", che in seguito divenne un diffuso quotidiano con il nome "L'Italia".
Durante la campagna antimodernista, avviata con dura intransigenza dai periodici "La Riscossa" di Vicenza e "La Liguria" di Genova, subì una forte contestazione: anche in queste difficili circostanze difese chiaramente, nella sua diocesi, la posizione del suo clero e dei fedeli.
In quel periodo, dato che Pio X era "blindato" da una segreteria che non permetteva contatti e tanto meno dialogo, si chiuse in silenzio e in preghiera. "Tra lui e il papa san Pio X era venuta a formarsi una cortina fumogena di malintesi, di dubbi, di sospetti, che altri, all'insaputa dei due santi, in nome di una miope intransigenza e con disinvoltura poco scrupolosa, avevano reso più densa e più cupa. Così avvenne che il santo cardinale ebbe molto da soffrire non solo per la Chiesa, ma dalla Chiesa e precisamente dal papa san Pio X. Al papa pareva non solo che l'arcivescovo di Milano fosse troppo tiepido nella lotta contro il modernismo e troppo remissivo verso i modernisti, ma che talvolta rasentasse la slealtà. Il peggio si è che i sentimenti del papa trapelavano e di bocca in bocca giungevano a Milano, e taluni del clero e del laicato, per dimostrarsi amanti del papa, ritiravano il cuore e la stima dal loro arcivescovo".
In seguito il nuovo papa, Benedetto XV, ebbe parole di attenzione e di forte ammirazione per questo cardinale che nella realtà del lavoro quotidiano sapeva esprimersi con il carisma di una fede indiscussa e di una grande spiritualità.
Andrea Ferrari volle lavorare fino allo stremo delle forze: la malattia cominciò con i sintomi di una raucedine.
Morì il 2 febbraio del 1921. Uno degli ultimi atti ufficiali, già sul letto di morte, fu l'approvazione degli statuti dell'Università Cattolica di Milano. Questo vescovo e cardinale è annoverato tra i grandi santi del nostro secolo: spiriti di Dio che conobbero la sofferenza, le difficoltà ma che, abbracciati a Cristo, contribuirono a esprimere concretamente la ricerca della perfezione umana e cristiana.
E' stato beatificato il 10 maggio 1987. Il martirologio romano lo celebra il 2 febbraio, mentre la Chiesa Ambrosiana e la diocesi di Como lo celebrano il 1° febbraio.

San Giuseppe da Leonessa                                                                   4 Febbraio

Ricorrenza:            4 Febbraio
Nazionalità:         Italia
Anno di Nascita:   8 Gennaio 1556
Anno della Morte: 4 Febbraio 1612

San Giuseppe da Leonessa Desideri, al secolo Eufranio (Leonessa, 8 gennaio 1556; † Amatrice, 4 febbraio 1612) è stato un presbitero, religioso e predicatore italiano
Biografia:

Nacque a Leonessa, Rieti, l'8 gennaio 1556 da Giovanni Desideri e Serafina Paolini. Fu battezzato col nome di Eufranio. Rimasto orfano a 12 anni fu avviato da uno zio agli studi umanistici a Viterbo e poi a Spoleto, dove maturò la sua vocazione religiosa e si ritirò nel conventino delle "Carcerelle" di Assisi, retto dal novello ordine francescano dei cappuccini. Concluso l'anno di noviziato vi emise la sua professione religiosa l'8 gennaio 1573, prendendo il nome di Giuseppe. Contro il suo temperamento forte e volitivo a nulla valsero i tentativi dei parenti per riportarlo a casa. Avviato agli studi manifestò una viva attenzione per la cultura, in funzione di un apostolato serio e illuminato. Amò la dottrina di san Bonaventura, seguendo l'indirizzo cappuccino allora prevalente che vedeva in essa una armoniosa sintesi tra spiritualità contemplativa e apostolato. Si preparò a questo compito con un serio studio della teologia, della Sacra Scrittura e della morale, attento alle esigenze dell'appena concluso Concilio di Trento. Fu ordinato sacerdote ad Amelia il 24 settembre 1580 e continuò la sua preparazione nel convento di Lugnano in Teverina.

Pur sentendosi fortemente attratto dalla vita contemplativa, superò il dilemma azione-contemplazione come san Francesco. A tale proposito così si espresse:

«Colui che ama la vita di contemplazione, ha un grave dovere di uscire nel mondo a predicare, soprattutto quando le idee del mondo sono molto confuse e sulla terra abbonda l'iniquità. Sarebbe iniquo tenere, contro la carità, ciò che solo per carità è stato istituito e donato. »

Ricevette la patente di predicazione dal vicario generale dell'Ordine il 21 maggio del 1581, e padre Giuseppe si dedicò immediatamente ad evangelizzare le povere popolazioni dei villaggi di campagna disseminati sui monti dell'Umbria, Lazio e Abruzzo.

Nel 1587 fu inviato missionario a Costantinopoli per assistere spiritualmente gli schiavi cristiani e gli appestati. Il suo zelo riuscì ad attrarre al cattolicesimo anche un vescovo greco. Parlò anche con lo stesso sultano Murad III per intercedere a favore dei suoi assistiti; ma qui, in odio alla fede, venne catturato e condannato al tormento del gancio. Della sua liberazione poco si sa, del resto il frate cappuccino non raccontò molto della sua esperienza a Costantinopoli. Nel 1589, a 33 anni, ritornò in Italia dove riprese la sua prediletta predicazione itinerante, attraverso l'Abruzzo e l'Umbria, per monti e valli. I compagni che lo seguivano erano messi a dura prova e difficilmente resistevano a quelle continue marce forzate, anche nelle più avverse condizioni climatiche e con assoluta insufficienza di cibo. Giuseppe predicava più volte al giorno e in diversi villaggi e insegnava catechismo ai poveri contadini e ai bambini.

La sua carità si estendeva anche alle carceri, dove assisteva i condannati a morte e cercava sempre, anche a rischio della vita, di portare pace tra famiglie rivali e di eliminare ingiustizie, oppressioni e discordie. Col Crocifisso in mano, impugnato come una spada, non esitava a entrare nella mischia per convincere alla pace e al perdono. Padre Giuseppe attingeva questo ardore dal Tabernacolo, davanti al quale passava molte ore in orazione, e dal Crocifisso che portava di continuo sul petto. Amava piantare grosse e pesanti croci sulle cime dei monti, trasportandole a spalle processionalmente. Così parlava della croce:

« O croce santissima, trasformaci tutti in te. Le radici profondino nei piedi, i rami nelle braccia, la sommità nel capo. Ed acciocché noi siam tutti croce, inchioda i piedi che stiano fermi in Te, lega le mani che altro non operino che Te, aprici il lato e feriscici il petto e toccaci il cuore dell'amore tuo. Fa che noi abbiamo sete di Te, come in Te ebbe sete Cristo di noi. »

Dopo una brevissima permanenza a Leonessa, sfinito dalle fatiche, logorato dalla penitenza e tormentato da un male inguaribile, trascorse gli ultimi giorni nel convento di Amatrice dove a 56 anni incontrò la morte il 4 febbraio 1612, giorno di sabato.


Culto

Le sue spoglie riposano e sono venerate nel santuario a lui dedicato a Leonessa.

Il processo informativo iniziato a Spoleto fu interrotto nel 1615 e ripreso nel 1628. Altri processi informativi vennero promossi ad Ascoli e a Rieti. Il processo apostolico ebbe luogo a Leonessa tra il 1629 e il 1633 e poi ancora tra il 1639 e il 1641. La ricognizione di tutti i processi apostolici avvenne nel 1670. Vennero esaminati anche i numerosi manoscritti, piccoli codici di sottilissima scrittura, quasi tutti attinenti alla predicazione. Fu beatificato da papa Clemente XII il 22 giugno del 1737 e canonizzato il 29 giugno del 1746 da papa Benedetto XIV.

In previsione del VI centenario della morte, il 2 dicembre del 2011 si è conclusa la ricognizione canonica del corpo del santo di Leonessa, iniziata il 21 settembre2011. Il vescovo emerito di Perugia e Città della Pieve, mons. Giuseppe Chiaretti, ha tratto alcuni caratteri salienti della personalità del Santo dalla ricognizione delle spoglie del Santo.[2]

Santa Giovanna di Valois   T.O.R.                                                       4 Febbraio

Ricorrenza:            4 Febbraio
Nazionalità:         Francia
Anno di Nascita:   23 aprile 1464
Anno della Morte: 4 febbraio 1505

Nogent-le-Roi, 23 aprile 1464 – Bourges, 4 febbraio 1505

Giovanna di Valois, o di Francia, fu prima Regina di Francia e poi monaca e fondatrice di un Ordine religioso; è venerata come santa dalla Chiesa cattolica. Era figlia di Luigi XI e di Carlotta di Savoia e sposò nel 1476 il cugino Luigi d'Orléans (il futuro Luigi XII). Dopo l'annullamento del suo matrimonio (1498), ottenne il titolo di duchessa di Berry. Nel 1502 fondò a Bourges l'ordine delle monache Annunziate. Sin dal 1514 papa Leone X consentì alle monache dell'ordine da lei fondato di celebrarne la memoria; papa Benedetto XIV l'ha proclamata beata il 21 aprile del 1742 ed è stata canonizzata il 28 maggio del 1950 da papa Pio XII.
Biografia:

Figlia del re di Francia Luigi XI e di Carlotta di Savoia, nacque il 23 aprile 1464 a Nogent-le-Roy, con gran delusione del padre che desiderava un maschio; il 19 maggio dello stesso anno, a ventisei giorni di età, fu dal padre fidanzata a suo cugino Luigi di Orléans, di due anni.
Deforme e claudicante, a cinque anni è relegata a Linières (Berry) dove il suo maggior piacere è di conversare con la "benedetta Vergine". A sei anni, invitata dal re a scegliersi un confessore, si mette a pregare e ode una voce: "Per le piaghe di mio Figlio tu avrai la madre". Scelse il francescano Giovanni de la Fontaine. A sette anni si sente investita di una missione mariana: "Prima di morire fonderai una Religione in mio onore. E così facendo mi darai gran piacere e mi renderai un servizio".
Malgrado le resistenze di Maria di Clèves, madre del duca d'Orléans, Luigi XI impone il matrimonio (il contratto è firmato da lui il 21 agosto 1476 e da Maria di Clèves il 28), celebrato a Montrichard l'8 settembre 1476.
Sebbene fosse tenuta sempre in disparte dal marito, salvo qualche giorno a Linières e durante i tre anni di prigionia, dopo la "guerra folle" la Bretagna, a Lusignan e soprattutto a Bourges, Giovanna fece tuttavia la sua entrata solenne ad Orléans dopo la liberazione del marito nel 1491, ma fu nuovamente abbandonata quando Luigi seguì Carlo VIII in Italia (1494-95).
Il 7 aprile 1498 Carlo VIII morí e Luigi d'Orléans divenne re con il nome di Luigi XII.
Ben presto egli desiderò liberarsi del legame che gli pesava da ventidue anni, per poter sposare la vedova di Carlo VIII. Assente dalla consacrazione di Reims (27 maggio 1498), Giovanna vide aprirsi, nell'agosto dello stesso anno, il processo canonico di nullità del suo matrimonio. Il 10 agosto 1498 ella risponde alla citazione ricevuta e pronuncia nella chiesa di Saint-Gatien di Tours la sua solenne protesta. Vi è tra la sua testimonianza e quella del re una contraddizione: secondo quanto ella dichiara il matrimomo è stato consumato, mentre suo marito afferma il contrario. Giovanna allora gli chiede il juramentum veritatis e Luigi XII non esita a prestarlo: Giovanna si inchina e il 17 dicembre di quell'anno l'annullamento è pronunciato.
Giovanna confiderà piú tardi al suo confessore: "In guel momento nostro Signore mi fece la grazia che quando udii la notizia, mi mise nel cuore il convincimento che Dio aveva permesso ciò affinché io potessi fare del bene, come avevo tanto desiderato. Ho considerato che ero rimasta con il re mio marito per ventidue anni, durante i quali non avevo potuto fare gran che di bene, né alcuna di quelle cose che avevo desiderio di fare; ora però potrò prendermi la rivincita e varrà h pena di vivere virtuosamente visto che sono sotttatta alla soggezione di un uomo".
Divenuta, il 26 dicembre 1498, duchessa di Berry, il 15 marzo dell'anno successivo Giovanna fa il suo solenne ingresso a Bourges dove inizia una vita di mortificazioni corporali e di generosità senza limiti, amministrando il suo ducato con saggezza e facendo regnare la giustizia. La peste scoppiata nel 1499 e 1500 le permise di dare la misura della sua carità.
Si diede premura per il salario degli operai e rafforzò la dote del collegio S. Maria. Non tardò, però, a compiere la missione di cui si sapeva investita; assicuratasi della collaborazione del p. Gilberto Nicolas (il cui nome nel 1517 sarà mutato da Leone X in quello di Gabriele Maria e che diverrà appunto il b. Gabriele Maria), ella intraprese la fondazione di un Ordine mariano. Si può dedurre che Giovanna la volle realizzare senza ritardo dal fatto che, pur essendole occorso certamente del tempo per informare della sua decisione il buon sacerdote, per sopportare il suo rifiuto, per caderne malata, per convincere il religioso finalmente commosso, per elaborare un programma pratico, tuttavia il 21 maggio 1500 troviamo già il p. Gabriele a Tours in cerca di novizie. Ne raccolse infatti undici, dai nove ai quattordici anni, primizie dell'Annunziata, che la buona duchessa adottò, visitandole ogni sera e associandole alle sue devozioni.
Desiderosa di elaborare una Regola, Giovanna udí di nuovo la sua voce interiore: "Fa scrivere tutto ciò che nel Vangelo è scritto che io ho fatto in questo mondo, fanne una regola trovando il modo di farla approvare dalla Sede apostolica. E sappi che, per tutti coloro che la vorranno osservare, ciò significherà essere nella grazia di Gesú mio figlio e mia e sarà la via sicura per adempire ai desideri di mio figlio e miei". Docile a questa ispirazione il p. Gabriele prende dal Vangelo i dieci capitoli che parlano della Vergine e articola su di essi la Regola che è approvata dalia duchessa e che il p. Morin porta a Roma per l'approvazione. Alessandro VI avrebbe approvato la nuova Regola, ma i cardinali, adducendo il decreto del IV concilio del Laterano che proibiva la fondazione di nuovi Ordini, vi si opposero: era un rifiuto.
Rientrando in Francia il p. Morin ne perde il testo e di ciò Giovanna rimane "profondamente turbata", ma il p. Gabriele si rimette all'opera e porta lui stesso a Roma il nuovo testo della Regola dell'Ordine delle "Dieci Virtú o Piaceri della Vergine Maria". Da principio a Roma si ha la stessa reazione, ma poi, in seguito ad un sogno significativo, il principale oppositore rinuncia alle sue obiezioni e nel febbraio 1501 la Regola è approvata.
Nell'agosto 1502 Giovanna decide di costruire un convento: si presentano nuove vocazioni, alcuni miracoli facilitano la costruzione ed il 20 ottobre 1502 cinque giovinette prendono l'abito dalle mani stesse della buona duchessa assistita dal p. Gabriele e dal p. Girardo. Poco a poco la comunità giunge a comprendere ventuno religiose e Caterina Gauvinelle di Amboise, diviene la prima "madre an cella". Quanto a Giovanna, pur emettendo la professione il 26 maggio 1504, a titolo privato, resta nel mondo fedele al suo sovrano. Il 3 dicembre 1503, con lettere patenti firmate a Lione, Luigi XII aveva approvato la fondazione della "sua carissima e amatissima cugina Giovanna di Francia, duchessa di Berry" prendendo il convento sotto la sua "protezione e salvaguardia speciale". Il 9 novembre 1504 cinque religiose emettono la professione.
L'intenzione della fondatrice di affidare le sue opere ai Frati Minori dell'Osservanza: il 21 novembre successivo le religiose entrano in clausura.
Il 22 gennaio 1505, colpita da un grave malessere, Giovanna fa murare la porta di comunicazione col convento; dal 2 febbraio non può piú comunicarsi e muore la sera del 4.
Sulla sua tomba fioriscono i miracoli; sempre fedele, il padre Gabriele Maria lavora alla diffusione dell'Ordine. Prima delia Rivoluzione francese, l'Annunziata contava quarantacinque case in Francia e nei Paesi Bassi, delle quali rimangono oggi i monasteri di Villeneuve-sur-Lot e di Thiais.
Introdotta da Urbano VIII il 13 maggio 1632 la causa di Giovanna di Valois portò, il 21 aprile 1742, alla beatificazione da parte di Benedetto XIV ed il 28 maggio 1950, giorno di Pentecoste, alla canonizzazione da parte di Pio XII.
L'Ordine dell'Annunziata, essenzialmente mariano, ha come finalità propria "di piacere a Cristo, imitare la Madre sua e da lei apprendere, in tutte le virtú, a vedere il piacere di Dio"; proprio per questo fu desiderio della santa consacrare l'Annunziata ai "Dieci Piaceri della Beata Vergine Maria" e cioè la castità, la prudenza, l'umiltà, la povertà, l'obbedienza, la pazienza, la fede, la devozione, la carità, la pietà.
I monasteri sopravvissuti pubblicano Caritas, Messaggio Mariano di Pace, un bollettino familiare dell'Ordine della Pace fondato da Giovanna e dal b. Gabriele Maria e da loro collegato all'Annunziata.

Beata Pasqualina da Foligno terziaria francescana                                        4 Febbraio

Ricorrenza:            4 Febbraio
Nazionalità:         Italia
Anno di Nascita:   ==
Anno della Morte: 1313

Pasqualina è il nome con cui è stata designata a lungo "la compagna" di Angela da Foligno, delle cui mirabili visioni è stata testimone preziosa: 
Biografia:

la terziaria Pasqualina, morta nel 1313. 
E' stato precisato che il vero nome di Pasqualina è Masazuola

SS. Pietro Battista, Paolo Miki SJ. e compagni martiri                             6 Febbraio

Ricorrenza:            6 Febbraio
Nazionalità:         Italia
Anno di Nascita:   ==
Anno della Morte: +1597

Memoria dei santi Paolo Miki e compagni, martiri, a Nagasaki in Giappone. Con l’aggravarsi della persecuzione contro i cristiani, otto tra sacerdoti e religiosi della Compagnia di Gesù e dell’Ordine dei Frati Minori, missionari europei o nati in Giappone, e diciassette laici, arrestati, subirono gravi ingiurie e furono condannati a morte. Tutti insieme, anche i ragazzi, furono messi in croce in quanto cristiani, lieti che fosse stato loro concesso di morire allo stesso modo di Cristo.
(5 febbraio: A Nagasaki in Giappone, passione dei santi Paolo Miki e venticinque compagni, martiri, la cui memoria si celebra domani). 


Biografia:

Pietro Battista nacque in Spagna nel 1542. Entrato nell'Ordine francescano ed ordinato sacerdote, venne inviato a predicare il Vangelo nell'Estremo Oriente e per molti anni lavorò nelle isole Filippine.

Nel 1593 fu mandato con altri cinque confratelli in Giappone: ivi fecero opera di evangelizzazione e costruirono chiese e ospedali.

Paolo Miki nato a Kioto, in Giappone, nel 1556 entrò giovinetto nella Compagnia di Gesù (diffusasi dopo la predicazione di San Francesco Saverio). Giapponese di lingua e di cultura fu avvantaggiato nella conoscenza della religione buddista e potè quindi sostenere fruttuose discussioni con gli infedeli ed ottenere numerose conversioni.

Improvvisamente, nel 1596, lo Shogun Taicosama decretò l’arresto di tutti i missionari. Paolo venne catturato con altri compagni e condotto in carcere. Subirono tutti raffinate ed umilianti torture, come il taglio dell’orecchio sinistro e l’esposizione allo scherno della popolazione. Infine il 5 febbraio 1597 vennero prima crocifissi e poi trafitti, da due lance incrociate e trapassanti il cuore, su una collina presso Nagasaki.

Questi eroi della fede sono i protomartiri del Giappone e furono canonizzati da Pio IX nel 1862.

Beato Antimo da Urbino terziario francescano                                              6 Febbraio

Ricorrenza:            6 Febbraio
Nazionalità:         Italia
Anno di Nascita:   ==
Anno della Morte: 1480


In Saltara, nel territorio di Pesaro, nelle Marche, il beato Antimo, confessore terziario eremita, chiaro per le opere di pentenza e per i meravigliosi prodigi operati (1438).

Francescano, fratello germano del b. Giovanni, menò vita eremitica e morì a Saltara, nel territorio di Pesaro, nel 1438. E' festeggiato il 6 febbraio. Alcuni gli attribuiscono il nome di Antonio.
Biografia:

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Beata Francesca o Franceschina da Gubbio terziaria francescana                   6 Febbraio

Ricorrenza:            6 Febbraio
Nazionalità:         Italia
Anno di Nascita:   ==
Anno della Morte: 1360

In Gubbio, nell’Umbria, la beata Francesca, o Franceschina, da Gubbio, Vergine Terziaria, la cui sua santità fu comprovata da miracoli (1360).

Biografia:

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San Giovanni da Triora                                                                         7 Febbraio

Ricorrenza:            7 Febbraio
Nazionalità:         Italia
Anno di Nascita:   15 Marzo 1760
Anno della Morte: 7 Febbraio 1816

San Giovanni da Triora, al secolo Francesco Maria Lantrua (Molini di Triora, 15 marzo1760;† Macao, 7 Febbraio1816) è stato un presbitero, missionario e martire italiano. Svolse la sua attività principalmente in Cina, dove morì martirizzato nella città di Changsha nello Hunan: dopo essere stato torturato venne legato a una croce e strangolato.
Biografia:

Figlio di Antonio Maria Lantrua e Maria Pasqua Ferraironi di famiglia benestante. Frequentò le scuole dei Barnabiti a Porto Maurizio dove nacque la sua vocazione. Con fatica ottenne il permesso di recarsi a Roma dove ad accoglierlo trova un altro ligure, Luigi da porto Maurizio, provinciale dei francescani. Il 9 marzo 1777 indossò il saio e iniziò l'anno di prova con il nome di frate Giovanni. Fu ordinato sacerdote nel 1784 e divenne insegnante di Teologia a Tivoli e Tarquinia. Successivamente gli vienne assegnata la responsabilità di Guardiano dei conventi di Tarquinia, Velletri e Montecelio.

La missione in Cina

Nel 1799 partì missionario per la Cina, dopo 8 mesi di viaggio arrivò a Macao e dopo un periodo di formazione nel quale fece propria la cultura cinese, imparò il cinese e portare abiti locali, incominciò la sua opera di evangelizzazione nella provincia dello Hunan; l'attività fu portata avanti con relativa tranquillità fino al 1815, quando venne denunciato al Mandarino perché la sua attività è considerata sovversiva. Il 26 luglio 1815, dopo aver celebrato la sua ultima Messa, vienne arrestato assieme ad altri fedeli cinesi, torturato per fargli rinnegare la propria fede e tenuto in carcere.

Il 7 febbraio 1816 venne condotto al patibolo, prima di essere giustiziato si segno e si inchinò profondamente, al modo dei cattolici cinesi, per cinque volte, a significare il ringraziamento alla Santissima Trinità per la creazione, la redenzione, la vocazione alla fede, la grazia dei sacramenti e per le grazie ricevute.

Venne legato ad una croce e ucciso per strangolamento. Il corpo fu da prima trasportato e sepolto nella Cattedrale di san Paolo a Macao e successivamente traslato a Roma nella Basilica di Santa Maria in Ara Coeli, dove si trova tuttora.

Sant'Egidio Maria di San Giuseppe                                                         7 Febbraio

Ricorrenza:            7 Febbraio
Nazionalità:         Italia
Anno di Nascita:   16 Novembre 1729
Anno della Morte: 7 Febbraio 1812

Sant'Egidio Maria di San Giuseppe, al secolo Francesco Antonio Domenico Pasquale Pontillo, conosciuto anche come Sant'Egidio Maria da Taranto (Taranto, 16 novembre 1729; † Napoli, 7 febbraio 1812), è stato un religiosoitaliano, appartenuto ai Frati Minori Scalzi..
Biografia:

Di umili origini, nacque in una piccola casa del borgo antico di Taranto e dimostrò fin dalla tenera età una fede straordinaria che viveva in ogni istante della sua giornata.

Si iscrisse giovanissimo alla reale arciconfraternita di Maria Santissima del Rosario presso la chiesa di San Domenico Maggiore, perse il padre a 18 anni. Faceva l'umile mestiere del cordaio prima col padre poi dopo la scomparsa del genitore lavorò nella bottega del cognato della madre che si risposò in seguito con un barbiere di Grottaglie con il quale il giovane Francesco visse fino alla sua partenza da Taranto.

Il 27 febbraio 1754 all'età di 24 anni, fu accolto tra i Frati Minori Alcantarini della provincia di Lecce. Iniziò la vita francescana nel convento di Galatone, cambiando il suo nome in Frate Egidio della Madre di Dio. Alla fine dell'anno di prova, il 28 febbraio 1755, fece la sua professione solenne emettendo i tre voti cardini della povertà, obbedienza e castità, modificando il nome in Frate Egidio Maria di San Giuseppe.

Dopo un certo periodo a Galatone, fu trasferito nella Comunità di Squinzano; nel 1759 fra Egidio verrà destinato dai superiori al Convento di San Pasquale a Chiaia in Napoli, che renderà illustre e conosciuto, con la santità della sua vita.

All’inizio ebbe l’incarico di cuoco, poi quello del lanificio conventuale e infine l’ufficio di portinaio, che secondo le regole degli Alcantarini, veniva affidato al migliore dei fratelli laici, perché dal comportamento del portinaio, spesso ne derivava la stima ed il buon nome dei frati.

L’accoglienza, la pazienza, la carità che aveva verso i poveri, che nella grande città erano numerosi e affluivano giornalmente alla porta del convento, fecero sì che il suo nome e le sue virtù, venissero esaltate dagli stessi poveri che le diffusero per tutta Napoli, in fine gli fu affidarono l’incarico di questuante che tenne per 50 anni.

Già sofferente di una grave forma di sciatica, frate Egidio venne colpito da un'asma soffocante e poi da una idropisia di petto, morì il 7 febbraio 1812 fra il cordoglio dell'intera città di Napoli.


Culto

Papa Pio IX il 24 febbraio 1868 lo dichiarò venerabile, mentre Papa Leone XIII lo dichiarò beato il 5 febbraio 1888.

Il 2 giugno 1996, Papa Giovanni Paolo II in Piazza San Pietro a Roma lo canonizzò, attribuendo come miracolo la guarigione da coriocarcinoma uterino della signora Angela Mignogna, nel 1937.

Santa Colette da Corbie  terziaria francescana                                               7 Febbraio

Ricorrenza:            7 Febbraio
Nazionalità:         Francia
Anno di Nascita:   13 gennaio 1381
Anno della Morte: 6 marzo 1447


Corbie (Francia) 13 gennaio 1381 - Gand (Belgio) 6 marzo 1447


Coletta Boylet fu un vero dono del cielo: prima di tutto per i suoi genitori e poi l'intera famiglia delle clarisse. Quando nacque a Corbie in Francia nel 1381 suo padre e sua madre erano convinti che sarebbero rimasti senza figli e decisero così di chiamarla con il nome del santo alla cui intercessione veniva attribuita la sua nascita: san Nicola. Nicoletta – poi Coletta – manifestò da subito il desiderio di vivere da religiosa. A 25 anni comprese che la sua strada era tra le clarisse, ordine che amava e che sentiva la necessità di riformare. Nel 1406, a Nizza, Benedetto XIII le impose il velo e le diede l'autorizzazione a compiere la sua opera riformatrice, che coinvolse 16 monasteri prima della morte, avvenuta nel 1447 a Gand in Belgio.


Martirologio Romano

A Gand nelle Fiandre, nell’odierno Belgio, santa Coletta Boylet, vergine, che, dopo tre anni di vita molto austera rinchiusa in una piccola casa posta accanto alla chiesa, divenuta professa sotto la regola di san Francesco, ricondusse molti monasteri di Clarisse al primitivo modello di vita, ristabilendovi in special modo lo spirito di povertà e di penitenza.

Martirologio Francescano

In Gand, nel Belgio, Santa Coletta da Corbie, Vergine, la quale da prima professò il Terz'Ordine, ma poi mossa da impulso dello Spirito Santo abbracciò l'Ordine di Santa Chiara, che nei moltissimi monasteri da sè riformati o edificati richiamò al fervore primitivo e all'antica osservanza. Adorna di virtù e chiara per miracoli quasi innumerabili dal Sommo Pontefice Pio VII fu ascritta ascritta nell'albo dei Santi (1447).

canonizzazione e culto

Molti re e prinicipi fecero petizioni presso la Santa Sede perchè venisse canonizzata; solo per citarne alcuni ricordiamo Carlo il Calvo nel 1478 ed Enrico VIII nel 1513. Per diversi motivi, tra cui le divisioni interne all’ordine francescano, la Riforma e la Rivoluzione francese, la sua canonizzazione arrivò solo nel 1807 da parte di Pio VII. Le sue reliquie sono state spesso traslate per garantirne la sicurezza e poi poste definitivamente a Poligny.
Il suo breviario è ancora conservato a Besançon, ma è a Ghent che viene maggiormente venerata.
Biografia:

Colette Boylet (o Boillet) nacque a Corbie il 13 gennaio 1381 da una coppia di anziani genitori; secondo una tarda tradizione agiografica, essi disperavano ormai di poter avere figli e la piccola sarebbe nata per la soracolosa intercessione di san Nicola, donde il suo nome di Nicolette, il cui vezzeggiativo è Colette. 
Ancora bimba, mostrava già una grande pietà e devozione e, pochi anni dopo, recitava quotidianamente I'ufficio sette volte il giorno, secondo quanto prescritto dalla regola benedettina. Probabilmente I'essere suo padre carpentiere presso la grande abbazia piccarda contribuì a farla crescere in un'atmosfera di grande pietà. 
A 9 anni avrebbe avuto la sua prima visione, in cui le sarebbe stato rivelato cosa fosse il genuino spirito francescano e come si sarebbe dovuto provvedere alla riforma dell'Ordine. 



I primi anni

Coletta è venerata come riformatrice delle clarisse, ed è stata una figura particolarmente importante dei francescani, tant’è che un ramo del’ordine, le colettine, ha preso il nome da lei. Suo padre, Roberto Boylet e sua rmoglie Margherita era molto devoto. Ebbero solo una figlia quando Margherita era ormai piuttosto anziana. Chiamarono la bambina Nicoletta in onore di S. Nicola, grazie all’intercessione del quale essi pensavano di aver potuto avere la figlia. Coletta, come veniva chiamata da tutti, ricevette un’istruzione basilare, dopodiché visse quasi in solitudine, impegnandosi in preghiere, lavori manuali e catechismo.
Nel 1399, quando Coletta compì diciassette anni , i suoi genitori erano entrambi morti ed ella era stata affidata all’abate di Corbie. Era ormai libera di scegliere, previo il consenso dell’abate anche se in realtà non sapeva bene cosa fare, se non amare e servire Dio con tutto il suo cuore e la sua forza. Si consultò con un frate celestino, che le consigliò di fare voto di castità dandole qualche insegnamento sulla preghiera. Egli era convinto che il desiderio della ragazza di servire Dio in modo totale fosse il segno di una vocazione religiosa. Nicoletta in un primo memento si unì a un gruppo di beghine che prestavano servizio nell’ospedale locale, poi a una comunità di clarisse urbaniste (che seguivano la regola di Santa Chiara rivista da papa Urbano IV) di Moncel, e infine a quella delle benedettine di Corbie. In nessuno di quegli oridni trovò l’austerità e la ristrettezza di vita che desiderava.

Colette terziaria francescana

Fece ritorno a Corbie dove passò un altro periodo di incertezza e indecisione. Non molto dopo però, il francescano padre Pinet passò per caso per Corbie e Coletta si recò da lui in cerca di consiglio. Dopo lunghe preghiere e aver molto ponderato il problema, egli le suggerì di unirsi al Terz’ordine francescano e di vivere come reclusa. Coletta non ebbe titubanze di sorta e fu lo stesso abate di Corbie a presiedere la cerimonia in cui essa, all’età di ventidue anni, si impegnò a intraprendere quella vita. L’abate condusse personalmente Nicoletta nel posto adiacente alla chiesa che le era stata assegnato e che egli stesso provvide a murare. Coletta rimase chiusa in quella stanzetta dal 1402 al 1406; c’era una finestrina che dava sulla chiesa e una parte del suo alloggio serviva da parlatorio, cosicché poteva comunicare con i suoi visitatori parlando attraverso una grata.
I visitatori si fecero però troppo numerosi e i più non accettavano di dover andare via quando il tempo loro assegnato scadeva, così le visite vennero interrotte per un periodo di tre anni. Due cari amici provvedevano a tutte le sue necessità; Coletta invece si occupava dei lini della chiesa, cuciva i vestiti dei poveri, pregava e faceva penitenza. Come per tanti altri eremiti, anche le sue giornate erano alterne; alcune ricche di grazia e altre di assalti diabolici, come essa li definiva. Per Coletta, che dopo tanta fatica era giunta a legarsi con voto di clausura alla vita eremitica, nulla sarebbe potuto sembrare più inconcepibile che una chiamata a interrompere quella vita. Ogni minimo pensiero rivolto a un tipo di vocazione differente le sembrava una tentazione del diavolo che la voleva spingere ad abbandonare la sua vera vocazione. 
Gli ultimi mesi che la giovane trascorse nella sua cella furono pieni di sofferenza, visto che cercava di combattere contro le domande che si poneva su se stessa, l’incertezza della loro origine e la consapevolezza della propria incompetenza. La grande “lotta” iniziò una notte che essa ebbe una visione di San Francesco che, prostrato ai piedi di Cristo, pregava che gli venisse concessa Nicoletta per la riforma delle suore e dei frati francescani; la Vergine Maria aggiunse le sue preghiere a quelle di San Francesco. La prima reazione dell’eremita fu di rigetto e anche a mente fredda non riusciva ad accettare quell’idea; solo dopo molto tempo accettò incondizionatamente quella che percepì essere la volontà di Dio; le venne anche detto che per il lavoro che l’aspettava avrebbe avuto un aiuto e una guida.

Fondatrice

Enrico de Baume era un francescano di stretta osservanza e che soffriva particolarmente vedendo la situazione dell’ordine e della Chiesa in  genere. Venne giudato da una serie di episodi straordinari a far visita a Coletta, con la quale si accordò per collaborare nell’intento di riformare i francescani. Nicoletta, grazie all’aiuto di Enrico, partì alla volta di Nizza, dove voleva incontrare l’antipapa il catalano Pietro de Luna (Benedetto XIII), ritenuto dai francesi papa legittimo. Egli la accolse con grande gentilezza e celebrò la funzione in cui la ragazza pronunciò i voti secondo la regola di Santa Chiara. 
Benedetto XIII rimase talmente colpito da Nicoletta che la volle superiora di tutti i conventi che essa avrebbe fondato o riformato e ampliò il suo incarico ai frati e all’ordine terziario; Enrico venne nominato suo assistente. 
La riforma, che consisteva nel ritorno alla prima regola di Santa Chiara compendiata da delle nuove costituzioni (approvate nel 1434), riuscì con fatica a imporsi nei conventi di clarisse già esistenti.
Il monastero di Besançon accettò sì la riforma, ma era composto solo da due suore, una delle quali decise di passare coi bernardini. Gli altri conventi in cui venne introdotta la riforma di Coletta furono in realtà tutte nuove fondazioni, che però, sotto la sua direzione, crebbero e fiorirono con incredibile rapidità. Un monastero che è molto legato a Coletta è quello, tuttora esistene, di Le Puy-en-Velay. Dodici conventi maschili accolsero la sua riforma, ma più tardi vennero riassorbiti dai rami principali della famiglia francescana.
La storia delle fondazioni sembra avere come filo conduttore una serie di miracoli. La duchessa di Bournbon scrisse: “Non vedo l’ora di vedere quella meravigliosa Coletta che fa resuscitare i morti“. Ella riuscì realmente a vedere la clarissa, e tutta la sua famiglia fu influenzata in modo particolare da quell’incontro.  Quella donna di umili origini aveva un effetto speciale sulla gente dell’alta società.
Coletta aveva sì abbandonato il suo eremo, ma sembrava avere portato con sè la profondità inviolabile di silenzi interiori in cui rimaneva in contatto perenne con Cristo e fu quel dono a sostenerla durante la sua opera riformatrice. Vi furono periodi in cui l’attività dovette cedere il passo all’azione imperiosa della grazia; infatti Coletta rimaneva spesso in estasi per diverse ore dopo aver fatto la comunione o durante la settimana santa, quando meditava sulla passione.
Una volta ebbe una visione di Cristo che soffriva e moriva in croce e non c’era venerdì di Quaresima che non digiunasse e non pregasse ininterrottamente dalle sei del mattino alle sei di sera; un’altra volta ebbe una visione di migliaia e migliaia di uomini e donne che decadevano dalla grazia, come fiocchi in una tormenta di neve. Da quel giorno in poi cominciò a pregare con grande fervore per la conversione dei peccatori e per le anime del purgatorio.
Certe volte era molto depressa, ma sapeva essere anche molto felice. Nel 1446, nel giorno dedicato ai SS. Pietro e Paolo, venne a conoscenza di qualcosa al riguardo delle devastazioni che la Riforma Protestante avrebbe portato con sé, specialmente alle case religiose, mentre nel giorno di Corpus Christi venne rassicurata sul fatto che la sua riforma avrebbe superato la tempesta. Sempre in quell’anno ebbe l’esperienza mistica del matrimonio spirituale.


Ultimi bagliori

Attorno al 1446, dopo quarant’anni di attività, Coletta cominciò ad ammalarsi; gli ultimi sei mesi di vita che le rimasero li trascorse lontano dalla vita attiva. Dal luglio del 1447 non riuscì più ad alzarsi dal letto e dopo qualche mese morì nel convento di Ghent e il suo corpo fu poi trasportato a Poligny nel Giura.
Durante la morte di S. Coletta si sentì nei monasteri riformati e da lei particolarmente amati un canto meraviglioso degli angeli, durante il quale uno di loro diffuse il messaggio: ”la venerabile suora Coletta è tornata dal Signore.” Una suora, avente anch’essa particolari virtù e carismi, vide, al momento della morte della S. Coletta, una grande schiera celeste, nel cui centro l’anima della defunta venne portata con meravigliose melodie alla beatitudine di Dio.

Riformatrice

Quella di Colette fu riforma nel senso più antico ed etimologico del termine: non si trattava, infatti, per lei, di innovare qualcosa, ma di ritornare allo spirito del francescanesimo primitivo, riflesso nella Regola di S. Chiara di Assisi. Da qui I'importanza attribuita non solo all’austerità personale, ma anche alla povertà vissuta dell'istituzione. Ma, al contrario di Chiara d'Assisi, Colette, a lungo a contatto con i benedettini diede molta importanza alla preghiera liturgica.
Per quanto possa apparire contraddittorio, la riformatrice Colette non volle che i suoi monasteri fossero posti sotto la guida spirituale degli Osservanti, che pure, in quegli stessi anni, perseguivano un programma di riforma del movimento francescano maschile, scelta che incontrò a lungo I'opposizione della gerarchia dell'Ordine. Un tentativo del celebre osservante Giovanni di Capestrano di convincerla a porsi sotto la guida del suo movimento rimase infruttuoso e Colette volle che le sue monache restassero sotto la cura dei Conventuali. 

Colette redasse anche delle Costituzioni delle comunità di clarisse colettine, “sentiments”, che vennero approvate dal ministro generale dell'Ordine, e allora delegato papale, nel 1434, e definitivamente ratificate da papa Pio II nel 1458. Le Costituzioni di S. Coletta furono poi assunte anche dalle Cappuccine nel 1538. 

Beato Pio IX (Giovanni  Maria  Mastai Ferretti) terziario francescano         7 Febbraio

Ricorrenza:            7 Febbraio
Nazionalità:         Italia
Anno di Nascita:   13 maggio 1792
Anno della Morte: 7 febbraio 1878

Senigallia, Ancona, 13 maggio 1792 - Roma, 7 febbraio 1878
Papa dal 21/06/1846 al 07/02/1878

Troppo spesso la letture del pontificato di Pio IX, durato per ben 32 anni tra il 1846 e il 1878, risentono di condizionamenti politici e di visioni parziali. In realtà oggi questo Pontefice è riconosciuto come beato dalla Chiesa soprattutto per il tenace servizio alla verità. Giovanni Maria Mastai Ferretti era nato a Senigallia nel 1792 ed era diventato sacerdote nel 1819 a Roma. Vescovo di Spoleto a 35 anni, fu trasferito a Imola nel 1833 e fu fatto cardinale nel 1840. L'Europa era percorsa da venti di cambiamento, che spesso però portavano con sé il rifiuto della fede. Eletto Papa, Pio IX lavorò perché la verità fosse salva da ogni strumentalizzazione. Fu il Papa del dogma dell'Immacolata, della diffusione del Rosario e del Vaticano I.

Martirologio Romano: A Roma, beato Pio IX, papa, che, proclamando apertamente la verità di Cristo, a cui aderì profondamente, istituì molte sedi episcopali, promosse il culto della beata Vergine Maria e indisse il Concilio Ecumenico Vaticano I. 


Biografia:

La famiglia Mastai è di antichissima e nobile stirpe, originaria di Crema nel 1300; un componente di questa famiglia, residente a Venezia, si spostò a Senigallia nel 1557 e sposò una senigalliese. 
Nel 1625 Giovanni Maria Mastai sposò la contessa Margherita Ferretti di Ancona, ereditandone i titoli, i beni e lo stemma che si aggiunse a quello Mastai. Lo stemma pontificio corrisponde a quello di famiglia, con gli elementi pontifici di tiara e chiavi di S. Pietro.
Fu una famiglia molto prolifica e religiosa; il trisavolo di Pio IX ebbe 19 figli, il bisnonno sei figli, il nonno Ercole sette. 

Giovanni Maria Mastai Ferretti (Pio IX) fu il nono figlio del Conte Girolamo e di Caterina Sollazzi e nacque a Senigallia il 13 maggio 1792, battezzato lo stesso giorno della nascita. 

Compì gli studi classici nel Collegio dei Nobili a Volterra, diretto dagli Scolopi, dal 1803 al 1808, studi sospesi per improvvisi attacchi epilettici, proprio quando sognava di seguire la carriera ecclesiastica. 
Dal 1814 fu ospite a Roma dello zio Mastai Ferretti Paolino, Canonico di S. Pietro e poté proseguire gli studi di Filosofia e di Teologia nel Collegio Romano. 
Nel 1815 si recò in pellegrinaggio a Loreto ed ottenne la grazia della guarigione dalla malattia. 
Per questo poté continuare i suoi studi e la preparazione intensa al presbiterato. Il 5 gennaio 1817 ricevette gli Ordini Minori, il 19 dicembre 1818 il Suddiaconato, il 7 marzo 1819 il Diaconato, il 10 aprile 1819 venne ordinato Sacerdote. L'11 aprile 1819 celebrò la prima Santa Messa nella chiesa di sant'Anna, annessa all'Ospizio Tata Giovanni, tra i ragazzi che furono il centro del suo apostolato giovanile fino al 1823. 
Dal luglio 1823 al giugno 1825 fu tra i membri componenti la Missione apostolica in Cile guidata dal Delegato Mons. Giovanni Muzi.
 
Il 24 aprile 1827 fu nominato Arcivescovo di Spoleto a soli 35 anni; il 6 dicembre 1832 venne trasferito al Vescovado di Imola; il 14 dicembre 1840 ricevette la berretta Cardinalizia; il 16 giugno 1846, al quarto scrutinio, con voti 36 su 50 Cardinali presenti al Conclave, venne eletto Sommo Pontefice a soli 54 anni. 

Un mese dopo concesse l'amnistia (16 luglio 1846) per i reati politici. 
Dall'agosto 1846 al 14 marzo 1848 è l'epoca delle grandi riforme dello Stato Pontificio (Ministero liberale, libertà di stampa e agli ebrei, Guardia Civica, inizio delle ferrovie, Municipio di Roma, 14 marzo 1849 emissione dello Statuto). 
Con l'Allocuzione del 29 aprile 1848 contro la guerra all'Austria declina la stella politica del Mastai e incomincia la sua lunga Via Crucis.



LA REPUBBLICA ROMANA DEL '48
L'ESILIO A GAETA
L'ULTIMA FASE DELLO STATO PONTIFICIO


Il 15 novembre 1848 uccisione di Pellegrino Rossi; dal 24 novembre 1848 al 12 aprile 1850 esilio del Pontefice a Gaeta e quindi ritorno a Roma, ove riprese una illuminata restaurazione. 
Dal 4 maggio al 5 settembre 1857 viaggio-visita politico-pastorale di Pio IX nei suoi Stati.

Nell'aprile del 1860 caddero le Legazioni, nel settembre la Marche e l'Umbria furono annesse al Regno d'Italia.

Il 1° luglio 1861 viene pubblicato il primo numero dell'"Osservatore Romano". L'8 dicembre 1864 Enciclica "Quanta Cura" e il Sillabo che aprì la questione del Modernismo.

Il 2 maggio 1868 approvazione della Gioventù Cattolica Italiana.
Durante l'esilio di Gaeta, meditò il mistero dell'Immacolata Concezione della B. Vergine Maria; tornato a Roma, l'8 dicembre 1854 definizione del dogma della Immacolata Concezione. 

CONCILIO VATICANO I
PRESA DI ROMA
GLI ULTIMI ANNI DI PONTIFICATO 

L'8 dicembre 1869 apertura del Concilio Vaticano I che promulga due Costituzioni, la "Dei Filius" e la "Pastor Aeternus" del 18 luglio 1870 e la definizione del magistero infallibile del Pontefice Romano se parla "ex cathedra"; chiusura del Concilio per il precipitare degli eventi politici. 
20 settembre 1870 presa di Roma e chiusura volontaria del Papa in Vaticano.Il 6 maggio 1871, Pio IX respingeva con l'enciclica Ubi nos la legge delle guarentigie. Compare allora l'espressione "Non Expedit" per la partecipazione dei cattolici alle elezioni politiche; non venne riconosciuto il Regno d'Italia e rinnovata la scomunica dell'anno precedente contro i responsabili della presa di Roma.
L'8 dicembre 1870 Pio IX proclamò S. Giuseppe patrono della Chiesa universale.Pochi anni dopo, Leone XIII, anch'egli terziario francescano, eletto papa il 20 febbraio 1878, mise fin dall’inizio il suo pontificato «sotto la potentissima protezione di san Giuseppe, celeste patrono della Chiesa» (allocuzione ai cardinali del 28 marzo 1878).

Fu proclamato il Giubileo nel 1875, ma l'apertura della Porta Santa, quella delle quattro basiliche di Roma, non più papalina, non avvenne; eppure, in quei frangenti, si ebbe un certo afflusso di pellegrini. 

Pio IX morì in Vaticano e la sua salma, provvisoriamente deposta nella basilica Vaticana. I funerali si svolsero senza problemi, contando l'afflusso di 300.000 fedeli. 
Tre anni dopo la salma di Papa Mastai-Ferretti fu tumulata in San Lorenzo fuori le mura. Il trasporto subì l'estremo oltraggio degli anticlericali, per lo più massoni, che avevano organizzato una dimostrazione nel tentativo di buttare nel Tevere quella che chiamavano la "carogna" di Pio IX. Il trasporto avvenne a notte innoltrata, il 12 luglio 1881, e non ci fu un'adeguata protezione della polizia al corteo funebre, specialmente presso il ponte Sant'Angelo; per tutto il resto del percorso fino al Verano piovvero insulti e sassi sugli ecclesiastici e i laici cattolici asserragliati intorno al feretro. La salma potè, infine, essere sepolta nell'arca di pietra nuda, secondo le ultime volontà del pontefice, senza alcun monumento funebre.

Beata Jacopa (o Giacomina) de' Settesoli                                                    8 Febbraio

Ricorrenza:            8 Febbraio
Nazionalità:         Italia
Anno di Nascita:    ̴ 1190
Anno della Morte:  ̴ 1230

Giacoma Frangipane de' Settesoli, conosciuta come Jacopa de' Settesoli e come frate Jacopa (Roma, 1190 circa – Assisi, 1239circa), è stata una terziaria francescana italiana.

Biografia:

Secondo il biografo Alberto Crielesi sarebbe nata nel 1190 a Roma nel rione Trastevere come Jacopa de' Normanni, fu data in moglie giovanissima a Graziano Frangipane de' Settesoli, esponente della nobile casata romana dei Frangipane che aveva in proprietà il Septizonio, un monumento fatto costruire da Settimio Severo vicino al Circo Massimo a Roma e divenuto dopo la caduta dell'Imperoroccaforte dei Frangipane.

Divenne vedova nel 1217, quindi signora dei tanti castelli e terre del Lazio dei Frangipane.

Il primo atto che la riguarda è del 1210, dove già vedova e con due figli da tutelare, Giovanni e Giacomo, gestiva il territorio di Marino, Nemi e altri beni dei Frangipane. Sarà proprio lei a firmare, il 31 maggio 1237, assieme al primogenito Giovanni Frangipane, la prima delle costituzioni o statuti che regoleranno la vita civile della terra di Marino. Nel contratto stipulato con gli abitanti del Castello di Marino, si anticipavano le concessioni in forma di statuti dei secoli successivi, nel quale erano fissate le norme e le consuetudini vigenti con l'impegno di rispettarle reciprocamente per il bene comune.

Conobbe San Francesco d'Assisi nel 1210, quando il santo venne a Roma, e lo aiutò a trovare alloggio presso i Benedettini di Ripa Grande e ad ottenere udienza dal pontefice Innocenzo III. San Francesco, secondo la leggenda, per sdebitarsi con Giacoma le regalò un agnello ammaestrato, che la accompagnò sempre.

San Francesco ispirato da Jacopa nel 1221 fondò l'ordine dei "Fratelli e Sorelle della Penitenza" o "Terzo Ordine" dedicato ai laici che pur rimanendo a vivere nel mondo desideravano condurre una vita cristiana di stile francescano.Tomba di Jacopa dei Settesoli nella Basilica inferiore di AssisiSecondo la tradizione, quando il santo assisiate era in punto di morte dettò una lettera da inviare a Giacoma perché voleva rivederla prima di morire, e le chiese di portargli il suo velo nuziale e i mostaccioli, dolce tipico romano[2]. Ma Giacoma, chiamata affettuosamente da Francesco "frate Iacopa", arrivò ad Assisi prima che la lettera fosse spedita, portando proprio ciò che Francesco le aveva chiesto di portare.Particolare della tomba di Iacopa dei SettesoliDopo la morte di Francesco, Giacoma tornò a Roma, lasciò il potere al figlio Giovanni e si dedicò a opere di carità e pietà, ottenne nel 1231 dai Benedettini la cessione dell'Ospedale di San Biagio trasformandolo, dopo la canonizzazione di Francesco, nella dimora romana dei Francescani, il convento di S. Francesco a Ripa, grazie all'aiuto di Papa Gregorio IX.

Fatto testamento si ritirò come terziaria francescana ad Assisi, dove morì forse nel 1239. Venne sepolta nella cripta della Basilica di San Francesco davanti alla tomba del Santo e ai suoi compagni, di fronte all'altare fra le due scalinate dietro una griglia metallica nera. Sopra l'urna si legge l'epigrafe Fr. Jacopa de Septemsoli e sotto l'urna Hic requiescit Jacopa sancta nobilisque romana (Qui riposa Jacopa santa e nobile romana).

Beato Alojzije Stepinac, vesc., terziario francescano                                      10 Febbraio

Ricorrenza:            10 Febbraio
Nazionalità:         Polonia
Anno di Nascita:   8 maggio 1898
Anno della Morte: 10 febbraio 1960

Brezaric, Krasic, Croazia, 8 maggio 1898 - Krasic, Croazia, 10 febbraio 1960

Nasce l'8 maggio 1898 a Brezaric, nella parrocchia di Krasic presso una famiglia di contadini benestanti. Nel 1919 entra in seminario, e dal suo vescovo è mandato a Roma per gli studi teologici. Qui nel 1930 è ordinato sacerdote. Nel 1934 è consacrato suo vescovo coadiutore con diritto di successione. Pochi anni dopo, nel 1937, egli succede a monsignor. Bauer come arcivescovo di Zagabria. Durante la seconda guerra mondiale fu uno strenuo avversario del Nazi fascismo difendendo famiglie di ebrei e di zingari. Dopo il 1945 Stephinac diventerà uno dei più audaci difensori della libertà religiosa contro il regime di Tito. Il 19 ottobre 1946 è rinchiuso in carcere fino al 1951. Anno nel quale è confinato nel villaggio natio di Krasic dalla polizia locale. Il 12 gennaio del 1953 viene creato cardinale da Pio XII. Il 10 febbraio 1960 muore a causa di una malattia, contratta in carcere. E' beatificato il 3 ottobre 1998 da Giovanni Paolo II. (Avvenire)

Martirologio Romano: Nella cittadina di Krašić vicino a Zagabria in Croazia, beato Luigi Stepinac, vescovo di Zagabria, che con coraggio si oppose a dottrine che negavano tanto la fede quanto la dignità umana, finché, messo a lungo in carcere per la sua fedeltà alla Chiesa, colpito dalla malattia e consunto dalle privazioni, portò a termine il suo insigne episcopato. 

Biografia:

La Chiesa compie la missione affidatale dal Divin Maestro, di essere strumento di santità attraverso le vie dell’evangelizzazione, dei sacramenti e della pratica della carità. Tale missione riceve un notevole contributo di contenuti e di stimoli spirituali anche dalla proclamazione dei beati e santi, perché essi mostrano che la santità è accessibile alle moltitudini, che la santità è imitabile. 
Con la loro concretezza personale e storica fanno sperimentare che il Vangelo e la vita nuova in Cristo non sono un’utopia o un sistema di valori, ma sono ‘lievito’ e ‘sale’ capaci di far vivere la fede cristiana all’interno e dall’interno delle diverse culture, aree geografiche ed epoche storiche. 
E in questa ottica, si inserisce la fulgida e sofferta testimonianza della fede del cardinale Alojzije Viktor Stepinac a Zagabria, vittima del comunismo ateo del dopoguerra nei Balcani. 
Egli nacque a Brezaric, nella parrocchia di Krasic (diocesi di Zagabria) l’8 maggio 1898; dopo gli studi elementari nel natio paese, proseguì quelli liceali nel seminario arcivescovile di Zagabria, capoluogo della Croazia, che a quel tempo faceva parte dell’Impero Austro-Ungarico; ottenuta la maturità nel 1916, venne poi arruolato nell’esercito austriaco e come ufficiale fu inviato sul fronte italiano, essendo in corso la Prima Guerra Mondiale. 
Fu fatto prigioniero dagli italiani nel luglio 1918, fu rilasciato nel dicembre successivo a fine guerra; fu in seguito volontario nella Legione Jugoslava e inviato a Salonicco, rientrando in Croazia nella primavera del 1919, nel frattempo aveva rinunziato all’idea di farsi sacerdote. 
Infatti nell’autunno del 1919, prese a frequentare la Facoltà di Agronomia nell’Università di Zagabria, ma nel 1924 a 26 anni, gli ritornò la vocazione sacerdotale, quindi si recò a Roma per studiare nel Collegio Germanico-Ungarico e all’Università Gregoriana, conseguendo le lauree in filosofia nel 1927 e teologia nel 1931. 
Fu ordinato sacerdote il 26 ottobre 1930, celebrando la sua prima Messa nella basilica di S. Maria Maggiore. Nel 1931 lasciò Roma per ritornare in Croazia, dove nel frattempo si era instaurata, sin dal gennaio 1929, la dittatura del re Alessandro di Serbia; la situazione era difficilissima, perché i Serbi facevano di tutto per estirpare la religione cattolica a favore di quella ortodossa, che era la loro religione di Stato, in mancanza di concordati con il Vaticano, i cattolici erano considerati cittadini di second’ordine, mentre agli ortodossi erano concessi tutti i privilegi. 
Padre Stepinac ebbe incarichi nella Curia, primo presidente della ‘Caritas’ diocesana, istituita per suo consiglio nel novembre 1931, dall’arcivescovo Bauer. Il 29 maggio 1934 papa Pio XI lo nominò a soli 36 anni, vescovo coadiutore con diritto di successione dell’arcivescovo di Zagabria e il 7 dicembre 1937, morto l’arcivescovo Bauer, diventò titolare della diocesi e dopo un po’, presidente della Conferenza Episcopale Jugoslava. 
Nel 1941 la Croazia divenne uno Stato indipendente con l’aiuto del nazifascismo, sotto il regime di Ante Pavelic, il quale seguendo l’esempio di Hitler e Mussolini, prese a perseguitare le minoranze (ebrei, zingari, dissidenti, serbi). 
I serbi si trovarono in posizione opposta di prima del regime, nei confronti dei croati e quindi dei cattolici; l’arcivescovo Alojzije Stepinac prese subito le difese dei perseguitati, proibendo ogni processo contro gli ortodossi, vietando che venissero ribattezzati nel casi di passaggio al cattolicesimo; intervenne con lettera presso Pavelic, per scongiurare che non venissero uccisi serbi che non avessero una provata colpa di delitto; chiedendo il 20 novembre 1941 il “rispetto totale della persona, senza distinzione di età, sesso, religione, nazionalità e razza”. 
Questa sua strenua difesa, specie per gli ebrei ed i zingari, lo portò a predicare pubblicamente i suoi pensieri, al punto che il rappresentante tedesco a Zagabria commentò: “Se un vescovo pronunciasse in Germania tali discorsi, non scenderebbe vivo dal pulpito”; Pavelic inviò un inviato speciale al Vaticano per ottenerne la destituzione. 
Al termine della Seconda Guerra Mondiale, ci fu un nuovo ribaltamento politico, infatti l’8 maggio 1945 entrarono a Zagabria i partigiani comunisti di Tito (Josip Broz - 1892-1984), i quali cominciarono una lotta sistematica contro le attività religiose; fu istituita l’OZNA polizia segreta comunista, che arrestò, fece processare e condannare a morte migliaia di cittadini, colpevoli di non simpatizzare con il nuovo regime ateo. 
Per questo molti sacerdoti cattolici e alcuni vescovi, furono imprigionati e il 17 maggio 1945, toccò anche all’arcivescovo di Zagabria Stepinac, che però fu liberato il successivo 3 giugno per l’intervento di Tito, il quale aveva uno scopo, chiese al presule di staccarsi da Roma e di creare una Chiesa nazionale croata. 
La risposta dell’arcivescovo fu dura e ferma, quindi ripresero le persecuzioni contro la Chiesa Cattolica: furono uccisi i vescovi di Dubrovnik e Krizcevi; condannato a 12 anni di carcere quello di Mostar, arrestati quelli di Krk e Spalato; espulso da Zagabria l’inviato speciale del Vaticano; condannati a morte senza processo 369 sacerdoti; confiscati i beni della Chiesa. 
L’arcivescovo Stepinac il 22 settembre 1945 fece pubblicare una lettera collettiva dell’episcopato croato, che denunciava le ingiustizie subite dalla Chiesa, auspicando nel contempo un Concordato tra Stato e Chiesa. Il regime comunista reagì furiosamente, Stepinac fu arrestato il 18 settembre 1946 e subì un processo-farsa messo su con false testimonianze e calunnie, svoltosi a Zagabria fra il 30 settembre ed il 10 ottobre. 
L’11 ottobre l’arcivescovo venne condannato a sedici anni di lavori forzati ed alla perdita dei diritti civili, anche per cinque anni dopo la fine della condanna; la sua colpa agli occhi del regime, in realtà fu il rifiuto di organizzare una Chiesa nazionale. 
Il 19 ottobre 1946 fu rinchiuso nel carcere di Lepoglava in completo isolamento, fino al 5 dicembre 1951; gli era consentito solo la celebrazione della Messa e la lettura di libri religiosi; poi alla fine del 1951 venne confinato nel villaggio natio di Krasic, sorvegliato dalla polizia, ospitato nella parrocchia, senza esercitare il ministero episcopale. 
Il 12 gennaio 1953 papa Pio XII lo creò cardinale, deplorando pubblicamente il regime che gli impediva di recarsi a Roma per la cerimonia, pena il non ritorno in Patria. A seguito di ciò il governo di Tito, ruppe ogni rapporto con la S. Sede, instaurando di fatto anche in Jugoslavia, quella che venne definita “Chiesa del silenzio” dei Paesi comunisti. 
Nel 1956 gli venne fatta conoscere la lettera apostolica, con la quale papa Pacelli lodava la fede eroica dei cardinali Mindszenty in Ungheria, Wyszynski in Polonia, Stepinac in Jugoslavia, vittime della persecuzione comunista atea, esortandoli a perseverare nella loro testimonianza. 
L’arcivescovo disse al parroco che l’ospitava: ”Se il papa chiede il martirio e rifiuta ogni trattativa col comunismo, allora tutto mi è chiaro”. Intanto già dal 1953 la malattia contratta nel carcere di Lepoglava, esplose in tutta la sua virulenza, con diversi disturbi, sopportati coraggiosamente e pazientemente: trombosi alle gambe, catarro bronchiale, polycitemia rubra vera, infiammazioni, forti dolori causati da un grosso calcolo alla vescica. 
Lo stato generale si aggravò e inaspettatamente egli morì il 10 febbraio 1960, pregando per i suoi persecutori; dopo la sua morte, la polizia ordinò che tutti i suoi organi venissero distrutti dopo l’autopsia, per evitare ogni forma di culto. 
Con un permesso speciale del governo, il 13 febbraio 1960, vennero solennemente celebrati i suoi funerali, nella cattedrale di Zagabria, presente l’intero episcopato jugoslavo e il clero e da allora iniziò un pellegrinaggio ininterrotto alla sua tomba nella cattedrale, numerose grazie sono attribuite alla sua intercessione. 
Il processo per la sua beatificazione fu iniziato a Roma il 9 ottobre 1981, conclusasi con la solenne beatificazione celebrata da papa Giovanni Paolo II il 3 ottobre 1998, nel santuario di Marija Bistrica (Zagabria).

Beata Chiara Agolanti da Rimini Clarissa                                               10 Febbraio

Ricorrenza:            10 Febbraio
Nazionalità:         Italia
Anno di Nascita:   1280
Anno della Morte: 10 febbraio 1326

Chiara Agolanti nacque a Rimini nel 1280 in una famiglia molto ricca. Dopo una giovinezza dissipata, segnata anche da molteplici scandali, Chiara si convertì ed intraprese una vita di carità e di penitenza. Alla morte del secondo marito intensificò le sue penitenze fino alla decisione di formare una comunità di vita claustrale secondo la regola di Chiara di Assisi, con alcune donne che nel frattempo si erano unite a lei. Durante questo ultimo periodo della sua vita il Signore le fece dono di elevatissime grazie spirituali. Chiara Agolanti morì il 10 febbraio 1326. Gode del culto di Beata per antica tradizione.

Martirologio Romano: A Rimini, beata Chiara, vedova, che espiò con la penitenza, la mortificazione della carne e i digiuni la precedente vita dissoluta e, radunate delle compagne in un monastero, servì il Signore in spirito di umiltà. 


Biografia:

Nel corso dei secoli, la vita di s. Maria Maddalena, come libertina e poi convertita e penitente, ha sempre avuto delle anime che si sono ritrovate, nel loro tempo, quasi nella stessa situazione, fra queste annoveriamo Chiara Agolanti. 
Nata nel 1280 fu educata dal padre Onosdeo in modo molto forte nell’agire, quasi maschile e insofferente di ogni sottomissione. Passò la sua adolescenza cavalcando e giostrando, ribelle alle pratiche religiose che la madre Gaudiana cercava di inculcarle. 
Morta la madre, il padre si risposò e lei divenne ancora più indipendente. Giovanissima sposò il figlio della matrigna ma rimase vedova dopo tre anni ereditando immense ricchezze. Per otto anni continuò a darsi alle feste, alle giostre cavalleresche, a conviti, con una vita frivola e mondana, dando adito in città a scandali e pessime dicerie. 
Il padre e il fratello morirono lo stesso giorno mentre erano in guerra contro i Malatesta, per rivalità di dominio del territorio riminese, così che tutte le ricchezze della famiglia Agolanti si accentrarono nelle mani della giovane vedova. 
Fu richiesta in sposa da un nobile che faceva anche lui una vita dissipata e lei acconsentì a patto che potesse continuare lo stesso modo di vivere. Un giorno per curiosità, entrò nella chiesa dei Padri Conventuali, s. Maria in Tribio e si sentì dentro di sé per la prima volta turbata e agitata, tornata a casa si rinchiuse nella sua stanza, dove gettatosi a terra ebbe un pianto dirotto di pentimento e decise allora di mutare vita. 
Il giorno dopo si recò nella stessa chiesa ove si confessò in generale, da quel momento ricominciò un’esistenza di pietà, di opere buone, di penitenza, convertendo anche lo sposo, che due anni dopo morì in modo cristiano. A quel punto Chiara non pose più limiti alle sue penitenze che divennero terribili, animata da un fuoco d’espiazione che la divorava. 
Con le sue immense ricchezze, prese ad aiutare tutte le miserie materiali e morali, dotò di dote ed assistenza tutte le ragazze povere da sposare. Alcune donne di grande fervore si riunirono intorno a lei disposte a fare una vita di clausura e di penitenza, Chiara fondò così un piccolo convento detto di s. Maria degli Angeli, poi successivamente detto di s. Chiara; ottenne la benedizione del vescovo di Rimini Guido Abasio, recandosi poi alla Chiesa Cattedrale per emettere i voti religiosi, secondo la Regola di s. Chiara. 
Visse una decina d’anni come superiora, intensificando i sacrifici e la contemplazione della Passione di Cristo. Il Signore le concesse il dono di grazie mistiche elevatissime, con estasi così profonde che nessuna forza umana riusciva a farle sospendere e solo se le si portava davanti il ss. Sacramento si riprendeva. 
Morì a 46 anni il 10 febbraio 1236, consumata dalle penitenze e dalla contemplazione; il suo corpo riposa nella chiesa del monastero. 
Per antica tradizione gode del culto di Beata. Ricorrenza liturgica il 10 febbraio.

Beata Marina Alvarez Marco terziaria francescana                                     13 Febbraio

Ricorrenza:            13 Febbraio
Nazionalità:          ==
Anno di Nascita:   
Anno della Morte: 1501

La beata Maria Alvarez Marco è stata una francescana secolare vissuta nel secolo XVI.
Nei testi francescani è rimasta solo la testimonianza, che una volta rimasta vedova la beata Maria, si consacrò a Dio e insieme con le figlie Marina e Caterina visse ritirata per ventidue anni, in una casa presso la cattedrale di Albacete in Spagna.
La beata Maria Alvarez marco morì nel 1501 e il suo corpo venne sepolto nella chiesa dei Frati Minori di Albacete.
Nel Martirologio francescano la festa per la beata Maria Alvarez Marco è stata fissata nel giorno 13 febbraio.


Biografia:

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Beata Filippa Mareri                                                                              16 Febbraio

Ricorrenza:            16 Febbraio
Nazionalità:         Italia
Anno di Nascita:   1190
Anno della Morte: 16 Febbraio 1236

Beata Filippa Mareri (Petrella Salto, 1190 ca.; † Assisi, 16 febbraio 1236) è stata una religiosa e fondatrice italianadella congregazione delle Suore Francescane di Santa Filippa Mareri
Biografia:

Nacque, verso la fine del XII secolo, nel castello di famiglia a Borgo San Pietro, centro sito nel comune di Petrella Salto (Rieti), lungo la via che da Assisi portava a Roma, dalla nobile famiglia dei Mareri: il fratello Tommaso Mareri, infatti, ebbe importanti cariche politiche, come quella di podestà a Forlì, o di vicario imperiale in Romagna e in Puglia; principalmente alla sua azione, poi, si deve la fondazione della città delll'Aquila.

Fondamentale fu per Filippa l'incontro con san Francesco d'Assisi che l'avviò alla vita monastica. La sua famiglia ostacolò questa scelta per cui Filippa fuggì da casa insieme ad alcune compagne e si rifugiò nei pressi di Mareri, sopra l'abitato di Piagge, in quella che oggi viene chiamata Grotta di Santa Filippa e vi rimase circa tre anni, fino al 1228 quando i due fratelli le donarono il castello con l'annessa chiesa di san Pietro de Molito.

Filippa si trasferì nella tenuta con le sue compagne e vissero secondo la regola indicata da san Francesco per santa Chiara e le monache di San Damiano.

La cura spirituale del Monastero venne affidata al beato Ruggero da Todi dallo stesso San Francesco, sotto la sua guida il monastero diventò scuola di santità e la fondatrice maestra di vita spirituale. La comunità era intenta al culto e alla lode di Dio, la vita liturgica, la lettura e lo studio della Bibbia. Accanto all'attività spirituale il lavoro era tenuto in grande considerazione unitamente al servizio dei poveri e all'apostolato. Nel monastero venivano preparate medicine da distribuire gratuitamente ai malati.

Beata Filippa morì nel suo monastero il 16 febbraio 1236.

Il papa Inocenzo IV nella bolla del 1247 la chiama Santa e tale titolo è confermato dal papa Benedetto XVI nel 2007.


Culto

Filippa Mareri morì il 16 febbraio 1236 e la sua tomba divenne presto meta di pellegrinaggi, mentre cominciarono a registrarsi miracoli attribuiti alla sua intercessione. Il titolo di Santa[1] compare la prima volta in una bolla di PapaInnocenzo IV nel 1247, appena 11 anni dopo la sua morte.

Nel 1706 in una ricognizione delle sue spoglie venne ritrovato il suo cuore incorrotto, che è conservato oggi in un reliquiario di argento, mentre le sue spoglie sono conservate nel monastero di Borgo San Pietro nella Valle del Salto.

Beato Luca Belludi                                                                                  17 Febbraio

Ricorrenza:            16 Febbraio
Nazionalità:         Italia
Anno di Nascita:   1200
Anno della Morte: 17 Febbraio 1286

Beato Luca Belludi (Padova, 1200 ca.; † 17 febbraio 1286) è stato un religioso italiano
Biografia:

Nato tra il 1200 e il 1210, della famiglia dei Belludi, originari di Padova, è un frate dell'ordine dei Francescani, che secondo tradizione, fu vestito col saio dallo stesso san Francesco, intorno all'età di 25 anni. Fu un frate dotto, di grande cultura, frequentò l'Università di Padova, e fu ordinato sacerdote nel 1227.

Conobbe sant'Antonio, con cui instaurò un sincero legame di amicizia e fedeltà, e partecipò attivamente all'attività pastorale del santo aiutandolo nella stesura dei così detti Sermones. Si impegnò nella liberazione di Padova da parte di Ezzelino, tiranno che imperversava in quelle terre nel 1256, con la forza delle sue preghiere e l'intercessione di sant'Antonio.


Culto

Dopo la morte, il 17 febbraio 1286, inizialmente il suo corpo fu deposto nella stessa urna che aveva conservato le spoglie di sant'Antonio, finché nel 1971 fu translato nell'attuale cappella del Beato Luca (detta anche dei Santi Filippo e Giacomo il Minore o dei Conti), celebre per gli affreschi di Giusto de' Menabuoi.

Oggi del Beato Luca rimangono i Sermones, e la grande fiducia che ripongono gli studenti che si affidano a lui per i propri studi. Sempre presso la Basilica del Santo, a Padova è dedicato a Luca il chiostro esterno, in stile gotico

Beata Elisabetta Sanna terziaria francescana                                              17 Febbraio

Ricorrenza:            17 Febbraio
Nazionalità:         Italia
Anno di Nascita:   23 aprile 1788
Anno della Morte: 17 febbraio 1857

Codrongianos, Sassari, 23 aprile 1788 – Roma, 17 febbraio 1857

Elisabetta Sanna nacque a Codrongianos (Sassari) il 23 aprile 1788. A tre mesi perdette la capacità di sollevare le braccia. Sposata, allevò cinque figli. Nel 1825 restò vedova e fece voto di castità; era la madre spirituale delle ragazze e delle donne della sua terra. Nel 1831, imbarcatasi per un pellegrinaggio in Terra Santa, finì a Roma, e non poté tornare, per sopravvenuti gravi disturbi fisici. Si dedicò totalmente alla preghiera ed a servire i malati e i poveri. Fu tra i primi iscritti all’Unione dell’Apostolato Cattolico di san Vincenzo Pallotti, suo direttore spirituale. La sua abitazione divenne un santuario di viva fede e ardente carità. Morì a Roma il 17 febbraio 1857 e venne seppellita nella chiesa del SS. Salvatore in Onda. Dopo una causa durata oltre un secolo e mezzo, è stata beatificata il 17 settembre 2016 presso la basilica della Santissima Trinità di Saccargia a Codrongianos.

Biografia:

A Codrongianos (Sassari), il 23 aprile 1788, da una famiglia di agricoltori, ricca di fede e di figli, nasce Elisabetta Sanna. Nella sua casa si lavora, si prega, mai si nega l’elemosina ai poveri. Quando ha appena tre mesi, un’epidemia di vaiolo causa la morte di molti bambini ed anche lei ne viene colpita. Guarisce, ma rimane con le braccia leggermente storpie e le articolazioni alquanto irrigidite. Ciò non le impedisce di crescere, imparando a sopportare il suo handicap, come cosa naturale e a sbrigare al meglio le faccende domestiche, a presentarsi sempre ordinata e pulita.
Dalla famiglia, riceve il dono di un’intensa vita cristiana, fin da piccola, così che a sei anni riceve la Cresima, il 27 aprile 1794, da Mons. Della Torre, Arcivescovo di Sassari. Poco dopo, è affidata a una certa Lucia Pinna, terziaria francescana, assai attiva in parrocchia, animatrice di un gruppo di donne dedite all’adorazione eucaristica, al Rosario, al soccorso dei poveri: ogni giorno. Lucia, benché analfabeta, come quasi tutte le donne di quei tempi, è una singolare catechista in mezzo alle ragazze del borgo e della campagna. Alla sua scuola, Elisabetta impara a conoscere Gesù e a volergli bene.

Giovane catechista

A dieci anni, la prima Confessione e la prima Comunione. Frequenta il catechismo tenuto da Don Luigi Sanna, cugino del papà, e al catechismo porta le compagne, dicendo: «Dai, vieni che è bello». Ella stessa, giovanissima, pur non sapendo né leggere né scrivere, diventa piccola catechista. Un giorno, guardando il Crocifisso, sente una voce interiore che le dice: «Fatti coraggio e amami!».
Quindicenne, raduna le ragazze nei giorni festivi in casa sua e insegna loro la dottrina cristiana e a pregare con il Rosario. Suo fratello, Antonio Luigi – dal quale ha imparato a intensificare il culto alla Madonna – entra in Seminario a Sassari dove diventerà sacerdote. Elisabetta, rimanendo nel mondo si iscrive alla Confraternita del Rosario e a quella dello Scapolare del Carmelo. Una giovinezza serena, piena di lavoro, di colloquio con il Signore Gesù, di apostolato.
Vorrebbe farsi suora; sicuramente, essendo handicappata, non pensa a sposarsi, eppure, ventenne è cercata in sposa da giovani buoni. Così il 13 settembre 1807, a 19 anni, celebra il matrimonio con un certo Antonio, un vero buon cristiano di modeste condizioni. Una festa semplice e serena, un totale affidamento al Signore e alla Madonna, è l’inizio della loro vita coniugale. Antonio è un marito e padre esemplare che stravede per la sua sposa e le dà totale fiducia. Agli amici dice: «Mia moglie non è come le vostre, è una santa!». Elisabetta dirà: «Io non ero degna di tale marito, tanto era buono». La loro famiglia è modello per tutto il paese.
Negli anni che seguono, nascono sette figli. Ella passa le giornate tra la casa, impegnata nell’educazione dei figli e la campagna, dove lavora senza risparmiarsi. E trova anche il tempo per lunghe ore di preghiera in chiesa. Ella stessa prepara i suoi figli alla Confessione e alla Comunione e trasmette loro un grande amore a Gesù, con molta dolcezza, senza mai usare modi bruschi. Una vera educazione con il cuore. Non teme le critiche per la sua fede pubblicamente professata e vissuta: «Questo mio tenore di vita – risponde – non mi ha impedito di attendere ai miei doveri di madre di famiglia che compio oltre le mie forze».
Dei sette figli, due sono morti in tenerissima età. Nel gennaio 1825, il giorno 25, suo marito, Antonio, assistito da lei, muore in giovane età. Vedova con cinque figli, il più grande ha 17 anni, il più piccolo di appena tre, intensifica la sua vita di preghiera e di carità, senza mai trascurare i suoi doveri di madre e la sua famiglia procede con dignità e decoro.

Monaca nel mondo

La sua casa diventa quasi un piccolo oratorio, dove, oltre ai suoi familiari, si riuniscono in preghiera i vicini di casa. Ella vive come una monaca nel mondo e così è chiamata con rispetto: “sa monga”.
In questi anni, compone in dialetto logudorese una bellissima lauda, che sarà cantata a lungo a Codrongianos: “Ti ho, Dio, in cuore e in mente, perché troppo mi hai amata. Viver non posso più lontana da Dio. Gesù è il cuor mio e io sono di Gesù”.
Nel 1829 arriva in paese il giovane vice-parroco, Don Giuseppe Valle, di nobile famiglia, di notevole ascendente sulle anime. Diventa il confessore e direttore spirituale della famiglia Sanna, in particolare di Elisabetta, che lui avendo appena 24 anni, chiama zia. Don Valle, viste le ottime disposizioni di Elisabetta, la invita alla Comunione molto frequente, le permette di portare il cilicio e le concede di emettere il voto di castità. La sua vita cristiana diventa davvero ardente. Gesù le chiede così di seguirlo più da vicino.
Elisabetta, pensa di andare allora in Palestina. Ma dove avrebbe sistemato i suoi figli, in quel tempo? Il buon prete le suggerisce di affidarli al fratello sacerdote, Don Antonio Luigi. Alla fine del giugno 1830, si imbarcano da Porto Torres per Genova: lì attendono dieci giorni la nave per Cipro. All’ultimo momento, però, Don Valle scopre di non avere il visto per l’Oriente.
Allora, con Elisabetta e un altro frate, decidono di dirigersi a Roma: «Anche Roma è terra Santa: ci sono le tombe degli Apostoli Pietro e Paolo, grandi santuari e poi c’è il Papa, Vicario di Gesù sulla terra. Più tardi, da là, se il Cielo vorrà, partiremo per la Palestina». Così il 23 luglio 1830, arrivano a Roma. Don Valle è assunto come cappellano all’ospedale Santo Spirito, dove si dedica ai malati con cuore di padre. Elisabetta Sanna si accomoda in un piccolissimo alloggio di due stanzette, di fronte alla chiesa di Santo Spirito, vicinissimo alla Basilica di San Pietro, proprio nel cuore della Cristianità.

Apostolato romano

Elisabetta conosce solo il dialetto e quindi non parla con nessuno. Solo con Dio nella preghiera e vive nella sua celletta, come un’eremita: visita chiese, partecipa alla Messa più volte al giorno, fa la carità ai poveri. Nel suo alloggio, due mesi dopo, accoglie Don Giuseppe Valle, come un figlio da curare. Il prete vi rimarrà fino al 1839, assistito da Elisabetta come da una madre.
Nel suo pellegrinare per le chiese di Roma, assetata di preghiera, Elisabetta si incontra, in San Pietro con il Maestro dei Penitenzieri, Padre Camillo Loria, che, ascoltata la sua confessione, le ordina di tornare in Sardegna. Ella è decisa ad obbedire, ma proprio in quel periodo di dubbio e di ansia sul da farsi, incontra nella chiesa di Sant’Agostino, un santo prete romano, Don Vincenzo Pallotti, dedito ad un proficuo vasto apostolato, in cui coinvolge numerosi laici, dando vita nel 1835 alla Società dell’Apostolato Cattolico.
Uomo di grande influenza sui religiosi e sui laici, ricco di un fascino singolare, Don Pallotti sarà canonizzato dal Santo Padre Giovanni XXIII nel gennaio 1963. Elisabetta è compresa e rasserenata da Don Vincenzo, che illuminato da Dio, vede la singolare missione a cui ella è chiamata nell’Urbe. Dirà: «Allora, mi quietai e dopo circa cinque anni che dimoravo a Roma, ebbi una lettera da mio fratello sacerdote che la mia famiglia era veramente lo specchio del paese e tutti ne erano edificati».
Davvero è il caso di dire che ognuno ha da Dio la sua vocazione, anche se qualche volta, può apparire difficile da comprendere.
Ma i santi sanno percepire la volontà di Dio. Elisabetta si dedica al lavoro che le basta per vivere in povertà e letizia e occupa grandissima parte del suo tempo nella preghiera e nella contemplazione di Dio. Per qualche tempo, collabora nella casa di Mons. Giovanni Saglia, segretario della Congregazione dei Vescovi e futuro Cardinale. Diventa terziaria francescana e soprattutto si occupa, come prima collaboratrice, nell’unione Apostolato Cattolico, fondato da Don Pallotti. Ai suoi figli in Sardegna, fa donazione di tutto quanto possiede, lieta di vivere in perfetta povertà. Chi la avvicina, dirà di lei: «Vedeva Dio in tutto e lo adorava in tutte le cose.
L’amore di Dio era la sua vita. Ogni più grande interesse spariva di fronte all’interesse di Dio. Diceva spesso: Mio Dio, io vi amo sopra tutte le cose». Diventa nota a tutti la sua passione per l’adorazione eucaristica, specialmente per la Quarantore. Alla scuola di San Vincenzo Pallotti, cresce ancor più la sua devozione alla Madonna e la sua stanzetta, davanti a San Pietro diventa un piccolo santuario mariano dove si riunisce la gente a pregare con lei. Sembra che il cielo di Dio discenda in quella minuscola cella.
Dai primi Pallottini, da numerosissimi romani che hanno modo di avvicinarla, è venerata come madre, anzi come santa. Lo stesso Don Pallotti la porta in grandissima stima e conduce i suoi figli spirituali ad ascoltare la sua parola.

La santa di San Pietro

Nel tempo della repubblica romana, quando il Papa Pio IX è esule a Gaeta e Roma è caduta nelle mani dei senza Dio, Elisabetta si dimostra di singolare fortezza, di fronte a coloro che la osteggiano: «Per chi preghi?», le domandano con ironia. «Per tutti!». «E anche per la repubblica?». Risponde: «Io non conosco questa persona!». Don Pallotti muore il 22 gennaio 1850, morte prevista da Elisabetta la quale ora è ancora più sola. Intensifica la sua preghiera e il suo apostolato. Ora è davvero la santa che ha conquistato il cuore dei romani per donarli a Gesù.
È ormai anziana e sofferente. Si è consumata come un cero che arde sull’altare. Il 17 febbraio 1857, con la morte dei santi, Elisabetta Sanna va incontro a Dio, dopo aver visto Don Pallotti e San Gaetano da Thiene, che vengono a prenderla per il Paradiso. Al suo funerale, la gente di Roma dirà: «È morta la santa di San Pietro». 
Fu tanto il consenso popolare su di lei che, appena quattro mesi dopo la morte, fu nominato il postulatore della sua causa di beatificazione, durata oltre un secolo e mezzo. È stata dichiarata Venerabile il 27 gennaio 2014. Il miracolo che l’hacondotta finalmente sugli altari, approvato da papa Francesco il 21 gennaio 2016, è la guarigione, avvenuta nel 2008, di una ragazza brasiliana da un tumore che le paralizzava un braccio. È stata beatificata il 17 settembre 2016 presso la basilica della Santissima Trinità di Saccargia a Codrongianos.

San Corrado Confalonieri                                                                        19 Febbraio

Ricorrenza:            19 Febbraio
Nazionalità:         Italia
Anno di Nascita:   1290
Anno della Morte: 19 Febbraio 1351

San Corrado Confalonieri (Calendasco, 1290; † Noto, 19 febbraio 1351) è stato un religioso ed eremita italiano, appartenente al Terzo Ordine Regolare di San Francesco.


Agiografia

Discendeva dalla nobile casata dei Confalonieri che, oltre ad abitare in Piacenza, avevano vasti feudi assegnati loro quale privilegio di essere una famiglia guelfa, fedele alla Chiesa.

Nei dintorni del paese, in una zona fitta di boscaglie (la tradizione parla di Case Bruciate, vicino a Carpaneto Piacentino - anche se recenti studi indicano una nuova località sita tra San Nicolò, frazione di Rottofreno e Calendasco - e questa vasta area agricola di circa 200 pertiche piacentine è chiamata col nome di 'La Bruciata'), Corrado si trova a caccia con una compagnia di amici e familiari.

In seguito al cattivo esito di una battuta di caccia, Corrado ordinò di appiccare il fuoco alle sterpaglie per stanare la cacciagione ma, complice il forte vento, il fuoco in un attimo bruciò boschi, case e capanne.

Spaventati ed impotenti di fronte a questo evento, Corrado e i suoi scapparono verso casa, decisi a non far trapelare la verità.

Non appena la notizia si propagò in città, subito si scatenò la caccia al responsabile, che venne individuato in un povero contadino, accusato di incendio doloso (si credeva infatti che l'incendio fosse stato appiccato dai Guelfi per colpire il governo ghibellino al potere).

La notizia della condanna colpì l'animo di Corrado che non riuscì a darsi pace per quello che era successo a causa sua. Non esitò quindi a interrompere il corteo punitivo e a chiedere udienza al Signore di Piacenza, presso cui dichiarò la propria colpevolezza, subendo la pesantissima pena della confisca di tutti i terreni per risarcire il danno fatto (essendo di nobile famiglia, evitò di subire punizioni corporali).

Conversione

Questo evento segnò profondamente la vita di Corrado, che negli anni successivi si avvicinò sempre più alla fede: vestì infatti l'abito penitenziale francescano ritirandosi nell'eremo nei pressi di Calendasco (detto del "gorgolare" da uno storico siculo) e guidato da frate Aristide. Essendo infatti l'hospitale di questi fraticelli sulle terre nei pressi del suo feudo calendaschese egli ben conosceva il loro esemplare modo di vita, affidato tutto alle sole parole del Vangelo.

Corrado e la moglie Giovannina decisero entrambi di donarsi alla religione, lui quale francescano terziario, lei quale clarissa: la regola dei Terziari prescriveva infatti che quando il coniuge voleva dedicarsi completamente alla vita religiosa vestendo l'abito terziario in una fraternità, anche la moglie facesse lo stesso dando il proprio assenso.

Nel progredire nel suo stato religioso Corrado ebbe modo di riflettere sulla propria scelta fino a prendere la decisione, intorno al 1335 di lasciare Piacenza e tutte le cose materiali per dedicarsi alla propria anima e alle cose eterne.

Corrado compì la conversione in stile francescano, vestendo l'abito Terziario. Come gli atti concreti della sua vita avrebbero mostrato, aveva una vocazione da eremita o anacoreta (l'anacoresi infatti è la separazione dal mondo, con l'impegno ad opporsi alla materia nel rinnegare la natura allo scopo di ottenere ciò che supera tutto l'aspetto materiale per il solo bene dello spirito).

La vita del santo in Sicilia

Nel suo lungo peregrinare, eremita itinerante secondo la tradizione francescana, Corrado attraversò l'Italia verso sud, pregando sulle tombe degli Apostoli a Roma, finché non giunse nella sua meta definitiva, Noto, in Sicilia, intorno al 1340.

Qui legò una stretta amicizia con Guglielmo Buccheri, un antico scudiero di Federico II d'Aragona che le vicende della vita portarono a fare una scelta d'eremitaggio simile a Corrado. Buccheri ospitò Corrado nelle cosiddette Celle, un quartiere isolato nei pressi della Chiesa del Crocifisso, dove rimase per circa due anni, fino al ricominciare delle sue peregrinazioni, quando il suo eremitaggio fu compromesso dalle sempre più numerose persone che chiedevano a lui preghiere e consigli.

Corrado soffriva tutte queste attenzioni e si trasferì in zone remote e desertiche. La sua era una vita ascetica al pari dei grandi Padri del deserto: infatti egli era divenuto xeniteta, cioè aveva lasciato la propria patria natìa, Piacenza, dimentico di tutti gli affetti: insegnano infatti i Padri anacoreti che per essere maggiormente liberi dagli affanni del mondo bisogna liberarsi di tutte le passioni e pratiche del mondo, non ultima quella verso i propri parenti più prossimi.

Miracoli

A San Corrado vengono attribuiti dalla tradizione alcuni miracoli compiuti in vita.

Durante una delle sue visite a Noto, Corrado avrebbe incontrato un suo vecchio conoscente, Antonio Sessa, il quale soffriva da tempo di ernia. Alla vista dell'amico dolorante, Corrado avrebbe pregato per lui, che sarebbe immediatamente guarito dai suoi dolori.

Un altro avvenimento miracoloso tramandato dalla tradizione è la guarigione del figlioletto di un amico sarto, che soffriva anch'egli di un'ernia assai sviluppata.

Il più famoso rimane il miracolo dei Pani, che Corrado avrebbe compiuto durante la terribile carestia che colpì la Sicilia negli anni 1348-1349, durante la peste nera che imperversava in tutta Europa. Secondo la leggenda, in quel periodo, chiunque si rivolgesse a Corrado, non tornava a casa senza un pane caldo, impastato direttamente dalle mani degli Angeli.

Gli ultimi giorni

Corrado morì nella sua grotta il 19 febbraio 1351 con al suo fianco il confessore. Il racconto narra di un trapasso avvenuto in ginocchio e in preghiera con gli occhi al cielo, posizione mantenuta anche dopo il trapasso, mentre una luce avvolgeva la Grotta dei Pizzoni.

Fu seppellito nella Chiesa di San Nicolò a Noto Antica, secondo le sue volontà.

In seguito il corpo fu traslato nella Cattedrale di Noto ove esso è venerato.

CultoUrna d'argento contenente le reliquie di san CorradoGià subito dopo la morte di Corrado si avviarono le procedure che per quel periodo erano meno complesse. Il vescovo locale, che allora era quello di Siracusa, poteva procedere egli stesso alla canonizzazione di una persona che era vissuta nell'esercizio delle virtù eroiche attestate da testimoni ancora viventi che lo avevano conosciuto personalmente (ex auditu a viventibus).

Lo stesso vescovo di Siracusa (sotto la cui cura ricadeva all'epoca anche la città di Noto), aveva beneficiato personalmente del miracolo dei pani compiuto da Corrado. Il vescovo accertò che egli viveva in una grotta nelle montagne notine senza nulla di ciò che serve alla vita comune: eppure Corrado porse al vescovo del pane caldo e fragrante, meravigliando lo stesso che ne riportò fedele memoria.

Subito dopo la morte si diede inizio alla causa. Sospesa poi per motivi legati ad eventi politici e civili, riprese nel XV secolo e si concluse positivamente nel XVI secolo.

Papa Leone X permise il culto al beato Corrado.

Papa Urbano VIII concesse la Liturgia delle Ore e Messa propria agli Ordini Francescani il 12 settembre 1625, mentre a Piacenza il 2 giugno 1625, con decreto del cardinale Farnese, decise la memoria obbligatoria il 19 febbraio, con messa pontificale in cattedrale a Piacenza. Intanto nel 1612 nella cattedrale piacentina era già stata eretta una sontuosa cappella tutta affrescata e nel 1617 un'altra cappella si era eretta in Calendasco. Il vescovo si accertò che in quel paese il santo ebbe i natali e nel piccolo hospitale dei penitenti, poco distante dal luogo nativo, aveva cominciato la sua vita penitente.

Nel 1644 Noto ufficializzò San Corrado come suo Patrono.

Santa Margherita da Cortona                                                                  22 Febbraio

Ricorrenza:            22 Febbraio
Nazionalità:         Italia
Anno di Nascita:   1247
Anno della Morte: 22 Febbraio 1297

Santa Margherita da Cortona (Laviano, 1247; † Cortona, 22 febbraio 1297) è stata una religiosa italiana appartenuta al Terz'Ordine Francescano. È stata chiamata la Terza Stella del francescanesimo (dopo Francesco e Chiara). Nel 1728, papa Benedetto XIII, l'ha proclamata santa.


Biografia:

Di umili origini, venne battezzata presso l'antica pieve di Pozzuolo Umbro, dove attualmente sorge la chiesa dei Santi Pietro e Paolo: rimase presto orfana di madre e dall'età di diciassette anni visse come concubina con un nobile di Montepulciano, Raniero (anagramma di Arsenio) dei Pecora, signori di Valiano, dal quale ebbe anche un figlio.

Nel 1273 Raniero, durante una battuta di caccia in una delle sue proprietà di Petrignano del Lago, venne aggredito e assassinato da un gruppo di briganti. Secondo la tradizione, il suo fedele cane condusse Margherita al ritrovamento del cadavere sfigurato di Raniero.

Scacciata col figlio dai famigliari dell'amante, rifiutata dal padre e dalla sua nuova moglie, si pentì della sua vita e si convertì. Si avvicinò ai francescani di Cortona, in particolare ai frati Giovanni da Castiglione e Giunta Bevegnati, suoi direttori spirituali e poi biografi: affidò la cura del figlio ai frati minori di Arezzo e nel 1277 divenne terziaria e oblata francescana, dedicandosi esclusivamente alla preghiera ed alle opere di carità. La sua spiritualità pone attenzione particolare alla Passione di Cristo, in linea con quanto vissero Francesco d'Assisi, Angela da Foligno e più tardi Camilla da Varano, ossia la clarissa sr. Battista.

Diede vita ad una congregazione di terziarie, dette le Poverelle; fondò nel 1278 un ospedale presso la chiesa di San Basilio e formò la Confraternita di Santa Maria della Misericordia, per le dame che intendevano assistere i poveri ed i malati.

Donna mistica, ma anche di azione, coraggiosa, ricercata per consiglio, fu attenta alla vita pubblica e, nelle contese tra guelfi e ghibellini, fu operatrice di pace.

Il culto

Onorata come beata sin dalla morte, Papa Innocenzo X ne approvò il culto il 17 marzo 1653, ma fu canonizzata soltanto il 16 maggio1728 da Papa Benedetto XIII con l'appellativo di Nova Magdalena.

La biografia redatta dal suo confessore frà Giunta Bevegnati (in AA. SS., mense Februarii, die 22), con i racconti delle numerose estasi e visioni di Margherita, ha contribuito a renderla una delle sante più popolari dell'Italia centrale.

Il suo corpo è conservato a Cortona, nella basilica a lei intitolata, in un'urna collocata sopra l'altare maggiore, bordata da una cornice in lamina d'argento sbalzata e cesellata e pasta vitrea

Presso la frazione Giorgi di Petrignano, nel luogo della tragedia e decisione di conversione (il cosiddetto Pentimento) vi è una pieve ed una quercia tuttora in vita ai cui piedi ella pregò, considerata sacra ed intangibile. Nell'estate 1972, per il settimo centenario dell'evento ci sono state grandi celebrazioni nel Castiglionese con ostensione delle sue spoglie.

Iconografia

Nell'arte, è spesso raffigurata col saio francescano ed il velo bianco, in compagnia di un angelo consolatore (Traversi) o in estasi davanti al Cristo (Lanfranco): è sempre accompagnata dal cane che le fece scoprire il cadavere dell'amante (Benefial).

Beata Francesca Anna della Vergine Addolorata terziaria francesccana      27 Febbraio

Ricorrenza:            27 Febbraio
Nazionalità:         Spagna
Anno di Nascita:   1 giugno 1781
Anno della Morte: 27 febbraio 1855

Sencelles, Isole Baleari, Spagna, 1 giugno 1781 - Sencelles, 27 febbraio 1855

Nella diocesi di Maiorca, la beata spagnola Francesca Anna della Vergine Addolorata (al secolo Francisca Maria Buenaventura Cirer y Carbonell), completamente analfabeta, non sapendo né leggere né scrivere, fondò la Comunità delle Suore della Carità. Giovanni Paolo II la beatificò il 1° ottobre 1989.

Martirologio Romano: Nella cittadina di Sencelles sull’isola di Maiorca, beata Francesca Anna dell’Addolorata Cirer Carbonell, vergine, che, analfabeta, ma animata da divino zelo, si dedicò a opere di apostolato e di carità e istituì la comunità delle Suore della Carità. 


Biografia:

La beata Francesca Anna è uno degli esempi più eclatanti, di quanto la volontà di Dio, opera fra le anime a Lui care; perché fu fondatrice di un Istituto religioso nell’avanzata età di 72 anni, pur non sapendo né leggere né scrivere.
Francisca Maria Cirer Carbonell, nacque nel Comune di Sencelles, nell’isola di Mallorca (Maiorca), arcipelago spagnolo delle Baleari, il 1° giugno 1781; ultima dei sei figli di Paulo Cirer e Giovanna Carbonell, agiati contadini, onesti e molto religiosi. 
Della sua fanciullezza, si sa solo che ebbe un’ottima educazione morale e religiosa in famiglia, ma non frequentò nessuna scuola, rimanendo praticamente un’analfabeta; ciò non le impedì in seguito d’insegnare il catechismo ai bambini ed agli adulti del paese. 
A 7 anni, il 9 maggio 1788, ricevé la Cresima e secondo l’uso del tempo, a 10 anni nel 1791, si accostò alla Prima Comunione. 
La preghiera, le opere di carità, specialmente la cura degli infermi, furono le occupazioni preferite della sua giovinezza; a 17 anni, nel 1798 si fece Terziaria francescana e nel 1813 si iscrisse alla Confraternita del SS. Sacramento della sua parrocchia. 
In gioventù si dedicava ai lavori domestici e dei campi, coltivando nel contempo una profonda devozione alla SS. Trinità, alla Passione del Signore, all’Addolorata e alle anime del Purgatorio; recitava il rosario con gioia e digiunava durante il sabato. 
Maturò ben presto in lei la vocazione allo stato religioso, quindi espresse il desiderio di farsi suora in un convento di Palma, il capoluogo dell’isola di Maiorca, ma il padre si oppose decisamente, allora Francesca Maria, ligia all’obbedienza, vide in ciò la volontà di Dio e decise di essere monaca nella propria casa; era una scelta non rara in quei tempi, che interessò molte ragazze e donne in Spagna, Francia e Italia, istituendo un nuovo filone della religiosità consacrata femminile, il cui maggiore esempio fu santa Maria Francesca delle Cinque Piaghe (Anna Maria Gallo, Napoli, 25-3-1715 – 6-10-1791), la “Santa dei Quartieri Spagnoli di Napoli”. 
La vita in famiglia non fu serena, con contrarietà, solitudine, dolore; a partire dalla perdita dei suoi familiari in pochi anni, con i cinque fratelli morti dal 1788 al 1804, poi la madre deceduta nel 1807 e infine il padre nel 1821; Francesca a 40 anni si ritrovò completamente sola, confidando essenzialmente nella Vergine Addolorata alla quale era particolarmente devota. 
Continuò, più libera da obblighi familiari, a condurre vita monastica in casa, insieme ad una compagna Magdalena Cirer Bennassar († 1870) e a lavorare nei campi, il cui ricavato tolto il necessario per sostenere lei e la compagna, veniva offerto ai poveri, che insieme agli ammalati, costituivano il campo privilegiato del suo apostolato. 
Obbediente ai consigli e alle disposizioni dei parroci, che nel tempo si succedettero anche come suoi direttori spirituali, Francesca Maria Cirer Carbonell, era al centro dell’attenzione ed ammirazione dei suoi compaesani di Sencelles, ai cui occhi ella appariva come una persona desiderosa di nascondersi e condurre una vita ritirata, povera e laboriosa, fatta di preghiera e dedita alle opere di misericordia spirituali e corporali. 
Sempre disponibile a consigliare ed ascoltare tutti, prediligeva interessarsi dei ragazzi insegnando loro il catechismo, ma particolarmente delle ragazze, che conosceva tutte e delle quali si sentiva responsabile del loro comportamento, diveniva loro confidente e guida. 
Per i giovani organizzava nella sua piccola casa di campagna, allegre riunioni e feste da ballo, durante le quali i giovani si frequentavano in maniera lecita, sotto la sua discreta sorveglianza, comunque accettata da tutti. 
Nel suo intimo, rimase in contatto con il Signore, in modo tanto profondo che specie durante i suoi ultimi anni, il suo spirito rimaneva estasiato in preghiera e spesso perdeva l’uso dei sensi, entrando in uno stato di autentica estasi. 
Ben presto, prima a Sencelles poi in tutta l’isola di Maiorca, dalla quale non si era mai allontanata, si cominciò ad attribuirle visioni, profezie e soprattutto guarigioni miracolose. 
Aveva ormai 72 anni, quando con il consiglio del parroco di Sencelles suo direttore spirituale, si convinse che il Signore le manifestava il suo volere, chiedendole di fondare nel suo amato paese un convento di Suore della Carità; in pratica un ramo della Congregazione fondata da S. Vincenzo de’ Paoli (1581-1660); per tale scopo impegnò i suoi beni e trasformò la sua casa, denominandola “Casa de las Hermanas de la Caridad”. 
Affidò la fondazione alla protezione della Vergine Addolorata; lei stessa prese il nome di Francesca Anna della Vergine Addolorata; e il 7 dicembre del 1851, insieme a due compagne, prese l’abito religioso e pronunziò i voti, nello stesso, giorno giunse anche l’approvazione della fondazione da parte del vescovo locale; gli scopi fondamentali della nuova Famiglia religiosa erano tre: servire i malati nelle loro case, istruire la gioventù femminile, insegnare il catechismo sia alla gioventù sia agli adulti; nel convento e nei diversi borghi. 
Fu superiora della piccola comunità, prudente e amorosa verso le sue suore, dando loro l’esempio di una intensa preghiera, di una pratica fedele dei voti religiosi, di uno zelo esemplare nell’espletare i compiti caritativi dell’Istituzione. 
Il 27 febbraio 1855, mentre assisteva alla celebrazione della S. Messa nella chiesa parrocchiale di Sencelles, fu colpita da apoplessia, decedendo qualche ora dopo. 
Fu un giorno di “costernazione e pianto” per tutta l’isola di Maiorca; la sua salma fu esposta all’omaggio di amici e compaesani per tre giorni e il suo funerale si trasformò in una manifestazione commossa e trionfale, per la partecipazione di una moltitudine di persone di ogni condizione sociale. 
La sua tomba si trova nel suo convento “Hermanas de la Caridad” a Sencelles, divenuta da subito meta di affettuosa devozione. 
Il 4 dicembre 1940 fu introdotta la Causa per la sua beatificazione e il 28 novembre 1988, fu approvato un miracolo attribuito alla sua intercessione; madre Francesca Anna della Vergine Addolorata è stata proclamata Beata in Roma, il 1° ottobre 1989, da papa Giovanni Paolo II; la ricorrenza liturgica è il 27 febbraio. 



Beata Antonia di Firenze                                                                        29 Febbraio

Ricorrenza:            22 Febbraio
Nazionalità:         Italia
Anno di Nascita:   1400
Anno della Morte: 29 Febbraio 1472

Beata Antonia di Firenze (Firenze, 1400; † L'Aquila, 29 febbraio 1472) è stata una badessa, religiosa e fondatrice italiana.


Biografia:

Nacque a Firenze nel 1400, giovanissima si sposò ed ebbe un figlio. Rimasta vedova, entrò nel monastero delle terziarie di san Francesco, fondato a Firenze nel 1429 dalla beata Angelina. Fu badessa a Foligno dal 1430 al 1433. Fu poi a L'Aquila dove, nel 1447, su consiglio di san Giovanni da Capestrano, fondò il monastero del Corpus Domini sotto la regola prima di santa Chiara. Molte fanciulle della regione seguirono Antonia nel suo rispecchiare le virtù della grande santa francescana. Morì nel suo convento del Corpus Domini il 29 febbraio 1472.

Culto

Il suo corpo è conservato nel monastero di santa Chiara dell'Eucarestia a L'Aquila.


Marzo

Nominativo                                                                                                                                              Ricorrenza

Beato Bonavita da Lugo terziario francescano                                                  1 Marzo

Ricorrenza:            1 Marzo
Nazionalità:         Italia
Anno di Nascita:   1338
Anno della Morte: 1 Marzo 1375
Lugo, 1338 – Lugo, 1 marzo 1375
è stato un francescano italiano, venerato come beato dalla Chiesa cattolica. «Bonavita» non è un nome, ma il soprannome con cui egli fu conosciuto e ne fu tramandata la memoria ai posteri.


Biografia:

Nato in una famiglia proveniente da Tredozio (Appennino faentino), fin dall'infanzia fu avviato al mestiere di fabbro ferraio, che esercitò durante tutta la vita.

Prese i voti ed entrò nell'Ordine Francescano Secolare. Per l'eroicità delle sue virtù fu chiamato «Bonavita»: egli infatti visse praticando continue penitenze, limitando il più possibile i godimenti della carne.
Osservò questi principii anche nei pasti: si privò del poco cibo che possedeva per donarlo ai più bisognosi.

Morì a soli 37 anni, il 1º marzo 1275.

Fu sepolto nella chiesa francescana di Lugo (oggi chiesa dei santi Francesco ed Illaro, conosciuta come "Collegiata").

Nel XIV secolo il suo cranio fu riesumato e venne posto in un reliquiario. Fu custodito, insieme al cordone del saio, nella sagrestia della chiesa dei francescani di Lugo.

Fu raffigurato in un dipinto di un anonimo locale commissionato nel 1718. In esso il beato è rappresentato mentre cammina sulle acque del Senio in piena

Sant'Agnese di Boemia                                                                                2 Marzo

Ricorrenza:            2 Marzo
Nazionalità:         Boemia
Anno di Nascita:   1211
Anno della Morte: 2 Marzo 1282

Sant'Agnese di Boemia (Praga, 1211; † Praga, 2 marzo 1282) è stata una religiosa e badessa ceca dell'Ordine di Santa Chiara, fondatrice del monastero e dell'ospedale di San Francesco ed istitutrice dell'ordine dei Crocigeri della Stella Rossa. Fu proclamata santa da papa Giovanni Paolo II nel 1989.


Biografia:

Figlia del re di Boemia Ottocaro I e di sua moglie Costanza, sorella del re di Ungheria Andrea II, era strettamente imparentata ai santi Ludmilla, Venceslao, Edvige, Elisabetta e Margherita.

Venne allevata dalla prozia Edvige nel monastero cisterciense di Trzebnica, e poi in quello premostratense di Doksany: all'età di otto anni venne promessa in moglie ad Enrico VII di Germania, figlio ed erede dell'imperatore Federico II di Svevia, e venne inviata alla corte di Vienna per ricevere una formazione adeguata ad una futura sovrana.

Colpita dal messaggio di Francesco d'Assisi, maturò la sua vocazione religiosa e, con il sostegno di papa Gregorio IX, ruppe il fidanzamento con Enrico e si ritirò a Praga. Nella città boema fondò il primo convento di Frati Minori della regione (1232), ed annesso al convento un ospedale per i poveri: per la sua gestione, creò una confraternita laicale (detta dei Crocigeri) che nel 1237 venne elevata dal pontefice al rango di ordine religioso.

Nel 1234 fondò un monastero di clarisse sulle rive della Moldava e santa Chiara vi inviò cinque delle sue religiose: Agnese stessa vi si ritirò l'11 giugno (festa della Pentecoste) dello stesso anno. In seguito ne divenne badessa e conservò tale carica fino alla morte. Resse la sua comunità religiosa con premurosa fraterna carità e con l'esempio di una vita interamente dedita alla contemplazione e alla preghiera.

L'ammirazione verso la principessa monaca crebbe nel tempo presso chiunque era testimone delle sue virtù, come attestano concordemente le memorie biografi­che. Papa Gregorio IX e il suo successore Innocenzo IV lodarono la testimonianza della sua vita evangelica indicandola come esempio da imitare per i credenti. Santa Chiara d'Assisi scrisse quattro lettere alla badessa dove la chiamava illustre e venerabile vergine Agnese. Nella seconda di queste lettere così si esprimeva:

« Se soffrirai con Lui, con Lui regnerai, condolendoti, godrai con Lui, moren­do con Lui nella croce della tribolazione, con Lui possiederai negli splendori dei santi le dimore celesti e il tuo nome sarà notato nel libro della vita per divenire glorioso tra gli uomini.

Perciò in eterno e nei secoli dei secoli, avrai parte alla gloria del regno celeste in cambio delle cose terrene e transitorie, ai beni eterni in cambio dei beni perituri e vivrai nei secoli dei secoli.

Sta bene, carissima sorella e signora, per il Signore tuo sposo; e pensa, nelle tue devote preghiere, di raccomandare me con le mie sorelle, noi che godiamo dei beni del Signore, che in te opera per sua grazia. Raccomandaci anche molto alle tue sorelle.[1] »

Amò la Chiesa, implorando per i suoi figli, dalla bontà divina, i doni della perseveranza nella fede e della solidarietà cristiana. Si rese collaboratrice dei Pontefici che, per il bene della Chiesa, sollecita­rono le sue preghiere e le sue mediazioni presso i re di Boemia, suoi familiari. Amò la patria di cui si rese benemerita con opere caritative sia individuali che sociali, e con la saggezza dei suoi consigli rivolti sempre ad evitare conflitti, e a promuovere la fedeltà alla religione cattolica dei padri.

Negli ultimi anni di vita Agnese sopportò con pazienza i dolori causati sia dalla sua salute che dai tristi avvenimenti della sua famiglia e del suo paese. Paese che dopo essere precipitato nell'anarchia a causa di un conflitto, subi anche gravi calamità naturali, le due concause fecero vivere alla regione una grave carestia.

Durante la Quaresima del 1282 si ammalò gravemente e, sentendo prossi­ma la morte, esortò le consorelle a perseverare nella fedeltà allo spirito del Vangelo e alla Chiesa. Morì santamente nel suo monastero il 2 marzo del 1282. La sua tomba si trova nella Chiesa di San Francesco a Praga.

Beata Beatrice Hermosilla de Valladolid terziaria francescana                        2 Marzo

Ricorrenza:            2 Marzo
Nazionalità:         Spagna
Anno di Nascita:   ==
Anno della Morte: + 1485

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Biografia:

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San Giovan Giuseppe della Croce                                                                 5 Marzo

Ricorrenza:            5 Marzo
Nazionalità:         Italia
Anno di Nascita:   15 Agosto 1654
Anno della Morte: 5 Marzo 1734

San Giovanni Giuseppe della Croce, al secolo Carlo Gaetano Calosirto (Ischia, 15 agosto 1654; † Napoli, 5 marzo1734) è stato un religioso italiano dell'Ordine dei Frati Minori. Il 26 maggio 1839 è stato proclamato santo da PapaGregorio XVI.



Biografia:

Carlo Gaetano Calosirto nacque a Ischia nel 1654 figlio del nobile Giuseppe e di donna Laura Gargiulo. A 15 anni entrò come Giovanni Giuseppe della Croce tra i Francescani scalzi della riforma di san Pietro d'Alcantara, detti anche alcantarini, nel convento napoletano di Santa Lucia al Monte, dove condusse vita asascetica. Nel gennaio del 1671, insieme a 11 frati fu mandato nel santuario di Santa Maria Occorrevole di Piedimonte d'Alife, dove edificarono un convento. Poi fu contemporaneamente a Napoli come maestro dei novizi e a Piedimonte come padre guardiano. Quando agli inizi del Settecento il ramo spagnolo e quello italiano dell'ordine si divisero, separazione che durò fino al 1722, lui guidò il secondo come ministro generale.

Scaduto il suo mandato, ebbe dall'arcivescovo di Napoli, cardinale Francesco Pignatelli, l'incarico di dirigere settanta fra monasteri e ritiri napoletani, uguale incarico ebbe anche dal cardinale Innico Caracciolo per la diocesi di Aversa.

Come padre spirituale a lui si rivolsero celebri ecclesiastici, nobili illustri e grandi religiosi del tempo come sant'Alfonso Maria de'Liguori e san Francesco De Geronimo. Era dotato di vari carismi, come la bilocazione, la profezia, la lettura dei cuori, la levitazione. Ebbe delle apparizioni della Madonna e di Gesù Bambino. Famoso resta il miracolo della resurrezione del marchesino Gennaro Spada, fu visto inoltre passare per le strade di Napoli sollevato di un palmo da terra, in completa estasi.

Il 22 giugno 1722, con decreto pontificio, i due rami alcantarini, furono riuniti di nuovo e Giovanni Giuseppe della Croce tornò a vivere nel convento di Santa Lucia al Monte, qui trascorse gli ultimi anni della sua vita e vi morì il 5 marzo 1734. La sua tomba, posta nel convento, è stata ed è tuttora centro di grande devozione dei napoletani, che lo elessero loro compatrono nel 1790.

Culto

Fu poi elevato agli onori degli altari come santo da papa Gregorio XVI il 26 maggio 1839, insieme ad altri quattro santi: San Francesco De Geronimo, Sant'Alfonso Maria de' Liguori, San Pacifico da San Severino e Santa Veronica Giuliani.

Il vescovo di Ischia, Monsignor Filippo Strofaldi, ha ottenuto che le spoglie del santo venissero trasferite da Santa Lucia al Monte in Napoli al convento francescano dell'isola, fra la sua originaria gente, che da sempre l'ha venerato e amato come suo carissimo e grande figlio.

Beato Andrea da Todi                                                                                 6 Marzo

Ricorrenza:            6 Marzo
Nazionalità:         Italia
Anno di Nascita:   ==
Anno della Morte: 1242

In Firenze, il beato Andrea da Todi, Confessore del Terz'Ordine, che fiorì per santità e miracoli (1242).



Biografia:

I santi appartengono alla "memoria" della Chiesa, che ha innanzitutto assimilato quella dell'Antico Testamento, condividendo con gli Ebrei il ricordo e la celebrazione dei grandi profeti di Israele. A questi si aggiunsero agli albori del Cristianesimo gli Apostoli e i martiri, ma in primo luogo Maria di Nazareth, la madre di Gesù.
Già dal II secolo in Oriente e dal III in Occidente i cristiani si radunavano per la celebrazione dell'Eucarestia presso le tombe dei martiri più noti, onorandone le reliquie e le immagini. Per un moto spontaneo ai martiri vennero associati nel rispetto e nella devozione del popolo i cosiddetti "confessori", vale a dire coloro che professarono la fede con molto coraggio e ardente zelo, benchè le circostanze non fossero state tali da indurli a darne testimonianza con la vita. All'inizio del V secolo la devozione per i santi era ormai proiondamente radicata nella vita religiosa delle comunità cristiane. La libertà di culto aveva consentito di innalzare sulle loro tombe chiese e altari, dove venivano portati dini per onorarne la memoria. In questo stesso secolo andò precisandosi, come è attestato dalle iscrizioni, la distinzione tra "martire" e "santo" che, sul denominatore comune di una fede impeccabile, poneva la discriminante della morte cruenta.

Santa Caterina da Bologna                                                                          9 Marzo

Ricorrenza:            9 Marzo
Nazionalità:         Italia
Anno di Nascita:   8 Settembre 1413
Anno della Morte: 9 Marzo 1463

Santa Caterina da Bologna, al secolo Caterina de'Vigri (Bologna, 8 settembre 1413; † Bologna, 9 marzo 1463) è stata una religiosa e fondatrice italiana, del monastero delle clarisse del Corpus Domini a Bologna nonché prima badessa: è stata canonizzata da papa Clemente XI il 22 maggio 1712.



Biografia:

Nasce da Benvenuta Mammolini e da Giovanni de’ Vigri, patrizio ferrarese, Dottore in Legge e pubblico Lettore a Padova, al servizio del marchese Niccolò III d'Este, signore di Ferrara.

Fin da piccola venne educata a Bologna dalla madre e dai parenti, per via delle molte assenze del padre, il quale però volle che imparasse anche il latino.

Nel 1424, all’età di 11 anni, Caterina entrò nella corte Estense come damigella di compagnia di Margherita d'Este, figlia naturale di Niccolò III. Ricevette l’educazione propria del tempo: studiò musica, pittura, danza; imparò a poetare e diventò esperta nell’arte della miniatura e della copiatura.

Nel 1427 lasciò la Corte estense e si unì ad un gruppo di 18 giovani di famiglie gentilizie che facevano vita in comune, intenzionate inizialmente a seguire la spiritualità agostiniana.

Parlando in terza persona, ella affermò che era entrata al servizio di Dio illuminata dalla grazia divina (..) con retta coscienza e grande fervore, sollecitò notte e giorno alla santa orazione, impegnandosi a conquistare tutte le virtù che vedeva in altri, non per invidia, ma per piacere di più a Dio in cui aveva posto tutto il suo amore[1].

Tra il 1429 e il 1430 la responsabile del gruppo, Lucia Mascheroni, decise di fondare un monastero agostiniano. Mentre Caterina e alcune compagne scelsero di legarsi alla regola di santa Chiara d’Assisi. Fu un dono della Provvidenza, perché la comunità viveva nei pressi della chiesa di Santo Spirito annessa al convento dei Frati Minori che aderivano al movimento dell'Osservanza. Caterina e le compagne poterono così partecipare regolarmente alle celebrazioni liturgiche e ricevere un’adeguata assistenza spirituale. Caterina annotò anche la gioia di aver assistito a una omelia del grande predicatore francescano san Bernardino da Siena[2]

Nel 1431 ebbe una visione sul giudizio finale. La terrificante scena dei dannati la spinse a intensificare preghiere e penitenze per la salvezza dei peccatori. Il demonio continuò ad assalirla ed ella si affidò in modo sempre più totale al Signore e alla Vergine Maria[3].

Nel 1432 professò con le compagne la Regola di Santa Chiara, approvata da papa Innocenzo IV, e diede inizio alla vita claustrale francescana nel monastero del Corpus Domini.

Venerata già in vita dal popolo per le sue virtù carismatiche, nel 1456, dopo insistente invito della cittadinanza e delle autorità civili e religiose, Caterina giunse a Bologna per fondarvi il Monastero del Corpus Domini, di cui divenne Badessa nei successivi sette anni, cioè fino alla sua morte. Alle autorità, la Badessa del monastero di Ferrara, Suor Leonarda Ordelaffi, l'aveva inviata dicendo "Sappiate per certo che io vi do una seconda Santa Chiara". Caterina fa parte di una schiera di Clarisse legate all'Osservanza francescana, caratterizzate dall'avere felicemente armonizzato la santità con l'amore per la cultura. Tra esse spiccano personalità come Eustochia da Messina, Cecilia Copoli da Perugia e Camilla da Varano, ossia sr. Battista.

Morte e corpo incorrottoCorpo incorrotto di santa Caterina da BolognaSi spense il 9 marzo 1463 pronunciando dolcemente per tre volte il nome di Gesù.

Alla sua morte cominciò subito a realizzarsi una profezia nella quale si era sentita dire dagli Angeli quella che sarebbe stata la cifra della sua santità: Et gloria eius in te videbitur.

Fu sepolta il giorno stesso nella nuda terra, ma dopo diciotto giorni fu dissotterrata, intatta e profumata. Dopo varie peripezie il suo corpo trovò una collocazione soddisfacente che ancor oggi conserva: si trova nella sua cappella, senza alcuna maschera, seduta, visibile a tutti e non sigillata. Fu canonizzata da Papa Clemente XI il 22 maggio 1712, solennità della SS. Trinità, dopo un lungo e laborioso processo che vide impegnati, e a titoli vari anche contrapposti, il Monastero e la città di Bologna.

Ogni anno dall'8 al 16 marzo, al Monastero del Corpus Domini, che racchiude il Santuario, si celebra un Ottavario in onore di Santa Caterina, co-patrona di Bologna.

Santa Francesca Romana terziaria francescana                                                9 Marzo

Ricorrenza:            9 Marzo
Nazionalità:         Italia
Anno di Nascita:   1384
Anno della Morte: 9 Marzo 1440

Roma, 1384 – 9 marzo 1440
Santa Francesca, religiosa, che, sposata in giovane età e vissuta per quarant’anni nel matrimonio, fu moglie e madre di specchiata virtù, ammirevole per pietà, umiltà e pazienza. In tempi di difficoltà, distribuì i suoi beni ai poveri, servì i malati e, alla morte del marito, si ritirò tra le oblate che ella stessa aveva riunito a Roma sotto la regola di san Benedetto.



Biografia:

Francesca Bussa de’ Leoni nacque a Roma nel 1384. Fu battezzata il giorno dopo la nascita e cresimata nella chiesa di Sant’Agnese in Agone, non molto lontana da piazza Navona, dove abitava la sua famiglia.
Ebbe un’educazione elevata per una fanciulla del suo tempo. Una volta diventata più grande, accompagnava la madre, Iacobella de’ Roffredeschis, nelle visite alle varie chiese del suo rione. Spesso madre e figlia si spingevano fino alla lontana chiesa di Santa Maria Nova sull’antica Via Sacra, gestita dai Benedettini di Monte Oliveto, dai quali la madre era solita confessarsi.
In quella chiesa anche Francesca trovò il suo primo direttore spirituale, padre Antonello di Monte Savello. Il religioso ben presto si accorse della vocazione della fanciulla alla vita monastica, nonostante vivesse negli agi di una ricca e nobile famiglia.

Sposa per obbedienza

Tuttavia, il padre di Francesca, Paolo, aveva combinato per lei un matrimonio con il nobile Lorenzo de’ Ponziani. Intendeva così allearsi a un’altra famiglia ricca: i Ponziani si erano infatti arricchiti con il mestiere di macellai, comprando bestiame e possedimenti agricoli.
Padre Antonello convinse Francesca, che all’epoca aveva dodici anni, ad accettare la volontà del padre. Una volta sposata, andò ad abitare nel palazzo dei Ponziani, situato nel quartiere di Trastevere, precisamente nella contrada di Sant’Andrea degli Scafi. Oggi si trova in via dei Vascellari 61: dell’antico palazzo, più volte trasformato nei secoli, rimangono le ampie cantine e, al pianterreno, un ambiente quattrocentesco, con il soffitto a cassettoni.

Guarita per intercessione di sant’Alessio

L’inserimento nella nuova famiglia non fu facile, anche perché Francesca si sentiva provata per aver dovuto rinunciare alla sua vocazione religiosa: ne scaturì uno stato di anoressia che la sprofondò nella prostrazione.
Si cercò di sollevarla da questa preoccupante situazione, ma invano. All’alba del 16 luglio 1398, a Francesca sembrò di vedere in sogno sant’Alessio, che le diceva: «Tu devi vivere… Il Signore vuole che tu viva per glorificare il suo nome».
Al risveglio Francesca, accompagnata dalla cognata Vannozza, si recò alla chiesa dedicata al santo pellegrino sull’Aventino, per ringraziarlo. Da allora la sua vita cambiò: insieme a Vannozza, prese a dedicare il tempo libero dagli impegni familiari a soccorrere poveri e ammalati.
Si dispose anche ad accettare la sua condizione di sposa. A sedici anni ebbe il primo dei tre figli, Giovanni Battista, seguito, nel 1403, da Giovanni Evangelista; l’ultima nata, l’unica femmina, fu Agnese.

I problemi della Roma del tempo

Erano anni drammatici per Roma. Gli ecclesiastici discutevano sulla superiorità o meno del Concilio Ecumenico sul Papa. Lo Scisma d’Occidente devastava l’unità della Chiesa, mentre lo Stato Pontificio era politicamente allo sbando ed economicamente in rovina.
Roma per tre volte fu occupata e saccheggiata dal re di Napoli, Ladislao di Durazzo. A causa delle guerriglie urbane, la città era ridotta quasi in rovina. Papi ed antipapi si combattevano fra loro: mancava quindi un’autorità centrale che riportasse ordine e prosperità.

La risposta caritativa di Francesca

Francesca perciò volle dedicarsi a sollevare le misere condizioni dei suoi concittadini. Nel 1401 morì sua suocera, così il marito, Andreozzo Ponziani, le affidò le chiavi delle dispense, dei granai e delle cantine. Francesca ne approfittò per aumentare gli aiuti ai poveri: in pochi mesi i locali furono svuotati.
Il suocero, allibito, decise di riprendersi le chiavi. Quando nei granai fu rimasta soltanto la pula, Francesca, Vannozza e una fedele serva, per cercare di soddisfare fino all’ultimo le richieste degli affamati, fecero la cernita e distribuirono anche il poco grano ricavato. Con loro sorpresa, pochi giorni dopo, sia i granai che le botti del vino risultarono di nuovo pieni.
Andreozzo, nel 1391, aveva fondato l’Ospedale del Santissimo Salvatore utilizzando la navata destra di una chiesa in disuso, oggi chiamata Santa Maria in Cappella. Di conseguenza, non era indifferente alle miserie dei romani. Visto il prodigio, decise di restituire le chiavi alla caritatevole nuora.

Francesca cambia stile di vita

A questo punto Francesca decise di dedicarsi sistematicamente all’opera di assistenza. Con il consenso del marito, vendette tutti i vestiti e gioielli devolvendo il ricavato ai poveri. Indossò un abito di stoffa ruvida, ampio e comodo, per poter camminare agevolmente per i miseri vicoli di Roma.
Era ormai conosciuta ed ammirata da tutta Trastevere, che aveva saputo del prodigio dei granai di nuovo pieni. In particolare, un gruppo di donne volle seguire il suo esempio. Insieme a loro, Francesca andava a coltivare un campo nei pressi di San Paolo fuori le Mura, da cui ricavava frutta e verdura. Caricava le merci su un asinello e le distribuiva personalmente alla lunga fila di poveri, che ormai ogni giorno cercava di sfamare.

“La poverella di Trastevere”

Alla morte del suocero, Francesca si prese cura dell’Ospedale del SS. Salvatore, pur senza tralasciare le visite private e domiciliari che faceva ai poveri. Incurante delle critiche e del disprezzo dei nobili romani, si fece questuante per quanti che si vergognavano di chiedere l’elemosina. 
Per questa ragione, la gente del popolo la soprannominò “la poverella di Trastevere”. La consideravano sempre una di loro, nonostante l’appartenenza al ceto della nobiltà, e familiarmente la chiamavano “Franceschella” o “Ceccolella”.

Rivelazioni e doni soprannaturali

Mentre si prodigava instancabilmente in queste opere di amore concreto, Francesca riferiva al suo confessore, don Giovanni Mariotto, parroco di Santa Maria in Trastevere, le illuminazioni che affermava di ricevere dal Signore. 
La trascrizione di quelle rivelazioni operata da don Mariotto, pubblicata nel 1870, riguardava le frequenti lotte di Francesca col demonio, ma anche il suo viaggio mistico nell’Inferno e nel Purgatorio, i momenti di estasi, i prodigi e le guarigioni che le venivano attribuiti.

La malattia del marito e la morte dei figli

Nel 1409, suo marito Lorenzo, comandante delle truppe pontificie, durante una battaglia contro l’invasore Ladislao di Durazzo re di Napoli, contrario all’elezione di papa Alessandro V, venne gravemente ferito. Rimase semiparalizzato per il resto della sua vita e fu accudito amorevolmente dalla moglie e dal figlio Battista.
Nel 1410 casa Ponziani venne saccheggiata e i beni di famiglia furono espropriati. Lorenzo, sebbene invalido fu costretto a fuggire, per sottrarsi alla vendetta di re Ladislao, che però prese in ostaggio Battista.
Un’epidemia di peste portò Francesca alla decisione di aprire il suo palazzo agli appestati. Così facendo, però, si espose in prima persona al contagio, insieme ai suoi cari. Morirono gli altri due figli, Agnese ed Evangelista. Lei stessa contrasse il morbo, ma riuscì a salvarsi. Passata l’epidemia poté ricongiungersi con il marito e con Battista.
Dalla morte di Evangelista, Francesca cominciò a vedere accanto a sé un ragazzino sui nove anni, con lunghi capelli ricci, vestito di una tunica bianca. Non l’avrebbe più lasciata, per tutta la vita.

Nascita delle Oblate Benedettine di Maria

Francesca continuava ad aiutare poveri ed ammalati, senza trascurare la preghiera: dormiva ormai solo due ore per notte. Iniziò anche ad accompagnare spiritualmente il gruppo di amiche che la coadiuvavano nella carità.
Durante uno di quegli incontri settimanali nella chiesa di Santa Maria Nova, Francesca le invitò ad associarsi in una confraternita consacrata alla Madonna. Ognuna delle socie sarebbe restata nella propria casa, impegnandosi a vivere le virtù monastiche e donandosi ai poveri. Il 15 agosto 1425, festa dell’Assunta, davanti all’altare della Vergine, le undici donne si offrirono al Signore.
Nel marzo del 1433 Francesca poté riunire le sue compagne sotto un unico tetto a Tor de’ Specchi, composto da una camera ed un grande camerone, vicino alla chiesa parrocchiale di Sant’Andrea dei Funari. Il 21 luglio dello stesso 1433, papa Eugenio IV eresse la comunità in congregazione religiosa, con il titolo di Oblate Benedettine di Maria, note anche come Nobili Oblate di Tor de’ Specchi. 

Tra le Oblate di Tor de’ Specchi

Francesca si recava ogni giorno nel monastero da lei fondato, ma continuò ad abitare nel palazzo Ponziani per accudire il marito malato. Lorenzo morì dopo quarant’anni di vita coniugale, nella quale era sempre andato d’accordo con lei.
A quel punto, il 21 marzo 1436, Francesca lasciò la sua casa, affidandone l’amministrazione al figlio Battista e a sua moglie Mabilia de’ Papazzurri. Si unì alle compagne a Tor de’ Specchi, dove fu eletta superiora.
Trascorse gli ultimi quattro anni nel convento, dedicandosi soprattutto a tre compiti: formare le sue figlie secondo le illuminazioni che Dio le donava; sostenerle con l’esempio nelle opere di misericordia alle quali erano chiamate; pregare per la fine dello scisma nella Chiesa.
Francesca insegnò alle sue suore la preparazione di uno speciale unguento, che aveva usato e usava per sanare malati e feriti. Ancora oggi, quel medicamento viene preparato nello stesso recipiente adoperato da lei più di cinque secoli fa.

La morte

Il 3 marzo 1440 Battista Ponziani si ammalò gravemente. Francesca accorse al suo capezzale: dopo poco tempo, il figlio guarì. Aveva appena lasciato palazzo Ponziani, quando incontrò don Mattiotti, il suo confessore, che le ordinò di tornare indietro per passare la notte lì. 
Francesca obbedì, ma sapeva già che quelli sarebbero stati i suoi ultimi giorni. Di fatto morì il 9 marzo 1440, a cinquantasei anni, circondata dalle sue Oblate, a cui aveva lasciato le proprie estreme raccomandazioni.
Le sue spoglie mortali vennero esposte per tre giorni nella chiesa di Santa Maria Nova, poi furono sepolte sotto l’altare della stessa chiesa. Una cronaca dell’epoca riferisce la partecipazione e la devozione di tutta la città.

La glorificazione

La fama di santità di Francesca portò all’apertura di un primo processo ad appena sei mesi dalla sua morte, seguito, tre anni dopo, da un secondo processo, motivato dalle continue grazie singolari attribuite alla sua intercessione. Alcuni vizi di forma, però, bloccarono tutto. Anche il terzo tentativo, a otto anni di distanza dal suo transito, non ebbe seguito. Una delle ragioni è da attribuire al fatto che, a quel tempo, il Papa era lontano da Roma.
Alla fine, fu canonizzata da papa Paolo V il 29 maggio 1608. Il senato di Roma, che già nel 1494 aveva stabilito che il giorno della sua morte venisse considerato giorno festivo e l’appellava “Advocata Urbis”, stabilì all’unanimità che, da allora in poi, sarebbe stata denominata non col cognome da vedova, ma “Romana”. Francesca diventava quindi la prima santa donna italiana dal tempo di Caterina da Siena, ma anche la prima cittadina della Roma moderna a ottenere gli onori degli altari.
Papa Urbano VIII volle nella chiesa di Santa Maria Nova, che la devozione popolare chiama ancora oggi “di Santa Francesca Romana” un tempietto con quattro colonne di diaspro e una statua in bronzo dorato che raffigura la santa in compagnia dell’Angelo Custode, che l’aveva assistita tutta la vita.

I patronati

Santa Francesca Romana, oltre a essere compatrona di Roma con i santi apostoli Pietro e Paolo, viene anche invocata come protettrice dalle pestilenze e per la liberazione delle anime dal Purgatorio. 
Nel 1950 papa Pio XII l’ha dichiarata patrona degli automobilisti, perché il suo Angelo Custode l’accompagnava sempre durante i suoi spostamenti, sprigionando una luce che le permetteva di vedere chiaro anche di notte. Ratificava quindi un’usanza per cui ancora oggi, il 9 marzo di ogni anno, gli automobilisti di Roma si radunano nei pressi della chiesa di Santa Francesca Romana per ricevere una speciale benedizione per sé e per i propri mezzi.
Le è poi stata intitolata l’Associazione Santa Francesca Romana – Vedove Cattoliche Bergamasche, fondata nella diocesi di Bergamo nel 1926 da don Angelo Giuseppe Roncalli, all’epoca cappellano militare (poi Papa col nome di Giovanni XXIII e Santo), in collaborazione con Ermenegilda Crippa vedova Bosis.
Infine, padre Enrico Mauri, degli Oblati dei Santi Ambrogio e Carlo (Venerabile dal 2018), intorno agli anni ’30 del secolo scorso la propose come modello al sodalizio di vedove di guerra che aveva iniziato a formare, in seguito diventato l’Istituto Secolare delle Oblate di Cristo Re.

Le Oblate di Tor de’ Specchi oggi
Nel corso dei secoli, le Oblate di Tor de’ Specchi, dette anche Oblate di Santa Francesca Romana, hanno svolto numerosi servizi caritativi per la popolazione di Roma. Oggi ospitano studentesse universitarie in un apposito pensionato e concedono gli spazi della loro unica casa per i ritiri spirituali in preparazione alla Prima Comunione.

Beato Agnello da Pisa                                                                                13 Marzo

Ricorrenza:            13 Marzo
Nazionalità:         Italia
Anno di Nascita:   1194
Anno della Morte: 13 Marzo 1235

Beato Agnello da Pisa (Pisa, 1194; † Oxford, 13 marzo 1235) è stato un religioso e presbitero italiano, dichiarato beato dalla Chiesa cattolica.



Biografia:

Agnello da Pisa nacque a Pisa dalla nobile famiglia degli Agnelli.

Nel 1211, dopo una visita di san Francesco, i Francescani si insediarono a Pisa. In quell'occasione il giovane Agnello conobbe il santo d'Assisi e, attratto dal suo ideale di vita, entrò nel convento posano sorto presso la chiesa della santissima Trinità.

Nel capitolo generale del 1217 si decise che un gruppo di frati si sarebbe recato in Francia. Francesco cominciò il viaggio ma, incontrato lungo la strada il cardinale Ugolino, futuro Papa Gregorio IX, dietro sue insistenze rientrò in Italia. A capo della spedizione fu posto Agnello, che era ancora un diacono. Giunti a Parigi, Agnello aprì nei dintorni alcuni conventi ed ebbe la felice intuizione di fondare una comunità per i francescani studenti universitari, considerando che la capitale francese era tra le più importanti dal punto di vista culturale.

Dopo sette anni san Francesco nominò nuovamente Agnello capo di una missione, composta da otto frati, questa volta diretta in Inghilterra. Tra questi vi erano tre inglesi, tra cui un sacerdote, Riccardo di Ingworth. Il gruppo sbarcò sull'isola il 10 settembre 1224. Si insediarono a Canterbury, trovando per qualche tempo soggiorno notturno presso una scuola, quando era chiusa agli studenti. Sopportarono molti disagi per le temperature rigide e per il poco cibo, ma il loro contegno e il loro entusiasmo destarono molta ammirazione.

In seguito ricevettero in dono un terreno poco ospitale su cui costruirono un convento. Da qui, due inglesi e due italiani, tra cui Agnello, si recarono a Londra dove, dopo essere stati accolti dai Domenicani, affittarono una casa. Grazie alle numerose vocazioni fu successivamente aperto un convento anche a Oxford con scuola teologica che grazie al Beato di Pisa, assunse un'importanza straordinaria. Anche a Cambridge venne fondata una importante facoltà teologica, che però non eguagliò quella di Oxford.

Il beato, nonostante la malferma salute, volle tornare brevemente in Italia. Ristabilitosi ad Oxford, morì il 13 marzo del 1235 o 1236, a soli quarantuno anni.

Beato Marco da Montegallo                                                                        18 Marzo

Ricorrenza:            18 Marzo
Nazionalità:         Spagna
Anno di Nascita:   1425
Anno della Morte: 19 Marzo 1496

Il Beato Marco da Montegallo, al secolo Marco de Marchio (Montegallo, 1425; † Vicenza, 19 marzo 1496) è stato un religioso italiano appartenente all'Ordine dei Frati Minori, riconosciuto come l'inventore del Monte di Pietà, pensato per sottrarre le classi meno abbienti al giogo dell'usura.



Biografia:

Nacque a Fonditore di Montegallo, località dell'Ascolano nota anche come Santa Maria di Montegallo, dal nobile Claro di Rainaldo "de Marchio", ricordato con la qualifica di capitaneus.

Marco studiò da prima ad Ascoli, in seguito passò alle Università di Perugia e di Bologna, dove si addottorò in legge e in medicina.

Tornato ad Ascoli esercitò per un certo tempo la professione di medico; nel 1451 per assecondare i voleri del padre sposò Chiara de' Tibaldeschi di nobile famiglia, ma con la quale convisse castamente. Alla morte del padre nell'anno successivo gli sposi, di comune accordo, scelsero la vita religiosa: lei entrò tra le clarisse del convento di Santa Maria delle donne in Ascoli e lui tra i Francescani Osservanti.

Marco de Marchio fece il noviziato a Fabriano, poi fu come superiore a San Severino, sotto la guida di san Giacomo da Monteprandone detto "della Marca": egli, san Bernardino da Siena e san Giovanni da Capestrano costituivano gli alfieri dell'evangelizzazione del XV secolo, oltre ad essere tra i primi fautori dell'apostolato sociale.

Prese ad operare contro le due principali piaghe del suo tempo: le discordie civili e l'usura, esercitata in particolare dagli ebrei e vietata ai cattolici. Svolse la sua intensa attività dal 1458 al 1496, promuovendo la pace e il bene pubblico ad Ascoli, Camerino e Fabriano e combattendo l'usura, che condizionava pesantemente la vita delle famiglie, con l'istituzione dei Monti di Pietà.

Insieme con il beato Domenico da Leonessa costituì il Monte di Ascoli nel 1458; in seguito da solo istituì quelli di Fabriano (1470), Fano (1471), Arcevia (1483), Vicenza (1486). Non vi è certezza se abbia contribuito a fondare quelli di Ancona, Camerino, Ripatransone; restaurò quello di Fermo.

Nel 1486 Marco dovette recarsi a Venezia, dove furono stampate presso Niccolò Balaguer due operette a carattere devozionale: Libro delli comandamenti di Diodel Testamento Vecchio e la Tabula della salute. Entrambe le opere, in seguito, furono ristampate anche a Firenze.

Il 19 marzo 1496, mentre era a Vicenza per predicare, fu colto da malore e morì; venne sepolto nella chiesa di San Biagio Vecchio.


Culto

Marco de Marchio è stato proclamato beato il 20 settembre 1839 da papa Gregorio XVI.

San Salvatore da Horta                                                                           18 Marzo

Ricorrenza:            18 Marzo
Nazionalità:         Spagna
Anno di Nascita:   1425
Anno della Morte: 19 Marzo 1496

San Salvatore da Horta, al secolo Salvador Pladevall i Bien (Santa Coloma de Farnés, dicembre 1520; † Cagliari, 18 marzo 1567) è stato un religioso spagnolo dell'Ordine dei Frati Minori, canonizzato nel 1938 da Pio XI



Biografia:

Il futuro santo nacque a Santa Coloma de Farnés, centro della Catalogna, in un giorno del dicembre 1520. I genitori, il cui cognome era Grionesos, lavoravano in un piccolo ospedale locale.

Rimasto orfano si trasferì a Barcellona e fece diversi lavori per mantenere se stesso e la sorella Blasia. Appena quest'ultima si sposò, il giovane poté attuare il desiderio di dedicarsi alla vita religiosa. Dopo un periodo trascorso nel monastero benedettino di Montserrat, il 3 maggio 1541 entrò nel convento francescano di Barcellona e assunse il nome di fra' Salvatore. Nel 1542 fece la professione religiosa e venne trasferito nel convento di Tortosa. In seguito fu trasferito più volte in diversi conventi, tra cui quelli di Bellpuig, Horta, dove rimase per dodici anni, Reus. Era sempre destinato a svolgere i lavori più umili e faticosi. Intanto la gente giungeva numerosa a visitare il frate, in quanto gli venivano riconosciute doti di taumaturgo e si diceva potesse compiere miracoli. Questa fama rese fra' Salvatore scomodo agli stessi confratelli, tanto da provocare i suoi continui trasferimenti. I fatti che lo videro protagonista gli attirarono anche una denuncia all'Inquisizione di Barcellona, che si risolse in un nulla di fatto.

La sua ultima destinazione fu il convento di Santa Maria di Gesù a Cagliari, dove giunse nel novembre 1565. Qui morì in fama di santità in seguito a una malattia il 18 marzo 1567.

Culto

Le reliquie del santo furono inizialmente conservate nel convento di Santa Maria di Gesù, luogo della sua morte. Nel 1607 venne trafugato il cuore e portato nel convento francescano di San Pietro di Silki a Sassari.

Nel 1718, in seguito alla demolizione di Santa Maria di Gesù, le spoglie del santo vennero trasferite prima nella chiesa di San Mauro a Villanova (in cui è ancora conservata una reliquia e l'arca in pietra che ne conteneva il corpo) e da qui, nel 1758, nella chiesa di Santa Rosalia nella Marina. Santa Rosalia è il principale santuario di San Salvatore, dove il suo corpo è esposto, all'interno di una teca in vetro posta sotto la mensa dell'altare maggiore, alla venerazione dei fedeli. Un santuario dedicato al santo sorge anche nel comune di Orta di Atella.

Beato Narciso Giovanni Turchan                                                               19 Marzo

Ricorrenza:            19 Marzo
Nazionalità:         Polonia
Anno di Nascita:   1879
Anno della Morte: 19 Marzo 1942

Beato Narcyz Turchan, al secolo Jan (Narciso Giovanni) (Biskupice, 19 settembre 1879; † Dachau, 19 marzo 1942) è stato un religioso e martire polacco, Giovanni Paolo II lo beatificò a Varsavia il 13 giugno 1999 con altri 107 martiri polacchi.



Biografia:

Jan Turchan nacque a Biskupice, diocesi di Cracovia, il 19 settembre 1879. Fu accolto nel 1899 dai Frati Minori nella Provincia di Santa Maria degli Angeli, emise la Professione temporanea il 13 settembre 1900 e quella solenne il 24 dicembre 1903, assumendo il nome di Narcyz. Ordinato sacerdote a Leopoli il 1° giugno 1906, fu guardiano in varie fraternità. Arrestato per ben due volte e rilasciato per mancanza di prove contro di lui, fu definitivamente arrestato il 6 ottobre 1941.
Internato dunque senza processo nel campo di concentramento di Dachau, nei pressi di Monaco di Baviera, nonostante le sue precarie condizioni di salute non cessò di prendersi cura dei suoi compagni di prigionia. Morì, a seguito degli stenti subiti in carcere, il 19 marzo 1942.
Giovanni Paolo II lo beatificò a Varsavia (Polonia) il 13 giugno 1999 con altri 107 martiri polacchi, tra i quali figurano quattro altri suoi confratelli. In data odierna è commemorato dal nuovo Martyrologium Romanum nell’anniversario del suo glorioso martirio.

Beato Diego Giuseppe da Cadice                                                                24 Marzo

Ricorrenza:            24 Marzo
Nazionalità:         Spagna
Anno di Nascita:   30 Marzo 1743
Anno della Morte: 24 Marzo 1801

Il Beato Diego Giuseppe da Cadice, al secolo José Francisco López-Caamaño y García Pérez (Cadice, 30 marzo 1743; † Ronda, 24 marzo 1801) è stato un presbitero spagnolo, appartenente all'Ordine dei Frati Minori Cappuccini, grande predicatore nelle missioni popolari.



Biografia:

Nacque il 30 marzo del 1743 a Cadice da Giuseppe Lopez Caamano e da Maria Garcia Pérez di Rendón, entrambi nobili decaduti. A nove anni, essendo rimasto orfano di madre fu affidato dal padre, passato a seconde nozze, a un sacerdote affinché apprendesse il latino, ma scarso fu il profitto perché tardo d'ingegno e balbuziente. Il padre, confidando nello sviluppo del figlio, lo mandò a studiare a Ronda sotto la direzione dei Frati Predicatori, ma se lo vide, con tristezza, rimandare in famiglia; per la poca attitudine che manifestava allo studio.

Giuseppe, pur essendo pio e ubbidiente, non si sentiva chiamato alla vita religiosa ma nel 1756, a tredici anni, entrò nella chiesa di un convento cappuccino e, sentendo i frati cantare la Liturgia delle Ore, si sentì riempire l'anima di una gioia così grande che, come scriverà in una lettera, la cosa lo portò alla decisione di farsi frate cappuccino.

Il padre Provinciale, in visita al convento di Cadice, lo esaminò e, contrariamente al parere del padre Guardiano, lo ritenne sufficientemente istruito per mandarlo a fare il noviziato a Siviglia, dove il 15 novembre del 1757 vestì l'abito religioso e assunse il nome di fra Diego. Durante l'anno di prova non mancarono al novizio tribolazioni e turbamenti, ma li vinse lasciandosi docilmente guidare dai superiori e osservando diligentemente le regole. Appena emise la professione solenne, cominciò lo studio della filosofia, ma non vi fece molto progresso perché si sentiva più portato per la poesia. Quando giunse a studiare il trattato di Dio e dei suoi attributi, fra Diego sentì un desiderio tanto veemente ad approfondire la verità rivelata che riguadagnò il tempo perduto e meritò di essere ordinato sacerdote il 13 giugno del 1767.

Per il resto della sua vita il beato percorse la Spagna per evangelizzare in tutte le forme città e villaggi e confutare gli errori prima dell'enciclopedia e poi della rivoluzione francese. I vescovi facevano a gara per averlo nella propria, per i copiosi frutti spirituali che ovunque raccoglieva. La sua predicazione varia, semplice, ma anche sostenuta, aveva del prodigioso. Anche le università, le accademie, le famiglie religiose e persino la corte lo volevano udire. Padre Guerrero, O.P., che a Ronda lo aveva avuto condiscepolo, un giorno volle andare a udirlo. Ne rimase tanto ammirato che, dopo il sermone, si sentì in dovere di fargli i suoi complimenti. Il Beato gli rispose con molta umiltà:

« Tu lo vedi, mio caro, non vi è niente del mio. Iddio ha voluto operare questo in me, perché risplenda di più il suo potere »

Fra Diego era alto di statura e ben proporzionato e percorreva la Spagna camminando sempre a piedi scalzi, rivestito soltanto di una ruvida tonaca di lana. Amante della povertà, non portava con sé alcuna cosa per non legare, diceva, le mani alla Provvidenza. Poiché odiava il denaro più che un serpente velenoso, non accettava compensi alle sue fatiche ma, quando saliva sul pulpito, anche le chiese più vaste erano troppo piccole per contenere tutta la gente che accorreva ad ascoltarlo. Spesso di doveva collocare il pulpito in mezzo alla piazza o sopra una altura, per dare a tutti modo di udire la parola di Dio. Sovente doveva essere scortato da soldati per impedire che la gente lo opprimesse. A un eretico fu chiesto che cosa pensasse del missionario apostolico. Rispose:

« Questo frate preme molto; è necessario o non udirlo o credere »

Del resto fra Diego stesso scrisse al suo direttore spirituale;

« Vorrei spargere il sangue, e dare mille vite se le avessi, in difesa della fede e della santa Chiesa, che me le propone e insegna »

Con la predicazione fra Diego mirava a togliere abusi, scandali, stampe oscene e soprattutto a mettere la pace nelle famiglie. Per riuscire più sicuramente nell'intento non saliva sul pulpito senza avere prima recitato una terza parte del rosario, e non concludeva la missione senza avere tenuto almeno una predica su Maria Santissima che venerava sotto il titolo di Immacolata, Madonna della Pace e Divina Pastora, di cui faceva esporre le immagini nelle case e nelle chiese. Furono così visti protestanti farsi cattolici, illustri cittadini farsi religiosi, monasteri dissipati diventare ferventi, preti scandalosi ritornare zelanti, governatori di città costruire opere di pubblica beneficenza per i poveri e i malati.

Dio a fra Diego, oltre il dono della parola, aveva dato anche il dono della profezia, del discernimento degli spiriti e soprattutto il dono dei miracoli. Nel 1785mentre si trasferiva a Guadix per una missione, chiese alloggio a poveri coloni. Appena si diffuse la notizia, i parenti di una donna cieca e paralitica gliela condussero a dorso di un'asina, perché la benedicesse. Fra Diego pregò per l'inferma ed ella recuperò all'istante la vista e l'uso delle gambe. Un'altra volta si racconta che fu costretto a chiedere alloggio in una fattoria. Ai vaccari che trovò, fra Diego rivolse come al solito una buona parola, ma uno di loro, che non si confessava da 9 anni lo derise. La mattina dopo, mentre conduceva il bestiame al pascolo, ebbe la sfrontatezza di dire al frate:

« Padre, vede quel toro? Se riesce a farlo mettere in ginocchio, mi confesserò io pure »

Investito dallo spirito di Dio il Beato si rivolse all'animale e gli disse: Fratello toro, fermati!. L'animale furente si arrestò all'istante. Fra Diego gli si accostò e il toro si mise in ginocchio tra lo stupore dei vaccari. Alla vista di quel prodigio, il peccatore detestò i propri trascorsi e chiese la confessione.

Papa Pio VI informato del bene immenso che fra Diego compiva in Spagna, con motu proprio gli diede facoltà di concedere indulgenze parziali e plenarie a suo giudizio, e lo nominò consultore straordinario del Supremo Consiglio di santa romana Chiesa esistente in Bologna. L'esempio del Papa venne imitato dai vescovi di tutta la Spagna. Il cardinale Delgado, arcivescovo di Siviglia, suggerì al re Carlo III di farlo nominare vescovo di una diocesi, ma il sovrano gli rispose:

« Lasciamolo nel suo ministero, così, invece di circoscrivere la sua missione a una diocesi, lo avremo vescovo di tutto il regno »

Più tardi, in seguito a tante insistenze, gli offrì il vescovato di Ceuta, ma padre Diego lo rifiutò limitandosi a suggerirgli la persona più adatta per quella sede.


Padre Diego ebbe onorificenze da quasi tutte le cattedrali di Spagna e dalle principali città, titoli accademici da molte università, il titolo di Grande di Spagna, d'Inquisitore, di vicario generale della armata e di predicatore soprannumerario della corte da parte di Carlo III, di prefetto del consiglio di gabinetto da parte delle corti di Napoli e di Portogallo. Il Beato confidò a un sacerdote suo amico che stima facesse di tanti riconoscimenti scrivendogli;

« Ella già sa di quanti onori non meritati hanno voluto caricare questo somaro. Ho sempre tremato che il demonio, scaltro com'è, non mi togliesse la stima che di me debbo avere di uomo inetto e vile... La regina di tutti, Maria, che ho sempre pregato di mantenermi nell'umiltà, ha esaudito la mia preghiera »

Fra Diego predicò la parola di Dio finché le forze lo sostennero. Cadde gravemente malato nel mese di marzo 1801 mentre predicava a Ronda. Ai medici che lo curavano disse che quella sarebbe stata la sua ultima malattia, e al confratello laico che lo assisteva fece capire che sarebbe andato a celebrare la festa dell'incarnazione del Verbo in paradiso. Difatti morì, assistito dal parroco, il 24 marzo del 1801 dopo avere molte volte sospirato:

« O mio dolce Gesù, ben tu sai che io ti amo »

Beato Pellegrino da Falerone                                                                       27 Marzo

Ricorrenza:            27 Marzo
Nazionalità:         Italia
Anno di Nascita:   1198
Anno della Morte: 5 Settembre1233

Beato Pellegrino da Falerone, al secolo Ruggero (Falerone, 1198 ca.; † San Severino Marche, 5 settembre 1233) è stato un religioso e presbitero italiano.



Biografia:

Ruggero nacque probabilmente sul finire del XII secolo, nella nobile famiglia Falerone o Fallerone.

Gli Actus beati Francisci et sociorum eius lo annoverano fra gli studenti universitari di nobile origine, giunti a Bologna dalla Marca di Ancona.

Stando alla narrazione dei Fioretti (cap. 27) il 15 agosto 1222, due giovani studenti dell'università di Bologna, Rizerio da Muccia e Ruggero, ascoltando la parola di san Francesco, furono colpiti dalla sua testimonianza e si misero al suo seguito.

Praticò eminentemente le virtù su cui si impernia la spiritualità francescana: umiltà, carità, preghiera intensa e perfetta letizia. Fu pellegrino in Terra Santa, forse per questo motivo è ricordato con il nome di Pellegrino.

Morì nel convento di San Severino Marche il 5 settembre 1233.

Culto

Il suo culto dopo la morte si propagò rapidamente grazie ai numerosi miracoli attribuiti alla sua intercessione. Il 28 luglio 1821 papa Pio VII ne riconobbe il culto ab immemorabili.

San Pietro Regalado da Valladolid                                                            30 Marzo

Ricorrenza:            30 Marzo
Nazionalità:         Spagna
Anno di Nascita:   1390
Anno della Morte: 30 Marzo 1456

San Pietro Regalado (Valladolid, 1390; † La Aguilera, 30 marzo 1456) è stato un religioso e sacerdote spagnoloappartenente all'Ordine dei Frati Minori; è venerato come santo dalla Chiesa cattolica.



Biografia:

Pedro Regalado nacque nel 1390 a Valladolid in Spagna da una nobile famiglia di origine ebraica.

Ben presto rimase orfano di padre ed all'età di tredici anni la madre gli concesse di entrare nel monastero francescano della sua città natale; la sua sola ambizione divenne condurre una vita di preghiera e penitenza, e già considerava le visite della madre come una distrazione.

Conquistato dagli ideali di Pietro da Villacreces, impegnato a ristabilire nella penisola iberica l'osservanza originaria della Regola francescana, nel 1404 lo seguì nell'eremitaggio di Auguille, ove trovò la solitudine, la povertà ed il clima di preghiera tanto agognati.

Nel 1414 Pietro da Villacreces ottenne dal concilio di Costanza l'approvazione della riforma da lui intrapresa, e lasciò Regalado a capo del romitaggio di Auguille,

Nel 1422 entrambi presero parte al capitolo provinciale; ma qui Pietro da Villacreces morì e Pietro Regalado fu nominato guardiano di Auguile.

Nel 1427 presso Medina del Campo Pedro Regalado presenziò alla Concordia, una riunione dei seguaci di Villacreces ove si stabilì di rimanere uniti ai frati conventuali. Dal 1442 divenne vicario della sua congregazione e dunque terzo successore del fondatore.

Sentendo avvicinarsi la morte, nel 1456 decise di partire per Burgos per chiedere invano a Lope di accettare il vicariato dei villacreciani. Spirò ad Auguile il 30 marzo di quello stesso anno.

Beato Ludovico da Casoria                                                                         30 Marzo

Ricorrenza:            30 Marzo
Nazionalità:         Italia
Anno di Nascita:   1814
Anno della Morte: 30 Marzo 1885

Nato a Casoria, in provincia di Napoli, nel 1814, Arcangelo Palmentieri entrò a 18 anni tra i Francescani Alcantarini divenendo fra Ludovico. Per 20 anni insegnò matematica e filosofia a Napoli, tenendo anche la farmacia del convento, che trasferì con sé a Capodimonte. La sua carità si estese presto ai piccoli che vagavano per le strade di Napoli, ai giovanissimi africani condotti in Occidente come schiavi, ai ciechi e ai sordomuti. Per dare continuità alle sue opere, fondò nel 1859 i Terziari Francescani della Carità, detti Frati Bigi (ora non più esistenti) e, cinque anni dopo, le Suore Francescane Elisabettine dette Bigie. Il Vaticano gli affidò la missione di Scellal, in Sudan, che però durò poco. Morì a Napoli il 30 marzo 1885, a 71 anni. Beatificato da san Giovanni Paolo II il 18 aprile 1993, è stato canonizzato il 23 novembre 2014 da papa Francesco. I suoi resti mortali riposano presso l’Ospizio Marino a Napoli, in via Posillipo 24. La sua memoria liturgica cade il 17 giugno, giorno in cui, nel 1832, vestì per la prima volta il saio francescano.



Biografia:

Arcangelo Palmentieri nacque a Casoria, in provincia di Napoli, l’11 marzo 1814, terzo dei cinque figli di Candida Zenga e Vincenzo Palmentieri, di professione vinaio. Vestì il saio dei Frati Minori Alcantarini il 17 giugno 1832, assumendo il nome di fra Ludovico. Dopo gli studi necessari come novizio presso Nola, fu ordinato sacerdote il 4 giugno 1837. Inizialmente, gli fu affidato l’insegnamento della d’insegnante di matematica e fisica nei seminari del suo Ordine. Nel contempo istituì una farmacia–infermeria per i frati malati e per i sacerdoti poveri del Terz’Ordine, alloggiandoli in un edificio a Scudillo di Capodimonte in Napoli, detto “La Palma”.
Tra il 1847 e il 1848, a seguito di una malattia e di un’intensa esperienza di grazia, che successivamente definì come “lavacro”, diede un nuovo corso alla propria vita. Rilanciò il Terz’Ordine di San Francesco e istituì una piccola infermeria per i confratelli e per i sacerdoti terziari poveri presso il convento napoletano di San Pietro ad Aram, poi ingrandita e trasferita presso Capodimonte.
La sua carità si estese presto ai piccoli scugnizzi che vagavano per le strade di Napoli e, dietrosuggerimento del genovese donNiccolò Giovanni Battista Olivieri (fondatore della Pia Opera del Riscatto; per lui è in corso la causa di beatificazione), ai giovanissimi africani condotti in Occidente come schiavi. Già nel 1854 poté accogliere i primi due bambini affidatigli da don Olivieri, Giuseppe Rab e Giuseppe Morgian, con risultati confortanti.Ideò il progetto che i missionari venissero reclutati fra gli stessi indigeni, con la celebre frase «L’Africa deve convertire l’Africa».
Ottenute le necessarie approvazioni dai suoi superiori e sotto il beneplacito reale, nel 1856 riunì nel convento La Palma allo Scudillo nove bambini di colore, indirizzandoli agli studi; alcuni di essi furono poi battezzati solennemente dal cardinale arcivescovo di Napoli.
Nel 1857 ottenne che il re Ferdinando II riscattasse dodici bambini, che andò personalmente a prendere ad Alessandria in Egitto. Nonostante le offerte provenienti da ogni parte, specie dalla Germania, si vide ben presto che i locali de La Palma ormai erano insufficienti. Falliti i tentativi di acquistare un edificio accanto, il re intervenne espropriandolo e donandolo a padre Ludovico.
Dopo aver incontrato madre Anna Lapini, fiorentina, fondatricedelle Povere Figlie delle Sacre Stimmate di San Francesco d’Assisi, popolarmente note come Suore Stimmatine (Venerabile dal 2003), le affidò un progetto analogo per le bambine. Il collegio delle “Morette” sorse insieme con la Casa delle Stimmatine a Capodimonte e fu inaugurato il 10 maggio 1859: insieme a dodici bambine africane, vi erano educate le fanciulle povere della città.
Per dare continuità alle sue opere, fondò nel 1859 i Terziari Francescani della Carità, detti Frati Bigi dal colore del saio (ora non più esistenti) e, cinque anni dopo, le Suore Francescane Elisabettine dette Bigie.
La Sacra Congregazione di Propaganda Fide gli affidò la stazione missionaria africana di Scellal, dove fondò un Istituto di missionari e un ospedale, che purtroppo unanno dopo dovette chiudereper mancanza di fondi. Ad Assisi fondò, il 17 settembre 1871, l’Istituto Serafico per i bambini disabili, dedicandolo a san Francesco.
Padre Ludovico seppe muoversi diplomaticamente con la caduta dei Borbone e l’avvento del Regno d’Italia, benvoluto e considerato da tutti. Ebbe anche molti grandi amici dello spirito: alla giovane Caterina Volpicelli suggerì di dedicarsi alla diffusione del culto al Sacro Cuore a Napoli (fondò in seguito le Ancelle del Sacro Cuore; è Santa dal 2009) e fu ispiratore dell’avvocato Bartolo Longo (Beato dal 1986) nella fondazione delle opere annesse al Santuario della Beata Vergine del Rosario di Pompei.
Morì a Napoli il 30 marzo 1885, a 71 anni.È stato beatificato da san Giovanni Paolo II il 18 aprile 1993 e canonizzato da papa Francesco il 23 novembre 2014.La sua memoria liturgica cade il 17 giugno, nell’anniversario della sua vestizione religiosa.Il suo corpo è sepolto presso l’Ospizio Marino in via Posillipo 24 a Napoli, da lui istituito per i pescatori poveri e malati della zona.

Aprile

 Nominativo                                                                                                                                              Ricorrenza

San Benedetto Massarari                                                                              4 Aprile

Ricorrenza:            4 Aprile
Nazionalità:         Italia
Anno di Nascita:   1524
Anno della Morte: 4 Aprile 1589

San Benedetto il Moro, al secolo Benedetto Massarari, detto anche Benedetto da San Fratello (San Fratello, 1524 ca.; † Santa Maria di Gesù, 4 aprile 1589), è stato un eremita e religioso italiano dell'Ordine dei Frati Minori.

Si ipotizza che Benedetto nacque tra il 1524 e il 1526 a San Fratello in Sicilia, i suoi genitori Cristoforo e Diana furono condotti in condizione di schiavitù dall'Africa, forse dall'Etiopia. Nel 1652 fu eletto dal Senato di Palermo tra i santi patroni della città siciliana e nel 1807 fu canonizzato dopo un lunghissimo processo.



Biografia:

Reso libero per concessione del Manasseri, Benedetto ebbe anche un fratello di nome Marco e due sorelle, Baldassara e Fradella. Sin da piccolo si mise in mostra per la sua volontà di solitudine e di autopenitenza che gli fecero guadagnare il soprannome di Santo, nonostante venisse maltrattato dai coetanei per il suo atteggiamento. A diciotto anni lasciò la casa di famiglia lavorando per conto suo e cominciò anche ad aiutare i poveri.

All'età di ventuno anni entrò nell'eremo di Santa Domenica, a Caronia, nei pressi del suo paese natale, ma presto dovette lasciarlo insieme al confratello Girolamo Lanza a causa del continuo viavai di gente che veniva per chiedere miracoli al frate di colore. Quindi Benedetto e Girolamo si recarono prima alla Platanella e poi alla Mancusa, tra Partinicoe Carini, ma anche in questi luoghi accorrevano numerosi fedeli e pertanto i due cercarono di nascondersi sul monte Pellegrino, presso Palermo. Per un anno e otto mesi circa Bendetto andò presso il santuario della Madonna della Dayna, a Marineo, ma successivamente tornò sul monte Pellegrino.

Alla morte del fondatore dell'eremo di Santa Domenica, Girolamo Lanza, venne eletto superiore dai confratelli, nonostante il suo analfabetismo. Nel 1562 il papa Pio IV cancellò l'istituto religioso e i confratelli dovettero cercare ospitalità in altri conventi. Benedetto invece fu inviato dapprima al convento di S. Anna di Giuliana, dove rimase quattroanni, poi al convento di S. Maria di Gesù a Palermo dove rimase fino alla morte. Inizialmente lavorò come cuoco, poi divenne superiore del convento nel 1578, successivamente lavorò con i novizi ed infine tornò a fare il cuoco.

Secondo la tradizione compì numerosi miracoli; ebbe fama di santità anche da vivo, tanto che molti ecclesiastici, teologied addirittura il viceré si affidavano al suo consiglio prima di prendere decisioni importanti. Nel mese di Febbraio del 1589 fu colpito da una grave malattia e di lì a poco morì, il 4 aprile del 1589 presso il convento francescano di Santa Maria di Gesù in fama di santità.

Il 15 maggio del 1743 il papa Benedetto XIV lo beatificò rendendone possibile il culto. Fu canonizzato il 24 maggio 1807 da papa Pio VII. Le sue reliquie sono custodite nella Chiesa della frazione di Santa Maria di Gesù a Palermo, nel suo paese natio San Fratello e nel paese di Acquedolci.

Il culto

Molto venerato già in vita, la sua devozione si diffuse specialmente in Sicilia dove diviene compatrono, insieme a Santa Rosalia, di Palermo nel 1713, patrono di San Fratello sua città natale e patrono di Acquedolci, paese nel quale la Chiesa Madre e la Parrocchia sono a lui dedicate. Anche in Spagna e soprattutto in Sudamerica viene riconosciuto come santo protettore delle persone di colore.

Celebrazioni in Sudamerica

In Sudamerica il culto e molto vivo in Colombia e Venezuela nella regione chiamata Zulia, dove le celebrazioni vanno dal 27 dicembre al 6 gennaio, molto sentito nelle comunità di colore, il rituale ha il suo massimo splendore nella zona meridionale del lago Maracaibo. Le celebrazioni sono accompagnate da manifestazioni delle culture tribali del Togo, Benin, Nigeria e Angola, con musiche, balli e dimostrazioni di forza.

Santa Maria Crescentia Hoss                                                                       5 Aprile

Ricorrenza:            5 Aprile
Nazionalità:         Germania
Anno di Nascita:   20 Ottobre 1682
Anno della Morte: 5 Aprile 1744

Maria Crescentia Höss (Kaufbeuren, 20 ottobre 1682; † Kaufbeuren, 5 aprile 1744) è stata una religiosa tedesca, francescana, priora del convento di Kaufbeuren e venerata come santa.



Biografia:

Figlia di Mathias Höss e della di lui consorte Luzia, semplici e poveri tessitori, si distinse giovanissima per la viva intelligenza e per la sua devozione: pur desiderando entrare nel convento francescano femminile della città, dovette adattarsi a lavorare anch'ella come tessitrice poiché la famiglia non era in grado di pagare la dote prescritta.

Venne in aiuto alla famiglia il sindaco evangelico della città cosicché ella poté entrare come novizia nel convento. Dopo un duro tirocinio di obbedienza (fece anche la portinaia del convento), durante il quale si mostrò sempre solerte ed oculata, fu chiamata a responsabilità sempre più importanti nella comunità fino a diventare, nel 1741, priora del convento stesso.

Alla sua morte, avvenuta il giorno di Pasqua del 1744, iniziò un incessante flusso di pellegrini che fece per lungo tempo di Kaufbeuren il punto centrale della vita religiosa della Svevia. Fino a settantamila persone giunsero in alcuni anni per pregare sulla sua tomba e depositare migliaia di ex-voto.


Gioia e letizia quotidiane

Come priora Crescentia fu sempre considerata molto osservante delle regole dell'Ordine. Allo stesso modo tuttavia era importante per lei la vita fraterna in comunità. Gioia e letizia dovevano regnare nel convento. La base della sua spiritualità era la conformità alla volontà divina.

Crescentia possedeva anche una notevole competenza economica. Guidò il convento con tale successo che la sua esistenza ne fu assicurata per lungo tempo e rimase sufficiente denaro per i compiti caritativi delle sue consorelle. Ella aveva una grande conoscenza dei casi della vita per cui a molte persone servì da modello e alle richieste di tanti rispondeva con sollecitudine.


Una saggia consigliera

Molte persone venivano da vicino e da lontano, per avere da lei consiglio. Esse apprezzavano la sua capacità di giudizio ed i suoi punti di vista molto chiari come anche la sua straordinaria capacità di entrare nei panni dell'interlocutore. Accanto ai colloqui personali, nei quali "(..) riusciva a dire il vero meglio di un confessore", come osservò Clemente Augusto di Baviera, ella fu in contatto epistolare con molte importanti personalità del suo tempo, tra le quali oltre settanta fra principi e principesse, e tra queste la principessa Maria Amalia d'Asburgo come pure il principe elettore Clemente Augusto di Baviera o gli abati dell'Abbazia di Kempten.

Verso la canonizzazione

La francescana di Kaufbeuren è stata la prima santa tedesca proclamata tale nel terzo millennio. Con la canonizzazione del 25 novembre 2001 a Roma, ella fu proposta all'intera cattolicità quale esempio da seguire e quale supplice presso Dio.

Ci volle molto tempo prima che ciò avvenisse. Subito dopo il suo pio transito la sua tomba presso la chiesa del Convento francescano di Kaufbeuren fu mèta di pellegrini.

Le cronache dello stesso parlano di 60-70 mila pellegrini all'anno. Già nel 1775 fu avviato il processo di canonizzazione. Esso durò tuttavia molto tempo, poiché intervennero i disordini della soppressione degli ordini e solo il 7 ottobre 1900 papa Leone XIII dichiarò Maria Crescentia beata.

I numerosi casi di esaudimento di preghiere e un incessante flusso di pellegrini indussero convento e diocesi a occuparsi della canonizzazione. Il 10 giugno 1998il vescovo diocesano Viktor Josef Dammertz aprì il processo di canonizzazione, che il vicepostulatore sassone Dr. Karl Pörnbacher e il postulatore romano Dr. Andrea Ambrosi avevano preparato.

Dovettero essere svolte ricerche sull' esaudimento delle preghiere per Margit Heim, una tredicenne tedesca di Hörmanshofen, località non lontana da Monaco, che il 23 giugno 1986, con le amiche Helga e Angela, si era recata a fare il bagno in un bacino artificiale lungo il corso del fiume Geltnach. Verso le 15.30 Helga e Margit erano state risucchiate da un vortice, e Angela aveva dato l'allarme. Alle 16.20 era stato ripescato il corpo di Helga, morta successivamente nonostante i tentativi di rianimazione. Quasi contemporaneamente era stata riportata a galla anche Margit: dopo tre quarti d'ora di apnea era clinicamente morta e l'elettrocardiogramma era piatto. Il cuore di Margit - intubata, sottoposta a massaggio cardiaco e defibrillazione, con somministrazione di adrenalina - aveva però ripreso a battere, e la ragazza era stata trasportata in coma all'ospedale di Kempten, dove erano stati rilevati diffusi danni cerebrali e le era stata somministrata l'estrema unzione. Nel frattempo era iniziata una catena di preghiere, con la partecipazione delle Francescane del monastero di Kaufbeuren, dove era stata consacrata Maria Crescentia Höss. La ragazza si era ripresa rapidamente e, nonostante le previsioni dei medici, non aveva riportato conseguenze a causa dell'incidente, riprendendo in seguito una vita normale.

La Consulta medica della Congregazione per le Cause dei Santi, nella seduta dell'11 gennaio 2000, concluse: "Morte clinica accertata per annegamento, con prolungata ischemia cerebrale. Guarigione rapida, completa e duratura, con assenza di reliquati neurologici; scientificamente inspiegabile."

Coloro che svolsero la ricerca furono del tutto convinti che ciò andava ascritto all'intercessione della beata Crescentia. Una commissione di sette teologi discusse il 7 aprile 2000 il caso sulla base dei documenti del processo e giunse al medesimo risultato. Infine si riunì una terza commissione di cardinali e arcivescovi, membri della Congregazione per le Cause dei Santi, e votarono anch'essi all'unanimità per la canonizzazione. Il 18 dicembre 2000 papa Giovanni Paolo IIannunciò il relativo decreto durante un'udienza pubblica. Maria Crescentia Höss di Kaufbeuren fu proclamata santa da papa Giovanni Paolo II il 25 novembre2001, in occasione della festa di Cristo Re.


Iconografia e culto

Santa Maria Crescentia è spesso rappresentata con un crocifisso ed un libro. La Chiesa cattolica ne celebra la memoria il 5 aprile. Santa Maria Crescentia è patrona del Centro di riabilitazione per tossicodipendenti in Allgäu.

Beata Maria Assunta Pallotta                                                                     7 Aprile

Ricorrenza:            7 Aprile
Nazionalità:         Italia
Anno di Nascita:   20 Agosto 1878
Anno della Morte: 7 Aprile 1905

Beata Maria Assunta Pallotta (Force, 20 agosto 1878; † Tong-Eul-Keou, 7 aprile 1905) è stata una religiosa e missionaria italiana, appartenne alle Suore Francescane Missionarie di Maria, chiamata dai cinesi la santa dei profumi. Fu la prima missionaria in Cina che raggiunse gli onori degli altari senza aver subito il martirio.



Biografia:

Famiglia e infanzia

Nacque a Force nelle Marche figlia di Luigi Pallotta e Eufrasia Casali. A sei anni iniziò la scuola elementare, ma la frequentò poco perché in famiglia c'era bisogno del suo aiuto, così Maria Assunta conobbe presto la vita di lavoro e di sacrificio.

Noviziato

Il 5 maggio 1898 Maria Assunta lasciò la casa paterna per recarsi nella Casa Madre delle Francescane Missionarie di Maria a Roma. Nella sua relazione, la Madre Direttrice ebbe per lei parole di approvazione: A lei si poteva domandare qualunque cosa: il servizio più umile, il lavoro più pesante, erano sempre accettati e compiuti con allegrezza[2]Dopo alcuni mesi di postulato, Maria Assunta vestì l'abito delle Suore Francescane Missionarie di Maria, fu chiamata col nome di Suor Maria Assunta e andò a fare il noviziato a Grottaferrata. La Maestra delle Novizie attestò che Suor Maria Assunta ebbe un comportamento esemplare e non meritò la minima osservazione sulla condotta[3]Una suora, compagna di Maria Assunta, affermò che il ricordo di [Maria Assunta] [...] semplice e [...] umile mi è rimasto [...] come una [...] immagine di pace e di unione con Dio

Voti

Pronunciò i voti l' 8 dicembre 1900 nella Chiesa di Sant'Elena a Roma. Nel novembre 1902 venne destinata a Firenze e vi restò fino al giorno della sua partenza per la Cina. La Madre Superiora disse di lei: ...l'amor di Dio si mostrava così vivo in lei, che tutto il suo aspetto completava ciò che le parole non potevano esprimere. Il 13 febbraio 1904 a Firenze, nella Casa del Santo Nome di Gesù, Suor Maria Assunta fece la sua professione perpetua e, in seguito, fece domanda alle Superiori per essere mandata come missionaria: la sua domanda fu accolta ed essa fu fatta partire per la Cina, nel luogo in cui avevano subito il martirio con la Ribellione dei Boxer sette Francescane Missionarie di Maria il 9 luglio 1900, nello Shanxi, quasi nel nord della Cina . Suor Maria Assunta si imbarcò a Napoli il 19 marzo 1904.

Missionaria in Cina

La nostra buona sorella Assunta [...] visse poco tempo e non fece molto rumore attorno a sé nella missione.[...]Era attenta nel servizio, caritatevole con tutti[...]avrebbe data volentieri la vita per salvare tante anime[...] Ebbe uno stato di turbamento e di prostrazione spirituale, perché spesso soleva chiedere perdono per le sue mancanze contro la regola, contro i superiori, che in realtà non aveva commesso. Negli ultimi mesi della sua vita ebbe un rinnovamento di fervore spirituale: Si sentiva che essa non viveva più che con Dio...[8]...aveva imparate delle orazioni in cinese che andava ripetendo continuamente con un'orfanella indigena, sua compagna di lavoro.... Nel 1905 scoppiò una epidemia di tifo ed alcune suore della missione si ammalarono. Negli Annali delle Francescane Missionarie di Maria del 1905 si trova una relazione di questo fatto nelle Lettere della Superiora della Casa di Tung-eul-keu, Madre Maria Sinforiana del Sacro Cuore, inviate alla Madre Superiora Generale dell'Istituto. 

Morte e sepoltura

Il 19 marzo, anniversario della sua partenza per le Missioni, anche Suor Maria Assunta si ammalò e il 7 aprile morì, lasciando per tre giorni nella casa un soave profumo; i cinesi la chiamarono La Santa dai profumi. Nel 1913 fu ordinata la ricognizione del suo corpo, che fu trovato ben conservato e incorrotto e le sue spoglie furono quindi tumulate nel cimitero della Missione.

Culto

La Postulazione Generale dell'Ordine dei Minori, per desiderio di papa Pio X, cominciò fin dal 1913 a occuparsi del Processo di Beatificazione e Canonizzazione e il processo fu condotto a compimento il 7 aprile 1921. Fu proclamata beata dal papa Pio XII il 7 novembre 1954.

Beato Bonifacio Zukowski                                                                          10 Aprile

Ricorrenza:            10 Aprile
Nazionalità:         Polonia
Anno di Nascita:   13 Gennaio 1913
Anno della Morte: 10 Aprile 1942

Beato Bonifacy (Bonifacio) Zukowski, al secolo Piotr (Baran-Rapa, Lituania, 13 gennaio 1913; † Germania Campo di concentramento di Dachau, 10 aprile 1942) è stato un religioso e martire polacco.




Biografia:

Piotr nacque il 13 gennaio 1913 a Baran-Rapa, villaggio lituano abitato dalla piccola nobiltà. Figlio di Andrzej e Albina Walkiewicz. Dopo la scuola elementare, si dedicò ad aiutare i genitori nei lavori campestri. All’età di sedici anni entrò nell’Ordine dei Frati Minori Conventuali a Niepokalanów, ove giunse il 9 settembre 1930. Iniziò il noviziato il 14 giugno 1931 ed emise i suoi primi voti religiosi il 16 luglio 1932, prendendo il nome di Bonifacy. Il 2 agosto 1935 fu la volta della professione solenne. Nella relazione redatta prima di tale occasione, l’allora guardiano del convento scrisse: “Una brava persona sotto ogni punto di vista. Ce ne fossero altri simili!”. Fra Bonifacy trascorse tutta la sua vita religiosa a Niepokalanów, dedicandosi all’apostolato della buona stampa. Sempre silenzioso e sereno, seppe sempre dimostrare un determinato equilibrio. Dopo lo scoppio della guerra restò nel convento e mise a rischio la propria vita per salvere le macchine tipografiche. Nelle conversazioni con gli occupanti tedeschi si rivelò talvolta come persona alquanto coraggiosa. Il 14 ottobre 1941 fu arrestato dalla Gestapo con altri sei frati, fra cui il beato Trojanowski, e rinchiuso in prigione a Varsavia. Qui era solito recitare il rosario e di sera con i confratelli intonava inni religiosi. Confortava spiritualmente gli altri prigionieri li e divideva con i compagni i pochi alimenti che riceveva dall’esterno. L’8 gennaio 1942 sempre con il Tymoteusz fu deportato nel campo di concentramento di Dachau, ove venne registrato come n° 25447. Fu destinato al trasporto dei materiali da costruzione, alla demolizione degli edifici pericolanti, alla riparazione dei tetti ed infine alla raccolta del ravizzone. Tentava di sopportare ogni sofferenza con fede e coraggio. Un giorno fu percosso a sangue con un bastone di legno. Lavorare al freddo gli provocò una polmonite e morì il 10 aprile 1942 dopo sole due settimane nell’ospedale del lager. Proprio in tale aniversario fra Bonifacy è ricordato dal martirologio: “Nel campo di prigionia di Dachau presso Monaco di Baviera in Germania, ricordo del Beato Bonifacio Zukowski, presbitero dell’Ordine dei Frati Minori Conventuali e martire, che, infuriando la tempesta della guerra, consumato dai tormenti, portò a compimento in carcere il suo martirio”.

Beato Angelo Carletti                                                                                 11 Aprile

Ricorrenza:            11 Aprile
Nazionalità:         Italia
Anno di Nascita:   1411
Anno della Morte: 11 Aprile 1495

Beato Angelo Carletti, al secolo Antonio, conosciuto come Angelo da Chivasso (Chivasso, 1411; † Cuneo, 11 aprile 1495), è stato un presbitero, letterato e umanista italiano. È venerato come beato dalla Chiesa cattolica e viene ricordato l'11 aprile.



Biografia:

Inizialmente si dedicò alla carriera politica e fu senatore del Monferrato, fino all'età di circa 30 anni, quando decise di entrare nell'ordine dei Frati Minori, in cui divenne sacerdote.

Si dedicò allo studio del diritto e della teologia morale; in questo campo pubblicò diverse opere, in cui espose la sua dottrina. Le sue opere coinvolgono anche azioni di carità: fu, ad esempio, uno dei sostenitori della fondazione dei monti di pietà in favore dei poveri (Genova, 1483).

Per quattro trienni fu eletto Vicario generale dei minori osservanti; successivamente Papa Sisto IV lo nominò commissario pontificio per alcune delicate missioni volte a consolidare la fede cristiana. Morì a Cuneo nel convento di Sant'Antonio, l'11 aprile 1495, all'età di circa 84 anni.

Opere

Scrisse diverse opere, la più famosa è la Summa casuum conscientiae, detta Summa Angelica, pubblicata per la prima volta nel 1476. Divisa in 659 capi, in ordine alfabetico, tratta delle varie questioni di coscienza, era molto usata dai confessori. La si può definire un vero e proprio dizionario di teologia morale. Come simbolo dell'ortodossia cattolica Lutero la bruciò nella pubblica piazza di Wittemberg il 10 dicembre del 1520 insieme alla Bolla di scomunica Exurge domine , al Codice di Diritto Canonico e alla Summa teologica di san Tommaso. A quel tempo aveva già conosciuto trenta riedizioni.


Culto

Nel 1625 venne istituito il processo di beatificazione. Il suo corpo venne sistemato in un'urna all'interno del convento di Sant'Antonio, e si conservò miracolosamente (secondo la tradizione era "incorrotto e flessibile, ed emanava un odore soavissimo"). Si può ancora vedere il corpo mummificato del beato, all'interno del santuario degli Angeli di Cuneo.

Il beato Angelo Carletti è patrono di Chivasso ed è venerato anche come uno dei patroni di Cuneo dal momento che, secondo la tradizione, offrì protezione contro l'assedio dei francesi deviando le cannonate dirette contro la città. La venerazione popolare considera un ulteriore miracolo il fatto che non vi furono vittime durante il disastroso crollo del tamburo e della cupola del santuario degli Angeli, avvenuto in pieno giorno il 30 dicembre 1996.

Villa Oldofredi Tadini di Cuneo, insediamento agricolo del XIV secolo inserito nel sistema dei "Castelli Aperti" del Basso Piemonte, conserva nella cappellasettecente-sca il saio appartenuto al religioso.

La città di Genova - nella quale fondò assieme al cardinale- doge Paolo di Campofregoso il locale monte di pietà - gli ha intitolato una via nel quartiere di Pra'.

San Corrado Birndorfer da Parzham                                                         21 Aprile

Ricorrenza:            21 Aprile
Nazionalità:         Germania
Anno di Nascita:   22 Dicembre 1818
Anno della Morte: 21 Aprile 1894

San Conrad (Corrado) Birndorfer da Parzham, al secolo Johann (Giovanni) (Venushof, 22 dicembre 1818; †Altötting (Bassa Baviera), 21 aprile 1894) è stato un religioso tedesco.



Biografia:

Nacque in una famiglia di contadini bavaresi, ultimo di nove figli fu battezzato con il nome di Johann. All'età di quattordici anni perse la madre.

La sua giovinezza fu marcata da una profonda fede. Si ritirava spesso in solitudine a pregare e meditare e fu assiduo frequentatore delle chiese e dei santuari della sua regione, luoghi che prediligeva raggiungere molto presto la mattina per assistervi alla prima messa.

All'età di trentanni, realizzò che Dio lo chiamava alla vita monastica. Lasciò il suo paese natale e la sua fattoria, per entrare in un convento di cappuccini, qui prese i voti perpetui assumendo il nome di Conrad in onore di San Corrado di Piacenza eremita francescano del XIV secolo. In seguito fu inviato presso il convento di Altötting dove svolse il compito di portinaio.

Per oltre quarant'anni fratel Corrado si dedicò seriamente ai compiti che gli erano assegnati, sempre umile, servizievole, pieno di speranza e di costanza. Mai nessuno lo vide irritato, frustrato o che pronunciasse parole inutili o frivole.

La sua missione gli prendeva molto tempo ed energie, al punto chi dimenticarsi di mangiare. Si prese carico dell'insegnamento religioso dei bambini, si occupò di opere caritative, accompagnò gruppi di pellegrini, sempre pronto ad ascoltare gli sfortunati e ad aiutare i più poveri.

Fratel Corrado (Bruder Conrad) finì i suoi giorni terreni il 21 aprile 1894 con il sorriso sulle labbra.

Beato Egidio d'Assisi                                                                                 23 Aprile

Ricorrenza:            23 Aprile
Nazionalità:         Italia
Anno di Nascita:   1190
Anno della Morte: 23 Aprile 1262

Beato Egidio d'Assisi (Assisi, 1190 ca.; † Perugia, eremo di Monteripido, 23 aprile 1262) è stato un religioso italiano. Fu il terzo seguace di Francesco d'Assisi.



Biografia:

Originario di Assisi, fu molto probabilmente di famiglia contadina e illetterato. Non vi sono notizie certe sulla sua famiglia e le sue origini. Il 23 aprile 1209, colpito dalla notizia della conversione avvenuta alcuni giorni prima di Bernardo da Quintavalle e di Pietro Cattani, decise di seguire san Francesco. Egidio si presentò a Santa Maria della Porziuncola, dove fu accolto e ne adottò il primitivo stile di vita.

Ben presto il primitiva fraternità iniziò un apostolato itinerante, ed Egidio accompagnò Francesco nella Marca d'Ancona, dove il santo non teneva delle vere e proprie prediche, ma si limitava ad esortare con molta semplicità all'amore di Dio e alla penitenza e il suo compagno ne confermava le parole ed ammoniva gli ascoltatori a prestargli fede. Quando i frati ebbero raggiunto il numero di sette, Francesco li inviò, sempre a coppie, in varie direzioni. Egidio fu inviato con fra Bernardo a Santiago di Compostella. Il viaggio, compiuto probabilmente nell'autunno di quello stesso anno, fu assai duro, sia per i disagi materiali, sia per l'incomprensione e lo scherno di cui i pellegrini erano oggetto. Di ritorno ad Assisi fu certamente a Roma nella primavera dell'anno seguente con Francesco e i compagni, ormai diventati dieci, per ottenere dal Papa Innocenzo III la conferma della primitiva regola. Un altro soggiorno romano, probabilmente più lungo, è collocabile nell'autunno del 1211; alloggiato nel monastero dei santi Quattro coronati vicino al Laterano, dove fra Egidio si procurava da vivere svolgendo umili lavori.

Di fatto tutte le biografie sottolineano come la prima parte della vita di fra Egidio sia scandita da una sorta di attivismo frenetico, in cui l'esigenza del lavoro manuale si associa alla continua peregrinazione verso luoghi di devozione o terre di missione. Le fonti più antiche non consentono di stabilire con precisione la cronologia e la successione dei suoi viaggi, ma ne indicano quanto meno le tappe. Prima del 1212 si recò a santuario di san Michele del Gargano e a san Nicola di Bari; immediatamente prima o dopo di questi pellegrinaggi si colloca un viaggio in Terrasanta, con una breve sosta ad Acri, qui si guadagnò da vivere svolgendo lavori di piccolo artigianato o umili servizi. Il secondo viaggio in Oriente, che alcuni biografi collocano nel 1219, e altri fanno risalire al 1214, è invece contrassegnato da un marcato desiderio di martirio. Fra Egidio e i suoi compagni tentarono in ogni modo di convertire mediante la predicazione i saraceni e non si arrestarono neppure di fronte alle più aperte ostilità; il martirio fu evitato soltanto grazie alla precipitosa ritirata dei crociati da quelle terre.

Il 1215 segnò una tappa fondamentale nella vita di Egidio; il frate, al quale Francesco aveva concesso la più ampia libertà di movimento, chiese invece di essere vincolato ad una più stretta obbedienza e venne inviato nel romitorio di Favaronepresso Perugia. Tutte le biografie segnalano a questo punto un mutamento nella sua vita: la predicazione itinerante dei primi anni lasciò il posto ad una vita di penitenza e di preghiera in cui si verificò per la prima volta l'esperienza dell'estasi mistica. Assieme alla contemplazione dei misteri celesti il frate fu molto vessato dal demonio. Dal 23 giugno del 1223 al 31 gennaio del 1226 fu a Rieti, ospite del cardinale Niccolò Chiaramonte O.Cist.[1]. Nel febbraio 1226 si rifugiò a Deruta su una collina deserta, dove passò la quaresima con un confratello nella preghiera e nella penitenza, il 3 ottobre si trovava alla Porziuncola al capezzale di Francesco con il compagno della prima ora frate Bernardo, dove assistette alla morte di Francesco.

Questo evento sancì definitivamente la scelta eremitica di fra Egidio e segnò l'inizio di un progressivo intensificarsi delle estasi mistiche, preannunciata da una visione avuta a Cibottola, l'esperienza mistica si manifestò per più giorni nel romitorio di Cetona vicino Chiusi, dove Egidio si era rifugiato con un compagno, identificabile forse con quel frate Giovanni, suo padre confessore, riferito in alcune fonti. Nelle visioni che si susseguirono dall'antivigilia di Natale e fino all'Epifania che culminarono nella contemplazione diretta del Signore, fra Egidio sperimentò sensazioni ineffabili che marcarono in modo definitivo la sua vita. La coscienza di non essere più padrone di se stesso, ma strumento inerte nelle mani di Dio, si accompagnò al desiderio di conservare in tutti i modi la particolarissima grazia ricevuta attraverso una vita di penitenza sempre più rigida.

Le tappe della sua biografia dopo il 1227 sono contraddistinte da una predilezione per i luoghi solitari e per la vita ascetica: a Spoleto Egidio subi nuovamente le molestie diaboliche; ad Agello nei pressi del lago Trasimeno intrattenne i compagni con una conferenza spirituale; nel 1230 era di nuovo ad Assisi, probabilmente in occasione della traslazione del corpo di san Francesco nella basilica fatta costruire da frate Elia.

Dal 1234 fra Egidio si stabilì appena fuori Perugia, nel romitorio di Monteripido, dove visse fino alla morte. Verso il 1240 gli venne affidato come compagno frate Graziano, testimone degli episodi della sua vita riportati nella biografia di frate Leone; compagni a Monteripido furono pure frate Iacopo e frate Andrea di Borgogna.

Gli ultimi anni della vita di fra Egidio furono contraddistinti da vessazioni demoniache che si alternavano alle dolcezze della contemplazione. Estenuato da queste esperienze e duramente provato nel fisico il nostro non più in grado di muoversi da solo, espresse il desiderio di essere sepolto alla Porziuncola. Ma i Perugini, vedendolo vicino alla morte e temendo di perdere una preziosa reliquia, mandarono una scorta armata a proteggere il moribondo. Fra Egidio, appreso il fatto, preannunciò che per lui non ci sarebbe stata alcuna canonizzazione né grandi miracoli. Morì il 23 aprile 1262.

Culto

Il suo corpo venne deposto in un sarcofago antico adorno di sculture con la storia di Giona. Salimbene da Parma, passato da Perugia nel 1265, accenna nella Cronica (a cura di G. Scalia, Bari 1966, II, p. 810) all'urna di marmo contenente il corpo del frate e riporta le voci secondo le quali fra Egidio avrebbe chiesto al Signore la grazia di non fare miracoli dopo la morte.

Di fatto nessun processo di canonizzazione fu intrapreso, e le tracce di un primitivo culto popolare sembrano svanire nel corso del XIV secolo. Il sarcofago di fra Egidio, quasi dimenticato per molti anni, fu oggetto di una ricognizione da parte del Comune di Perugia nel 1439. Solo mezzo millenio dopo nel 1777 Papa Pio VIriconobbe il culto del beato Egidio. Tra il 1872 ed il 1930 le reliquie subirono una serie di spostamenti tra Perugia e Monteripido, finché, nel 1936, trovarono definitivamente sistemate nell'oratorio di san Bernardino alle porte di Perugia.

San Fedele da Sigmaringen                                                                         24 Aprile

Ricorrenza:            24 Aprile
Nazionalità:         Germania
Anno di Nascita:   1 Ottobre 1577
Anno della Morte: 24 Aprile 1622

San Fedele da Sigmaringen, al secolo Markus Roy o Rey (Sigmaringen, 1º ottobre 1577; † Seewis im Prättigau, 24 aprile 1622) appartenne all' Ordine dei Frati Minori Cappuccini e fu missionario nella zona protestante dell'Europa centrale: fu aggredito e ucciso durante una rivolta anti-austriaca in Svizzera ed è venerato come santo e martire dalla Chiesa cattolica.



Biografia:

Nato da una famiglia di origine fiamminga, studiò dapprima presso il collegio gesuita di Friburgo, dove si laureò in filosofia, poi presso l'università della stessa città, dove conseguì il dottorato in utroque jure (il 7 maggio 1611): iniziò a dedicarsi all'attività forense, ma rimase presto deluso da quella professione, così l'anno seguente decise di entrare, insieme a suo fratello, tra i cappuccini del convento di Friburgo (4 ottobre 1612) e venne ordinato sacerdote; approfonditi gli studi teologici a Costanza, divenne anche Padre guardiano del convento di Rheinfelden, poi di quello di Friburgo e infine di quello di Feldkirch.

Divenne presto celebre a causa di alcuni scritti contro il protestantesimo, tanto che il vescovo di Coira nel 1614 gli chiese di formare un gruppo di frati missionari per cercare di contenere il dilagare delle idee protestanti nella sua diocesi.

Fedele da Sigmaringen accolse la richiesta nel 1621 e l'anno seguente la pontificia Congregazione de Propaganda Fide(appena istituita) lo nominò Superiore delle missioni nelle Tre Leghe, oggi canton Grigioi: percorse tutta la regione predicando e suscitando conversioni, soprattutto durante la quaresima del 1622.

Il 24 aprile dello stesso anno, uscito di chiesa dove aveva appena terminato di celebrare la messa, venne aggredito della folla insieme a un gruppo di soldati austriaci e ucciso. La diffusione delle dottrine riformate nella regione, infatti, era avvenuta soprattutto in funzione anti-asburgica ed autonomista: allo stesso modo, l'Impero sosteneva il cattolicesimosoprattutto allo scopo di tutelare l'integrità del suo territorio e la supremazia della casa d'Austria.

San Lucchese                                                                                              28 Aprile

Ricorrenza:            28 Aprile
Nazionalità:         Italia
Anno di Nascita:   1180/1182
Anno della Morte: 28 Aprile ante1251

Beato Lucchese (Gaggiano, 1180/1182; † Poggibonsi, 28 aprile ante 1251) è stato un terziario francescano italiano. Patrono della città di Poggibonsi, è venerato come santo; fu forse il primo terziario francescano.



Biografia:

Nato a Gaggiano, piccolo borgo sulla strada che da Poggibonsi porta a Castellina in Chianti, Lucchese o Lucchesio aveva tentato in giovane età la carriera delle armi.

Uomo d'armi e commerciante

A capo di una fazione guelfa, si impegnò in prima persona nelle lotte che agitavano la Toscana, fino a quando in seguito ad una sconfitta si vide costretto a fuggire e cercare rifugio altrove.

Trasferitosi a Poggibonsi (che in quel periodo con il nome di Poggiobonizio stava godendo di una sorta di "boom economico" medioevale) e abbandonata la carriera militare finì col prendere in moglie la nobile Bona, figlia di Bencivenni de' Segni, comunemente chiamata Buonadonna Segni ed avviare una florida attività commerciale.

Secondo la tradizione, Lucchese diventò in breve tempo, oltre che uno dei più ricchi e potenti mercanti della Toscana, anche un uomo avaro; Buonadonna, la moglie al quale probabilmente doveva gran parte della sua fortuna, non si mostrò diversa.

L'incontro con san Francesco

Col passare degli anni, Lucchese, ormai indurito nell'avarizia, si avvicinò alla religione cominciando a prendere molto sul serio i doveri di cristiano, diversamente da quando, nel 1221, passò da Poggibonsi Francesco d'Assisi. Lucchese lo aveva già conosciuto come il figlio del suo collega Pietro di Bernardone, mercante di lana ad Assisi, ma ora i seguaci di Francesco aumentavano, e anche Lucchese e Buonadonna, che lo ospitavano nella loro casa, ne furono conquistati.

Sempre secondo la tradizione, furono proprio i due sposi a chiedergli una regola come egli aveva già dato ai frati e alle suore di santa Chiara. Una norma di vita cristiana e francescana, con la quale anche potessero vivere nella consacrazione al loro Dio.

Francesco pensava già da tempo ad una istituzione che raggruppasse sotto una regola di vita, anche i laici, che si sposavano e lavoravano, e non potevano quindi seguire completamente i tre voti francescani di castità, obbedienza e povertà e la richiesta dei due sposi di Poggibonsi lo spinse ad attuare quella idea. Intanto fece indossare a Lucchese e a Buonadonna un saio simile a quello dei frati, cinto alla vita con una corda annodata. Più tardi, inviò loro la Regola del cosiddetto Terz'ordine francescano, che verrà poi definita "Midolla del Santo Evangelo".

La tradizione secondo la quale i due furono i primissimi terziari francescani non è sicura, però sembra trovare conferma in una pala d'altare di Filippino Lippi che dalla Chiesa francescana di San Salvatore a Firenze finì alla National Gallery di Washington: vi compaiono, attorno a Francesco d'Assisi, i Santi "terziari" Luigi IXre di Francia, Sant'Elisabetta d'Ungheria e i Beati Lucchese e Buonadonna.

La canonizzazione

Certamente essi furono i primi a raggiungere la "gloria degli altari", visto che a Poggibonsi il culto di Lucchese e di Buonadonna ebbe inizio subito dopo la loro morte e che la basilica che gli stessi sposi avevano contribuito a costruire, dando fondo agli ultimi loro capitali, consacrata in un primo momento a Francesco d'Assisi, fu poi subito dedicata a Lucchese: la morte secondo la tradizione colse i coniugi lo stesso giorno, prima del 1251, anno in cui la tomba di san Lucchese viene ricordata in un documento.

Beato Benedetto da Urbino                                                                         30 Aprile

Ricorrenza:            30 Aprile
Nazionalità:         Italia
Anno di Nascita:   13 Settembre 1560
Anno della Morte: 30 Aprile 1625

Beato Benedetto da Urbino, al secolo Marco Passionei (Urbino, 13 settembre 1560;             
† Fossombrone, 30 aprile 1625) è stato un religioso e presbitero italiano.



Biografia:

Il conte Marco Passionei, che da religioso prenderà il nome di Benedetto da Urbino, nacque a Urbino (PU) il 13 settembre 1560 da Domenico Passionei e Maddalena Cibo, settimo degli undici figli della nobile famiglia. La notizia della nascita non risulta da documenti ufficiali, ma ci viene fornita direttamente dal padre Domenico, in un suo libro di memorie.

Al momento del battesimo gli venne imposto il nome Marco per rinnovare quello del suo parente Marco Vigerio della Rovere, vescovo di Senigallia.

Giovanissimo, restò orfano di entrambi i genitori e per alcuni anni Marco, i suoi fratelli e le tre sorelle, dimorarono presso uno zio di Cagli (PU).

Nel 1577 iniziò gli studi di legge e filosofia presso l'Università di Perugia per poi trasferirsi a Padova dove si laureò il 28 maggio 1582.

Per alcuni anni soggiornò a Roma alla corte del Cardinale Girolamo Albani, ma l’esperienza venne giudicata da Marco negativamente e si trasferì a Gubbio, ospite di Ippolito Conventini, dove si dilettò nella lettura e nella composizione di opere in prosa e in versi.

Rientrato a Fossombrone frequentò assiduamente il Convento dei Cappuccini e in più di una occasione chiese di esserne accolto, senza, però, che il suo desiderio fosse dai frati esaudito a causa della sua salute malferma e della delicata costituzione. Solo dopo l'intervento del padre Provinciale dell’Ordine Cappuccino, Padre Giacomo da Pietrarubbia, Marco, potrà entrare nel convento di Santa Cristina di Fano in cui, sotto la direzione del guardiano e maestro Padre Bonaventura da Sorrento, prese il nome di Fra Benedetto da Urbino.

La vita austera e la faticosa penitenza a cui si sottopose, lo costrinsero ad interrompere il noviziato e a trascorrere un breve periodo di tempo nel Convento di Fossombrone.

Rientrato a Fano, il 30 aprile 1585 fece testamento lasciando buona parte dei suoi averi ai poveri. In un giorno imprecisato dello stesso anno emise la professione religiosa. Il suo impegno ascetico e la sua dedizione verso i poveri e i più bisognosi caratterizzarono tutta la sua vita.

Fino al 1600, anno in cui partì per la Germania, Fra Benedetto svolse il suo servizio in varie località del pesarese e delle Marche. Nel 1601 si trovava a Vienna dove soggiornò per circa due anni.

Nel 1602 si trovò a Fossombrone per poi spostarsi in varie altre località: Fano, Jesi, Fermignano, Pesaro, Cagli, Genova, Camerino, Castel Durante. Nei luoghi in cui si recò per svolgere il suo ministero pastorale venne considerato unanimemente un "vero servo di Dio", e la sua fama di santità aumentò con il passare degli anni.

Nella quaresima del 1625, trovandosi a predicare a Sassoferrato, lo stato di salute si aggravò notevolmente al punto da farlo trasferire prima al convento di Urbino e poi in quello di Fossombrone dove morì il 30 aprile 1625. La sera del 1° maggio se ne celebrarono le esequie nel Convento Colle dei Santi dei Cappuccini di Fossombrone.

Culto

Quando Gabriele da Modigliana e Bonaventura da Imola scrissero il Leggendario cappuccino con la Vita di Benedetto Passionei da Urbino (1560-1625), pubblicato nella seconda metà del XVIII secolo, il corpo del beato non era stato ancora ritrovato. I frati, due secoli prima, in obbedienza alla Chiesa che vietava il culto pubblico ai Servi di Dio non ancora beatificati, avevano segretamente cambiato il luogo della sua sepoltura, sempre affollato di pellegrini. Il corpo venne identificato solo nel 1792. Per questo motivo, anche i processi canonici, ordinario e apostolico, iniziarono le loro procedure solo tra il 1793 e 1795 e successivamente dal 1838 al 1844. Le pratiche culminarono nel 1867 con la beatificazione da parte di Papa Pio IX.

Maggio

Nominativo                                                                                                                                               Ricorrenza

San Pasquale Baylon                                                                               17 Maggio

Ricorrenza:            17 Maggio
Nazionalità:         Spagna
Anno di Nascita:   16 maggio 1540
Anno della Morte: 17 Maggio 1592

San Pasquale Baylon, al secolo Pascual Baylón Yubero (Torrehermosa, 16 maggio 1540; 
† Villarreal, 17 maggio 1592) è stato un religioso spagnolo dell'Ordine dei Frati Minori Scalzi. Fu proclamato santo da papa Alessandro VIII nel 1690.



Biografia:

Nacque il giorno di Pentecoste (in spagnolo Pascua de Pentecostés, da cui il nome di Pasquale) da Martino e Isabella Jubera, in una famiglia di umile condizione; da fanciullo fu garzone di un allevatore di pecore.

Manifestò fin da piccolo la sua vocazione spirituale trascorrendo le lunghe ore del pascolo del gregge in meditazione e preghiera. Imparò a leggere da autodidatta esercitandosi sui libri di preghiere.

A diciotto anni chiese l'ammissione al noviziato presso il convento di Santa Maria di Loreto della congregazione dei Frati Minori aderenti alla riforma di san Pietro d'Alcantara, ma riuscì ad esserne ammesso solo due anni dopo. Nel frattempo, lavorando presso il ricco allevatore Martino Garcia, che lo aveva preso a ben volere, rifiutò l'offerta di quest'ultimo di divenire suo erede.

Il 2 febbraio 1564 fece la professione solenne di fede come frate converso. Fu per anni addetto al servizio di portineria, anche nei conventi di Játiva e Valenza.

L'Eucarestia fu il centro della sua vita spirituale. Pur essendo illetterato, seppe difendere coraggiosamente la sua fede, soprattutto riguardo l'eucarestia, rischiando anche la vita durante un difficile viaggio che, nel 1576, fu incaricato di compiere fino a Parigi, attraversando la Francia calvinista dell'epoca.

Dopo il viaggio Pasquale scrisse un libriccino di sentenze per comprovare la reale presenza di Gesù nell'eucarestia ed il potere divino trasmesso al papa.

Morì all'età di 52 anni, il giorno di Pentecoste, nel convento del Rosario a Villarreal, anche a causa delle frequenti mortificazioni corporali alle quali si sottoponeva.

Culto

Venne proclamato beato il 29 ottobre 1618 da papa Paolo V, canonizzato nel 1690 da papa Alessandro VIII. È festeggiato il 17 maggio. Nel 1897 papa Leone XIII lo proclamò patrono delle opere eucaristiche e dei congressi eucaristici.

Le sue spoglie, che si veneravano a Villarreal, furono profanate e disperse durante la Guerra Civile Spagnola (1936-39); in parte furono successivamente recuperate nel 1952. Attualmente sono conservate presso il Santuario dedicato al santo a Villarreal e in parte a Nocera Superiore nella Parrocchia Maria SS.di Costantinopoli.

Il suo culto, oltre che nel luogo di origine, si diffuse particolarmente a Napoli nei lunghi anni della dominazione spagnola. Nella tradizione popolare napoletana il nome di Pasquale Baylon è spesso accostato all'universo femminile quale santo protettore; da qui l'invocazione: «San Pasquale Baylonne protettore delle donne, fammi trovare marito, bianco, rosso e colorito, come te, tale e quale, o glorioso san Pasquale!».

È molto venerato anche ad Airola, dove è stato composto nel '700 un inno in suo onore nel convento dei frati minori. Inoltre una forte venerazione è tenuta a Nocera Superiore, dove ogni anno, in occasione della festa del 17 maggio, si svolge il Concorso Internazionale dei Madonnari ed una processione molto suggestiva. Alla manifestazione e alla festa ogni anno partecipano più di 70.000 visitatori e fedeli che giungono per pregare il santo dell'Eucarestia.

In Acquaviva Collecroce (CB) si conserva un'artistica statua in cartapesta di San Pasquale Baylon venerata dal popolo il 17 Maggio con una Solenne Processione. In questo giorno gli allevatori di bovini e ovini offrono formaggio e ricotta che, venduti, contribuiscono alle spese della festa del santo.

Viene considerato inoltre protettore di cuochi e pasticceri perché, secondo la leggenda, sarebbe l'inventore dello zabaione.

Viene raffigurato spesso nell'atto di adorare l'ostensorio e con accanto un gregge.

San Felice da Cantalice                                                                             18 Maggio

Ricorrenza:            18 Maggio
Nazionalità:         Italia
Anno di Nascita:   1515
Anno della Morte: 18 Maggio 1587

San Felice da Cantalice Porro (Cantalice, 1515 ca.; † Roma, 18 maggio 1587) è stato un religioso italiano. Fu un fratello laico cappuccino, col dono di predire il futuro, penetrare nel segreto dei cuori e conoscere le cose lontane



Biografia:

Infanzia e vocazione

Figlio di poveri, ma onesti contadini, quando aveva appena otto anni il padre, costretto dalla necessità, lo mandò a fare il pastore presso il nobile Marco Tullio Pichi di Cittaducale. Il fanciullo, con la sua vita di penitenza e preghiera e di assiduità quotidiana alla Messa, s'impose presto all'ammirazione del padrone, che volle dargli alloggio nel suo palazzo per essere di esempio ai suoi figli; gli stessi compagni di lavoro, che in un primo tempo lo deridevano, finirono col seguirne l'esempio.

Sin da piccolo fu protagonista di episodi prodigiosi: un giorno fu visto contemporaneamente in chiesa e nel campo dove il padrone lo aveva mandato. Ricevette le visite di un angelo, che gli comunicò che il Signore lo chiamava al suo servizioe gli suggerì di andare a trovare i cappuccini di Rieti i quali gli avrebbero detto quello che doveva fare. Ma Felice fino ai trent'anni non seppe distaccarsi dalla vita agreste.

Inizio della vita religiosa

Nel 1533, dopo aver fatto distribuire quanto gli apparteneva ai poveri, Felice chiese di essere accettato nel convento dei cappuccini presso il santuario di Santa Maria del Monte di Cittaducale. Fu ammesso al noviziato di Fiuggi, dove in breve tempo divenne modello di virtù per tutti.

Fu colpito da una lenta febbre e da un indebolimento generale che lo ridussero in fin di vita, ma si rimise e il 18 maggiodel 1543 poté consacrarsi a Dio con i tre voti di obbedienza, povertà e castità. Dopo la professione religiosa dimorò successivamente nel convento di Tivoli, di Viterbo e dell'Aquila e, dal 1547, in quello romano di San Niccolò dei Porci (ora Santa Croce dei Lucchesi), ai piedi del Quirinale.

Vita di questua e penitenza

Nel suo ufficio di questuante, durato quarant'anni, si aggirò per le strade di Roma con atteggiamento umile e con la corona del rosario in mano; si faceva chiamare "l'asino dei Cappuccini" e affermava di essere il più grande peccatore del mondo, indegno del nome di religioso.

La vita di Felice fu una continua penitenza:

nel cibo, per cui aborriva il cibo raffinato, preferendo erbe e radici, digiunava per tutta la quaresima e si nutriva di pane e acqua tutti i venerdì e i sabatidell'anno;
nelle vesti, per cui anche nelle stagioni più fredde non si copriva il capo e andava a piedi scalzi; usò per tutta la vita un solo abito rattoppato;
nei beni, tenendo per sé solo lo stretto necessario ed avendo sommo orrore per il denaro[4].

Inoltre, si flagellava duramente e dormiva soltanto tre ore per notte su assi di legno.

Tenne il pesante incarico della questua sino alla morte.

Fama di santoStefano da Carpi, Miracolo di san Felice da Cantalice (1780 ca.), olio su tela; Reggio Emilia, Museo dei CappucciniPiù si mortificava e si umiliava, più Felice era riverito e venerato come un santo da ogni categoria di persone. Papa Sisto V, tutte le volte che lo incontrava, gli chiedeva per carità una pagnottella che mangiava metà a pranzo e metà a cena. Non avendone delle bianche, una volta il santo gliene diede una bigia dicendogli, contentatevi, Padre Santo, siete frate anche voi! San Filippo Neri per Felice ebbe una venerazione del tutto singolare. Lo riteneva la persona più santa di Roma e quando lo incontrava per via era capace di chiedergli ora la benedizione, ora una fiasca di vino cui s'attaccava tra le risa bonarie dei passanti. In compenso gli metteva sul capo il suo cappello.

Quando san Carlo Borromeo chiese a san Filippo un parere riguardo alla Regola che aveva scritto per i suoi Oblati, questi lo condusse da Felice. Costui si scusò col dire che era analfabeta. Non importa, gli rispose l'apostolo di Roma, fattevela leggere e quando ritorneremo ci dirai il tuo parere. L'umile fraticello propose due migliorie che il Borromeo adottò.

Papa Paolo V chiamò fra Felice "santo di corpo e di spirito". Semplice e puro, egli amava tutte le creature perché in esse vedeva riflesso Dio. Predilesse specialmente i fanciulli, i quali lo riamarono con pari affetto. Per le famiglie cadute in povertà egli era il vero angelo consolatore. Non si vergognava di andare per essi a bussare alla porta dei ricchi ai quali diceva:

« Quei poveri stracci a voi tanto inutili in questa vita, nell'altra saranno per voi broccati con i quali vi presenterete vestiti al convito del gran Re[1]. »

Il dono della divinazione e le estasi

Ricevette il dono divino di predire il futuro, di penetrare nel segreto dei cuori e di conoscere le cose lontane. Egli parlò del trionfo dei cristiani contro i Turchi a Lepanto del 1571 prima ancora che ne fosse giunta la notizia a Roma; a Papa Sisto V predisse il papato; ad altri la vocazione religiosa; ad altri una morte imminente. Perfetto imitatore del san Francesco d'Assisi, fin dalla tenera età fra Felice ebbe in sé e comunicò agli altri il dono della pace. Quando udiva parole di sdegno esclamava:

« Pace! Pace! Solo con il demonio e con il peccato non dobbiamo mai aver pace[1]. »

Papa Gregorio XIII aveva scomunicato e interdetto gli abitanti di Cantalice perché avevano assalito il palazzo vescovile di Cittaducale e percosso il vescovo. Quando lo seppe, Felice digiunò e macerò il suo corpo, poi si recò dal Papa per implorare il perdono ai suoi maneschi compaesani. Munito di lettere che concedevano il perdono e la riconciliazione, egli fu accolto nel suo paese natale con vivi segni di riconoscenza. In quell'occasione i parenti gli prepararono una buona cena, ma egli preferì mangiare delle fave fresche che una sua cognata, dietro sua insistenza, andò a raccogliere nell'orto nonostante fosse fuori stagione.

Pur non sapendo né leggere né scrivere, fra Felice possedeva la scienza di Dio, scritta in sei lettere, cinque rosse, le piaghe del crocifisso, e una bianca, la Santissima Vergine. Innamorato della croce, se ne stava lunghe ore inginocchiato dinanzi ad essa a meditare la Passione di Gesù e a piangere di compassione i suoi dolori. Dopo il mattutino passava molte ore in chiesa, non disponendo di molto tempo durante la giornata a motivo della questua.

Una notte, fra Dionisio da Paterno lo udì gridare: "Gesù! Gesù!" e poi lo vide sollevarsi alcuni palmi da terra, rapito in estasi.

In una notte di Natale Maria gli fece vedere come Gesù nacque nella grotta di Betlemme.

Nelle sue preghiere ripeteva sovente:

« Presto, presto, o Signore, chiamatemi a Voi. »

Più volte fu udito dire:

« Per andarmene a Dio ogni ora mi pare mille anni. »

MorteTomba di san Felice da Cantalice; Roma, Chiesa di Santa Maria della Concezione dei CappucciniIl 30 aprile del 1587 si ammalò gravemente e il 18 maggio morì.

Un misterioso liquore colore argento scaturì dal suo corpo e servì a guarire una moltitudine di infermi.

Culto

Papa Sisto V ordinò d'istruire subito dopo la morte il processo di canonizzazione che venne portato a termine tra il 10 giugno e il 10 novembre 1587, ma senza concludersi con la canonizzazione. Papa Urbano VIII beatificò fra Felice il 1 ottobre del 1625 e Papa Clemente XI lo canonizzò il 22 maggio del 1712. Le sue reliquie sono venerate a Roma nella chiesa di Santa Maria della Concezione, dei Cappuccini.

San Crispino da Viterbo                                                                           19 Maggio

Ricorrenza:            19 Maggio
Nazionalità:         Italia
Anno di Nascita:   13 Novembre 1668
Anno della Morte: 19 Maggio 1750

San Crispino da Viterbo, al secolo Pietro Fioretti (Viterbo, 13 novembre 1668; † Roma, 19 maggio 1750) è stato un religioso italiano.



Biografia:

Infanzia

Nacque dai coniugi Ubaldo Fioretti e Marzia Antoni e fu battezzato il 15 novembre col nome di Pietro. Il padre, che aveva sposato Marzia già vedova e con una figlia, era un artigiano e morì presto lasciando il figlio orfano ancora in tenera età e Marzia vedova per la seconda volta. A prendersi cura del bambino subentrò lo zio paterno Francesco che gli consentì di frequentare con profitto le scuole primarie presso i gesuiti, per poi accoglierlo come apprendista nella sua bottega di calzolaio.

La badessa del monastero di santa Rosa, per aiutare la famiglia Fioretti, ogni tanto affidava a mamma Marzia lavori di cucito. Il piccolo Pietro si recava con lei al monastero e si fermava spesso a pregare davanti all'urna contenente le reliquie della santa, da meritare dalle religiose l'appellativo di "santarello".

Intelligente, laborioso ed onesto, rimase come garzone della bottega dello zio fino ai 25 anni.


Vocazione religiosa

Vide un giorno un gruppo di novizi cappuccini mentre, scesi dal convento della Palanzana, sfilavano per le vie di Viterbo, in una processione penitenziale, organizzata per impetrare la pioggia in tempo di grave siccità: attratto dalla loro pietà decise di farsi cappuccino.

Il 22 luglio del 1693, entrò in quel convento e vestì l'abito religioso col nome di fra Crispino, superando sia le opposizioni dei familiari che le difficoltà frappostegli dai superiori. Optò consapevolmente per lo stato laicale, a imitazione di san Felice da Cantalice. Terminato il noviziato emise la professione religiosa.

Opera

Il 22 luglio del 1694, fu trasferito a Tolfa, dove rimase tre anni, poi qualche mese fu a Roma e fino al 1703 dimorò ad Albano, da qui fu trasferito a Monterotondo dove rimase per oltre sei anni, fino 1709. Da quest'anno e per quaranta anni rimase ad Orvieto, dove fu ortolano e poi questuante.

Peregrinò per le campagne orvietane per quasi quarant'anni, con due brevi interruzioni che lo portarono per alcuni mesi a Bassano e per altri a Roma.

Soprattutto in campo assistenziale svolse un'opera instancabile per riportare pace, giustizia e serenità nell'intimo delle coscienze, rivolgendosi a persone di ogni condizione sociale ed economica; rientrava nelle occupazioni quotidiane la visita ai malati e ai carcerati, cui prestava cure spirituali e materiali.

Allo stesso tempo fra Crispino si dimostrò anche un consultore di provata esperienza e saggezza. Non solo aveva studiato da giovane, ma leggeva, meditava, ascoltava prediche e, a una mente aperta e vivace, univa una memoria di ferro per cui poteva ripetere alla lettera una predica. Infatti, tutti, nobili e dotti, a cominciare dal Papa Clemente XI, amavano conversare con lui e sollecitavano il suo consiglio. I parroci dell'Orvietano lo chiamavano l'apostolo e il missionario della montagna perché nei suoi giri di questua per i loro paesi istruiva i ragazzi e poveri contadini nei misteri principali della fede e della dottrina cristiana con gran profitto.

Difficoltà

Nonostante tutte le testimonianze di venerazione e di affetto, a fra Crispino non mancarono insidie, umiliazioni, incomprensioni e croci, cosa abbastanza scontata per un religioso come lui. Infatti, il suo coerente impegno nella realizzazione dell'ideale evangelico lo pose non solo al centro dell'attenzione, ma anche in conflitto permanente con la realtà che lo circondava. Fra Crispino non ammetteva nella sua vita le donazioni calibrate, le mezze misure, i compromessi, le riserve. Rinunciò fin dalla prima ora a battere la strada della mediocrità e si sintonizzò perfettamente col radicalismo evangelico. Basta ascoltarlo:

« Amiamo Dio di tutto cuore ... tutto abbiamo da operare per amor di Dio. »

Rivolgendosi ad un confratello gli dichiarava:

« Se vuoi salvarti l'anima, hai da serbare le seguenti cose: amar tutti, dir bene di tutti e far bene a tutti. »


Morte e culto

Caduto gravemente infermo durante l'inverno del 1747-1748, il 13 maggio del 1748 lasciò il convento di Orvieto per Roma. Dopo la partenza il padre guardianotrovò affissa dietro la porta della sua cella la "lista di tutti i luoghi della cerca" del convento con al fondo queste parole augurali:

« Vivi sano, e dal peccato sta' lontano. »

Quando, due anni dopo, l'infermiere lo avvisò che la morte era ormai vicina, rispose rassicurando che non sarebbe morto il 18 maggio per non turbare la festa di san Felice. Infatti, morì il giorno seguente, il 19 maggio del 1750 e venne sepolto nella Chiesa di Santa Maria della Concezione dei Cappuccini a Roma.

La sua salma fu rimossa una prima volta in occasione della beatificazione (1806) da parte di papa Pio VII, per essere poi inumata nella cappella dedicata a San Francesco della medesima chiesa. Dal 1983, le sue spoglie sono state traslate nella chiesa di San Paolo ai Cappuccini di Viterbo.

Santa Maria Bernarda Bütler                                                                   19 Maggio

Ricorrenza:            19 Maggio
Nazionalità:         Svizzera
Anno di Nascita:   28 Maggio 1848
Anno della Morte: 19 Maggio 1924

Santa Maria Bernarda Bütler, al secolo Verena (Auw, 28 maggio 1848; † Cartagena, 19 maggio 1924) è stata una religiosa svizzera. Fondò la Congregazione delle Suore Missionarie Francescane di Maria Ausiliatrice.



Biografia:

Infanzia e vocazione

Nacque ad Auw, nel cantone di Argovia, in Svizzera, il 28 maggio 1848, e fu battezzata nel giorno stesso della nascita col nome di Verena. Era la quartogenita di Enrico Bütler e di Caterina Bütler, modesti contadini che educarono gli ottofigli a un profondo senso cristiano.

Dopo le scuole elementari, all'età di 14 anni iniziò ad aiutare i genitori nei lavori agricoli. Si innamorò di un giovane, ma seppe poi sciogliere i legami che la univano al primo amore, scegliendo la vita religiosa poiché si sentiva chiamata da Dio. In questa fase ebbe infatti un'esperienza delle presenza di Dio come lei stessa affermò:

« Spiegare questo stato dell'anima, a chi non ha mai sperimentato qualcosa di simile, è estremamente difficile, se non impossibile. »

Coltivò sin da quell'esperienza un'intensa vita eucaristica, devozione che conservò per tutta la vita:

«Lo spirito Santo mi insegnò ad adorare, lodare, benedire e rendere grazie a Gesù nel tabernacolo, in ogni momento, in mezzo ai lavori e perfino nella realtà quotidiana della vita. »

Il monastero svizzero di Altstätten

Dopo vari tentativi infruttuosi di entrare in una congregazione religiosa, su consiglio del suo direttore spirituale, il parroco di Auw padre Sebastiano Vil­liger, si indirizzò alle Cappuccine del monastero di Maria Ausiliatrice di Altstätten nel canton San Gallo, ove entrò il 12 novembre 1867. Qui percorse, con grande zelo e spirito religioso, tutte le tappe: assunse il nome di Suor Maria Bernarda del Sacro Cuore di Maria in occasione della vestizione il 4 maggio 1868 a cui fece seguito il 4 ottobre 1869 la professione semplice e la perpetua il 4 ottobre 1871. Venne nominata, dopo soli treanni, economa e procuratrice. Maria Bernarda si dedicò con sollecitudine a piantare, mietere e immagazzinare, ma niente poté impedire il suo stare in profondo raccoglimento e in continua comunicazione con Dio. Nel 1879 fu eletta maestra delle novizie e per ben tre volte di seguito nel 1880, 1883 e 1886, superiora della comunità.

Sotto la sua guida il monastero divenne una fucina di salde vocazioni, che tanto bene avrebbero potuto fare nelle più lontane e difficili terre di missione. Fomentatrice di questa spinta a portare il messaggio cristiano nelle terre più inospitali era proprio la Madre Superiora, la quale, tra l'altro, vedeva proprio nella fondazione di nuovi monasteri il superamento di quelle severe leggi cantonali, che non permettevano lo sviluppo di opere religiose in patria.

In tal modo, quando il Vescovo di Portoviejo in Ecuador, il tedesco mons. Pietro Schumacher C.M., ottenuti tutti i permessi, sia in Svizzera che a Roma, invitò Madre Bernarda e le sue Suore a fondare una missione in quelle terre, la Madre Superiora accettò, pur rimanendo sempre riconoscente ad Altstätten.

La missione in Ecuador

Dopo aver rinunciato a tutti i suoi diritti sul monastero svizzero e ottenuto un regolare indulto pontificio, il 19 giugno 1888 Suor Maria Bernarda e sei compagne, Carità Brader, Isabella Huber, Lorenza Suter, Domenica Spirig, Maria Haltmeier e la novizia Maria Rhomberg (in tutto cinque svizzere e due austriache), partirono per l'Ecuador, arrivando là il 29 luglio. Madre Bernarda si rivelò un'infaticabile missionaria, che nulla e nessuno, né le opposizioni, né le guerre, fermarono dall'accorrere nei posti più reconditi, pur di aiutare tutti e in particolare le persone più povere e miserevoli, per le quali si rivelò una madre provvidenziale.

Invece di fondazione una missionaria dipendente dal monastero svizzero, le circostanze la videro fondatrice una nuova congregazione religiosa in America Latina che prese il nome di Suore Francescane Missionarie di Maria Ausiliatrice. Il vescovo affidò a Maria Ber­narda la comunità di Chone con circa 30.000 abitanti. Quando, 1'8 agosto 1888, Madre Bernarda e suor Brader, accompagnate dal vescovo Schumacher, giunsero a Chone, vennero salutate festosamente. Ben presto seguirono anche altre suore, che furono ospitate nella parrocchia.

Accanto alle opere di carità, Madre Bernarda dette avvio con le consorelle ad un apostolato presso le famiglie, approfondendo la conoscenza della lingua e delle cultura del popolo. La vita cristiana di quelle popolazioni rifiorì, la Congregazione crebbe di numero e furono aperte due case a Santana e a Canon Ben. Furono però anche molte le sofferenze a cui la fondatrice e le sue figlie furono sottoposte: povertà assoluta, clima torrido, rischi per la salute e per la stessa sicurezza della vita, incomprensioni da parte dell'autorità ecclesiastica, e, per giunta, la separazione di alcune sorelle dalla comunità, costituitesi poi in congregazione autonoma.

In Colombia

Nel 1895, una violenta persecuzione del governo ecuadoregno obbligò Maria Bernarda e le sue suore a fuggire dal paese. Senza sapere dove andare, Maria Bernarda con 15 suore si diresse a Bahia, da dove proseguì per la Colombia. Il drappello era ancora in navigazione quando ricevette dal vescovo di Cartagena, mons. Eugenio Biffi, l'invito a lavorare nella sua diocesi, ove giunsero il 2 agosto 1895, trovando ospitalità in un'ala dell'ospedale femminile chiamato Obra Pia, dove Maria Bernarda restò fino al termine della sua vita. Qui eresse la casa madre, mentre il noviziato venne eretto a Gaissau (Vorarlberg, Austria).

Madre Maria Bernarda guidò la sua congregazione per 32 anni. Fu rieletta superiora generale per nove volte consecutive, il che le consenti di consolidare la sua opera con il suo spirito nutrito da due grandi amori: al Vangelo e ai poveri. Diceva:

« Il santo Vangelo non sia soltanto il libro che le Sorelle leggono e meditano, ma sia il cammino da percorrere e la vita da vivere. »

Nel capitolo del settembre del 1920, convocato da Madre Bernarda, fu eletta superiora generale suor Maria Francisca Hollenstein. A partire da quell'anno, le Francescane Missionarie di Maria Ausiliatrice, che avevano già varie case in Colombia, presero ad aprirne altre in Brasile, con collegi, scuole, ospedali, asili, ricoveri per anziani ed altre opere di beneficenza.

Colta da lancinanti dolori ipogastrici, il 19 maggio 1924, nella casa madre di Cartagena in Colombia, venerata da tutti come autentica santa, Maria Bernarda si addormentò serenamente nel Signore all'età di 76 anni. I funerali furono presieduti dall'arcivescovo, il quale in una lettera pastorale presentò Madre Bernarda Bütler come modello di virtù cristiane.

San Bernardino da Siena                                                                           20 Maggio

Ricorrenza:            20 Maggio
Nazionalità:         Italia
Anno di Nascita:   8 Settembre 1380
Anno della Morte: 20 Maggio 1444

San Bernardino da Siena, nato Bernardino degli Albizzeschi (Massa Marittima, 8 settembre 1380; † L'Aquila, 20 maggio 1444), è stato un sacerdote italiano dell'Ordine dei Frati Minori, proclamato santo nel 1450 da Papa Niccolò V.



Biografia:

Vita

San Bernardino nasce a Massa Marittima l'8 settembre 1380 dalla famiglia Albizzeschi (famiglia di origine senese) e lo stesso giorno venne battezzato nella cattedrale di Massa Marittima. Rimasto orfano si trasferisce a Siena dove frequenta gli studi e vive agiatamente, curato dalle zie.

Aveva 20 anni quando Siena nel 1400 fu colpita dalla peste; e anche molti medici e infermieri dell’Ospedale di Santa Maria della Scala, morirono contagiati, per cui il priore chiese pubblicamente aiuto. Bernardino insieme ai compagni della Confraternita si offrì volontario, la sua opera nell’assistenza agli appestati durò per quattro mesi, fino all’inizio dell’inverno, quando la pestilenza cominciò a scemare. Trascorsero poi altri quattro mesi, tra la vita e la morte, essendosi anch’egli contagiato; guarito assisté poi per un anno la zia Bartolomea diventata cieca e sorda.

La scelta Francescana

In quel periodo cominciò a pensare seriamente di scegliere per la sua vita un Ordine religioso, colpito anche dall'ispirata parola di san Vincenzo Ferrer, domenicano, incontrato ad Alessandria. Alla fine scelse di entrare nell'Ordine Francescano e liberatosi di quanto possedeva, l'8 settembre 1402 entrò come novizio nel Convento di San Francesco a Siena; per completare il noviziato, fu mandato sulle pendici meridionali del Monte Amiata, nel convento sopra Seggiano, un villaggio di poche capanne intorno ad una chiesetta, detto il Colombaio. Il convento apparteneva alla Regola dell'Osservanza, sorta in seno al francescanesimo 33 anni prima, osservando appunto assoluta povertà e austerità, prescritte dal fondatore san Francesco; e con la loro moderazione, che li distingueva dagli Spirituali più combattivi nei decenni precedenti, gli Osservanti si opponevano al rilassamento dei Conventuali, con discrezione e senza eccessi.

Frate Bernardino visse al Colombaio per tre anni, facendo la professione religiosa nel 1403 e diventando sacerdote nel 1404, celebrò la prima Messa e tenne la prima predica nella vicina Seggiano e come gli altri frati del piccolo convento, prese a girare scalzo per la questua nei dintorni. Nel 1405 fu nominato predicatore dal Vicario dell’Ordine e tornò a Siena.

Predicatore

La sua predicazione fu stimolo ad un forte rinnovamento per la Chiesa cattolica e per il movimento francescano. Nelle sue prediche insisteva sulla devozione al Santissimo Nome di Gesù. Si ritiene che grazie alla sua predicazione il Cristogramma JHS (Jesus Hominum Salvator) sia entrato nell'uso iconografico comune e sia divenuto familiare alla gente. Infatti, venivano fatte baciare ai fedeli che ascoltavano le sue prediche delle tavolette di legno incise con il monogramma JHS sormontato da una croce e attorniato da un sole. Il simbolo disegnato sulle tavolette era un sole d'oro in campo azzurro (l'azzurro indica l'umanità e l'oro la divinità), al centro del cerchio del sole vi erano le tre lettere JHS. Il sole ha dodici raggi e san Bernardino, in relazione al nome Gesù così lo descrive:

I Rifugio dei peccatori
II Vessillo dei combattenti
III Medicina degli infermi
IV Sollievo dei sofferenti
V Onore dei credenti
VI Splendore degli evangelizzanti
VII Mercede degli operanti
VIII Soccorso dei deboli
IX Sospiro di quelli che meditano
X Aiuto dei supplicanti
XI Debolezza di chi contempla
XII Gloria dei trionfanti

L'uso di baciare un simbolo religioso durante la celebrazione era diffuso nel Medioevo; il simbolo religioso, solitamente la croce, rappresentava la pace e come tale veniva presentato: era ciò che è oggi la stretta di mano che si accompagna al Rito della Pace, subito prima della comunione.

Etica del lavoro

Bernardino non mancò di attenzione agli aspetti pratici della vita dei fedeli, con un'analisi innovativa e decisamente moderna.

Il suo pensiero è ricordato nella storia del pensiero economico poiché fu il primo teologo, dopo Pietro di Giovanni Olivi, a scrivere un'intera opera sull'economia intitolata Sui contratti e l'usura. Nel libro egli, come già Sant'Antonio di Padova, condanna aspramente l'usura e affronta i temi della giustificazione della proprietà privata, dell'etica del commercio e della determinazione del valore e del prezzo.

Analizza, inoltre, con grande profondità la figura dell'imprenditore e ne difende il lavoro onesto. Fa notare, infatti, che il commercio, può venire praticato in modo lecito o illecito, come tutte le altre occupazioni e non è necessariamente fonte di dannazione. Se onesto, un mercante fornisce servizi utilissimi a tutta la società: sopperisce alla scarsità di beni in una zona trasportandone da altre in cui sono abbondanti, custodisce beni limitando i danni di eventuali carestie, trasforma in prodotti lavorati le materie altrimenti grezze e inutili.

Per essere onesto, sostiene Bernardino, l'imprenditore dev'essere dotato di quattro grandi virtù: efficienza, responsabilità, laboriosità, assunzione del rischio. I guadagni che derivano ai pochi che hanno saputo attenersi a queste virtù sono la giusta ricompensa per il duro lavoro svolto, ed i rischi corsi.

Per contro, condanna senza mezzi termini i nuovi ricchi, che invece di investire la ricchezza in nuove attività, preferiscono prestare a usura e strangolano la società anziché farla crescere. Bernardino riteneva, infatti, che la proprietà non "appartenesse all'uomo", quanto piuttosto "fosse per l'uomo" come uno strumento per ottenere un miglioramento nell'insieme della società. Uno strumento che veniva da Dio e che l'uomo doveva meritare, applicare e far fruttare.

Come già ad altri importanti predicatori, a Bernardino fu particolarmente caro il tema della riconciliazione e della risoluzione di contese.

Fu molto assiduo nella predicazione e molto esplicito nei contenuti, il che gli procurò diversi nemici.

Nel 1425 predicò tutti i giorni per sette settimane nella città di Siena. Gli ambienti degli usurai e quello delle case da gioco gli si dimostrarono particolarmente ostili, tanto da far intentare contro di lui un processo per eresia sostenuto a Roma nel 1427. Bernardino fu completamento prosciolto dall'accusa anche grazie al teologo Paolo da Venezia.

Papa Martino V che lo conobbe durante il processo, ne fu molto impressionato e gli chiese di predicare anche a Roma. Bernardino predicò per 80 giorni consecutivi nella città, dedicando un impegno particolarmente attento a questa attività: scriveva e riscriveva i suoi discorsi prima di arrivare sul pulpito, sino ad essere certo della loro validità.

La predicazione a Siena

Le prediche volgari sono una raccolta delle 45 prediche che il Santo, su richiesta dei Signori del Comune, tenne a Siena, in Piazza del Campo, per 45 giorni a partire dal 15 agosto 1427.

Quando il Santo giunse a Siena nell'agosto del 1427, era stanco dei suoi viaggi ed avrebbe desiderato riposare, ma per l'insistenza dei Signori iniziò a predicare il 15 agosto, Festa dellaMadonna. I Senesi avrebbero desiderato che lui ritornasse a Siena da Vescovo, ma Bernardino per ben tre volte nella sua vita rifiutò il Vescovado.

Poiché non c'erano, a Siena, chiese capaci di contenere tutta la popolazione, fu deciso che predicasse nella Piazza del Campo. Fu poi deciso che iniziasse all'alba, per permettere a tutti di ascoltarlo. Fu alzato un altare per la Messa tra due finestre del Palazzo Comunale; successivamente fu costruito un pulpito su quattro gambe di legno. A sinistra del pulpito fu posta una tribuna per i Priori della Signoria. A destra stavano le donne ed a sinistra gli uomini, separati da un tendone affinché gli uomini non si balestrassero con gli occhi. Il santo iniziava prestissimo a dire Messa; la piazza cominciava a riempirsi e, a Messa finita, iniziava subito la predicazione, che finiva intorno alle sette, quando aprivano i negozi e la piazza si riempiva di persone che andavano al mercato che si teneva intorno alla stessa.

Il santo scriveva anche in latino, ma predicava in dialetto, e viene allora spontanea la domanda su come hanno fatto queste prediche a giungere sino a noi.

Vi era a Siena un tal Benedetto di maestro Bartolomeo, cimatore di panni, sposato con figli, che tralasciò il lavoro per scrivere le presenti prediche, de verbo ad verbum, come lui predicava. Queste parole, riprese dal "Prologo" spiegano come mai è possibile parlare oggi dell'arte oratoria di san Bernardino da Siena, senza essere stati in Piazza del Campo.

Detto Benedetto doveva conoscere un mezzo di scrittura abbreviata, ma nel Quattrocento, gli esperti escludono che si possa parlare di stenografia. Altri sistemi - note tironiane e tachigrafia - o non erano adatte alla lingua volgare o non se ne ha più notizia. Probabilmente si tratta di una brachigrafia da lui inventata.

Egli non scriveva sulla carta: inchiostro e penna d'oca mal si adattavano ad una scrittura veloce, per non parlare dei costi. Adoperava invece delle tavolette cerate su cui scriveva con lo stile a sgraffio. Con enorme risparmio perché le tavolette cerate potevano essere rispalmate e pareggiate con la parte opposta dello stile (a forma di spatola).

Quindi Benedetto si recava al Campo con tante tavolette, preparate la sera prima, le scriveva, le riportava a casa, le ricopiava su carta pecora, rispalmava le tavolette ed era pronto per il giorno dopo; e così per 45 giorni. Si deve dire, per sottolineare la bravura del Benedetto, che egli scriveva tutto, anche le esclamazioni, come ad esempio: Doh!, Ca, ca, ca, uh, uh, uh ecc. e che spesso il Santo interloquiva con il pubblico e parlava con lui (Benedetto) invitandolo, per esempio, a stare attento a scrivere bene un certo discorso.

Quindi egli fece veramente un'opera meritoria perché altrimenti, le prediche e quindi il pensiero del Santo sarebbero andate totalmente perdute.

Titoli delle prediche di [San Bernardino da Siena].

I - In questa predica si tratta come la nostra gloriosa Madre andò in cielo, e de l'allegrezza che fece il paradiso di lei.
II - In questa siconda predica si contiene della mirabile cura che Idio ha sopra dell'umana natura; e come Idio ci guarda colli angioli suoi.
III - Nella quale tratta delle parti vuole avere il predicatore e l'uditore.
IV - Qui dice come si die lassare il male e fare il bene, assegnando bellissime ragioni.
V - In questa quinta predica si tratta come Idio ci mostra a noi e' suoi grandi giudici, con molte belle ragioni.
VI - In questa sesta predica si tratta de' detrattori con bellissimi essempli.
VII - In questa settima predica si tratta anco della mala lingua, e de' remedi contra e' detrattori, con belle ragioni.
VIII - In questa ottava predica ( tratta ) come l'uomo de' raffrenare la lingua.
IX - Perché Iddio ci ha dato la lingua, e della detrazione.
X - Qui tratta delle divisioni e parzialità, e delli stermini che Idio manda.
XI - Similmente tratta delle parzialità.
XII - Anco contiene delle parti.
XIII - In questa predica si tratat di tre giudici, quando Cristo verrà a giudicare el mondo, con bellissime autorità.
XIV - In questa seguente predica diremo di coloro che cominciano a far bene, e poi tornano indietro, e come Idio gli ha in odio.
XV - In questa seguente predica si contiene della siconda visione di Giovanni evangelista, tocando molto della superbia de' peccatori, con bellissime ragioni.
XVI - In questa seguente predica si contiene della dilezione del prossimo.
XVII - Qui in questa presente predica si tratta de' reggimenti e delli stati, e con quanta giustizia debba règgiare chi ha offizio.
XVIII - Qui in questa predica si tratta come si deve amare il prossimo suo; e chi è prodssimo.
XIX - Come il marito diè amare la donna, così la donna il suo marito.
XX - Qui appresso in questa predica si tratta pure dell'ordinato amore che debba èssare infra la moglie e 'l marito.
XXI - In questa seguente predica si tratta come el matrimonio debba èssare considerato, per tre belle ragion.
XXII - In questa seguente predica si tratta come si debba onorare le vere vedove.
XXIII - In questa presente predica si tratta delle parzialità, con molti belli esempli.
XXIV - Qui tratta della Natività della Vergine Maria.
XXV - Come debba ministrare iustizia chi ha offizio.
XXVI - Come e che si de' domandare a Dio.
XXVII - Come si de' domandare a Dio che c'insegni a fare la sua volontà.
XXVIII - Similmente, che Idio c'insegni a fare la sua santa volontà.
XXIX - Della Annunziazione della Vergine gloriosa Maria.
XXX - Qui tratta delle dodici donzelle che ebbe la Vergine Maria.
XXXI - Come si de' perseverare insino al fine chi vuole avere la corona.
XXXII - Come santo Giovanni vidde un altro Angiolo venire, il quale fu santo Francesco.
XXXIII - dimostra come si de' temere Idio, e come Lucifero cadde per la superbia.
XXXIV - Come Iddio si deba temere; e d'una visione di Giovanni nello Apocalipse.
XXXV - Qui si tratta delli tre peccati capitali.
XXXVI- Qui tratta de' flagelli di Dio e de le locuste.
XXXVII - Come ogni cosa di questo mondo è vanità.
XXXVIII - Dei mercatanti e de' maestri, e come si den fare le mercanzie.
XXXIX - In questa reprende l'abominevole peccato della maledetta soddomia.
XL - Qui tratta della elemosina, e a chi si de' fare la limosina.
XLI - Similmente della elemosina e dell'utilità e frutto che ne seguita a chi la fa.
XLII - Qui tratta come David profeta cercando in questo mondo per la pace, non la poté trovare.
XLIII - In questa predica si tratta come Dio creò gli Angioli, e come gli uomini di questo mondo partecipano di loro.
XLIV - Qui tratta di santo Francesco e del suo infiammato amore e fervore.
XLV ED ULTIMA - Come si debba amare Idio; e come s'acomiatò dal popolo.


Gli ultimi anni: evangelizzatore e pacificatore

A più riprese rifiutò la carica di vescovo, per dedicarsi appieno alla sua vocazione di missionario: nel 1427 per la città di Siena, nel 1431 per quella di Ferrara e nel 1435 per quella di Urbino. Durante la permanenza nella terra dei Montefeltro, ebbe la simpatia e la stima di Federico, futuro Duca d'Urbino, che frequentandolo ne rimarrà segnato dalla sua spiritualità per tutta la vita.

Nel 1437 divenne vicario generale dell'ordine degli osservanti. Nel 1438 venne nominato vicario generale di tutti i francescani italiani.

Non smise mai di dedicarsi, nonostante questi incarichi, all'evangelizzazione. Nel 1444, pur essendo molto malato, su invito del vescovo Amico Agnifili, si recò a L'Aquila, anche per tentare di riconciliare due fazioni che in città si affrontavano apertamente. Morì il 20 maggio in questa città.

Si racconta che la bara continuò a gocciolare sangue fino a quando le due fazioni non si furono riappacificate.

Il culto

Fu canonizzato nel 1450 da Papa Niccolò V. La memoria liturgica ricorre il 20 maggio.

Il corpo è conservato a L'Aquila, nella basilica a lui dedicata. Nella città il culto si manifesta soprattutto con la diffusissima presenza del monogramma IHS sulle porte degli edifici. Dal 1958 ogni anno, il 20 maggio, una scuola dalla diocesi di Siena porta in dono l'olio per tenere accesa la lanterna tutto l'anno[1].

Già prima della canonizzazione si diffusero voci sulle gesta miracolose a lui attribuite, alcune delle quali trovarono spazio in un'edizione di quegli anni della "Leggenda Aurea".

Le prediche tenute da Bernardino nei suoi viaggi furono raccolte da un suo fedele discepolo e pubblicate dopo la sua morte. Esse sono un esempio di grande interesse di letteratura sacra e testimoniano le tensioni di rinnovamento spirituale che ebbero luogo nel XV secolo. A lui è intitolata un' arciconfraternita a Montella, l'Arciconfraternita di San Bernardino da Siena.

PatronatiOrifiamma di San Bernardino da Siena, affresco nella Chiesa di Santa Maria degli Angeli (Lugano).San Bernardino da Siena è patrono di:

Induno Olona (VA - Lombardia) (compatrono)
Altavilla Irpina (compatrono)
Bernalda
Carpi
Cartoceto
Filettino (compatrono)
Gissi
L'Aquila (compatrono)
Luzzana
Marsicovetere
Mogoro
Montecorvino Pugliano
Morano Calabro
Trevignano Romano
Vinchiaturo
Civitanova del Sannio
Tordandrea
Vicalvi

Santa Mariana de Paredes y Flores                                                           26 Maggio

Ricorrenza:            26 Maggio
Nazionalità:         Equador
Anno di Nascita:   31 ottobre 1618
Anno della Morte: 26 maggio 1645

Santa Mariana de Paredes y Flores (Quito, 31 ottobre 1618; † Quito, 26 maggio 1645) è stata una laica consacrata ecuadoriana.




Biografia:

Nacque il 31 ottobre 1618 a Quito, allora appartenente al Viceregno di Nuova Granada, ultima degli otto figli del capitano Girolamo Flores Zenel de Paredes, di Toledo, in Spagna, e da Mariana Cranobles de Xaramilo, discendente da una nobile famiglia spagnola.

A cinque anni la bambina rimase orfana di entrambi i genitori. Si prese cura di lei la sorella maggiore, Girolama, che la educò con le sue tre figlie, avute dal capitano Cosimo de Caso Miranda. Fin dalla più tenera infanzia Mariana diede prove di una pietà e un amore per la mortificazione veramente straordinari. Nel cortile di casa organizzava con le compagne di gioco piccole processioni, recitava il rosario e faceva la Via Crucis non certo per divertimento. La sorella, inquieta e contenta insieme, la condusse da padre Giovanni Camacho S.J. nella chiesa della Compagnia di Gesù, poco lontana dall'abitazione dei Paredes, perché vedesse se era il caso di ammetterla alla Prima Comunione benché non avesse che sette anni. Padre Giovanni la esaminò, e avendola trovata di un senno superiore all'età la ammise alla Prima Comunione, in oltre la iniziò agli esercizi spirituali di sant'Ignazio. In riconoscenza la santa propose di essere una vera figlia della Compagnia di Gesù e volle essere chiamata soltanto Maria Anna di Gesù .

I coniugi Cosimo e Girolama, vista l'ardente fede della giovane, pensarono di dare un orientamento alla vocazione di Maria Anna. Le proposero di entrare prima tra le Domenicane, poi tra le Clarisse, ma Mariana confidò al suo padre confessore di aver percepito una voce distinta che le diceva che si sarebbe santificata nella propria casa vivendo nel raccoglimento e nella penitenza.

Il cognato e la sorella le assegnarono allora un piccolo appartamento di tre stanze. Mariana lo fece ammobiliare con un letto di legno, una croce guarnita di spine, una scala di legno della sua statura, dei flagelli, dei cilici e un altarino adorno delle statue di Gesù Bambino e della Madonna. Vestita di nero alla stregua dei Gesuiti, ella trascorreva nel suo ritiro la maggior parte della giornata. Non ne usciva che per andare alla Messa, occuparsi dei poveri e servire la famiglia ad ogni refezione, fedele sempre ad un regolamento di vita che aveva steso con l'approvazione del confessore.

« Dalle 4 alla 5,30 farò l'orazione mentale. Dalle 5,30 alle 6 mi metterò i cilici, reciterò le ore fino a nona, farò l'esame generale e particolare, andrò alla chiesa. Dalle 6,30 alle 7 mi confesserò. Dalle 7 alle 8 durante la Messa, preparerò le disposizioni del cuore per ricevere il mio Dio. Dopo che l'avrò ricevuto, ringrazierò l'Eterno Padre per avermi dato Suo Figlio e glielo offrirò, e in ricompensa chiederò molte grazie. Dalle 8 alle 9: libererò anime dal purgatorio e lucrerò indulgenze per esse. Dalle 9 alle 10: reciterò i quindici misteri della corona della Madre di Dio. Alle 10: durante la Messa mi raccomanderò ai miei santi: la domenica e i giorni di festa fino alle 11. Dopo mangerò se avrò necessità. Alle 14: reciterò i vespri e farò l'esame particolare e generale. Dalle 14 alle 17: farò dei lavori manuali ed eleverò il cuore al Signore facendo molti atti di amore. Dalle 17 alle 18: farò la lettura spirituale e reciterò compieta. Dalle 18 alle 21: farò orazione mentale e mi terrò alla presenza di Dio. Dalle 21 alle 22: mi leverò la sete con un sorso d'acqua e prenderò qualche cibo moderato. Dalle 22 alle 24: farò orazione mentale. Dalle 24 all'1: leggerò qualche vita di santi e reciterò mattutino. Dall'1 alle 4: dormirò, il venerdì sulla mia croce, le altre notti sulla mia scala: prima di coricarmi farò disciplina. In alcuni giorni di Avvento e di Quaresima dalle 22 alle 24 farò l'orazione in croce.[1] »

Nella città di Quito non tardò a spargersi la fama della santa vita che tra le pareti domestiche conduceva Mariana. Poveri e malati di frequente si portavano sotto la finestra di lei, prospiciente la strada, per ricevere denari, panieri gonfi di vestiti, pane, carne o prelibati cibi che la cucina padronale le faceva pervenire nei giorni di festa. Molte persone si rivolgevano a lei per consigli e preghiere e per la sua intercessione vi furono dei miracoli. La sua preghiera era ricca di grazie perché viveva continuamente unita a Dio. Ben lo sapeva il diavolo che la maltrattava, ma Mariana trovò un grande aiuto nel fratello coadiutore gesuita Ferdinando della Croce che fu il suo direttore spirituale dopo che padre Camacho dovette allontanarsi da Quito[1].

Le privazioni e le mortificazioni di Mariana la ridussero presto a pelle e ossa. I familiari, impensieriti, l'esortarono a moderare le austerità. La santa si rivolse al Cuore di Gesù supplicandolo:

« Difendi la tua gloria. Fa che gli altri mi vedano, sì, macilenta e brutta, ma che non capiscano mai il perché: che nessuno sappia di quel po' di penitenza che io faccio tanto volentieri per te. »

Il Signore, per mostrarle quanto gradiva le sue mortificazioni, le ridonò un viso pieno e armonioso fino alla morte. E Maria Anna continuò a macerare il suo corpo, spesso restava per quindici giorni di seguito senza bere per prendere parte all'amarissima sete provata da Gesù in croce. Negli ultimi sei anni di vita si cibò quasi esclusivamente dell'Eucaristia. Soltanto di rado prendeva un po' di succo di frutta. [1].

Nel 1645 la città di Quito fu devastata da un terremoto e dalla peste. Il 25 marzo nel vedere il padre Alonso de Rojas inginocchiarsi durante la predica e offrire la sua vita per la cessazione dei flagelli, si sentì spinta a mormorare anche lei in una suprema dedizione di olocausto:

« Mio Dio, mio Dio, vi offro la vita mia per il mio popolo. »

A casa, mentre si disponeva a pregare come il solito, sentì il primo annunzio di un malessere indefinito. Nella notte le scosse di terremoto cessarono e per Pasqua il morbo era cessato del tutto. Al capezzale della malata si succedettero i medici che non seppero trovare delle cure all'oscuro male. Il vescovo della città, Pietro de Oviedo, andò a ringraziarla e a benedirla. Come aveva predetto, Mariana morì la notte di venerdì 26 maggio 1645. Il "giglio di Quito" fu seppellita nella Chiesa della Compagnia di Gesù. Pur essendo diretta dai Gesuiti, aveva voluto iscriversi al Terz'Ordine Francescano senza mai indossarne l'abito. La vasta casa in cui morì fu trasformata, come aveva predetto, in monastero dalle Carmelitane Scalze[1] .

Il culto

Oggetto di devozione popolare sin dalla morte, le è intitolato l'Istituto di Santa Marianna di Gesù, fondato nel 1873 dalla beata Mercedes Molina y Ayala.

Beatificata nel 1853, è stata proclamata santa da papa Pio XII il 9 luglio del 1950: è la prima santa della repubblica dell'Ecuador, dove è conosciuta con l'appellativo di "Azucena de Quito" ("giglio di Quito").

San Felice da Nicosia                                                                                31 Maggio

Ricorrenza:            31 Maggio
Nazionalità:         Italia
Anno di Nascita:   5 novembre 1715
Anno della Morte: 31 maggio 1787

Felice di Nicosia, al secolo Filippo Giacomo Amoroso (Nicosia, 5 novembre 1715; † Nicosia, 31 maggio 1787) è stato un religioso italiano dell'Ordine dei Frati Minori Cappuccini.



Biografia:

San Felice di Nicosia nacque a Nicosia, figlio del calzolaio Filippo Amoroso e di Carmela Pirro.

Il suo nome di battesimo era Filippo Giacomo e fin da bambino fu molto devoto.

Il padre morì quando lui aveva tre anni, frequentò allora la bottega del calzolaio Giovanni Ciavarelli, soffrendo per il linguaggio scurrile che vi si usava.

Della sua infanzia si tramanda un episodio miracoloso, quando facendo passare il dito bagnato di saliva su un pezzo di cuoio tagliato male da un operaio che se ne disperava, ottenne che il cuoio ritornasse intatto.

Dopo la morte dei genitori, chiese inutilmente per ben sette anni di essere ammesso fra i frati cappuccini di Nicosia, ma veniva sempre rifiutato perché analfabeta. Nel 1743 il padre provinciale di Messina in visita a Nicosia lo ammise. Entrò nel convento dei cappuccini della vicina cittadina di Mistretta, dove nel 1744 emise i voti perpetui e prese il nome di Felice.

Dopo un anno tornò a Nicosia, dove si dedicò alla questua assieme al fratello, visitava sia le case dei ricchi per invitarli a condividere i loro beni, sia quelle dei poveri per dare loro conforto materiale e spirituale. Era molto paziente anche quando veniva scacciato malamente. Definiva se stesso u sceccareddu, l'asino che portava sulla soma tutto quanto aveva raccolto al convento.

Il superiore spesso lo trattava duramente, lo scherniva dandogli nomignoli quali gabbatore della gente e santo della Mecca, ma fra Felice rispondeva umilmente dicendo:sia per l'amor di Dio. Una volta gli ordinò di esibirsi nel refettoriodel convento vestito da pagliaccio e gli fece distribuire ai frati un impasto di cenere e acqua come se fosse ricotta fresca, che miracolosamente diventò ottima ricotta.

Essendo analfabeta, apprendeva a memoria i testi biblici durante le funzioni religiose e assimilava tutte le letture edificanti lette in convento durante la mensa.

Aveva una gran devozione per Gesù crocifisso. Tutti i venerdì digiunava a pane ed acqua e contemplava la passione e la morte di Gesù Cristo stando nel coro del convento, con le braccia aperte a forma di croce.

Si dedicò anche alla cura degli infermi sia nel corpo che nello spirito, ottenendo spesso per essi guarigioni miracolose. Era particolarmente dedito alla preghiera ed alla penitenza.

Nel 1777 il vicino paese di Cerami venne colpito da una grave pestilenza, il superiore dei cappuccini del luogo chiese a Felice di andare ad assistere i malati, cosa che fece con grande abnegazione, nonostante fosse già avanzato in età.

Obbediente fino alla fine, prima di morire chiese il permesso al superiore.

Morì il 31 maggio 1787.

Santa Camilla Battista da Varano                                                           31 Maggio

Ricorrenza:            31 Maggio
Nazionalità:         Italia
Anno di Nascita:   9 aprile 1458
Anno della Morte: 31 maggio1524

Santa Camilla Battista da Varano al secolo Camilla da Varano (Camerino, 9 aprile 1458; † Camerino, 31 maggio1524) fu una religiosa, mistica e umanista italiana.



Biografia:

Nata a Camerino (Macerata) nella corte dei Varano il 9 aprile 1458. Suo padre, Giulio Cesare da Varano, fu signore della Città. Tipico signore rinascimentale, aveva combattuto per vari papi e in diverse città italiane, e per mezzo di una politica di matrimoni si era imparentato con le principali dinastie regnanti.

Giulio Cesare si sposò con Giovanna Malatesta ed ebbe tre figli da lei, e almeno sei figli naturali da diverse altre donne. Questi comportamenti nelle famiglie signorili erano ritenuti normali o comunque erano accettati senza scandalo. Camilla era figlia naturale della nobildonna Cecchina di mastro Giacomo, ma venne introdotta ed educata nello splendore della corte formata ad un’elevata cultura umanistica.

I palazzi signorili nel periodo rinascimentale erano centri di politica, ma anche di cultura e di mecenatismo. La giovane Camilla studiò il latino, lesse i classici, imparò a dipingere, ad andare a cavallo, a suonare e a ballare; crebbe vivace ed esuberante, immersa nel pullulare della vita di corte. aveva un temperamento schietto e volitivo, si può anzi dire indipendente e testardo, amante del bello e del piacere.

Nei disegni di suo padre, Camilla era destinata a un matrimonio di nobile convenienza, come tutte le sue sorelle. Invece la sua vita assunse una direzione imprevista.

Infatti fu presto affascinata dalla predicazione dei Frati Minori dell'osservanza, soprattutto da Fra Domenico da Leonessa e dal beato Pietro da Mogliano.

Quando aveva circa dieci anni il suo cammino ricevette un orientamento particolare dal proposito di «versare almeno una lacrimuccia» ogni venerdì in memoria della passione del Signore, fino a condurla alla scelta definitiva, combattuta fino all’ultimo, di un sì alla chiamata nella vita religiosa, che inizialmente detestava.

L'entrata in monasteroL'antica rocca dei Varano (Camerino)A ventitré anni, superando l’opposizione del padre, entrò nel monastero della monache clarisse di Urbino, uno dei luoghi più rappresentativi del movimento dell’osservanza. La volontà di vivere la regola di Santa Chiara in tutta la sua radicalità evangelica fu elemento costitutivo della sua chiamata. Vi entrò insieme con la cugina Gerinda il 14 novembre 1481.

Divenuta suora con il nome religioso di suor Battista, si preoccupò di una recita più fervorosa e meditata del rosario, impegnandovi anche tre ore, ottenendo grazie mistiche straordinarie; il rosario fu il suo conforto nei momenti difficili e nei giorni d’angoscia. Si preparava alle feste del Signore e della Madonna con rigorosi digiuni.

Ascoltando una predica sul mistero dell'Annunciazione si sentì profondamente intenerita per l’amore e la fede della Vergine e in segno di gratitudine emise il voto di mantenere i suoi sentimenti immacolati. L’immagine mariana da lei preferita fu quella dell'Addolorata o quella della Pietà che riassume la passione e l’amore del Figlio e della madre. I suoi scritti sulla Madonna (il XV, XVI e XXII, costituiti da una preghiera, una novena meditata e una breve poesia) sono traboccanti di fede e di amore.

Il ritorno a CamerinoGiulio Cesare da VaranoIl padre fece in modo che si fondasse un monastero di clarisse in Camerino, in modo da riavere vicino la figlia. Nel 1484suor Battista tornò a Camerino assieme ad altre sorelle portando sulle spalle una croce di legno tuttora custodita nella cripta del monastero. Qui fu più volte abbadessa.

Nel 1502 dovette fuggire dalla sua città e rifugiarsi ad Atri a causa della rivolta provocata da Cesare Borgia, dietro ordine di Papa Alessandro VI, che portò all’uccisione del padre e di tre fratelli, Annibale, Venanzio e Pirro. Dalla strage dei Varano si salvò, grazie alla madre che lo condusse a Venezia, solo il piccolo Giovanni Maria, che il nuovo papa Giulio II fece ritornare a Camerino come signore della città nel 1503.

Anche suor Battista poté tornare al suo monastero da dove nel 1505, per ordine di papa Giulio II andò a Fermo per fondarvi un altro monastero di clarisse e dove rimase fino al 1507, quando tornò a Camerino.

Negli anni 1521-22 si recò a San Severino Marche, per formare le clarisse locali che avevano assunto in quel periodo la Regola di S. Chiara.

Il Signore le donò singolari esperienze mistiche, delle quali troviamo tracce nei suoi numerosi scritti, che rivelano il suo ardente amore per Cristo crocifisso.

Morì a Camerino il 31 maggio 1524.

Il 7 aprile 1843 Gregorio XVI ne approvò il culto, mentre il 19 dicembre 1878 Leone XIII ordinò di riaprire il processo di canonizzazione.

È stata canonizzata da Benedetto XVI il 17 ottobre 2010[1].

Attualmente le sue spoglie sono custodite ed esposte al culto nella cripta a lei dedicata nella chiesa del Monastero.

I suoi scritti contribuirono alla formazione spirituale e intellettuale di tante persone, come, ad esempio, san Filippo Neri, Hélène de Chappotin de Neuville, il beato cardinale John Henry Newman - che ne venne a contatto mediante gli Oratoriani -, Giorgio La Pira, monsignor Luigi Padovese.

Opere

Le opere spirituali. Nuova edizione del V centenario dalla nascita secondo i più antichi codici e stampe e con aggiunta di alcuni inediti a cura di Giacomo Boccanera; prefazione di Piero Bargellini, Edizioni Francescane, Iesi 1958.
La purità di cuore. "Con qual'arte lo Spirito Paraclito si unisca con l'amatori suoi", a cura di Ch. Giovanna Cremaschi, Glossa (Sapientia 9), Milano, 2002.
Il felice transito del beato Pietro da Mogliano, a cura di Adriano Gattucci, Edizioni del Galluzzo, Firenze, 2007.

Giugno

Nominativo                                                                                                                                               Ricorrenza

Beato Nicola da Gesturi                                                                              8 Giugno

Ricorrenza:            8 Giugno
Nazionalità:         Italia
Anno di Nascita:   5 agosto 1882
Anno della Morte: 8 giugno 1958

Beato Nicola da Gesturi, al secolo Giovanni Angelo Salvatore Medda, conosciuto come Fra' Nicola da Gesturi(Gesturi (SU), 5 agosto 1882; † Cagliari, 8 giugno 1958), è stato un religioso italiano, appartenente all'ordine dei Frati Minori Cappuccini. Le sue venerate spoglie riposano nella Chiesa di Sant'Antonio a Cagliari (che è anche Santuario di Sant'Ignazio da Laconi), officiata dai Frati Minori Cappuccini. La memoria liturgica del beato Nicola si celebra l'8 giugno.



Biografia:

L'infanzia e la giovinezza

Giovanni Angelo Salvatore, futuro Fra Nicola, nacque a Gesturi il 5 agosto 1882 penultimo dei cinque figli (Rita, Antonia Maria, Peppino, Giovanni, Salvatore) di Giovanni Medda e Priama Cogoni. I suoi genitori erano contadini di umili condizioni, ma onesti e devoti. L'8 dicembre 1886, a soli quattro anni, come si usava allora, ricevette il Sacramento della Cresima, e meno di un anno dopo, il 10 giugno 1887 morì suo padre; a tredici anni divenne anche orfano di madre (6 giugno 1895).

Da allora lavorò come servo, in cambio del solo vitto e alloggio (una misera stanzetta), come da lui stesso richiesto, presso il suocero della sorella, ricco possidente del paese.

Quando questi morì, lavorò, alle stesse condizioni, in casa della sorella Rita, lavorando nei campi del cognato Giuseppe Pisanu. Non fu per necessità che fece questa scelta; infatti avrebbe potuto usufruire della sua parte dell'eredità paterna, a cui volle invece rinunciare. Frequentò solo le prime classi elementari, e poi lasciò la scuola per fare solo la vita del contadino.

A quattordici anni, nel 1896, ricevette la Prima Comunione, e da allora visse sempre umilmente e devotamente. Il suo spirito di preghiera lo portava in Chiesa ogni volta che i suoi doveri glielo permettevano, per trascorrere intere ore davanti a Gesù Sacramentato. Il suo amore per i più poveri e la mortificazione in cui viveva furono lo stimolo ad aspirare alla vita sacerdotale, ma la povertà era un ostacolo insormontabile.

A 28 anni fu colpito da un reumatismo articolare che lo costrinse a rimanere a letto per oltre 45 giorni. Fu durante questa malattia che fece il voto alla Vergine Immacolata di digiunare tutti i sabati, promessa che mantenne per il resto della sua vita.


Vocazione religiosa

A 29 anni arrivò la consapevolezza della vocazione religiosa. Nel marzo 1911 Giovanni Angelo Salvatore Medda bussò al convento dei Cappuccini di Cagliari presentato da un'ottima relazione del parroco di Gesturi, e chiese di esservi ricevuto come fratello laico. Il Padre Martino da Sampierdarena, commissario provinciale, lo accettò solo come terziario, volendo prima verificare personalmente la serietà della vocazione di questo giovane, arrivato in Convento dopo una vita dedicata completamente al lavoro dei campi.

Il Superiore capì ben presto che Giovanni Medda aveva una vocazione non comune e molto matura e lo ammise al Noviziato dopo appena sette mesi di Probandato.

Durante l'anno di Noviziato il Maestro dei novizi, Padre Fedele da Sassari, che provò la sua vocazione, potè rendersi conto di avere a che fare con un giovane serio e fervoroso, che si distingueva su tutti gli altri. Nel 1913 vestì l'abito cappuccino e assunse il nome di Fra Nicola da Gesturi. Il Noviziato venne trasferito a Sanluri dove il 1 novembre del 1914, festa di Tutti i Santi, fra Nicola emise la professione semplice e il 16 febbraio del 1919 quella solenne, consacrandosidefinitivamente e completamente a Dio.

Fu successivamente trasferito a Sassari come cuciniere, ruolo che però non gli si addiceva, poi a Oristano, quindi nuovamente a Sanluri.

Nei dieci anni trascorsi dalla sua prima professione i frati avevano notato in fra Nicola un Religioso perettamente obbediente e così umile da ricercare sempre l'ultimo posto e dedicarsi alle cose meno appariscenti agli occhi altrui. I superiori pensarono che le doti straordinarie di cui egli era fornito potevano meglio svilupparsi in un ambiente più adatto e più vasto: il 25 gennaio del1924 lo mandarono al Convento Maggiore di Buoncammino, in Cagliari: qui egli visse per trentaquattro anni, fino al giorno della sua beata morte.


Frate questuante

Gli venne dunque affidato l'incarico di questuante in alcune zone storiche della città e nei paesi limitrofi. Questuare significava letteralmente girare per le strade, ogni giorno e con ogni tempo e bussare alle porte e stendere la mano per chiedere l' elemosina, ripetendo sempre le stesse parole tipiche della Sardegna: "A Santu Franciscu" (per San Francesco). Significava anche incontrare tante persone diverse: quelle che lo accoglievano e vedevano in lui un Santo, e quelli che lo deridevano e lo insultavano.

Così egli fece con assoluta conformità e regolarità, e divenne ben presto una presenza familiare e molto amata; con il suo modo di proporsi alla gente, umile e sempre con gli occhi bassi, non aveva bisogno di chiedere per ricevere l'elemosina: tutti erano pronti a dargli qualcosa. Molti gli si avvicinavano per chiedere un consiglio, un conforto, una preghiera per essere guariti.

Infine la sua divenne una "presenza" indispensabile; ascoltava tutti ma i privilegiati erano i poveri che visitava anche nelle loro misere case. Tutti ricevevano da lui una parola di conforto, di sapienza, sia per le strade della città che nel convento, tanto che con gli anni da "Frate cercatore" divenne 'Frate cercato'. Quando si avvicinava ad un quartiere, ad una strada, la notizia del suo imminente arrivo lo precedeva, come una sorta di "tam tam" di affetto e di gioia; tantissimi uscivano dalle case per incontrarlo, e mandavano i bambini per dargli qualcosa, ma soprattutto per ricevere da lui un santino, una benedizione, uno sguardo dei suoi limpidissimi occhi cerulei, fatto rarissimo a causa del suo sguardo sempre basso, ma che chi ha sperimentato anche una sola volta non dimenticherà mai. Ci sono ancora persone viventi che ricordano nettamente l'incontro dolcissimo e misterioso con un Santo, l'impressione indelebile di una Presenza soprannaturalema reale.


Durante la guerra

Cagliari, durante la seconda guerra mondiale, fu martoriata da numerosissimi bombardamenti, e Fra Nicola continuò a girare per le strade, prestando soccorso alle vittime. Infine la città fu evacuata; restarono solo i poveri più poveri, rimasti senza casa e senza famiglia, che trovarono rifugio nelle numerose grotte sparse in varie parti della città . Al convento rimasero solo quattro Frati, tra cui Fra Nicola, che si prodigarono per assistere in tutti i modi questi cenciosi affamati. Quando terminavano i bombardamenti Fra Nicola usciva dal convento per portare soccorso tra le macerie; era sempre presente ovunque ci fosse bisogno d'aiuto.

Spessissimo si recava in una grande grotta che si apriva sotto il colle di Buoncammino, all'interno dei Giardini Pubblici, dove, appena suonava l'allarme antiaereo, si riversava una gran folla. Ma egli non entrava mai: sedeva su una pietra all'ingresso, protetto solo da una sporgenza della roccia che faceva da tettoia, e pregava col rosario sempre in mano, esortando tutti alla preghiera, alla pace ed alla speranza. Solo una volta si alzò all'improvviso e corse dentro trascinando gli altri che stavano vicino all'imboccatura. Dopo alcuni istanti una bomba cadde proprio lì, provocando un'enorme voragine e distruggendo la 'tettoia'...


Frate silenzio

La gente notò subito una caratteristica peculiare di fra Nicola: il suo silenzio. Quando avvicinava le persone pronunciava poche parole e parlava solo per necessità: accoglieva in silenzio, rimproverava in silenzio, ringraziava in silenzio. Parlava pochissimo, fuori e dentro il convento, solo per ricordare la volontà di Dio. Non era solo per il suo temperamento che egli era parco di parole. Il suo silenzio era essenzialità e sobrietà, era grande virtù. Era silenzio che parlava, e parlava di Dio, come quello di Maria. Dietro questo silenzio egli nascondeva le sue eroiche virtù: la perfetta obbedienza, la profonda umiltà, l'assoluta povertà: il suo letto era un tavolaccio, la spalliera della sedia il suo cuscino, i suoi abiti e i suoi sandali i più rozzi e già usati da altri, i suoi pensieri e preghiere scritti in pezzi di carta scartata da altri. La sua preghiera davanti al Santissimo o all'Immacolata, al termine del suo giro di questua, erano lunghe ore di assoluto silenzio.

La malattia e la morte

Il 1 giugno 1958 Fra Nicola ruppe il silenzio e chiese di essere esonerato dall'obbedienza della questua; si presentò al Padre Guardiano e gli disse semplicemente: 'Non ne posso più'. Questi capì subito che Fra Nicola era grave e lo fece ricoverare nell'infermeria. Il giorno dopo Fra Nicola si aggravò e il medico gli diagnosticò un'ernia strozzata. Fu ricoverato in clinica ed operato d'urgenza. Il Frate si rese conto della gravità della situazione e chiese l'Unzione degli infermi e il Viatico. Tra i dolori atroci, che durarono quattro giorni, esortava continuamente alla preghiera, all' obbedienza alla volontà di Dio, all'amore alla croce, se stesso e i confratelli che lo vegliavano. Il 7 giugno, persa ormai ogni speranza, fu trasferito al convento, dove, confortato dai confratelli in preghiera, spirò serenamente stringendo tra le mani il Crocifisso, alle 0,15 dell'8 giugno 1958. La notizia della sua morte si propagò immediatamente. Fin dal mattino, era nella prima pagina dei giornali locali, a caratteri cubitali, e la folla si riversò talmente numerosa al Convento per vedere la salma del "Frate santo" esposta alla venerazione, che fu necessario il ricorso alla forza pubblica per arginare la ressa di coloro che volevano dargli un ultimo saluto.

I funerali

Le esequie furono celebrate il giorno 10 partendo dalla Chiesa del Convento di Sant'Antonio. Erano presenti circa sessantamila persone. La bara fu portata a spalla dai religiosi e da laici, procedendo lentamente tra una pioggia incessante di fiori. Per più ore il traffico cittadino, dove passava il corteo, dovette essere interrotto. Non fu un funerale, ma un solenne e generale trionfo. Sulla sua tomba, nel cimitero monumentale di Bonaria, furono tracciate queste semplici parole: 'Fra Nicola Cappuccino 1882-1958'. Le spoglie di Fra Nicola rimasero per 22 anni al cimitero di Bonaria, e la sua tomba fu meta di continui pellegrinaggi e sempre ornata di fiori freschi, da parte di tantissime persone che chiedevano grazie, e ringraziavano per le grazie ricevute, che confermavano ed aumentavano la sua fama di santità. Il 2 giugno 1980 la salma fu traslata al Convento di Sant'Antonio, ed un altro trionfo di popolo la accompagnò[1]. Il 6 giugno 1980 venne tumulata nella cappella dell'Immacolata, quella stessa dove Nicola si ritirava per lunghe ore di silenziosa preghiera.

Culto

Il 10 ottobre 1966 Monsignor Paolo Botto, Arcivescovo di Cagliari, aprì il Processo diocesano di Canonizzazione, che il Cardinale Sebastiano Baggio chiuse il 20 dicembre 1971. Nel febbraio 1978 iniziò il Processo Cognizionale presso la Congregazione per le Cause dei Santi, che si chiuse l'8 giugno 1982. Nel marzo del 1986 ebbe inizio il Processo su un asserito miracolo, attribuito a Fra Nicola. Il 25 giugno 1996 fra Nicola fu dichiarato 'Venerabile' da Giovanni Paolo II. Lo stesso Papa, il 21 dicembre 1998, riconobbe il miracolo attribuito all'intercessione del Servo di Dio.

Fra Nicola da Gesturi venne dichiarato Beato il 3 ottobre 1999, in Piazza San Pietro, da Giovanni Paolo II

Beata Florida Cevoli                                                                                  12 Giugno

Ricorrenza:            12 Giugno
Nazionalità:         Italia
Anno di Nascita:   11 novembre 1685
Anno della Morte: 12 giugno 1767

Beata Florida Cevoli, al secolo Lucrezia Elena (Pisa, 11 novembre 1685; † Città di Castello, 12 giugno 1767) è stata una religiosa italiana, dichiarata beata dalla Chiesa cattolica.



Biografia:

Nacque a Pisa 1'11 novembre 1685, figlia del conte Curzio Cevoli e della contessa Laura della Seta, fu battezata il giorno successivo con i nomi di Lucrezia Elena. Era una bambina di natura vivace, accorta e di intelletto precoce, il che diede l'impressione che si fosse anticipato in lei l'uso della ragione all'età di due anni. Il 24 giugno 1697 ricevette la Cresima. Dopo l'educazione nella numerosa famiglia dello spazioso palazzo, sui 13 anni, secondo il costume del tempo, fu affidata alle monache Clarisse di San Martino di Pisa. Vi rimase per cinque anni, completando la sua formazione generale, specialmente letteraria.

Nel 1703 il suo percorso spirituale continuò con la decisione di entrare nel monastero delle Clarisse Cappuccine di Città di Castello, e questo segnò un profondo cambiamento nella sua vita, che da agiata divenne povera ed ispirata alla regola di Santa Chiara.

Pertanto, dopo due anni di noviziato, il 10 giugno del 1705 Lucrezia Elena Cevoli prese i voti ed acquisì il nome di Florida.

Suor Florida fu tra le promotrici della causa di beatificazione della sua maestra Veronica Giuliani, della quale prese il posto di badessa dopo la sua morte avvenuta nel 1727.

A testimonianza di ciò, nel 1753 decise di far erigere un monastero proprio nella casa dei Giuliani a Mercatello sul Metauro.

Suor Florida morì il 12 giugno 1767, e la sua causa di beatificazione fu iniziata nel 1838 e nel 1910 papa Pio X dichiarò l'eroicità delle sue virtù, ma la sua beatificazione sarà proclamata molti anni dopo, in data 16 maggio 1993 per volontà di papa Giovanni Paolo II.

Beato Guido Vagnottelli                                                                            12 Giugno

Ricorrenza:            12 Giugno
Nazionalità:         Italia
Anno di Nascita:   1187
Anno della Morte: 1245

Beato Guido Vagnottelli, al secolo Guido Vagnottelli o Pagnottelli (Cortona, 1187 ca.; †Cortona, 1245), è stato un presbitero e religioso italiano appartenente all'ordine francescano.


Biografia:

Il Beato Guido Vagnottelli nacque a Cortona intorno al1187 da una famiglia discretamente agiata. Non si hanno notizie certe circa la sua giovinezza. Una Legenda scritta nella prima metà del XIII secolo riporta che nel 1211 incontrò San Francesco venuto a predicare a Cortona. Questi fu ospitato nella casa di Guido ed il giovane rimasto affascinato dall'ideale francescano di una vita vissuta nella povertà e nella condivisione, donò i propri beni ai poveri abbandonando tutto per farsi frate.

Dopo aver ricevuto il saio nelle pieve di Santa Maria, fondò con alcuni confratelli la prima comunità francescana della città. Questa prese dimora presso l'eremo Le celle dove Guido trascorse molti anni come eremita.

San Francesco lo inviò a predicare anche ad Assisi.

La Legenda riporta di fatti eccezionali compiuti da Guido: farina moltiplicata, acqua mutata in vino, un paralitico guarito per l'imposizione delle mani e una ragazza recuperata viva da un pozzo. Nell'estate nel 1226, alcuni mesi prima che morisse san Francesco, accompagnato da frate Elia, visitò Guido a Cortona raccomandandogli la cura umana e spirituale della città.

Sempre la stessa Legenda riferisce che San Francesco fosse apparso in sogno a Guido preannunciandogli la morte ormai imminente.

Guido morì nel 1245 e subito fu tenuto in grande venerazione da tutti. Il suo corpo venne sepolto nella pieve di Santa Maria, in un antico sarcofago romano del II secolo d.C.

Come spesso accadeva per le reliquie dei santi, una parte del corpo venne smembrata. La testa fu posta successivamente in una teca d'argento.

Papa Innocenzo XII ne autorizzò il culto dal momento che era già considerato santo in tutta l'Italia centrale.

Nel 1945, durante una ricognizione all'interno del sarcofago vennero rinvenute le reliquie di Guido, che furono ricongiunte alla testa.

L'intero corpo fu collocato sotto l'altare a lui dedicato nella Duomo di Cortona (l'antica pieve di Santa Maria) dove ancora oggi è esposto alla venerazione dei fedeli.

La sua memoria liturgica è fissata al 12 giugno.

Sant'Antonio di Padova                                                                            13 Giugno

Ricorrenza:            13 Giugno
Nazionalità:         Portogallo
Anno di Nascita:   15 agosto 1195
Anno della Morte: 13 giugno 1231

Sant'Antonio di Padova, detto anche Doctor Evangelicus (Lisbona, 15 agosto 1195; † Padova, 13 giugno 1231), è stato un presbitero portoghese naturalizzato italiano dell'Ordine dei Minori, proclamato Dottore della Chiesa da papa Pio XII.



Biografia:

Nacque in una famiglia di nobili portoghesi discendenti dal crociato Goffredo di Buglione.

Prima tra i canonici regolari agostiniani di Coimbra (1210), poi (1220) francescano, predicò dappertutto, nel Portogallo prima, poi in Italia, nutrendo le sue parole con la dottrina delle Sacre Scritture.

Nel 1221 incontrò, alla Porziuncola, San Francesco d'Assisi, che lo inviò all'eremo di Montepaolo, presso Forlì, città nella quale iniziò la sua attività di predicatore: per questo, prima di divenire "di Padova", era conosciuto come "Antonio da Forlì".

Professore di teologia e nello stesso tempo predicatore, combatté l'eresia catara, specialmente in Francia, con estremo vigore e con una eccezionale forza di convinzione. Fu trasferito poi a Bologna e quindi a Padova, città di cui è patrono.

Morì all'età di 35 anni in concetto di santità. All'indomani della sua morte innumerevoli miracoli fecero sì che egli fosse invocato dai fedeli come un infaticabile taumaturgo.

Nel 1232, l'anno successivo alla sua morte, venne canonizzato da papa Gregorio IX.

Papa Pio XII, che nel 1946 ha annoverato Sant'Antonio tra i dottori della Chiesa cattolica, gli ha dato il titolo di dottore evangelico, tanto era solito sostenere le sue affermazioni con citazioni del Vangelo.

La grande Basilica di Padova è dedicata a Sant'Antonio e viene comunemente ricordata in città come "Il Santo".

Viene ricordato dalla chiesa cattolica il 13 giugno; a Padova, in occasione della ricorrenza, si svolge un'imponente celebrazione con processione.


Da Fernando ad Antonio

La Chiesa di Sant'Antonio in Lisbona (Portogallo).Dell'infanzia di Sant'Antonio di Padova si conoscono poche cose con certezza: il nome di battesimo, Fernando (che significa "ardito nella pace"), e la città natale, Lisbona, che si diceva fosse in finibus mundi, ai confini del mondo. Già sulla data di nascita gli storici non concordano, anche se i più propendono per il 15 agosto 1195, deducendo tale data da quella certa della morte: 13 giugno 1231, e sottraendo ad essa gli anni di vita, trentasei, che gli attribuisce il "Liber miraculorum", scritto verso la metà del secolo XIV.

Scarno è pure il racconto che ci offre la biografia più antica, la Vita prima o Assidua, compilata da un anonimo frate nel 1232, dopo appena un anno dalla morte del Santo. E quel che scrive dice d'averlo appreso, in buona parte da Soerio II Viegas, vescovo di Lisbona dal 1210 al 1232.

« Mi hanno informato - ci fa sapere il biografo - che nella zona occidentale del regno di Portogallo sorge una città situata all'estremo confine del mondo. I suoi abitanti la chiamano Ulisbona, poiché secondo l'opinione corrente fu fondata da Ulisse. Entro la cerchia delle mura di questa città s'erge una chiesa d'ammirevole grandezza, dedicata alla gloriosa Vergine Maria, e vi riposano, custodite con grande onore, le spoglie preziose e venerate del beato martire Vincenzo. I fortunati genitori di Antonio possedevano, dirimpetto al fianco ovest di questo tempio una abitazione degna del loro stato, la cui soglia era situata proprio vicino all'ingresso della chiesa. Erano essi nel primo fiore della giovinezza allorché misero al mondo questo felice figlio; e al fonte battesimale gli posero nome Fernando. E fu ancora a questa chiesa, dedicata alla santa Madre di Dio, che lo affidarono affinché apprendesse le lettere sacre e, come guidati da un presagio, incaricarono i ministri di Cristo dell'educazione del futuro araldo di Cristo »

Il racconto è tutto qui, eppure ci dice parecchie cose. Lisbona era poco più di un borgo fortificato sulle colline prospicienti la foce del Tago, dirimpetto all'Oceano Atlantico, avamposto dei Crociati nella lotta contro i Saraceni, da quando nel 1147 re Alfonso I l'espugnò con il loro aiuto. La capitale del regno era invece 200 km più a nord, a Coimbra, in contrade più sicure. Nel mezzo del borgo, com'era normale che ci fosse, stava la Cattedrale: un edificio romanico della seconda metà del XII secolo, ritoccato poi con aggiunte gotiche dopo il terremoto del 1344 e in gran parte rifatto dopo quello del 1755; oggi è sede patriarcale e di fronte ad essa sorge una chiesa barocca dedicata al Santo di Padova, proprio sull'area che l'anonimo biografo descrive come la sua casa natale.

Accanto alla Cattedrale c'era la scuola episcopale, un'istituzione molto diffusa a quei tempi, in parte volta allo studio e in parte al servizio liturgico. Si sa che i genitori erano nel fiore della giovinezza al momento della nascita di Fernando e che possedevano una casa degna del loro stato. Quale stato? Allora come oggi possedere un'abitazione in centro, a ridosso della Cattedrale, non era impresa da poveretti. Sappiamo inoltre dal notaio padovano Rolandino, coevo del Santo ed autore di un'altra Cronaca, che Fernando era nato da una famiglia nobile e potente. Sua madre si chiamava Maria e suo padre Martino Alfonso, cavaliere del re e, secondo alcuni, discendente di Goffredo da Buglione (l'eroe crociato della Gerusalemme Liberata di Torquato Tasso).Sant'Antonio al momento dell'uscita in processione il 13 giugno, Chiesa di Maria SS. Immacolata di Catenanuova(EN).Ma chi erano veramente i genitori di Fernando? Sopravvissero al grande figlio, morto ancor giovane? Giunse in quella "periferia del mondo" la sua fama di sapienza e di santità? Ebbero la gioia di venerarlo sull'altare? Sono domande che ogni biografo si pone pur sapendo di non potervi rispondere. Ma queste non sono solo le risposte insolute di chi s'accinge a scrivere dell'infanzia di Sant'Antonio. Se poco si conosce di lui, bambino, ancor meno si sa del Fernando giovanotto.

« Il tempo che va dai dieci ai vent'anni è stato dimenticato anche dalla leggenda. Il pochissimo che siamo in grado di dirne è frutto di congetture, basate su scarse righe di documenti e sulla conoscenza dell'epoca e dell'ambiente. Finiti gli anni della scuola non sembra inverosimile che Fernando, primogenito e quindi erede di un nome illustre, sia stato indirizzato dal padre ad apprendere il mestiere delle armi insieme ad altri coetanei. Ma in quel modo, pur così brillante e prodigo di promesse, egli trovava un nonsoché di vuoto, d'inutile. Mentre gli amici ristagnavano beatamente nell'ozio e negli amori, sempre più soffocante diventava a Fernando quell'ambiente. »
(Vergilio Gamboso, espero antoniano)

Quando più tardi il Santo fustigherà i vizi dell'opulenta società patavina non farà che rievocare immagini di quegli anni giovanili. Dove c'è abbondanza di ricchezze e delizie - scriverà nei Sermoni -, lì cova la lebbra della lussuria... Essa suole abitare in coloro che sono tiepidi e oziosi.

A quindici anni, Fernando fece il grande passo. Sta scritto nell'Assidua:

« Il mondo già gli offriva occasioni di sperimentarne ogni giorno di più le follie; e quel piede che egli non ancora del tutto vi aveva sulla soglia, ritrasse pel timore che vi si attaccasse la polvere delle gioie terrene, così da recar ostacolo a chi veloce già correva con l'anima sulla via del Signore. »

La vocazione di Sant'Antonio assume valore di scelta coraggiosa perché Fernando ben sapeva quel che lasciava e quanto difficile fosse rinunciarvi senza l'aiuto di Dio. Ma quando, agli agi della casa paterna, preferì le austere mura del convento, non ebbe esitazioni, ammonito anche dalle parole di Gesù: "Chi mette mano all'aratro e poi si volge indietro non è adatto per il regno di Dio" (Lc 9,62).

Su di un'altura, poco fuori Lisbona, sorgeva (anzi sorge, perché pur rimaneggiata sussiste ancora) l'Abbazia di San Vincenzo, dono del re Alfonso I e di sua moglie Mafalda di Savoia ai Canonici Regolari (per questo erano chiamati Agostiniani), che allo studio e al raccoglimento nel chiostro alternavano la vita di parrocchia e l'apostolato fra la gente.

Fu alla porta di quel monastero che bussò, nel 1210, il giovane Fernando, accolto con soddisfazione dal priore Gonzalo. Più avanti negli anni, nei suoi Sermoniscriverà:

« Chi si ascrive a un ordine religioso per farvi penitenza, è simile alle pie donne che, la mattina di Pasqua, si recarono al sepolcro di Cristo. Considerando la mole della pietra che ne chiudeva l'imboccatura, dicevano: chi ci rotolerà la pietra? Grande è la pietra, cioè l'asprezza della vita di convento: il difficile ingresso, le lunghe veglie, la frequenza dei digiuni, la parsimonia dei cibi, la rozzezza delle vesti, la disciplina dura, la povertà volontaria, l'obbedienza pronta... Chi ci rotolerà questa pietra dall'entrata del sepolcro? Un angelo sceso dal cielo, narra l'evangelista, ha fatto rotolare la pietra e vi si è seduto sopra. Ecco: l'angelo è la grazia dello Spirito Santo, che irrobustisce la fragilità, ogni asperità ammorbidisce, ogni amarezza rende dolce con il suo amore. »

Rivestito del bianco saio degli Agostiniani, Fernando iniziò così il suo cammino verso il sacerdozio. Un inizio piuttosto "movimentato", stando a quanto si legge nell'Assidua:

« Vi dimorò per circa due anni, molestato dalle frequenti visite degli amici, così importune alle anime assetate di raccoglimento. Per liberarsi di queste cause di turbamento, decise di abbandonare la terra nativa in modo da servire il Signore in tranquillità, nella sicurezza di un porto straniero. E avendo ottenuto a fatica il permesso dal superiore, non mutò ordine, ma solo residenza, trasferendosi al monastero di Santa Croce in Coimbra. »

Finalmente in pace e senza l'appello delle visite importune, Fernando poté dedicarsi completamente agli studi e alla vita ascetica. Divenuto sacerdote, e poiché era versato nelle Sacre Scritture e nella predicazione, al monaco Fernando si prospettava una brillante carriera all'interno del suo Ordine. Se non che...

Nelle vite dei santi si tocca davvero con mano quanto sia veritiero il detto popolare: "l'uomo propone e Dio dispone". La Provvidenza ha dei percorsi tutti suoi, non coincidenti quasi mai con quelli ipotizzati dagli uomini. Sant'Antonio non fa eccezione. Due fatti ce lo confermano.


Il priore corrotto

Finché sul trono del Portogallo regnò Alfonso I, anche gli affari ecclesiastici del Paese filavano via lisci. Ma quando gli succedette il figlio Sancio I e peggio ancora, alla morte di costui (1211), il nipote Alfonso, le cose peggiorarono notevolmente. Alfonso II nominò a Santa Croce un priore condiscendente, un certo Giovanni, che oltre a gettare discredito sull'abito che portava, dando scandalo per la vita dissoluta, dilapidò in poco tempo le sostanze del monastero. Incorse anche nella scomunica papale, ma Papa Onorio III era troppo lontano per impensierirlo e poi, lì sul posto, godeva dell'appoggio del re.

A poco a poco la comunità monastica di Coimbra finì per spaccarsi in due correnti: da una parte gli amici del priore, dall'altra gli amici del Signore, tra cui Fernando, il cui stato d'animo immaginare. Proprio lui, che per non essere importunato dagli amici aveva deciso di cambiare convento!

Di certo il passaggio da Lisbona a Coimbra fu per lui come passare dalla padella alla brace. Ricordando quel tempo, il Santo dirà: "Il superiore è detto Casa del Padre, perché sotto di lui il suddito, come figlio entro la casa paterna, deve trovar riparo dalla pioggia della concupiscenza carnale, dalla tempesta della persecuzione diabolica, dall'arsura della prosperità mondana". L'esatto contrario di come si comportava il priore Giovanni!


Il martirio dei frati

A migliaia di chilometri da Coimbra viveva un altro grande santo, Francesco d'Assisi, che proprio in quegli anni stava approntando una spedizione missionaria fra i Musulmani d'Africa. Fu così che nel 1219, passando per la Francia, la Spagna e il Portogallo, partirono alla volta del Marocco cinque suoi frati: tre sacerdoti, Berardo, Pietro ed Ottone, e due fratelli laici, Adiuto e Accursio.

A Coimbra vennero accolti dalla regina Urraca, simpatizzante dei "poverelli", ai quali aveva donato il romitorio di Olivares poco lontano dalla città. Ma prima dei frati giunse la fama: il loro fondatore - si diceva - aveva abbandonato la vita ricca e spensierata per dedicarsi completamente al Signore; e ad essi aveva imposto di vivere in grande povertà, elemosinando per le strade e praticando alla lettera il Vangelo. Lo sconfinato amore per Dio e il prossimo conferiva loro un fascino particolare, che ammaliò subito il nostro Fernando.

Quando seppe - mesi dopo - del loro martirio in Marocco, provò grande dolore. Scrive l'Assidua che Fernando diceva in cuor suo: {{Oh, se l'Altissimo volesse far partecipe anche me della corona dei suoi martiri!". E quando i corpi dei cinque frati vennero traslati a Coimbra ed esposti ai fedeli nella chiesa reale di Santa Croce, Fernando fu tra i primi ad accorrere. Lì, davanti a quei martiri, prese una decisione che maturava da tempo: Fratelli carissimi, con vivo desiderio vorrei indossare il saio del vostro ordine.}}

Da Lisbona a Coimbra, ed ora lungo le strade del mondo, la Provvidenza, seppur per gradi, l'aveva condotto alla scelta vocazionale definitiva.

Lasciato il bianco saio agostiniano per quello grigio dei "poverelli", e volendo rimarcare con un gesto eclatante il radicale mutamento di vita, decise di cambiare il nome di battesimo: da Fernando in Antonio, per omaggiare il grande monaco orientale cui era dedicato il romitorio francescano di Olivares.


Naufrago in Sicilia

Rivestito del ruvido saio di sacco dei seguaci di Francesco, Antonio s'apprestava a lasciare il convento di Santa Croce, quand'ecco sulla soglia comparire un monaco agostiniano che gli grida in faccia tutta la sua amarezza per quella dipartita: "Va', va' pure con loro che diventerai santo!". E Antonio, di rimando: "Vorrà dire che quando sentirai che lo sono diventato ne loderai il Signore". Poi, chinato il capo, si unì ai nuovi confratelli e "scortato" da loro s'incamminò, a piedi scalzi, su per la collina sovrastante la città.

I mesi passavano veloci, ma un chiodo fisso lo tormentava. Non riusciva a togliersi dalla mente quei cinque frati, decapitati in Marocco, che ora riposavano laggiù in città, nella cripta del suo vecchio monastero. Passeggiando sulla collina degli ulivi gli pareva che il vento gli portasse le loro voci. Dapprima flebili poi sempre più forti, dicevano: "Antonio perché non prendi il nostro posto?". Dice l'Assidua che "lo zelo per la diffusione della fede lo stimolava con forza sempre più incalzante e la sete di martirio, che gli ardeva in cuore, non gli consentiva riposo". Gli rimordeva pure la coscienza: lui, quand'era ancora Fernando, laggiù in Santa Croce, davanti a quelle bare, aveva giurato di sostituirli nella terra dei Saraceni per spartire con essi la palma del martirio. E quando quelle voci trasportate dal vento divennero grida e tormento, Antonio lasciò il romitorio e corse dal superiore, quel Fra Giovanni Parenti, allora provinciale della Spagna e del Portogallo, che aveva incontrato il giorno della traslazione dei martiri; lo stesso che l'aveva accolto nell'ordine dei frati Minori. Aprì il suo cuore a Fra Giovanni ed ottenne il premesso di partire. Finalmente missionario! Nell'autunno del 1220 diede addio alla terra natale, che mai più avrebbe riveduto, e s'imbarcò con un confratello, Fra Filippino di Castiglia, alla volta del Marocco. Ma ancora una volta i piani d'Antonio erano destinati a scontrarsi con quelli di Dio.

La malaria, invece del martirio

Nei Sermoni c'è una pagina in cui Sant'Antonio parla del regno di Dio: "È il bene supremo, per questo dobbiamo cercarlo. Lo si cerca con la fede, con la speranza, con la carità".

Ebbene, Antonio sbarcando in Africa si sentiva Cavaliere di quel regno e ciò che andava cercando era di estenderne il dominio e di "arruolarvi nuovi soldati". Se questi erano i progetti di Antonio, la Provvidenza ne coltivava ben altri. E, come leggiamo nell'Assidua, "l'Altissimo, che conosce il cuore degli uomini, si oppose ai suoi progetti e, colpendolo con grave malattia, lo afflisse duramente per tutto l'inverno".

Costretto a letto dalle febbri malariche, Antonio non si dava pace: era venuto in Marocco per offrire la sua vita a Dio per la conversione dei Saraceni ed ora se la sentiva da lui togliere prim'ancora d'averne incontrato uno. Se la malaria lo fiaccava nel fisico, quell'ansia missionaria non appagata lo tormentava nello spirito, finché l'assalì il dubbio atroce d'aver tentato di forzare la volontà di Dio e che la sua venuta in Africa fosse da ascriversi a superbia, alla sua sete di gloria. Ma Antonio era uomo di profonda pietà: nella preghiera e nella meditazione sapeva mettere a nudo l'anima e trovarvi il giusto lenimento per le sue ferite. A poco a poco si convinse che accettare la volontà di Dio voleva dire abbandonarsi nelle sue mani.

Spiritualmente rasserenato, non gli restava ora che curare il corpo. La salute, però, andava di male in peggio e il clima torrido non gli dava requie. Fra Filippino lo convinse finalmente a rientrare a Coimbra, laddove, fra gli ulivi del romitorio, il clima sarebbe stato più propizio per una completa guarigione.

Neanche stavolta, però, il vento della Provvidenza soffiò per il verso giusto. Investita da una tremenda tempesta, la nave che riportava in patria Antonio e Filippino ruppe le vele e il timone. Smarrita la rotta e ormai alla deriva sulle onde del Mediterraneo, lo scafo finì per arenarsi sulla coste della Sicilia, poco sotto Messina. Soccorsi dai pescatori, i due frati vennero portati in un vicino convento dei Francescani.

Dai confratelli di Messina, Antonio apprese che nel mese di maggio, in occasione della Pentecoste, Francesco avrebbe radunato tutti i suoi frati per il Capitolo Generale. L'invito a parteciparvi era esteso a tutti, e tutti l'accettarono di buongrado, compreso Antonio, che aveva qualche motivo in più per gioirne: finalmente avrebbe conosciuto l'uomo per il quale aveva abbandonato la carriera degli studi per seguirlo sulla strada della povertà; e poi, naufragando in Sicilia, era rimasto senza casa e senza superiori. Andando pellegrino ad Assisi, avrebbe reso omaggio a Francesco e ritrovato il suo Provinciale, Fra Giovanni Parenti. Così, nella primavera di quell'anno 1221, a piedi, accompagnato dai frati di Messina, Antonio cominciò a risalire l'Italia.

L'incontro con FrancescoSimone Martini, Sant'Antonio da Padova e san Francesco d'Assisi (1312 - 1317), affresco; Assisi, Basilica di San Francesco, chiesa inferioreCi vollero mesi di cammino per raggiungere l'Umbria ma, al pari dei suoi confratelli di Messina, l'unico conforto che mitigasse ad Antonio il faticoso viaggio era la gran voglia d'incontrare Francesco e d'abbeverarsi alla fonte genuina del suo insegnamento. Aveva conosciuto il "Poverello d'Assisi" attraverso la testimonianza di alcuni dei suoi seguaci, e facendo vita comune con essi aveva assaporato il profumo del Vangelo. Questo gli era bastato per lasciare l'agiato convento di Santa Croce e farsi francescano. Nella tranquillità del romitorio di Coimbra aveva poi ritrovato la pace e se stesso, e nella semplicità di quei frati uno stimolo a ricercare le cose di Dio con spirito nuovo. Scriverà nei Sermoni: "In un'acqua torbida e mossa chi vi s'affaccia non viene rispecchiato. Se vuoi che il viso di Cristo che ti guarda si rispecchi in te, esci dal tumulo delle cose esteriori, sia tranquilla la tua anima". Ed ora, arrivando ad Assisi, avrebbe potuto finalmente ammirare l'albero di cui aveva gustato i frutti, il cui nettare l'aveva rigenerato.

Man mano che la piccola comitiva s'avvicinava alla meta, andava numericamente ingrossandosi. E quando Antonio vi giunse, la valle mistica attorno alla Porziuncola risuonava già di canti e di preghiere. Ospitati dentro capanne improvvisate con canne e stuoie e sfamati da ventitré mense, più di tremila frati attendevano l'inizio del Capitolo Generale, che aveva per tema un versetto del Salmo 143: "Sia benedetto il Signore mio Dio, che addestra le mie mani alla battaglia". Presiedeva le riunioni plenarie, quell'anno, il cardinale Raniero Capocci (in assenza del "patron" dell'Ordine, il cardinale Ugolino dei Conti di Segni, futuro Papa Gregorio IX, il papa che canonizzerà Francesco), coadiuvato come consuetudine da frate Elia, l'efficiente braccio destro del Poverello.

Così descrive quell'adunata un testimone oculare, Fra Giordano da Giano:

« In questo Capitolo, Francesco (che era da poco tornato dopo un anno di missione in Oriente) predicò ai frati insegnando loro la virtù ed esortandoli a mostrare al mondo la pazienza e il buon esempio. Ma quant'era in quel tempo tra i frati la carità, la pazienza, l'umiltà, l'obbedienza e la letizia fraterna, chi mai potrà raccontarlo? Un Capitolo così, sia per la moltitudine dei religiosi come per la solennità delle cerimonie, io non vidi mai più nel nostro Ordine. E benché tanto fosse il numero dei frati, tuttavia con tale abbondanza la popolazione vi provvedeva, che dopo sette giorni i frati furono costretti a chiudere la porta e a non accettare più niente; anzi restarono altri due giorni per consumare le vivande già offerte e accettate. »

Il Capitolo durò per tutta l'Ottava di Pentecoste; molti i problemi sul tappeto: lo stato dell'Ordine, la richiesta di novanta missionari per la Germania, la discussione sulla nuova Regola. Le richieste di modifica della Regola primitiva furono per Francesco un cruccio ed una pena: lassisti e spiritualisti rischiavano di spaccare l'Ordine in due tronconi, né lui da solo - se ne rendeva conto - poteva porvi rimedio. L'Ordine s'era troppo ingrandito e ai giovani accorsi con entusiasmo difettava un'eguale adesione alla disciplina, mentre ai dotti risultavano strette le disposizioni sulla povertà assoluta. Con la mediazione del Cardinale si addivenne, però, ad un compromesso che salvaguardava ad un tempo l'autorità morale di Francesco e l'integrità dell'Ordine. La nuova Regola verrà poi approvata da Papa Onorio III il 29 novembre 1223.

Antonio si trovò quindi, suo malgrado, nel mezzo di discussioni che, per la sua giovane militanza nell'Ordine, forse poco comprendeva. Egli era venuto per incontrare il maestro, colui che aveva cambiato il corso della sua vita, e questo gli bastava. Era pure venuto nella speranza di ritrovare il suo antico superiore, ma tacendo gli storici dobbiamo arguire che l'incontro non sia avvenuto. Di certo sappiamo quanto scrive l'anonimo frate nell'Assidua:

« Concluso il Capitolo nel modo consueto, quando i ministri provinciali ebbero inviato i fratelli loro affidati alla propria destinazione, solo Antonio restò abbandonato nelle mani del ministro generale, non essendo stato chiesto da nessun provinciale in quanto, essendo sconosciuto, pareva un novellino buono a nulla. Finalmente, chiamato in disparte frate Graziano, che allora governava i frati della Romagna, Antonio prese a supplicarlo che, chiedendolo al ministro generale, lo conducesse con sé in Romagna e là gl'impartisse i primi rudimenti della formazione spirituale. Nessun accenno fece ai suoi studi, nessun vanto per il ministero ecclesiastico esercitato, ma nascondendo la sua cultura e intelligenza per amor di Cristo, dichiarava di non voler conoscere, amare e abbracciare altri che Gesù crocifisso. »

Frate Graziano, apprezzando l'umiltà d'Antonio, decise di prenderlo con sé. Oltretutto aveva giusto bisogno di un sacerdote per l'eremo di Montepaolo (vicino all'odierna Castrocaro), sulle colline del forlivese. Lassù, in mezzo ai boschi, una chiesetta, alcune capanne ed un orto ospitavano sei frati, tutti laici, che necessitavano di un confratello che celebrasse l'Eucaristia. Da tempo ne aspettavano uno, e arrivandovi Antonio gli fecero gran festa.

In compagnia di quei sei monaci, Antonio vivrà un intero anno. Aveva chiesto ed ottenuto che gli venissero affidati i lavori più umili, quali lavare pentole e pulire per terra. Preghiera e meditazione erano invece, per il resto della giornata, le occupazioni principali, nel nascondimento della sua cella ricavata in una grotta poco distante dall'eremo. Dice a proposito l'Assidua:

« Soddisfatto l'obbligo della preghiera mattutina comunitaria si ritirava in quella cella, portando con sé un piccolo pezzo di pane e una ciotola d'acqua. Così passava la giornata in solitudine, costringendo la carne a servire lo spirito; tuttavia, seguendo le prescrizioni della regola, sempre ritornava in comunità all'ora della riunione. Ma più di una volta, al richiamo della campana, mentre s'accingeva a raggiungere i fratelli, sfinito dalle veglie e spossato dall'astinenza, vacillava nel cammino e, non reggendosi, i abbatteva al suolo. »

Sarà il suo secondo noviziato. Il primo, quello di Coimbra, fu il periodo dell'approccio, dell'iniziazione; questo di Montepaolo fu scuola di vita. Lontano dalla città e dagli studi eruditi, a contatto diretto con la natura, la mente e il cuore d'Antonio si lasciarono plasmare dalla voce di Cristo, nella preghiera e nella contemplazione, e dall'esempio quotidiano dei confratelli, esperti maestri di regola francescana. Nel frattempo, le mani di Dio, in cui Antonio s'era definitivamente abbandonato, stavano preparando per lui gli anni più belli, quelli della vita pubblica, della predicazione e dell'apostolato diretto.

La chiamata venne improvvisa e - al solito - casuale. Sul finire dell'estate del 1222 (ma alcuni anticipano la data alla Quaresima) la comunità francescana scese a valle per assistere alle ordinazioni sacerdotali nella cattedrale di Forlì. L'Assidua racconta che "venuta l'ora della conferenza spirituale il Vescovo cominciò a pregare i frati Predicatori presenti affinché rivolgessero un discorso d'esortazione; ma quelli, uno dopo l'altro, si schermirono affermando che non era loro possibile né lecito improvvisare. Allora il superiore, volgendosi ad Antonio, gli impose d'annunciare ai convenuti quanto gli venisse suggerito dallo Spirito". Non che il superiore dell'eremo di Montepaolo stravedesse per la preparazione culturale d'Antonio, anzi lo stimava più adatto a strofinare pentole che ad esporre i sacri testi delle Scritture; però si ricordava di averlo sentito parlare - al di fuori della messa - in latino.

Antonio oppose resistenza fin che l'obbedienza non gli impose di salire sul pulpito. Si può immaginare quanto i sei fraticelli di Montepaolo si sentissero in imbarazzo osservando il loro confratello in procinto di predicare davanti al Vescovo, ai preti e al popolo di Forlì. Chissà che magra figura - ed essi con lui - avrebbe rimediato! Invece "la sua lingua, mossa dallo Spirito Santo, prese a ragionare di molti argomenti con ponderatezza, in maniera chiara e concisa".

Prim'ancora che la predica volgesse alla fine, la meraviglia e lo stupore avevano lasciato il posto all'ammirazione. Quella predica improvvisa fu un gran successo; la fama d'Antonio valicò i confini della Romagna e giunse fino ad Assisi. Da lì partì l'ordine di distogliere quel santo frate dai servizi di cucina per destinarlo definitivamente alla predicazione. Né dal canto suo Antonio si montò la testa; dirà: "Dobbiamo temere il lampo delle lodi umane; subito dobbiamo raccoglierci e chiuderci in noi stessi per non perdere, tra i clamori del mondo, il prezioso tesoro che va maturando nell'intimo della nostra anima".


La mula e gli eretici

Scendendo da Montepaolo, frate Antonio non sottovalutava affatto le difficoltà che avrebbe incontrato nello svolgimento del suo nuovo incarico. Profondo conoscitore della Sacra Scrittura ben sapeva che l'annuncio del messaggio cristiano avrebbe comportato sacrifici, incomprensioni, umiliazioni; i profeti, i martiri, lo stesso Gesù Crocifisso lo mettevano in guardia dai facili entusiasmi. Il mondo - ieri come oggi - mal sopporta chi diffonde parole di vita eterna, perché ascoltarle vuole dire convertirsi e, quindi, cambiare abitudini e mentalità; ma tutto questo comporta fatiche e rinunce: dubitava che fosse meglio soprassedere e tirare avanti nella mediocrità.

Mentre "passava per città e castelli, villaggi e campagne, dovunque spargendo i semi della vita con generosa abbondanza e con fervente passione", Antonio andava rimuginando in cuor suo le parole del Signore al profeta Isaia: "Grida a piena gola, non desistere. Come una tromba alza la tua voce, denuncia al mio popolo i suoi peccati!".

Antonio ne era convinto: ingiustizie e vizi andavano presi di petto, senza guardare in faccia nessuno; non ebbe pietà soprattutto per quelli che lui chiamava i "cani muti", per chi aveva l'obbligo, dinanzi a Dio, di guidare il gregge e di correggerne i costumi, e non lo faceva. Nei Sermoni scriverà: "La verità genera odio; per questo alcuni, per non incorrere nell'odio degli ascoltatori, velano la bocca con il manto del silenzio. Se predicassero la verità, come verità stessa esige e la divina Scrittura apertamente impone, essi incorrerebbero nell'odio delle persone mondane, che finirebbero per estrometterli dai loro ambienti. Ma siccome camminano secondo la mentalità dei mondani, temono di scandalizzarli, mentre non si deve mai venir meno alla verità, neppure a costo di scandalo". Ed a questo impegno il Santo non venne mai meno.

Ecco una bella preghiera da lui composta per il predicatore:

« Oh Signore Gesù, riguarda il tuo testamento, che hai voluto confermare col tuo sangue. Dà a noi di parlare con fiducia la tua parola. Non abbandonare le anime dei tuoi poveri, che tu hai redente e che altre eredità fuori di te non hanno. Sorreggili, Signore, con la tua forza, perché sono i tuoi poveri. Guidali. Non abbandonarli, perché senza di te si smarrirebbero, ma dirigili fino al traguardo, affinché uniti perfettamente a te, possano giungere a te, fine supremo. »

Oltre all'opera moralizzatrice fra il popolo cristiano, una seconda e più proterva battaglia attendeva frate Antonio: quella contro gli eretici.

Fra i movimenti eretici più diffusi in quel secolo, bisogna menzionare quella degli Albigesi, che prendeva il nome dalla città di Albi nella Francia meridionale; quella dei Catari, che si diffondeva in varie parti d'Italia e della Francia e quella dei Patarini in Lombardia.

Un profondo desiderio di rinnovamento spirituale le animava tutte e tre, ma una visione angelicata del Cristo - ad esempio - in cui vedevano il Maestro e non il Redentore e un'aperta ostilità nei confronti di tutto ciò che era materiale e terreno, le poneva in contrasto con l'insegnamento della Chiesa, che esse identificavano nel potere temporale del Papa e nei preti corrotti.

Anche il francescanesimo era nato come movimento di rinnovamento spirituale, ma la tempra e la probità di Francesco lo seppe mantenere nell'alveo genuino del Vangelo. Il popolo medievale, affascinato da questi segnali di rinascita, ma digiuno di nozioni teologiche, era spesso vittima di movimenti e sette ereticali. Antonio, con la predicazione e con l'esempio, fu un campione nel frapporre argini sicuri tra il popolo e le eresie, che combatté con accanimento, tanto da meritarsi l'appellativo di martello degli eretici.

A salvaguardia della fede non bastava, però, un solo condottiero (anche se battagliero come lui), ma un esercito intero: di qui l'urgenza di promuovere la preparazione teologica dei frati perché fossero in grado di essere maestri di verità fra il popolo. Alla caparbia ostinazione di frate Antonio si deve, tra l'altro, la fondazione nel 1223 del primo studentato teologico francescano a Bologna, presso il convento di Santa Maria della Pugliola.

Dapprima, Francesco, che allo studio preferiva la preghiera, si manifestò scettico di fronte a quel progetto di scuola, ma pressato dagli eventi finì poi per dare il suo assenso, addirittura per iscritto: "A frate Antonio, mio vescovo, frate Francesco augura salute. Mi piace che tu insegni teologia ai nostri fratelli, a condizione però che, a causa di tale studio, non si spenga in esso lo spirito di santa orazione e devozione, com'è prescritto nella regola. Stammi bene".

L'approvazione di Francesco confermò ad Antonio che stava viaggiando nel solco tracciato dalla Provvidenza, la quale non mancherà di sostenere la sua predicazione - all'occorrenza - con miracoli e prodigi.


Per le contrade di Romagna

Antonio ricevette l'incarico di predicare nell'autunno del 1222 e il territorio affidatogli comprendeva, oltre alla Romagna, l'Emilia, la Marca Trevigiana, la Lombardia e la Liguria. Ma fu la Romagna a raccogliere le primizie del suo nuovo apostolato. L'Assidua racconta che Antonio "per volere del cielo raggiunse nella città di Rimini e, vedendo che molti erano ingannati dagli eretici, cominciò a predicare con ardore; la sua parola vigorosa e la dottrina salutare misero radici così profonde nel cuore degli uditori che una folla di credenti si riaccostò lealmente al Signore".

Il capo di quegli eretici, un certo Bonillo, non si lasciava, però, intimorire né convincere dalle parole di Antonio; e non avendo argomentazioni logiche per confutare le sue tesi, gli lanciò una pubblica sfida:

« Frate! Te lo dico davanti a tutti: crederò nell'Eucaristia se la mia mula, che terrò digiuna per tre giorni, mangerà l'Ostia che gli offrirai tu piuttosto che la biada che gli darò io. »

Senza scomporsi, il Santo accettò la sfida. Quattro giorni dopo, ai riminesi ch'erano accorsi in piazza per la grande sfida si parò dinanzi una mula macilenta, malferma sulle gambe per il prolungato digiuno, che tra lo stupore di tutti - e ancor più del suo padrone - rifiutò la biada e andò ad inginocchiarsi ai piedi di frate Antonio.

Né questo è l'unico fatto prodigioso di cui ci parlano le cronache antoniane. Gli eretici, intimoriti dalla sapienza dell'oratore, evitavano di scontrarsi con lui nei pubblici dibattiti; anzi, cercavano di fargli il vuoto attorno, dissuadendo chiunque, con la forza e con l'inganno, dal convenire in piazza per ascoltarlo. Stanco di vedersi "sottrarre" il popolo, un giorno Antonio prese la via del mare e là, dove sfocia la Marecchia, si mise a predicare ai pesci, che facendo capolino tra le onde, si sistemarono per file ordinate, assentendo a bocca aperta alle parole di frate Antonio. La notizia del prodigio passò di bocca in bocca e le piazze si riempirono nuovamente per ascoltare quel santo predicatore.

Leggiamo negli scritti del Santo: "Come le folgori si sprigionano dalle nubi, così dai santi predicatori emanano opere meravigliose. Scoccano le folgori quando dai predicatori balenano i miracoli; ritornano le folgori quando i predicatori non attribuiscono le loro forti gesta a se stessi, ma alla grazia di Dio".

Notizia delle folgori e dei miracoli giunse anche all'orecchio di San Francesco. E quando il Poverello d'Assisi decise, in obbedienza a Papa Onorio III, d'inviare missionari nella Francia meridionale per convertire i catari e gli albigesi, pensò subito ad Antonio.


In Francia contro gli eretici

In terra francese, Antonio giunse nel tardo autunno del 1224 e vi rimase un paio d'anni, fino alla morte del Santo Fondatore.

La sua fama, però, di martello degli eretici l'aveva preceduto; scrive l'Assidua: "Nessun riguardo alle persone lo piegava, né si lasciava sedurre da alcun plauso umano; ma, secondo la parola del profeta, simile ad un carro per trebbiare, munito rostri taglienti, egli spianò i monti e ridusse le colline in polvere".

La Provenza, la Linguadoca, la Guascogna sono le regioni che più di altre beneficarono della predicazione di frate Antonio; Arles, Montpellier, Tolosa le città più popolate dagli eretici.

A riguardo della sua arte oratoria, un cronista dell'epoca, il francese Giovanni Rigauldt, dice che "gli uomini di lettere ammiravano in lui l'acutezza dell'ingegno e la bella eloquenza (..) Calibrava il suo dire a seconda delle persone, così che l'errante abbandonava la strada sbagliata, il peccatore si sentiva pentito e mutato, il buono era stimolato a migliorare, nessuno, insomma, si allontanava malcontento".

È difficile ricostruire, dato il silenzio delle fonti, l'itinerario antoniano in terra di Francia. Si sa per certo che nel novembre del 1225 partecipò al Sinodo di Bourges, convocato dal Primate d'Aquitania per valutare la situazione della Chiesa francese e per pacificare le regioni meridionali. All'arcivescovo Simone de Sully, che si lamentava degli eretici, Frate Antonio, invitato quel giorno a predicare, disse a bruciapelo: "Adesso ho da dire una parola a te, che siedi mitrato in questa cattedrale... L'esempio della vita dev'essere l'arma di persuasione; getta la rete con successo solo chi vive secondo ciò che insegna..". Quel che il Santo disse poi non ci è pervenuto; si sa, però, che l'arcivescovo di Bourges, colpito dalle parole d'Antonio, si gettò ai suoi piedi chiedendo perdono per i suoi peccati.

Le doti di Antonio erano apprezzate anche dentro le mura di casa, tra i francescani, tanto che il Provinciale della Provenza, Fra Giovanni Bonelli da Firenze, lo nominò dapprima Guardiano del convento di Le-Puy e poi Custode (superiore, cioè) di un gruppo di conventi attorno a Limoges.

Lassù nel Limosino, vicino a Brive, aveva scoperto, in un bosco di castagni e di querce, una grotta che gli ricordava gli anni passati nel romitorio di Montepaolo, e lì "amava ritirarsi, da solo, in una grande austerità di vita, applicandosi alla contemplazione e alla preghiera".

Ancora oggi, Brive è un centro di forte spiritualità antoniana, anche in virtù del ricordo di molti miracoli operati, il più celebrato dei quali è quello della bilocazione(un fenomeno soprannaturale che premette la presenza contemporanea di una persona in due luoghi diversi). Antonio era sceso a Montpellier per il sermone di Pasqua, quando all'improvviso - a metà della predica - gli sovvenne che a quell'ora i suoi confratelli di Brive (a centinaia di chilometri di distanza) stavano riuniti in coro per la consueta recita del breviario. Senza scomporsi, zittì per alcuni secondi... poi riprese a predicare: in quegli attimi di silenzio si materializzò come d'incanto tra i confratelli di Brive, dove intonò l'Alleluia pasquale e subito dopo disparve.

Nel romitorio di Brive si concluderà la sua esperienza francese. Il 3 ottobre 1226, al tramonto, in una cella della Porziuncola, moriva Francesco d'Assisi, il capo spirituale dei francescani, a soli 44 anni. La notizia della morte fu portata in Francia da una lettera circolare di frate Elia, vicario generale dell'Ordine, che fissava per la Pentecoste dell'anno seguente il Capitolo per la nomina del successore. L'invito per quel Capitolo era esteso anche ad Antonio, superiore dei conventi di Limoges.


Padova, seconda patria

Il primo sole di primavera già riscaldava le giornate quando Antonio s'accomiatò - non senza qualche rimpianto - dai suoi frati della Custodia di Limoges per raggiungere Assisi. Il Santo presagiva che quel distacco sarebbe stato definitivo e che la Provvidenza lo stava chiamando altrove.

L'appuntamento per il Capitolo Generale era ormai prossimo e il viaggio si prospettava lungo e disagevole. Come frate Antonio abbia raggiunto - se per mare o per terra - l'Umbria non c'è dato sapere. Tacendo le fonti storiche, però, ancora una volta parla la leggenda. Un'antica tradizione popolare racconta, con dovizia di particolari, che Antonio prese il mare a bordo di un veliero e che una violenta tempesta lo sospinse - per la seconda volta - sulle coste della Sicilia.

Nella chiesa di Santa Maria, a Cefalù, si conserva un calice che egli avrebbe usato per celebrare l'Eucaristia. Lo testimonia un'iscrizione marmorea colà conservata: "Vieni, vedi et honora / tra queste sacre mura / il calice in cui bevve / e la campana sonora / di Antonio il padovano: / memoria sono e doni della sua mano".

La campana menzionata è quella "miracolosa" di un vicino convento: regalo d'Antonio per quei frati che tanto desideravano possederne una. Il miracolo sta nel trasporto: avutala lui stesso in dono, per portarla fin lì se l'era dovuta caricare sulle spalle!

Un altro calice è conservato a Vizzini, nel convento che sorge accanto alla chiesa dell'Annunziata, e nel cui chiostro si può ammirare una piccola grotta dentro la quale - si dice - avrebbe soggiornato per qualche tempo Antonio.

A Messina, invece, nella bella chiesa dell'Immacolata è conservata una pietra spruzzata dal sangue del Santo durante una delle sue flagellazioni penitenziali.

Ma lasciamo la Sicilia e risaliamo ad Assisi. Di certo, Antonio lo troviamo lassù il 30 maggio 1227, festa di Pentecoste e giorno scelto per l'apertura del Capitolo Generale, che doveva eleggere il successore di San Francesco.

Tutti s'aspettavano che da quel Capitolo uscisse eletto frate Elia, il vicario generale di Francesco e suo fedele compagno di missione in Oriente. Ed invece non fu così. Geniale organizzatore ma di temperamento piuttosto focoso, i superiori dell'Ordine gli preferirono il più prudente Fra Giovanni Parenti, ex magistrato, nativo di Civita Castellana e Provinciale della Spagna.

Fra Giovanni era il superiore che accolse Antonio tra i francescani e che il Nostro sperava d'incontrare già nel Capitolo del 1221. Quell'incontro mancato di sei anni prima avvenne, invece, all'indomani dell'elezione del nuovo Ministro Generale. Quella volta, Antonio non dovette aspettare che tutti i frati se ne fossero tornati nelle loro province per cercarsi un superiore che - al pari di Fra Graziano - lo prendesse con sé. La prima mossa la fece Fra Graziano, che ben conosceva le doti intellettuali e le virtù del suo giovane frate portoghese. Chiamatolo, lo nominò Ministro Provinciale per l'Italia settentrionale; in pratica, la seconda carica - per importanza - dopo la sua.

Antonio aveva 32 anni e soltanto altri quattro gliene riservava la Provvidenza: saranno, però, gli anni che tramanderanno nei secoli la sua santità.


Dal Friuli alla Liguria

Come tutte le cariche, anche quella d'Antonio assommava gli oneri agli onori. Il prestigio che godeva nell'Ordine da quel momento avrebbe dovuto dimostrarlo sul campo.

Come Antonio abbia corrisposto ai suoi doveri di superiore ce lo riferisce una delle cronache antiche, la Benignitas:

« Resse con lode per più anni il servizio dei frati, e sebbene per eloquenza e dottrina si può dire superasse ogni uomo d'Italia, tuttavia nell'ufficio di prelato si mostrava cortese in modo mirabile e governava i suoi frati con clemenza e benignità. »

Giovanni Rigauld, il suo biografo francese, dirà che nonostante la carica di Guardiano "non sembrava affatto superiore, ma compagno dei frati; voleva essere considerato uno di loro, anzi inferiore a tutti. Quando era in viaggio, lasciava la precedenza al suo compagno (..) E pensando che Cristo lavò i piedi ai suoi discepoli, lavava anche lui i piedi ai frati e si adoperava a tenere puliti gli utensili della cucina...".

Queste parole trovano eco nei Sermoni, scritti in quegli anni dal Santo, dove si legge:

« La vita del prelato deve splendere d'intima purezza, dev'essere pacifica con i sudditi, che il superiore ha da riconciliare con Dio e tra loro; modesta, cioè di costumi irreprensibili; colma di bontà verso i bisognosi. Invero, i beni di cui egli dispone, fatta eccezione del necessario, appartengono ai poveri, e se non li dona generosamente è un rapinatore, e come rapinatore sarà giudicato. Deve governare senza doppiezza, cioè senza parzialità, e caricare se stesso della penitenza che toccherebbe agli altri (..) Inargentino i prelati le loro parole con l'umiltà di Cristo, comandando con benignità e affabilità, con previdenza e comprensione. Ché non nel vento gagliardo, non nel sussulto del terremoto, non nell'incendio è il Signore, ma nel sussurro di una brezza soave ivi è il Signore. »

E ancora: "Assai più vi piaccia essere amati che temuti. L'amore rende dolci le cose aspre e leggere le cose pesanti; il timore, invece, rende insopportabili anche le cose più lievi".

La Regola francescana imponeva ai Ministri Provinciali di visitare i conventi e i religiosi affidati alle loro cure:

« I frati, che sono ministri e servi degli altri frati, visitino e ammoniscano i loro fratelli e li correggano con umiltà e carità (..) Benché sia permesso di provvedersi un buon corredo di cultura, pur si ricordi più di ogni altro di essere complice nei costumi e nel contegno, favorendo così la virtù. Abbia in orrore il denaro, rovina principale della nostra professione e perfezione; sapendo di essere capo di un Ordine povero e di dover dare il buon esempio agli altri, non si permetta alcun abuso in fatto di denaro. Non sia appassionato raccoglitore di libri e non sia troppo intento allo studio e all'insegnamento, per non sottrarre all'ufficio ciò che dedica allo studio. Sia un uomo capace di consolare gli afflitti, perché è l'ultimo rifugio dei tribolati, onde evitare che, venendo a mancare i rimedi per guarire, gli infermi non cadano nella disperazione. Per piegare i protervi alla mansuetudine non si vergogni di umiliare e abbassare se stesso rinunciando in parte al suo diritto per guadagnare l'anima. »

Come compagno e collaboratore, Antonio aveva scelto frate Luca Belludi, un giovane padovano che aveva conosciuto e apprezzato quando ancora girava per quelle terre come predicatore. Con lui iniziò la visita pastorale nell'immensa Provincia. Cominciò dall'estremità orientale, da Trieste: di lì sconfinò in Istria e Dalmazia suscitando numerose vocazioni e aprendo nuovi conventi a Pola, Muggia e Parendo; rientrato in Friuli, passò per Udine, Cividale, Gorizia e Gemona.

In quest'ultimo paese risuscitò un ragazzo. Mentre con alcuni confratelli stava costruendo una cappella, vedendo passare un carro quasi vuoto, nell'intento d'alleviare un po' di fatica, chiese al carrettiere che li aiutasse a trasportare pietre e mattoni. "Lo farei volentieri - mentì quello - ma sul carro c'è mio figlio morto e lo sto portando al cimitero dove m'aspettano per la sepoltura". Il Santo si scusò e si rimise al lavoro. In realtà, il ragazzo dormiva sdraiato sul carro, ma quando suo padre cercò di svegliarlo per farsi con lui quattro risate, lo trovò morto per davvero. Preso dallo sconforto e dal rimorso, fece dietrofront e spronò il cavallo alla ricerca dei frati. Raggiuntili, si gettò ai piedi del Santo supplicandolo di richiamare in vita il figliolo. Le cronache raccontano che Antonio alla fine lo perdonò, ottenendo da Dio che il ragazzo tornasse in vita.

Lasciata Gemona il Santo si recò in visita alle comunità di Conegliano, Treviso, Venezia ... Ed eccolo finalmente a Padova, prima di proseguire per i conventi dell'Emilia, della Lombardia e della Liguria.


A Padova, la città del cuore

Nella quaresima del 1228 eccolo a Padova, la sua seconda patria, la città alla quale legherà per sempre il suo nome. A Lisbona nasce Fernando, erede di un nobile casato; a Padova muore Antonio, il Santo delle grazie. "Exulta, Lusitania felix; o felix Padua gaude... Esulta, contento, o Portogallo; rallegrati Padova perché avete generato alla terra e al cielo un uomo che non brilla meno di una stella fulgente". Così chiamerà Papa Pio XII nel 1946 nel proclamare Sant'Antonio "dottore della Chiesa universale".

La Padova di quel tempo ce la descrive il poeta padovano Diego Valeri, nativo di Piove di Sacco: "Era una piccola città medievale, poco più che un nobile borgo, compatto, fosco, irto di torri, dove le vie anguste, fiancheggiate da portici alti e bassi, si svasavano ai piedi di una chiesa romanica o sfociavano in vasti spiazzi su cui cresceva l'erba. Il Palazzo delle Ragione era ancora uno scheletro e l'università mandava appena i primi vagiti". In questa città pressoché al centro dello scacchiere della sua Provincia, Antonio risiedeva appena libero dagli impegni di apostolato.

Poco fuori città, ad Arcella, sorgeva un convento di clarisse con accanto un ospizio di frati che il Santo ampliò grazie ad un pezzo di terra donatogli dal vescovo Iacopo Corrado. Qui amava ritirarsi a pregare e a studiare: in quel romitorio comincerà a scrivere i Sermoni domenicali. Antonio non smise mai, però, di dedicarsi alla predicazione e al ministero sacerdotale, anche se poco era il tempo che la carica di superiore gli lasciava a disposizione. A Padova, con l'aiuto di Fra Luca Belludi, seppe coltivare preziose amicizie che gli saranno d'aiuto nella sua carità verso i poveri, soprattutto nel suo secondo e definitivo soggiorno.

Antonio amava Padova e ne era riamato. Tutti lo volevano, tutti accorrevano alle sue prediche. Un cronista coevo, certo Rolandino, c'informa che "il Beato Antonio predicava la parola di Dio con voce melliflua...'". 
Divenne amico del superiore dei benedettini, l'abate Giordano Forzatè, e del conte Tiso di Camposampietro, facoltoso e generoso benefattore dei francescani. Nel giardino dei conti Papafava e dei Carraresi la tradizione colloca la pietra sulla quale Antonio saliva per predicare.

Seppure di pochi mesi soltanto, il primo soggiorno patavino di Antonio fu sufficiente per stabilire preziosi legami spirituali che gli fanno decidere, una volta scaduto il mandato di Ministro Provinciale nel 1230, di ritornarvi definitivamente.

Gli amici migliori, per vita e pietà cristiana, li raccolse in una specie di confraternita, che dal nome della chiesa di Santa Maria della Colomba, dov'erano soliti ritrovarsi, presero il nome di "Colombini". Avevano per divisa un saio bigio e si dedicavano alle opere caritative a favore dei poveri.

Tre anni durò quel suo girare per i conventi, da una regione all'altra. Tra anni faticosi, ma spesi bene. Antonio incarnò, agli occhi dei suoi confratelli, la regola francescana vissuta quotidianamente. Il profilo del superiore, che Antonio traccia nei Sermoni, è il suo profilo: "Colui che è costituito superiore deve eccellere per purezza di vita, modellata su una larga cognizione delle Sacre Scritture; deve saper parlare con facilità e facondia; essere fervoroso nell'orazione, misericordioso verso i propri dipendenti, pur mantenendo la perfetta disciplina tra loro, curando sollecitamente le anime che gli sono affidate. Egli deve saper usare la verga dorata della benignità con la quale, mentre corregge, usa la dolcezza di un padre, anzi di una madre".


Arca del Testamento

Durante il suo mandato di Superiore dell'Italia settentrionale, Antonio lasciò la Provincia soltanto in due occasioni, nel 1228 e nel 1230: entrambe le volte - per diversi mesi - le mete furono Roma e Assisi. Dicono i biografi che il Santo si lasciasse distogliere malvolentieri dalla cura dei suoi frati. Antonio Scandaletti, uno fra gli scrittori più recenti, scrive addirittura che "ad Antonio non dev'essere piaciuto frequentare né Roma né Assisi". Egli argomenta il suo ragionamento così:

« Amava certamente poter pregare sulla tomba del primo degli apostoli, oppure scambiare opinioni e fare progetti sui temi e sui modi dell'evangelizzazione, cioè sulle cose che davvero gli stavano a cuore, con qualche buon prelato della curia o uomo colto della capitale. Amava anche raccogliersi nella città che fu culla del movimento francescano e intrattenersi con qualche saggio confratello sulla condotta dell'Ordine. Tuttavia, lo tratteneva l'idea che agli incontri s'accompagnava quasi sempre il coinvolgimento in questo o in quell'imbroglio, in questa o quella disputa (..) Vi si recò quando non poté proprio farne a meno, quando l'obbedienza glielo imponeva. »

Come nel marzo del 1228, quando il Ministro Generale, Fra Giovanni Parenti, lo mandò a chiamare "per un'urgente necessità della sua famiglia religiosa". Questo si legge nelle pagine dell'Assidua. In cosa consistessero quelle difficoltà lo sappiamo, però, da altre fonti.

Venne chiamato da Fra Giovanni - ormai vecchio e poco versato nelle questioni teologiche - a far da paciere tra l'ala conservatrice dell'Ordine e quella dei riformatori. Fu scelto anche in virtù del suo passato: s'era battuto vittorioso, con Francesco, per aprire ai frati la via dello studio, né per questo s'era montato la testa; alle comodità delle abbazie aveva mostrato di preferire i romitori, dalla collina degli ulivi di Coimbra, alle grotte di Montepaolo e di Brive; divenne predicatore per obbedienza, mentre preferiva servire i confratelli nella carità.

Dava perciò ampie garanzie d'imparzialità ad entrambi gli schieramenti contrapposti.

Venuto a mancare prematuramente il Fondatore, e ingigantitosi a dismisura e in poco tempo, l'Ordine dei francescani non era più quell'allegra brigata che aveva conquistato il giovane Fernando.

Governare, poi, decine di migliaia di frati disseminati per tutta l'Europa non era impresa affatto facile: c'era chi spingeva ad un maggior impegno negli studi (quindi a privilegiare il frate sacerdote a discapito del frate laico) e chi a mitigare la rigida povertà di Francesco con una regolamentazione più consona ad una comunità che da "girovaga" stava trasformandosi in "residenziale".

Questo, in sintesi, il nocciolo della disputa, ma per quei tempi e per quegli uomini erano - quelle - questioni di vita o di morte dell'Ordine.

Più ne discutevano e più gli animi si riscaldavano, orami la disputa si era radicalizzata: o con Francesco o contro Francesco. Era giunto alfine il momento - e qui tutti si dicevano d'accordo - di sottoporre la questione al Papa.

E chi meglio di frate Antonio avrebbe potuto esporre a papa Gregorio IX i termini della questione? Per questo Fra Giovanni l'aveva fatto venire con urgenza a Padova, e con altrettanta fretta lo spedì a Roma.


Ospite del Papa

Di come Antonio portò a termine le incombenze non conosciamo i particolari. Supponiamo che colse i frutti per cui era stato inviato, se il Papa anziché congedarlo, lo trattenne con sé per predicare a lui e ai cardinali le meditazioni quaresimali.

Certamente Papa Gregorio IX rimase favorevolmente impressionato da quel giovane frate, dalla sua facondia non disgiunta dall'umiltà. Conosceva a menadito le Sacre Scritture, eppure nelle sue argomentazioni non c'era l'arroganza dell'erudito: "Sapeva adattare le cose spirituali agli spirituali", racconta l'Assidua. Quelle prediche furono un vero successo, tanto che l'ottuagenario Pontefice, rompendo ogni protocollo, lo chiamò "arca del Testamento", "peritissimo esegeta", "esimo teologo". Quattro anni più tardi, canonizzandolo, ricorderà quei giorni di quaresima: "personalmente sperimentammo la santità e l'ammirevole vita di lui, quando ebbe a dimorare con grande lode presso di noi".

Non soltanto il Papa ne fu ben impressionato, ma tutti i cardinali e i prelati di curia, i quali - scrive ancora l'Assidua - "l'ascoltarono con devozione ardentissima" e qualcuno di loro lo invitò a predicare al popolo.

Erano i giorni della Settimana Santa e a Roma confluivano pellegrini da ogni parte per lucrare le indulgenze. Si udivano più lingue e dialetti in quella folla, che s'era radunata per ascoltare il "predicatore del Papa", di quanti non se ne sentissero nella biblica Babele. Antonio, che ben conosceva alcune di quelle lingue, s'accinse a predicare nella volgata del popolo di Roma. Man mano che parlava, quella gran folla l'ascoltava attonita: tutti "sentivano e capivano" come il Santo si esprimesse contemporaneamente nell'idioma nativo di ciascuno. Si ripeteva il grande prodigio della Pentecoste e tutti ne erano edificati.

A tal proposito dice Leonardo Frasson, appassionato studioso del Santo:

« Da tutto ciò emerge la statura di un predicatore edotto e popolare, ma anche e soprattutto la figura di un oratore santo, di un predicatore carismatico, dotato cioè di un dono che supera la sua stessa umanità e lo rende irraggiungibile e tetragono ad ogni attacco, da qualunque parte gli potesse venire... Quel suo modo di comportarsi così umanamente disarmato e disarmante, quel suo linguaggio così libero e fiero e nello stesso tempo così umano, quella sua cura di non affermare mai nulla che non sia contenuto nella parola divina o non sgorghi direttamente da essa, quel suo appassionato impegno d'immergersi nella realtà viva, tumultuosa e contraddittoria, gli derivano dalla coscienza profonda di essere e di sentirsi un inviato da Dio, in virtù dell'ordine sacerdotale di cui è investito (..) Ma quel librarsi così in alto, quell'imporsi su tutto e su tutti con tanto vigore d'eloquenza, con tanta umiltà e carità, come giudice imparziale e fustigatore inesorabile di costumi devianti dalle norme evangeliche ed ecclesiastiche in persone gerarchicamente più elevate di lui, tutto ciò non si spiega se non col fatto che dalla sua parola e più ancora dalla sua condotta si sprigionava una potenza carismatica così alta e sensibile, che finiva per essere riconosciuta ed accettata universalmente. »


Sulla tomba di Francesco

Passata la Pasqua, Antonio prese commiato e se ne tornò ad Assisi per riferire all'amico Superiore l'esito dell'ambasciata romana. Ancora una volta, le fonti tacciono, né riveste soverchia importanza saperlo, perché di lì a pochi mesi il Papa sarebbe venuto di persona ad Assisi per presenziare alla canonizzazione di frate Francesco.

Il 16 luglio 1228, infatti, "un'onda di gioia intensa avvolse il cielo e la terra", racconta Tommaso da Celano, testimone oculare. Migliaia di frati facevano corona al Santo Padre, il quale concluse il suo elogio con questa preghiera:

« A lode e gloria dell'onnipotente Iddio, Padre, Figlio e Spirito Santo, della gloriosa Vergine Maria, dei beati apostoli Pietro e Paolo e ad onore della gloriosa Chiesa romana, mentre veneriamo in terra il beatissimo padre Francesco, che il Signore ha già glorificato nei cieli; udito il consiglio dei nostri frati cardinali e di altri prelati, decretiamo che il suo nome venga inserito nel catalogo dei santi. »

Al termine del rito, Papa Gregorio, preceduto da un'interminabile processione di frati e di popolo salmodianti, si portò nel recinto dell'erigenda basilica, che avrebbe custodito il corpo di Francesco, e vi benedì la prima pietra.

L'indomani, Papa Gregorio IX ritornò a Roma e Antonio poté finalmente ripartire per la sua Padova, dalla quale ormai mancava da parecchi mesi.


Il secondo viaggio

Due anni più tardi, nel 1230, la grandiosa basilica era pronta. Frate Elia aveva fatto davvero in fretta e bene. Il Capitolo Generale dell'Ordine era fissato, come di consueto, per Pentecoste. Anche Antonio, come Superiore dell'Italia del nord, vi doveva intervenire, e ci andò volentieri per l'ultimo omaggio al Santo Fondatore, del quale in quell'occasione venivano traslate le spoglie dalla chiesa di San Giorgio alla cripta della nuova basilica.

Il papa Gregorio IX, rimasto a Roma per ragioni di governo (i contrasti con Federico II erano giunti ad una fase cruciale), aveva inviato ad Assisi ben tre Cardinali Legati, latori della Bolla Mirificans misericordias, nella quale scriveva:

« In mezzo alle tribolazioni che ci circondavano abbiamo pur motivo di rallegrarci e di rendere grazie a Dio, pensando alla gloria concessa al beato Francesco, padre nostro e vostro, e forse più nostro che vostro... Perciò ci sentiamo sempre più animati a sciogliere lodi a questo grande santo, convinti che, come ci portò affetto nel mondo, voglia amarci ancor più adesso che trovasi unito a Gesù Cristo, amore infinito, e voglia continuare a intercedere per noi. »

L'inaugurazione della basilica era fissata per il 25 giugno. Ancora una volta i frati erano accorsi a migliaia da ogni parte d'Europa, e con loro sfilarono in processione vescovi, prelati, autorità; c'era tutta Assisi e dintorni, due file d'armigeri cercavano a stento di contenere la folla. Gli animi erano eccitati, tutti volevano vedere e toccare la bara; la folla ondeggiava paurosamente e il servizio d'ordine era ormai impotente a disciplinare quel flusso scomposto che s'accalcava all'ingresso della basilica. Con pronto intuito - ma, ahimè, col senno di poi contestato - frate Elia fece sbarrare le porte dai soldati e scese con pochi intimi nella cripta, dove provvide a "mettere in salvo" (così in seguito giustificò il suo gesto) il corpo di San Francesco dietro pesanti lastroni di marmo. Vi rimarrà laggiù fino al 1818, quando Papa Pio VII ne autorizzerà la rimozione.

Nel frattempo la rabbia della folla, ammassata contro le porte sbarrate e delusa della piega che avevano preso gli avvenimenti, degenerò presto in una rissa collettiva. Lo scandalo fu grande, e ancor più le proteste. Al Papa, lontano, l'eco riportò notizie ingigantite e distorte; così Gregorio IX minacciò di scomunica i colpevoli, se non avessero addotto motivi plausibili. Frate Elia spiegò le sue ragioni e gi animi a poco a poco si placarono.

In quel clima piuttosto turbolento, Fra Giovanni Parenti presiedeva le sedute del Capitolo Generale. La sopita polemica di due anni prima tornò a galla e i frati di divisero nuovamente in due fazioni. Ad aggravare le cose era il problema del testamento di San Francesco (in cui veniva vigorosamente ribadita la necessità della povertà assoluta) e di chi voleva inserirlo, come parte integrante, nella Regola dell'Ordine. Anche stavolta lo spirito di saggezza portò a rimettere la questione nelle mani del Papa. Che decidesse lui, una volta per tutte!

Venne, per quest'ambasceria, nominato un comitato di sette frati, tra cui Antonio. Gregorio IX li ascoltò e chiese tempo per pensarci su. Pochi mesi dopo, il 28 settembre, col la Bolla Quia elongati il Papa dirimerà definitivamente la questione, riappacificando gli animi.

Tornando ad Assisi, Antonio chiese ed ottenne d'essere sollevato dall'incarico di Ministro Provinciale. Numerosi acciacchi, che presto sarebbero peggiorati tanto da condurlo in meno di un anno alla morte, lo infastidivano ormai da tempo.

Nell'accomiatarsi dal Ministro Generale (che gli aveva concesso piena libertà di darsi alla predicazione ovunque volesse) gli chiese il permesso di ritirarsi a Padova, dove gli succedette come Superiore il pisano Fra Alberto.


Dalla parte dei poveri

Sul finire dell'estate del 1230, Antonio rientrò a Padova e prese dimora presso il convento di Santa Maria Mater Domini, che sorgeva dov'è oggi la basilica eretta in suo onore. Partito come Superiore vi ritornava come semplice frate.

L'obbedienza l'aveva portato in giro per l'Europa, in posti che altri sceglievano per lui. Gli dicevano di predicare, e lui predicava; lo mandavano in Francia a convertire gli eretici, e lui ci andava; lo nominavano Ministro Provinciale, e lui governava. Da quando, su quel pagliericcio in Marocco, consumato dalle febbri malariche, s'era messo nelle mani di Dio, sempre conformò la sua vita ai voleri dei Superiori.

E la Provvidenza, così docilmente assecondata, lo portò in pochi anni dagli umili lavori di cucina del romitorio di Montepaolo alla predicazione del quaresimalenientemeno che davanti al Santo Padre!

Erano passati soltanto nove anni da quando vagava per Assisi - al tempo del suo primo Capitolo - in cerca di qualcuno che lo prendesse con sé. Ora tutti lo volevano, tutti lo cercavano. Era diventato, suo malgrado, una celebrità. Era la fiaccola che i confratelli ponevano sul candelabro quando c'era da far belle figura. E lui pronto sempre a dire di sì.

Ecco, tra le sue mille virtù, la generosità è forse la meno reclamizzata, assieme all'umiltà. Ai vertici della "carriera" ancor giovane, superiore di una Provincia vastissima e strategicamente importante, consigliere personale del Ministro Generale, teologo ufficiale dei francescani per "decreto" di frate Francesco, ambasciatore dell'Ordine presso il Papa... Non c'è uomo che possa rinunciare a cuor leggero a tutto questo. A meno che non si chiami Sant'Antonio!

Ma lui era fatto così: il desiderio di fama ed onori era rimasto sepolto (assieme a Fernando) dentro i chiostri dell'abbazia agostiniana di Coimbra, molti anni addietro. Il frate che risalì la collina degli ulivi appresso agli "straccioni" di Francesco non era rigenerato soltanto nel nome del battesimo, ma anche nell'anima. Alla scuola dei nuovi confratelli scoprirà il Vangelo e i suoi protagonisti: Dio e il Prossimo.

Se il Signore poteva incontrarlo ovunque, era fuor di dubbio che il Prossimo l'avrebbe trovato più facilmente in mezzo alla gente. Quel che gli mancava per completare il suo curriculum era, forse, un nuovo tipo d'apostolato, a 360 gradi, a contatto di gomito con tutto il Popolo di Dio.

La scelta d'Antonio cadde su Padova, una città che conosceva ed amava, e che pur sapeva bisognosa di cure pastorali attente ed assidue. Lì avrebbe portato a termine - ultima incombenza rimastagli - la stesura del secondo volume dei Sermoni, quello delle prediche per le feste dei santi, che gli era stato commissionato dal Cardinale Rinaldo Conti, più tardi Papa col nome di Alessandro IV. Poi, finalmente libero da impegni esterni, si sarebbe dedicato all'apostolato diretto. E così fece. Due i campi che privilegiò: la predicazione e il confessionale. La grande quaresima del 1231, l'ultima della sua vita terrena, sarà il suo capolavoro, il suo testamento spirituale.


Tuonante dal pulpito

Un confratello del Santo, padre Vergilio Gamboso, francescano dei nostri giorni, sostiene - a ragione - che Antonio non era tornato a Padova per starsene in pace. E dipinge così la città:

« Come vita politica possedeva più o meno gli stessi pregi e difetti dei Comuni italiani del tempo. Abbondavano le soperchierie, le contese fra nobili spodestati e popolani arricchiti, ogni città vicina era considerata e trattata da nemica. Il benessere non mancava: l'agricoltura, l'artigianato, i traffici attiravano entro le turrite mura ruscelli d'oro. Il denaro aveva i suoi eroi e le sue vittime, l'usura serpeggiava, gli umili non potevano sottrarsi ai continui soprusi. »

La piega che prese la predicazione di Antonio - inutile dirlo - aveva pregnanti risvolti nel sociale. Dal pulpito si schierò apertamente dalla parte dei poveri, degli oppressi, degli affamati.

Sferzava soprattutto chi praticava l'usura, uno dei mali peggiori della sua epoca, dicendo:

« Spine sono le ricchezze, che pungono e fanno uscire sangue; bestie feroci sono i perfidi usurai, che rapinano e divorano... Ampia è la via che porta alla dannazione. Ampia non per i poveri di Cristo, che entrano per la porta stretta, ma per gli usurai che di tutto il mondo si sono già impadroniti con mani rapaci. Razza maledetta, sono cresciuti forti e innumerevoli sulla terra, e hanno denti di leone. L'usuraio non rispetta né il Signore, né gli uomini; ha i denti sempre in moto, intento a rapinare, maciullare e inghiottire i beni dei poveri, degli orfani e delle vedove (..) E guarda che mani osano fare elemosina, mani grondanti del sangue dei poveri. Vi sono usurai che esercitano la loro professione di nascosto; altri apertamente, ma non in grande stile, onde sembrare misericordiosi; altri, infine, perfidi, disperati, lo sono apertissimamente e fanno il loro mestiere alla luce del sole. »

Anche sulla fonte dei loro guadagni il Santo aveva le idee chiare: "Donde vengono a costoro tanti averi? Dalle ruberie e dalle frodi. Lo scarabeo raccoglie molto sterco e con grande travaglio lo appallottola; ma d'un tratto un asino che mette lo zoccolo sullo scarabeo e il suo sozzo bottino, spiaccicando l'uno e l'altro in un attimo. In simil modo l'avaro e il frodatore accumulano ricchezza, ma a tradimento capita il demonio e li strangola. Allora l'anima tocca ai demoni, la carne ai vermi, le sostanze ai parenti". Continua ancora: "C'è di peggio, agli strozzini non basta respingere e soffocare la buona ispirazione di Dio, vogliono scacciarla anche dal cuore della moglie e dei figli. Se un figliolo scosso dal timore del giudizio di Dio e dell'Inferno propone di vivere onestamente, e il padre viene a saperlo, con ogni suo potere tenta di respingere questa grazia. Quanti mali perpetrano questi omicidi! Uccidono in se stessi e negli altri il pentimento e il ricordo della Passione di Cristo".

Questa lunga citazione ci fornisce più di un'indicazione per capire di che pasta fosse fatto il Santo. Innanzitutto ci dice quanto conoscesse in profondità la società in cui operava. Non parlava per sentito dire e non colpiva mali occasionali, ma di pubblico dominio e di vasta portata sociale. Usava parole violente per centrare il problema, senza inutili giri di parole, individuando chiaramente i colpevoli e le vittime. Ma non si limitava alla denuncia dei mali e ai danni materiali che questi provocavano. Il suo compito di sacerdote lo portava a indicare il peccato insito nell'atto malvagio. Nella fattispecie, l'usuraio peccava tre volte: contro gli uomini, contro la sua coscienza, contro Dio.

La predica contro gli usurai - una fra le più note - vuole essere soltanto un esempio di come Antonio affrontava la predicazione e della logica stringente delle sue argomentazioni, impreziosite da immagini semplici, comprensibili da tutti. Nelle sue prediche, dalle quali emerge "un uomo che ama la chiarezza nel pensare e la coerenza nell'agire" (come sostiene padre Pietro Scapin, profondo conoscitore dei Sermoni), non guardava in faccia nessuno, "semmai fu animoso coi potenti, misericordioso coi poveri, pietoso davanti alle miserie umane. In nessun caso, però, a spese del giusto e del vero".

I poveri, ascoltando le sue prediche, si sentivano compresi e consolati. Diceva il Santo:

« La natura ci genera poveri, nudi si viene al mondo, nudi si muore. È stata la malizia che ha creato i ricchi, e chi brama diventare ricco inciampa nella trappola tesa dal demonio. Oh povertà sempre lieta quando è autentica, tesoro che i figli dei demoni odiano; le delizie tue propongono un sapore di eterna dolcezza ai tuoi amatori. »


Misericordioso in confessionale

Se il pulpito era il terreno scelto da Antonio per la semina della Parola di Dio, il confessionale era l'aia dove lui mieteva il raccolto. Che farsene di una marea d'uditori ai piedi del pulpito, se poi il confessionale restava deserto? Il Santo chiamava il sacramento della penitenza "casa di Dio, perché lì i peccatori si riconciliano con lui, come il figliol prodigo si concilia col padre suo". E passava intere giornate a confessare, né si stancava di ripetere: "Come ti sei confessato, così devi emendarti; vi sono parecchi che confessano i loro peccati, ma non si emendano mai; il vero penitente deve aver fisso nell'anima il proposito di non ricadere nella colpa".

Attorno al confessionale del Santo sono fioriti numerosi fioretti. Il più famoso - raffigurato in un bassorilievo di Donatello - ce lo racconta la Benignitas, una delle biografie antiche:

« Un padovano confessò una volta, tra gli altri peccati, d'aver colpito con un calcio sua madre, tanto da farla cadere. Il beato padre Antonio che deplorava simili iniquità, trasportato dallo zelo, esclamò: il piede che percuote il padre o la madre meriterebbe di essere tagliato! Quell'uomo, prendendo alla lettera il senso di quelle parole, tornato casa si mozzò davvero il piede. La fama di una così severa punizione fece il giro della città e arrivò alle orecchie di Antonio. Egli recatosi a casa di quell'uomo, dopo una devota preghiera, avvicinò il piede reciso al tronco della gamba facendovi il segno della croce. Cosa mirabile: appena il Santo ebbe accostato il piede alla gamba, subito questo vi restò attaccato. L'uomo si alzò gioioso, lodando ed esaltando Dio. »


La grande quaresima

Quei quaranta giorni, dal 6 febbraio al 23 marzo 1231, furono per Antonio sintesi mirabile del suo impegno apostolico: predicazioni e confessioni erano le sole incombenze che scandivano il ritmo delle sue giornate.

La predicazione quotidiana in quaresima era una novità assoluta per quei tempi. L'Assidua conferma quanto l'invenzione del Santo fosse azzeccata:

« Venivano folle innumerevoli dalla città e dal contado, accorrevano cavalieri e matrone, vecchi e giovani, uomini e donne di ogni condizione, tutti desiderosi di ascoltare la parola di vita e di provvedere alla propria salvezza; anche il Vescovo con il suo clero seguiva devotamente la predicazione. »

Per la vita cittadina furono giorni di pacificazione e di rinnovato vigore morale: "Si appianarono le discordie e si sciolsero le liti, il maltolto venne restituito, detenuti vennero liberati, ladri e prostitute cambiarono abitudini di vita". Ma dove metterli tutti? Non c'erano a Padova chiese tanto grandi da contenere tutta quella marea di gente, per cui Antonio, "crescendo sempre più il numero degli uditori, si ritirò in luoghi spaziosi tra i prati".

Così grande era l'entusiasmo che circondava Antonio, che i suoi confratelli cominciarono a temere per la sua incolumità; venne affidato perciò a un gruppo di baldi giovanotti il compito di formare un cordone di sicurezza tra lui e la folla, anche perché - dice l'Assidua - "le donne nel fervore della devozione, portandosi delle forbici, gli tagliavano la tonaca come fosse una reliquia, e si ritenevano fortunati coloro che riuscivano a toccare almeno l'orlo del suo vestito".Domenico Beccafumi, Sant'Antonio da Padova e il miracolo della mula (1537), tavola; Parigi, Museo del LouvreLa popolarità del Santo cresceva ogni giorno, coinvolgendo tutti, anche le autorità. All'inizio della Settimana Santa si ebbe un insolito miracolo: il giorno 15 marzo 1231 "su istanza del venerabile fratello il beato Antonio, confessore dell'ordine dei frati minori", il podestà Stefano Bador stabiliva che il debitore insolvibile senza colpa, una volta ceduti in contropartita i propri beni, non venisse più imprigionato né esiliato.

Fu così che un pezzo di predica di Antonio entrò dritto dritto nel Codice Statuario Repubblicano, modificando a favore dei meno abbienti una legge iniqua in vigore da secoli.


Dal noce all'Arcella

Con il canto dell'Alleluia, nella notte di Pasqua, si concluse la predicazione quaresimale di frate Antonio. Per consiglio di molti, gli occorreva adesso un po' di riposo. La salute, da anni assai precaria, era andata precipitando nelle ultime settimane. Appesantito nel fisico, gonfio e rattrappito per l'idropisia, Antonio si muoveva ormai a fatica. Più volte in quella quaresima dovettero portarlo a braccia sul luogo della predica.

Dopo quei quaranta giorni di superlavoro, fiaccato nel parlare e nel respirare da una forma asmatica, Antonio acconsentì a ritirarsi nel convento di Santa Maria Mater Domini, per un periodo di convalescenza. Pur temendo per la sua salute, nessuno pensava, però, che fosse tanto malato da morirne. Davano la colpa del peggioramento allo stress di quelle settimane e al riacutizzarsi di vecchi malanni. Antonio, invece, presagiva che il momento del trapasso era ormai prossimo, ma - sottolinea l'Assidua - "per non recare dolore ai fratelli celava la fine imminente".

Avrebbe atteso l'incontro con il suo Signore, nella preghiera e nel raccoglimento, dentro le mura amiche del convento, circondato dall'affetto dei confratelli. Ma la Provvidenza - come al solito - aveva in serbo per lui dei percorsi alternativi.


Lo scontro con Ezzelino

Spadroneggiava a quel tempo, tra Verona e Vicenza, un efferato e sanguinario tiranno, Ezzelino III da Romano, emissario dell'Imperatore Federico II contro i liberi Comuni. Di quanta ferocia egli fosse capace sta scritto in tutti i libri di storia: Dante lo metterà all'Inferno, nel girone degli omicidi, condannandolo a starsene a mollo in una pozza di sangue bollente. Con l'inganno e l'astuzia era riuscito a farsi eleggere Podestà di Verona, città guidata dai conti di Sambonifacio, con i quali aveva intrecciato un doppio matrimonio: lui con Zilia, sorella del conte Rizzardo, e questi con sua sorella Cunizza. Ma una volta ottenuto il potere, passò sopra i legami di parentela e ruppe l'alleanza con i Sambonifacio, mandando in carcere il cognato. Alcuni cavalieri del conte Rizzardo ripararono a Padova e da lì cercarono di organizzarne la liberazione.

Fu così che verso la fine di maggio, convinto dalle pressioni degli amici e, soprattutto, dall'abate Forzatè, Antonio partì alla volta di Verona, per intercedere presso Ezzelino la grazia per il conte Rizzardo. A nulla valse la fama del Santo né il suo carisma né le parole evangeliche d'invito al perdono: Ezzelino fu irremovibile, anzi risparmiò ad Antonio la sorte del conte Rizzardo soltanto in virtù dell'abito che portava. Il notaio Rolandino, al riguardo, è telegrafico: "Non esaudito affatto, Antonio ritornò a Padova". Con quanta amarezza nel cuore è facile immaginare. Dai tempi del Marocco era questo il suo primo insuccesso. A nulla, però, possono generosità e coraggio contro i cuori refrattari al Vangelo di Cristo.

C'è un passaggio nei Sermoni che ben rappresenta lo stato d'animo del santo in quel frangente:

« Oh, se tu vedessi, certamente piangeresti! Imperversano vanità e falsità, calunnie dei potenti contro i miseri e giudizi iniqui contro i poveri, e tante lacrime d'innocenti non hanno consolatore. Se gli oppressori fossero esseri umani, saprebbero consolare; ma siccome sono leoni, e non uomini, allora affliggono i poveri, privi d'ogni umano aiuto e impotenti a resistere alla violenza. »


La cella sul noce

Antonio era rientrato da Verona da qualche giorno appena, quando i frati lo convinsero a trasferirsi nel romitorio di Camposampiero, lontano dall'afa, nella frescura della campagna, dove i francescani avevano a disposizione un piccolo convento offerto, anni addietro, da un amico del Santo, il conte Tiso.

Spargeva un'ombra salutare, tutt'attorno al cenobio, un frondoso albero di noci. Sui rami più bassi il conte Tiso aveva approntato un tavolaccio dove Antonio poteva ritirarsi a pregare e riposare, di giorno, al riparo del fresco fogliame. Il fido collaboratore, Fra Luca Belludi, e l'amico ospite lo aiutavano a salirci di mattina e lo andavano a prendere quando la campagna chiamava per gli obblighi comunitari, per poi riportarvelo appena adempiuti; soltanto all'imbrunire lo riaccompagnavano dentro casa, dove passava la notte. Questo andirivieni tra casa e noce durerà due settimane, le ultime.

La voce correva veloce anche a quei tempi, e fu un grande accorrere di popolo ai piedi del noce. Di lassù, Antonio continuò a predicare, ad esortare, a benedire: l'olio della sua lampada poteva ardere fino all'ultima goccia. E i bambini d'intorno lo rallegravano coi loro canti.

Per essi, Antonio nutrì sempre una spiccata predilezione. Era felice quando vi si trovava in mezzo e per molti di loro chiese ed ottenne miracolose guarigioni. 
Ecco, fra i tanti, due episodi. Una sera, mentre rientrava in convento, gli si fece incontro una mamma che reggeva tra le braccia un piccino deforme. "Padre - gli chiese la donna - tocca il mio bambino: solo tu puoi ridonargli la salute". Gli rispose Antonio: "Buona donna, pregate con fede il Signore. I miracoli li fa solo lui". Anche frate Luca, lì vicino, intercedette per quella poveretta: "Padre, esaudiscila! Il Signore ti ascolta sempre quando gli chiedi una grazia!". Il Santo, lasciatosi convincere, prese in braccio quella creaturina deforme e dopo aver pregato, gliela rese risanata.

I miracoli si moltiplicavano al suo passaggio; ovunque gli portavano bimbi malati da guarire. Ecco buttarsi ai suoi piedi un'altra di quelle madri sventurate: "Vieni a salvare mio figlio che sta morendo, solo tu puoi ottenerne la guarigione". Anche a lei Antonio rispose: "Prega con fede il Signore, è lui il padrone della vita e della morte". E la donna, di rimando: "Lo so, ma se tu intercedi per lui, si salverà. È il mio unico figlio; l'ho atteso per tanti anni e ora non voglio vederlo morire!". Gli rispose il Santo: "Và in pace, pregherò con te: Dio ascolta sempre le preghiere di una mamma!". Tornata a casa trovò il figlio che giocava, completamente guarito.

Tanta predilezione per i bambini è legata ad un episodio soprannaturale cui si è ispirata l'iconografia antoniana, che ci presenta il Santo mentre stringe fra le braccia Gesù Bambino. L'episodio risale alle due settimane trascorse presso il conte Tiso. Una di quelle sere, ridisceso dal noce e coricatosi sul pagliericcio dentro casa, non riusciva a prendere sonno. Quando d'ecco un gran fulgore illuminò a giorno la stanzetta. Il conte Tiso, pensando ad un incendio, s'affacciò sull'uscio e rimase senza fiato: in braccio ad Antonio c'era Gesù Bambino.


Lungo la strada per Arcella

La permanenza nel romitorio durò fino al mezzogiorno di venerdì 13 giugno 1231. A quell'ora, ridisceso il noce per il frugale pasto comunitario, Antonio si sentì mancare. Ai fratelli che lo soccorrevano chiese d'essere trasportato a Padova: là desiderava morire. Nel Sermone primo dopo Pentecoste aveva scritto: "Fa', o Signore che possiamo morire nel piccolo nido della nostra povertà".

La morte non lo spaventava, aveva avuto tempo per prepararvisi:

« La vita umana è simile a un ponte, e il ponte è fatto per il transito, non per la residenza (..) Il giusto è sempre pronto a restituire l'anima al suo Creatore, in qualunque ora gliela domandi. Chi è vissuto ed ha lavorato lungamente con la pace di Dio nel cuore, certamente muore nella pace di Dio... Come il bambino corre piangendo nelle braccia della madre, e la madre lo accarezza e gli asciuga le lacrime, così isanti si affrettano dal pianto di questa terra nelle braccia della gloria, dove Dio asciugherà tutte le lacrime da tutti i visi. »

Adagiato su un carro agricolo trainato da buoi e amorevolmente accudito dai frati Luca e Ruggero, Antonio iniziò il suo viatico verso Santa Maria Mater Domini. Una ventina di chilometri separavano Camposampiero da Padova, ci sarebbe voluto l'intero pomeriggio, sotto il sole a picco e tra scossoni violenti sul lastricato della vecchia strada romana (oggi si chiama via "del Santo"). Giunti, sul far della sera, in vista delle mura turrite della città, la comitiva incontrò frate Vinotto che risaliva verso Camposampiero per far visita al Santo. Viste le condizioni del confratello, ormai moribondo, il frate consigliò di fermarsi all'Arcella, nell'ospizioaccanto al monastero delle clarisse. Lì, fuoriporta, sarebbe stato al sicuro - soggiunse frate Vinotto - dalle "sante intemperanze" della folla quando si forse sparsa la notizia della morte.

O gloriosa Domina, excelsa super sidera..., "O Regina gloriosa, elevata sopra le stelle", al canto del suo inno prediletto alla Vergine, Antonio venne adagiato sulla nuda terra dove gli fu amministrata l'unzione degli infermi. E mentre la recita dei sette salmi penitenziali volgeva al termine, si unì ai confratelli mormorando: Video Dominum meum..., cioè "ecco, vedo il mio Signore", poi chiuse gli occhi e spirò. Aveva 36 anni.


La tomba gloriosa

La notizia della morte d'Antonio si diffuse rapidamente e quel che temeva padre Vinotto s'avverò. Gli abitanti di Capodiponte, nella cui giurisdizione si trovava Arcella, arrivarono per primi: "Qui è morto e qui resta"; spalleggiati dalle clarisse: "Non lo abbiamo potuto vedere da vivo, che ci resti almeno da morto".

L'indomani giunsero all'Arcella i frati di Santa Maria Mater Domini per traslare la salma, ma furono affrontati, armi in pugno, dai giovanotti di Capodiponte.

Risultata vana ogni pacata trattativa, i frati rientrarono a Padova dove si rivolsero al Vescovo, affinché provvedesse lui a sbrogliare la matassa. Messo al corrente dell'accaduto e saputo che era volontà precisa d'Antonio di morire in città, nel suo convento, diede loro ragione e incaricò il Podestà di sedare gli animi, anche con la forza, qualora fosse necessario.

La sera del sabato rientrò a Padova Fra Alberto, successore d'Antonio nella carica di provinciale; pure lui fu dell'avviso che la salma andasse sepolta in Santa Maria Mater Domini.

Le giornate di domenica e lunedì trascorsero in concitate trattative, ma alla fine, prevalso il buon senso, gli animi si riconciliarono.

Martedì 17 giugno, all'Arcella, c'era tutta Padova: più che un funerale, fu una processione; un trionfo di fede e di popolo. Arrivati in città, il Vescovo celebrò solenni esequie e, benedetta la salma, la tumulò in un'urna di marmo, regalo dei Canonici della Cattedrale ai francescani di Santa Maria Mater Domini.

A Coimbra era morto Fernando e rinato Antonio. Quel giorno a Padova entrava nel sepolcro un frate, ne sarebbe uscito il Santo.


Il Santo delle grazie

Fin dal giorno dei funerali l'arca di marmo divenne meta d'incessanti pellegrinaggi. Per giorni e giorni colonne interminabili di uomini, donne e bambini sfilarono dentro l'angusta chiesetta del convento di Santa Maria Mater Domini.

Né l'afa né la calura dell'estate incipiente distoglievano i devoti dal toccar con mano supplice la bordura del sarcofago. Mille richieste in quel gesto: tutti avevano qualcosa da chiedere, per sé, per un parente, per un amico.

Siccome la folla ogni giorno aumentava, le autorità decisero di disciplinare il flusso e tutta Padova - si legge nell'Assidua - "nei giorni prefissati veniva in processione a piedi nudi", anche di notte. Ed ecco un nuovo problema: il tetto della chiesa conventuale, basso e di legno, era un pericolo incombente con quel via vai di torce accese. Di qui l'ordine d'ammucchiare ceri e candele sulla piazza antistante. "Godeva la città di grande splendore e, rischiarata da molteplici luminarie, le pareva di aver perduto ogni notturna oscurità: molti, infatti, disponendo fiaccole fiammeggianti sui mmuri, passavano in veglia le notti nelle piazze". Chi usciva dalla chiesetta raccontava le "meraviglie che accedevano per i meriti del beato Antonio", così veniva alimentata la speranza di chi ancora doveva entrarvi.

Ascoltando quei racconti era come ripassare le pagine del Vangelo: "E quelli che, per il gran numero degli infermi sopraggiungenti, non potevano restare dinanzi all'arca adagiati fuori dell'ingresso della chiesa, guarivano nella piazza, sotto lo sguardo di tutti: si aprirono gli occhi ai ciechi, si schiusero le orecchie ai sordi, gli zoppi saltavano come cervi, le lingue dei muti si scioglievano nelle lodi del Signore...".

Prosegue l'Assidua: "Lo proclama l'assemblea del clero, lo grida il popolo: tutti, a un sol voce e con volere unanime, insistono concordi che si mandino dei delegati alla sede apostolica perché perorino la canonizzazione del beato Antonio".

Non era passato ancora un mese dalla morte, che Antonio era già diventato santo "a furor di popolo". E quando, al clero e alla gente, s'unirono il Vescovo e il Podestà, poté finalmente partire per Roma una qualificata delegazione col compito di sottoporre al Papa i fenomeni straordinari che giornalmente accadevano sulla tomba del loro illustre concittadino.

Papa Gregorio IX, che della santità di Antonio ebbe prova quando l'aveva ascoltato predicare presso di lui, accolse gli ambasciatori padovani con gentilezza e, per accelerare l'iter canonico, nominò seduta stante una commissione di periti, presieduta dal Vescovo di Padova, perché vagliasse le testimonianze e raccogliesse le prove documentarie.

Raggiunta Padova, l'Assidua dice che la commissione fu sommersa "da una gran folla, accorsa per deporre con le prove della verità, di essere stata liberata da svariate sciagure grazie ai meriti gloriosi del beato Antonio". Il Vescovo ascoltò attentamente "le deposizioni confermate con giuramento" e mise per iscritto i miracoli approvati, poi promosse indagini scrupolose sulle condizioni delle persone e dei fatti, prendendo nota del tempo e del luogo, di ciò che fu udito e veduto.

Completato l'esame diocesano dei miracoli, Padova inviò al Papa una seconda delegazione. A Roma l'istruttoria fu assegnata al Cardinale Giovanni d'Abbeville, che in pochi mesi esaurì il compito assegnatogli.

Vincendo la ritrosia di alcuni prelati, timorosi di quel procedere "troppo precipitoso in una causa tanto rilevante", Gregorio IX dichiarò chiuso il processo, fissando al 30 maggio, festa di Pentecoste, la cerimonia ufficiale di canonizzazione.

Con gesto di squisita gentilezza il Papa inviò una Bolla "ai nostri cari figli, il podestà e il popolo di Padova", per dare il lieto annuncio. E riferendosi a Sant'Antonio disse che ben "si era meritato di essere collocato non sotto il moggio, ma sul candelabro immortale della Chiesa cattolica".

La grande festa si svolse nella Cattedrale di Spoleto. Circondato da Cardinali e Vescovi, Gregorio IX ascoltò commosso la lettura dei cinquantatré miracoli approvati e, dopo il canto del Te Deum, proclamò solennemente e ufficialmente Santo frate Antonio, fissandone la festa liturgica nel giorno anniversario della morte, il 13 giugno.

Alla delegazione padovana restavano meno di due settimane per tornare a casa e organizzarvi i festeggiamenti. Scrive l'Assidua: "I rappresentanti della città di Padova affrettandosi con rapido passo, furono di ritorno, accolti con entusiasmo, prima che si compisse l'anno della morte del Beato Antonio, la cui festa fu celebrata con indescrivibile solennità nel giorno stesso in cui si compiva l'anno del suo trapasso".

L'enorme afflusso di pellegrini che confluiva a Padova sulla tomba del Santo convinse i frati e i maggiorenti della città che il grande Taumaturgo ben meritasse una chiesa più capiente.La Basilica di Sant'Antonio di PadovaSi dettero tutti un gran da fare, e già in quell'anno vennero gettate le fondamenta. Otto anni dopo, nel 1240, veniva descritta come un "monumento mirabile", ma i fedeli dovranno attendere l'8 aprile 1263 per vedervi riposto il corpo del Santo. Era in quell'anno Ministro Generale dei francescani Fra Bonaventura da Bagnoregio, al quale toccò l'onore di trasportare dall'attiguo convento di Santa Maria Mater Domini in Basilica il corpo del Santo. La traslazione venne seguita da una folla immensa, e tutti furono ripieni di stupore quando Fra Bonaventura, nell'effettuare la ricognizione dei resti mortali, rinvenne intatta, di un colore come se fosse ancora viva, la lingua del Santo. Indicandola ai fedeli, esclamò commosso: "O lingua benedetta! Che sempre hai lodato il Signore, e lo hai fatto conoscere e amare agli altri, ora ci appare chiaro quanti meriti hai acquisito presso Dio".

Quel ritrovamento prodigioso viene tutt'oggi annualmente ricordato, a Padova, dai frati del Santo

Beata Margherita Bays                                                                              27 Giugno

Ricorrenza:            27 Giugno
Nazionalità:         Svizzera
Anno di Nascita:   8 settembre 1815
Anno della Morte: 27 giugno 1879

Beata Margherita Bays (La Pierraz, 8 settembre 1815; † Siviriez, Friburgo, 27 giugno 1879) è stata una sarta e laicasvizzera.



Biografia:


Nacque a La Pierraz, parrocchia di Siviriez, Canton Frifurgo, Svizzera, 1'8 settembre 1815 da Giuseppe Bays de La Pierraz e Maria Giuseppina Morel de Vilaraboud agricoltori secondogenita di sette figli, fu battezzata il giorno seguente con il nome di Marguerite (Margherita).cristiani.

Molto giovane fece l'apprendistato da sarta, mestiere che esercitò per tutta la vita. Passò tutta la sua vita in seno alla sua famiglia, dedicandosi al cucito e ai lavori di casa, creando un'atmosfera di buon umore e di pace fra i tre fratelli e le tre sorelle che le erano profondamente affezionati. Dovette tuttavia, dopo il matrimonio del fratello maggiore, subire l’ostilità e l'incom­prensione della cognata, che le rimproverava il tempo passato in preghiera. Le rimproverava inoltre di essere una perdigiorno, poiché restava tranquillamente seduta a cucire mentre lei svolgeva il duro lavoro nei campi. Per 15 anni Margherita sopportò queste invettive in silenzio e con una pazienza, che i contemporanei definirono eroica.

Margherita scartò l'idea di diventare una religiosa, ritenendo che la sua presenza in seno alla famiglia costituiva per lei un ambito di apo­stolato fondamentale. Scelse invece liberamente di rimanere nubile, proponendosi di mantenervi con la sua presenza un clima d'amore fraterno e di pace, così da provvedere all'educazione cristiana dei figli dei suoi fratelli, poco adatti a tale compito.

In parrocchia fu un modello di laica piena di zelo. Il suo tempo libero lo dedicò ad un apostolato attivo fra i bambini a cui insegnava il catechismo in maniera adatta alla loro età, formandoli ad una vita morale e religiosa convinta. Preparò con grande sollecitudine le giovani alla loro futura missione di spose e madri. Visitava infaticabilmente gli ammalati ed i morenti. I poveri, che lei chiamava i preferiti di Dio, trovavano in Margherita un'amica fedele piena di bontà. Introdusse nella parrocchia le opere missionarie e contribuì a diffon­dere la stampa cattolica per combattere le tendenze sovversive del Kulturkampf.

Esteriormente, Margherita aveva l'aria di una povera serva. Interiormente, tuttavia, era un'anima vivace e manifestava un fervore straordinario per la religione, nutriva un'ardente devozione per l'Eucaristia, assisteva ogni giorno alla Santa Messa che considerava come l'apice della giornata. La domenica era per lei un giorno di festa e di preghiera. Dopo aver partecipato agli uffici rimaneva in preghiera davanti al Santissimo Sacramento, faceva la Via Crucis per un'ora e diceva il rosario. Inoltre si recava frequentemente in pellegrinaggio ai suoi santuari, sola o con amici, percorrendo a piedi fino a 200 km.

Nel 1853 fu operata all'intestino per un cancro, che i medici non riuscivano ad arrestare. Margherita si rivolse alla Santa Vergine, supplicandola non di lenire le sue sofferenze, ma di scambiarle con altri dolori, che la facessero partecipare più direttamente alla passione di Gesù. Fu esaudita 1'8 dicembre 1854, nello stesso momento in cui Papa Pio IX proclamava a Roma il dogma dell'Immacolata Concezione. Da allora sopportò una « malattia misteriosa», che l'immobilizzava in estasi ogni venerdì e tutta la settimana santa, mentre riviveva nello spirito e nel corpo le sofferenze di Gesù dal Getsemani al Calvario, ricevette sul suo corpo le cinque stimmate della crocifissione, che le procuravano un grande dolore, ma che dissimulava gelosamente agli occhi dei curiosi. Monsignor Marilly, vescovo della diocesi, richiese un accertamento medico per verificare queste estasi e queste stigmate e alla fine constatò ufficialmente la loro autenticità.

La guarigione improvvisa e radicale dal cancro, che precedette le estasi e le stimmate, segnò una svolta decisiva nella vita spirituale di Margherita Bays, che si concentrò su Cristo sofferente. Negli ultimi anni della sua vita, il dolore si fece sempre più intenso, ma sopportò tutto senza un lamento, in totale abban­dono alla volontà di nostro Signore. Fu in questo clima che compose l'ammi­rabile preghiera:

« O santa vittima, chiamami a te, è giusto. Non tenere conto della mia repulsione; che io completi nel mio corpo ciò che manca alle tue sofferenze. Abbraccio la croce, voglio morire con te. È nella piaga del tuo Sacro Cuore che desidero esalare l'ultimo sospiro. »

Morì, secondo il suo desiderio, nella festa del Sacro Cuore, il venerdì 27 giugno 1879, alle ore tre.

Beato Raimondo Lullo                                                                               29 Giugno

Ricorrenza:            29 Giugno
Nazionalità:         Spagna
Anno di Nascita:   1232
Anno della Morte: 29 giugno 1316

(Palma di Maiorca, 1232; † Palma di Maiorca, 29 giugno 1316) è stato un religioso, mistico e missionario spagnolo, nonché scrittore, teologo, logico, astrologo e martire, che dedicò la sua vita alla ricerca di un metodo efficace di evangelizzazione per convertire i musulmani e gli ebrei alla razionalità della verità cristiana. È conosciuto anche come "Doctor illuminatus". A trent'anni entrò nel Terz'Ordine Francescano.



Biografia:

Raimondo Lullo nacque a Maiorca nel 1232 da una famiglia aristocratica di origine catalana. Ricevette una educazione di tipo cortese e nel 1247 fu nominato paggio del re Giacomo I e poi siniscalco e maggiordomo dell'Infante, il futuro re Giacomo II. Nel 1257 sposò Bianca Picany dalla quale ebbe due figli.

La conversione

Nel 1262 avvenne la svolta nella sua vita con la "conversione alla penitenza" narrata all'inizio del suo scritto la "Vita coetanea". Lullo ebbe cinque visioni notturne di Cristo crocifisso ad intervalli di pochi giorni l'una dall'altra. Interpretò queste visioni come una richiesta da parte del "Signore Dio Gesù Cristo" di lasciare il mondo e di mettersi al suo servizio e formulò tre obiettivi per mettere in pratica questo servizio: convertire gli infedeli fino al martirio, scrivere il libro "il migliore del mondo" contro gli errori degli infedeli, e infine promuovere istituzioni che insegnassero le lingue necessarie per l'opera di evangelizzazione presso gli infedeli.

A circa tre mesi dalle visioni Lullo, ascoltando una predica del vescovo nella chiesa dei francescani, decise di lasciare la famiglia e ogni bene.

Dopo un pellegrinaggio a Santa Maria di Rocamador e a San Giacomo di Compostella incontrò nel 1265 a Barcellona San Raimondo di Peñafort che lo convinse a tornare a Maiorca invece di andare a studiare a Parigi[1].

Tornato a Maiorca si vestì di abiti poveri riassumendo in questo gesto l'esito della "conversione alla penitenza" che avrebbe accompagnato la sua vita di cristiano. Per raggiungere poi gli obiettivi che si era prefisso studiò per nove anni filosofia, teologia, medicina, il latino, il provenzale e l'arabo; assimilò parte della cultura dell'epoca: Aristotele, Platone, Agostino d'Ippona, Anselmo d'Aosta, Riccardo di San Vittore, i filosofi arabi, i sufi ed il Talmud.

Tra il 1271 e il 1274 scrisse la "Logica d'Algatzell" ("Compendium logicae Algazelis") e il "Libro della contemplazione in Dio".

L'illuminazione di Randa e l'inizio dell'Arte

Nel 1274 ebbe quella che è conosciuta come "illuminazione di Randa". Lullo continuava a chiedersi come avrebbe potuto scrivere quel libro "il migliore del mondo". Nella "Vita coetanea" raccontò che in un periodo di contemplazione in cima ad una montagna – appunto Randa – "il Signore illuminò la sua mente, dandogli la forma e la maniera di fare il libro, menzionato sopra, contro gli errori degli infedeli" (III, 14). Ritiratosi in un monastero iniziò a scrivere la sua "Arte" che nella prima redazione si chiamò "Arte abbreviata di trovare la verità" ("Ars compendiosa inveniendi veritatem").

Nel 1275 chiamato a Montpellier dal re Giacomo II, sottopose le sue opere all'analisi di un esperto francescano il quale le approvò.

Il collegio di Miramar

Tra i propositi che Lullo si era prefisso nel periodo della sua conversione c'era la promozione degli studi delle lingue per coloro che si dedicavano alla predicazionetra gli infedeli. Per questo scopo sollecitò l'erede al trono Giacomo il quale concesse la fondazione di una scuola di questo tipo a Miramar, nel nord di Maiorca.

Il 17 ottobre 1276 la bolla "Laudanda tuorum" di Giovanni XXI confermò il progetto che a Miramar "tredici frati Minori vi fossero installati per apprendere l'arabo al fine di convertire gli infedeli".

Nonostante il fallimento della scuola, Lullo continuò per tutta la vita a cercare di convincere papi e re dell'importanza di luoghi di studio missionari.

Nel "Libre contra Antichrist" del 1283 Lullo presenta tre tipi di scuole attraverso le quali avrebbe dovuto passare l'opera di evangelizzazione: la prima è una scuola di specializzazione missionaria sul modello di quella di cui aveva promosso la realizzazione a Miramar, il secondo tipo di scuola avrebbe dovuto riunire sapienti musulmani e cristiani per facilitare la conoscenza reciproca, il terzo tipo di scuola avrebbe dovuto raccogliere bambini musulmani ed ebrei che vivevano sotto il dominio cristiano ed avrebbe avuto gli stessi obiettivi del secondo tipo di scuola.

Nel "Liber de participatione christianorum et sarracenorum", del 1312, Lullo presentò a Federico III, re di Sicilia, un'iniziativa simile a quella prospettata per il secondo tipo di scuola con queste parole:

« Mentre Raimondo si trovava in queste riflessioni si propose di recarsi dal molto nobile e virtuoso signore Federico, re di Trinacria, perché questi, conosciuto come fonte di devozione, congiuntamente con il molto alto e potente re di Tunisi, disponesse che cristiani ben preparati e che padroneggiano la lingua araba, andassero a Tunisi per esporre la verità della fede mentre, a loro volta, saraceni ben preparati venissero nel regno di Sicilia per discutere sulla loro fede con i sapienti cristiani. Forse con questo metodo generalizzato per tutto il mondo, potrebbe farsi la pace tra cristiani e saraceni, in modo che né i cristiani vadano a distruggere i saraceni, né i saraceni i cristiani. »
(Ramon Lullo, Liber de participatione christianorum et sarracenorum, cit. in Sara Muzzi, Se ti mostro la verità finirai con l'abbracciarla, in L'Osservatore Romano, 27 marzo 2008.)

Raimondo Lullo riuscì a vedere realizzata solo la scuola di Miramar, chiusa oltretutto dopo poco tempo. Tuttavia è da attribuirsi alla sua opera il canone XI del Concilio di Vienne del 1312, che fondava cattedre per l'insegnamento delle lingue orientali per i predicatori in alcuni centri europei.

I viaggiMappa dei viaggi di Raimondo LulloRaimondo Lullo viaggiò durante tutta la sua vita per mezza Europa e specialmente sulle coste del Mediterraneo, sollecitando aiuti dai regnanti e dai papi ed esponendo la sua "Ars" nelle piazze e nelle università.

Nel 1283 Lullo fu chiamato a Montpellier dal re Giacomo II: qui scrisse il romanzo "Blaquerna" e rielaborò il suo sistema nel libro l'"Arte dimostrativa". Nel 1287 fece un viaggio alla corte papale ma inutilmente a causa della morte di Onorio IV. Tra il 1287 e il 1289 fu a Parigi dove contattò il re Filippo IV il Bello e Pietro di Limoges. Qui scrisse "Felix" ("Libro delle meraviglie").

Ritornato a Montpellier nel 1290 rielaborò ancora una volta il suo sistema con l'"Ars inventiva veritatis". Qui ricevette una lettera del generale dei Francescani Raimondo Gaufredi con la quale lo autorizzava a insegnare nei conventi italiani.

Fra il 1292 e il 1296 Lullo fu a Roma, a Tunisi, a Genova, a Napoli, a Maiorca, a Barcellona e quindi di nuovo a Roma. In questo periodo scrisse la "Tavola generale" (1293-1294), lo "Sconforto" (1295) e l'"Albero della scienza" (1295-1296). Scrisse anche due petizioni: una a Celestino V (1294) e l'altra a Bonifacio VIII (1295).

Nel 1297 iniziò il secondo soggiorno a Parigi. Qui scrisse l'"Albero della filosofia d'amore", la "Declaratio per modum dialogi edita contra aliquorum philosophorum opiniones", il "Trattato di astronomia" e il "Liber de geometria nova".

Alla fine del 1299 fu a Barcellona. Qui dedicò il "Dettato di Raimondo" e il "Libro della preghiera" a Giacomo II d'Aragona il quale gli concesse la facoltà di predicare in tutte le sinagoghe e le moschee del suo regno.

Nel 1300 ritornò per un lungo periodo a Maiorca durante il quale scrisse il "Canto di Raimondo".

Tra il 1301 e il 1305 Lullo fu a Cipro, in Armenia Minore, forse a Gerusalemme, a Genova, a Montpellier e forse fece un terzo soggiorno a Parigi. Durante questi anni scrisse la "Rethorica nova", il "Liber de ascensu et descensu intellectus" e il "Liber de fine". Nell'ottobre del 1305 era a Montpellier dove assistì ai colloqui tra Clemente V e i re d'Aragona e Maiorca; il 14 novembre assistette all'incoronazione di Clemente V a Lione.

Nel 1307 fece il suo secondo viaggio in Nord Africa, a Bujia. Fu espulso dopo sei mesi di prigione e nel viaggio di ritorno naufragò nei pressi di Pisa. Fermatosi in questa città per alcuni mesi durante il 1308, scrisse l'"Arte breve", terminò l'"Ars generalis ultima" che aveva iniziato nel 1305 e riscrisse il libro che aveva cominciato a Bujia e che era andato perduto nel naufragio, la "Disputatio Raymundi christi­ani et Homeri saraceni". Dopo aver tentato di promuovere una Crociata a Pisa e a Genova, ritornò a Montpellier dove dedicò l'"Ars Dei" a Clemente V e a Filippo IV. Qui scrisse anche, nel 1309, il "Liber de acquisitione Terrae sanctae". In un viaggio a Marsiglia forse incontrò Arnaldo da Villanova.

Tra il 1309 e il 1311 fu a Parigi dove scrisse una trentina di opere la maggior parte delle quali erano antiaverroiste. Nel 1310 la sua "Arte breve" fu approvata da una quarantina tra maestri e baccellieri in Arti e Medicina e Lullo ricevette una lettera di apprezzamento e di raccomandazioni da Filippo IV. Nel 1311 scrisse il "Liber natalis parvi pueri Jesu" e il "Liber lamentationis philosophiae" più conosciuto come "Vita coetanea".

Durante il viaggio che lo portò al Concilio di Vienne scrisse "Il concilio" e "Il fantastico". Partecipò quindi al concilio fino alla primavera del 1312 chiedendo la ripresa delle crociate e di vietare l'insegnamento dell'averroismo.Raimondo Lullo in una scultura a Palma di MaiorcaTra il 1312 e il 1315 Lullo fu a Montpellier, passò da Maiorca e soggiornò quasi un anno a Messina prima di intraprendere il terzo viaggio in Nord Africa, a Tunisi. Durante la sua permanenza a Maiorca dall'aprile del 1312 al maggio del 1313, Lullo scrisse sette opere sulla predicazione, con un totale di centottantadue sermoni, che riunì o comandò di riunire in una "Summa", o "Corpus sermonum", che considerò conclusa nel febbraio del 1313. Il centro e punto di riferimento di questa collezione di sermoni è il voluminoso "Liber de virtutibus et peccatis", che chiama anche "Ars maior praedicationis". Immediatamente dopo questa collezione di sermoni e nello stesso mese di febbraio 1313, Lullo termina l'"Ars abbreviata paedicandi".

Le ultime opere sono datate alla fine del 1315.

Morte e culto

La morte del beato Raimondo Lullo può essere fissata tra il dicembre del 1315 ed il marzo del 1316. La tradizione lo vuole martire a Bujia per mano musulmana e che, ferito, sarebbe morto poco prima di giungere a Maiorca. In realtà non si sa se Raimondo Lullo morì a Tunisi, sulla nave di ritorno o a Maiorca stessa. È certo che venne sepolto con grandi onori a Maiorca nella chiesa di San Francesco. La fama popolare di beato circondò la sua figura subito dopo la morte, e poi nei tempi successivi: ma per lungo tempo gli sforzi di farlo beatificare fallirono.

Dopo la sua morte, infatti, gli eccessi di alcuni gruppi di suoi discepoli, influenzati dalle idee degli Spirituali francescani, portarono l'inquisitore domenicano spagnolo Nicola Eimeric, ad iniziare una campagna contro le dottrine di Raimondo Lullo. Nel 1376 venne pubblicata una lista con cento articoli, in cui l'inquisitore condannava soprattutto il preteso razionalismo lulliano e faceva scendere sull'intera opera di Raimondo Lullo l'ombra del sospetto di eresia. L'autorità che fu riconosciuta a questo "Directorium Inquisitorum" ed anche il fatto che nei secoli vennero legate al nome di Lullo delle opere alchemiche, crearono un'atmosfera di sospetto intorno alla sua dottrina che influì anche sul riconoscimento ufficiale delle sue straordinarie ed esemplari qualità di cristiano.

Solo nel 1850 Pio IX ne approverà il culto, che già gli veniva tributato in Catalogna e nell'Ordine francescano.

Luglio

Nominativo                                                                                                                                              Ricorrenza

Sant'Elisabetta di Portogallo                                                                        4 Luglio

Ricorrenza:            4 Luglio
Nazionalità:         Portogallo
Anno di Nascita:   4 gennaio 1271
Anno della Morte: 4 luglio 1336

in portoghese Santa Isabel de Aragão) (Saragozza, 4 gennaio 1271; † Estremoz, 4 luglio 1336) è stata una religiosa portoghese. Regnò sul Portogallo e sull'Algarve dal 1282 al 1325. Fu canonizzata nel 1625. È venerata come santa dalla Chiesa cattolica, che la descrive del Portogallo, e più conosciuta in Portogallo con il nome di Isabella di Aragona, è tutt'ora una delle sante più venerate.
Non va confusa con Elisabetta d'Ungheria, che era una sua prozia, anch'essa francescana e protettrice dell'Ordine Francescano Secolare..



Biografia:

Figlia del re di Aragona Pietro III di Aragona e della regina Costanza di Hohenstaufen, nacque a Saragozza in Aragona nel 1271. Andò in sposa nel 1282 al re Dionigi del Portogallo che notoriamente è descritto avesse pessimo carattere. Sopportò con cristiana pazienza il difficile carattere del marito, le sue prepotenze e le sue infedeltà. Ebbero due figli: la principessa Costanza ed il figlio Alfonso. Oltre le difficoltà caratteriali del sovrano marito, dovette successivamente affrontare anche il comportamento ribelle del figlio maschio, Alfonso IV del Portogallo.

La tradizione la descrive come ella fu spesso esempio di carità cristiana, rivolgendo particolare attenzione ai malati di Lisbona, e prodigandosi per pacificare le contese.

La sua carità cristiana la spinse ad occuparsi con dedizione anche dei figli illegittimi del marito, e assistette quest'ultimo gravemente malato fino alla sua morte; tanto fece che l'affettuosa dedizione della moglie pare ne favorì la conversione in extremis al cattolicesimo. La descrizione delle sue opere venne assunta come prova dell'efficacia della sua testimonianza cristiana e condotta di vita, cosa che ne favorì la canonizzazione.

Morto il marito nel 1325 donò la corona al Santuario di Compostela, dove fece pellegrinaggio, e lasciò quasi tutti i suoi averi ai poveri e ai conventi; entrò poi dopo essersi fatta francescana del terzo ordine, nel monastero delle clarisse a Coimbra, monastero da lei stessa fatto erigere. Uscì da questo una sola volta nell'inutile tentativo di pacificare i dissidi tra suo figlio Alfonso IV e il di lui genero.

Morì a Estremoz nel 1336.

Venerazione

Coimbra (Portogallo), Convento di Santa Clara-a-Nova, Tomba della SantaIl suo corpo fu riportato al monastero di Coimbra nel 1612 e, durante l'esumazione lo si trovò incorrotto; fu chiesta quindi la canonizzazione. Già nei primi tempi dopo la morte c’erano pellegrinaggi di fedeli alla sua tomba e circolavano voci di presunti "miracoli". Finché, nel 1625, papa Urbano VIII celebrò la solenne canonizzazione in Roma.

Sant'Antonino Fantosati                                                                              7 Luglio

Ricorrenza:            7 Luglio
Nazionalità:         Italia
Anno di Nascita:   16 ottobre 1842
Anno della Morte: 7 luglio 1900

Sant'Antonino Fantosati, al secolo Antonio Sante Agostino (Trevi, 16 ottobre 1842; † 7 luglio 1900) è stato un vescovo, missionario e martire italiano, religioso dell'Ordine dei Frati Minori che, ordinato sacerdote, divenne missionarioin Cina, ove fu vescovo dell'Hunan meridionale. Morì ucciso dai rivoltosi durante una sommossa xenofoba; è venerato dalla Chiesa cattolica come santo e martire.



Biografia:

Vestendo l'abito dei frati Minori e cambiando il nome in quello di Antonino, compì l'anno di noviziato presso il convento di Santa Maria della Spineta, frazione di Fratta Todina. Venne consacrato sacerdote a Carpineto Romano il 13 giugno1865, avendo come padrino il conte Giovanni Battista Pecci, fratello del cardinale Gioacchino, ancora per alcuni anni arcivescovo in Perugia, prima di essere eletto Papa col nome di Leone XIII. Il legame di padre Antonino Fantosati e la famiglia Pecci, compreso Papa Leone XIII, rimase anche dopo la sua partenza come missionario in Cina. Dopo un colloquio con padre Bernardino da Portogruaro, ministro generale dei frati Minori, partì missionario per la Cina, una terra di una lunga tradizione di presenza francescana, come dimostra la consacrazione nel 1310 circa di Giovanni da Montecorvino come primo arcivescovo dell'attuale Pechino. Assieme ad Antonino vi erano altri frati, tra i quali padre Elia Facchini, che moriranno martiri e verranno beatificati il 29 novembre 1946 da papa Pio XII e canonizzati da papa Giovanni Paolo II il 2 ottobre 2000.[1] Giunto ad Wuhan, capitale dell'Hubei, vestì abiti cinesi come segno di cordialità verso le persone che avrebbe incontrato; anche il nome venne cambiato, secondo la lingua locale, in Fan-hoae-te. Nel 1878 fu nominato amministratore apostolico dell'Alto Hubei e successivamente vicario apostolico dell'Hunan meridionale.

Chiamato dalla fiducia di Leone XIII a reggere la Chiesa del Hunan Meridionale, l'11 novembre 1892 fu consacrato vescovo e gli fu assegnata la sede titolare di Adraa. Dopo un viaggio di ritorno in Europa, durante il quale visitò diversi luoghi francescani, e tornato in Cina, la persecuzione caratterizzò i suoi ultimi anni. Il 7 luglio 1900 venne ucciso durante una sommossa, il suo corpo fu bruciato e le ceneri dispersi. Alcune reliquie - tra cui un frammento di osso donato dal venerabile padre Gabriele Allegra - sono conservate presso il Convento San Martino di Trevi.

San Francesco Fogolla                                                                                  9 Luglio

Ricorrenza:            9 Luglio
Nazionalità:         Italia
Anno di Nascita:   1524
Anno della Morte: 4 Aprile 1589

San Francesco Fogolla (Montereggio, 4 ottobre 1839; † Taiyuan, 9 luglio 1900) è stato un missionario, vescovo e martire italiano, decapitato in Cina per non aver rifiutato la fede in Cristo



Biografia:

Nacque a Montereggio nella Lunigiana nella diocesi di Pontremoli il 4 ottobre 1839. A 13 anni lasciò Montereggio per trasferirsi a Parma dove la famiglia aprì un negozio di alimentari. Il giovane, nei quotidiani contatti con i Frati Minori, iniziò a maturare la propria vocazione: nel 1856 entra nel convento di Montiano di Cesena a vent'anni emise i voti e venne ordinato sacerdote a Parma, il 19 settembre 1863, il 4 ottobre cantò la prima Messa.

Partì per l'Oriente nel 1866, e due anni dopo fu nominato missionario per la regione dello Shanxi, vivendo per 7 anni in una regione con solamente 1.500 cristiani. Nel 1877 ricevette la nomina a Vicario generale dello Shanxi. Nel 1897 fece ritorno in Italia con quattro seminaristi cinesi per all'Esposizione internazionale di Torino, organizzata dall'Associazione nazionale per soccorrere i missionari italiani animata dall'egittologo Ernesto Schiaparelli, lasciando il suo confratello Elia Facchini a responsabile della missione. Tornando poi in Cina fresco della nomina a vescovo avvenuta a Parigi il 24 agosto 1998.

Nel 1900 scoppiò la rivolta dei Boxer, e un funzionario reale fu inviato da Fogolla per invitarlo a rifiutare la fede cristiana, cosa che non fece, dando così il via ad una sanguinosa rivolta contro i cristiani, che culminò con la sua uccisione, insieme ad altri religiosi, per decapitazione, il 9 luglio dello stesso anno.

San Gregorio Maria Grassi                                                                          9 Luglio

Ricorrenza:            9 Luglio
Nazionalità:         Italia
Anno di Nascita:   13 dicembre 1833
Anno della Morte: 9 luglio 1900

San Gregorio Maria Grassi (Castellazzo Bormida, 13 dicembre 1833; † Taiyuan, 9 luglio 1900) è stato un vescovo, missionario e martire italiano della Cina.



Biografia:

Nacque il 13 dicembre 1833 a Castellazzo Bormida, da Giovan Battista Grassi e Paola Francesca Moccagatta, onesti borghesi e possidenti; al battesimo fu chiamato Pier Luigi. Ad 11 anni fece la Prima Comunione, facendo il piccolo chierichetto nel Santuario della Beata Vergine della Creta, molto venerata nella regione, ai piedi di questo altare, sentì sbocciargli la vocazione religiosa, poi un incontro con due frati francescani venuti in pellegrinaggio al santuario, gli fece prendere la decisione definitiva. Nel 1848 con il consenso dei genitori, a 15 anni entrò nel convento dei Frati Minori di Bologna; il 2 novembre dello stesso anno fu mandato a Montiano (Forlì) per il noviziato cambiando il nome di Pier Luigi in Gregorio Maria. Superato con forza e volontà il duro periodo del noviziato che in questo convento a sud di Cesena, era particolarmente rigido alla regola, Gregorio Maria fece la sua professione il 14 dicembre 1849.

Da Montiano passò a Parma e poi a Bologna per completare gli studi liceali e teologici; nell’agosto 1856 venne ordinato sacerdote. Sentendo in lui sempre più forte l’ideale missionario, ottenne dai superiori di andare a Roma al fiorente Collegio Francescano per le Missioni.

Nel 1861 con un drappello di missionari della sua congregazione e con la benedizione di papa Pio IX, partì per l’Estremo Oriente. A fine ottobre 1861 egli giunse alla meta assegnatagli, lo Scian-tong, accolto da un suo lontano parente il Vicario Apostolico Moccagatta anch'egli di Castellazzo. Ma non restò molto nello Scian-tong, perché ebbe la disposizione di spostarsi nella lontana provincia cinese dello Scianxi con capitale Taiyuan. Per la sua conoscenza del cinese gli fu dato l'incarico di rettore del seminario locale e confessore del numeroso orfanotrofio femminile, con la cura dei cristiani del circondario, cui si recava nelle feste principali per l'apostolato diretto.

Era particolarmente cultore del canto, che nelle modulazioni semplici dei cinesi, assumevano una struggente melodia, tutte le devozioni pubbliche in Cina sono accompagnate dal canto. Padre Gregorio Grassi trascorse i primi 12 anni, acquistando una preziosa esperienza dei luoghi e degli uomini, che sarà utilissima per la sua lunga carriera missionaria.

A 43 anni dopo la morte improvvisa di mons. Carnevale, coadiutore del Vicario Apostolico Moccagatta, molto anziano; padre Gregorio Maria Grassi fu scelto a succedergli e il 19 novembre 1876 venne consacrato vescovo titolare di Ortosia, con diritto di successione nello Shanxi, nella cattedrale di Taiyuan da parte del Vicario Apostolico di Pechino, che sostituì mons. Moccagatta gravemente ammalato.

Messosi subito all'opera, iniziò la visita pastorale nell'immenso territorio. Mentre si raccoglievano i frutti di questa fervorosa attività, la Cina nel 1878 fu colpita da una carestia a cui fece seguito una epidemia di peste e mons. Grassi fu uno dei primi ad essere colpito, mentre curava gli ammalati; stette sedici giorni fra la vita e la morte prima di riprendersi e scampare alla pestilenza.

Ripresasi dalla lunga convalescenza, si rimise in viaggio, prima sui "Monti Occidentali" poi alla Prefettura di Lu-ngan-fu; nel 1886 lo si trova al di là della Grande Muraglia, dappertutto visitando gli sperduti villaggi, ancora in preda alla miseria della passata carestia, confortando e confermando i cinesi cristiani che da tempo non vedevano un missionario, figuriamoci un vescovo.

La sua intensa, lunga attività missionaria è documentata dalla sua numerosa corrispondenza epistolare, dove racconta le conquiste apostoliche, la gioia delle conversioni, le tribolazioni subite, la consolazione di avere come collaboratori attivi missionari e buoni catechisti cinesi. Il 6 settembre 1891 moriva il venerando mons. Moccagatta e quindi tutta la responsabilità del Vicariato dello Shan-si ricadde su di lui; il suo impegno aumentò e furono costruite Scuole di ogni tipo, ampliate quelle esistenti, consolidò il Seminario indigeno; facilitò e progettò il primo convento francescano nel 1891 a Tong-eul-kon.

Nei suoi 40 anni di missione, edificò, riparò o abbellì circa 60 chiese ed oratori; cominciò la costruzione del grande ospedale a Taiyuan, demolito durante la persecuzione; curò l'accoglienza e la crescita di oltre 200 orfanelle da lui affidate alle Suore chiamate ad aiutarlo.

Il 27 giugno 1900, cominciarono a Taiyuan le avvisaglie della persecuzione operata dai Boxer, comandati dal sanguinario viceré Yü-sien e scatenata dall'imperatrice settantenne Tz-hsi; furono bruciate le case e la chiesa dei Protestanti, i quali essendo più ricchi, furono attaccati per primi. Nonostante qualche tentativo non riuscito, di mettere in salvo i seminaristi e qualche sacerdote più anziano, il viceré l'indomani fece trasferire l'Orfanotrofio in una pagoda buddista.

Il 5 luglio i due vescovi Grassi e Fogolla che lo coadiuvava, i missionari, le suore, i seminaristi e dieci fedeli domestici cristiani, furono condotti con dei carri, scortati dai mandarini e dai soldati, che in teoria dovevano proteggerli, in un edificio-albergo, in pratica una specie di prigione, dove rimasero fino al 9 luglio 1900, quando con un inganno, furono tutti trasportati nel cortile del tribunale di Taiyuan verso le quattro del pomeriggio e lì a colpi di sciabolate vennero tutti massacrati e molti decapitati, per ultime le suore; assieme a loro furono uccisi anche missionari protestanti.

I loro corpi mutilati furono poi ammassati in una fossa comune alle mura della città, presso la Grande Porta Orientale, dove rimasero per tre giorni, in pasto ai cani ed agli uccelli rapaci. Poi per paura di una pestilenza, furono sepolti alla rinfusa fuori le mura, assieme alle ossa anonime di mendicanti e giustiziati.

Santa Veronica Giuliani                                                                              9 Luglio

Ricorrenza:            9 Luglio
Nazionalità:         Italia
Anno di Nascita:   1524
Anno della Morte: 4 Aprile 1589

SSanta Veronica Giuliani, al secolo Orsola (Mercatello sul Metauro, 27 dicembre 1660; † Città di Castello, 9 luglio1727) è stata una religiosa e mistica italiana, una delle più grandi della storia. Ebbe numerose rivelazioni e ricevette le stimmate.



Biografia:

Nacque presso Urbino da Francesco e Benedetta Mancini, era l'ultima di sette sorelle, delle quali altre tre abbracceranno la vita monastica e fu battezzata con il nome di Orsola. All'età di sette anni perse la madre e si trasferì a Piacenza con il padre divenuto soprintendente alle dogane del ducato di Parma.

Nella fanciullezza, sentendo leggere la vita dei martiri, la santa concepì grande desiderio di patire per amore di Gesù.

Per amor di Dio, Orsola aveva compassione dei poveri ai quali donava generosamente quello di cui disponeva. Scriverà più tardi:

« Mi pareva di vedere nostro Signore, quando vedevo essi. »

Col passare degli anni crebbe in lei sempre più il desiderio di fare la prima Comunione. Supplicava Maria Santissima:

« Datemi cotesto vostro Figlio nel cuore!... io sento che non posso stare senza di Lui! »

Ricevette la Prima Comunione a Piacenza il 2 febbraio del 1670.

Il 17 luglio del 1677 entrò, diciassettenne, nel monastero di stretta clausura delle Cappuccine di Città di Castello assumendo il nome di Veronica e un anno dopo emise la solenne professione religiosa. Molte furono le grazie, i doni, i privilegi, le visioni, le estasi, i carismi singolari che Dio elargì incessantemente alla sua diletta. I fenomeni mistici che in lei si verificarono furono controllati a lungo e severamente dalle autorità competenti.

Dopo che Gesù elevò suor Veronica al suo mistico sposalizio, fu esaudita nella sua ardente brama di patire per Lui. In modo misterioso, ma reale e visibile, sperimentò a uno a uno tutti i martiri e gli oltraggi della sua Passione.

Nel 1694 divenne maestra delle novizie e ricevette nel capo l'impressione delle spine. Dopo tre anni, dove si alimentò solo a pane e acqua, il Venerdì Santo del 1697 le apparvero le stimmate e nel cuore ebbe impressi gli strumenti della Passione. Così ne descrisse l'avvenimento:

« In un istante io vidi uscire dalle Sue santissime piaghe cinque raggi risplendenti; e tutti vennero alla volta mia. Ed io vedevo questi raggi divenire come piccole fiamme. In quattro vi erano i chiodi; ed in una vi era la lancia, come d'oro, tutta infuocata: e mi passò il cuore, da banda a banda… e i chiodi passarono le mani e i piedi. Io sentii gran dolore; ma, nello stesso dolore, mi vedevo, mi sentivo tutta trasformata in Dio. (Diario, I, 897). »

Il vescovo di Città di Castello, al corrente dei fenomeni soprannaturali che avvenivano in suor Veronica, dopo un rapporto al Sant'Ufficio, ricevette istruzioni che applicò con la più grande severità. Accompagnato da sacerdoti sperimentati, si recò nel monastero e si convinse della realtà delle stimmate. Alcuni medici ne curarono le ferite per sei mesi. Dopo ogni medicazione le mettevano guanti alle mani muniti di sigilli. Ma le ferite, invece di guarire, s'ingrandivano di più .

La badessa ricevette dal vescovo ordini destinati a provare la pazienza, l'umiltà e l'obbedienza di Veronica. Le fu tolto l'ufficio di maestra delle novizie; fu dichiarata scaduta dal diritto di voto attivo e passivo; le fu proibita ogni relazione con le altre suore; colpita da interdetto non fu più ammessa all'ufficio in coro né alla santa Messa; fu privata persino della Comunione e per cinquanta giorni fu chiusa in una cella simile ad una prigione. Insomma, di proposito, fu trattata come una folle, una simulatrice e una bugiarda. Al termine di queste prove il vescovo così scriveva al Sant'Ufficio:

« Veronica obbedisce ai miei ordini nella maniera più esatta e non mostra, riguardo a questi duri trattamenti, il più leggero segno di tristezza, ma al contrario, una tranquillità indescrivibile e un umore gioioso.  »

Nel 1716 fu nominata badessa del monastero, e venne riconfermata in tale ruolo fino alla morte, avvenuta il 9 luglio 1727 dopo una dolorosa agonia durata 33 giorni. Le sue ultime parole furono:

« Ho trovato l'Amore, l'Amore si è lasciato vedere! Questa è la causa del mio patire. Ditelo a tutte, ditelo a tutte! »
(Summarium Beatificationis, p. 115-120)

Nel suo cuore verginale furono trovati scolpiti gli emblemi della passione così come li aveva descritti e persino disegnati per ordine del confessore. Il suo corpo è venerato sotto l'altare maggiore della chiesa delle Cappuccine in Città di Castello.

Opere

Veronica Giuliani produsse molte opere letterarie: lettere, relazioni autobiografiche, poesie.

Il Diario

Dal 1695 al 27 febbraio del 1727, nonostante la grandissima ripugnanza che provava, la santa scrisse in un Diario le fasi e le esperienze della sua vita interiore. La scrittura fluisce spontanea e continua, non vi sono cancellature o correzioni, né segni d'interpunzione o distribuzione della materia in capitoli o parti secondo un disegno prestabilito. Santa Veronica non volle comporre un'opera letteraria; anzi, fu obbligata a mettere per iscritto le sue esperienze dal suo confessorepadre Girolamo Bastianelli, religioso dei Filippini, in accordo con il vescovo diocesano Luca Antonio Eustachi. Riempì 21.000 pagine raccolte in 44 volumi, pubblicati dal 1895 al 1928 dal padre Luigi Pizzicarla S.J., con versioni in francese e spagnolo. 

San Francesco Solano                                                                                 14 Luglio

Ricorrenza:            14 Luglio
Nazionalità:         Spagna
Anno di Nascita:   10 marzo 1549
Anno della Morte: 14 luglio 1610

San Francesco (Francisco) Solano (Montilla, 10 marzo 1549; † Lima, 14 luglio 1610) è stato un sacerdote e missionario spagnolo appartenente all'Ordine dei Frati Minori.



Biografia:

Nacque a Montilla, appartenente alla diocesi di Cordova in Spagna. I suoi genitori, Matteo Sanchez Solano e Anna Jiménez erano di nobili origini.

All'età di vent'anni Francesco entrò a far parte dell'ordine francescano a Montilla e dopo la sua ordinazione, passati parecchi anni, fu inviato dai suoi superiori al convento di Arifazza come guida dei seminaristi.

Nel 1589 lasciò la Spagna alla volta del Nuovo Mondo e, approdato a Panamà, attraversò l'istmo e si imbarcò sul battello che doveva condurlo in Perù.

La sua faticosa missione nel Sud America durò più di vent'anni nei quali si distinse nell'evangelizzazione delle regioni del Tucuman e del Paraguay; il suo successo gli valse l'appellativo di Taumaturgo del Nuovo Mondo. Apprese i molti e complessi idiomi parlati dagli Indios in breve tempo; la leggenda racconta che spesso parlasse a tribù di lingua diversa utilizzando un unico linguaggio che veniva compreso da tutti.

Oltre ad occuparsi attivamente dell'opera di evangelizzazione, ricoprì la carica di rettore dei conventi del suo ordine in Tucuman e Paraguay e fu eletto successivamente Superiore del monastero francescano di Lima in Perù.

Nel 1610 mentre pregava a Truxillo dichiarò che una calamità avrebbe colpito quella città. Otto anni dopo fu distrutta da un terremoto e la maggior parte della popolazione morì a causa dei crolli. La sua morte fu causa di un generale sconforto tra i cattolici peruviani.

San Simone da Lipnica                                                                              18 Luglio

Ricorrenza:            18 Luglio
Nazionalità:         Polonia
Anno di Nascita:   1435
Anno della Morte: 18 luglio 1482

San Simone da Lipnica (Lipnica Murowana, 1435; † Cracovia, 18 luglio 1482) è stato un sacerdote polacco dell'ordine dei Frati Minori.



Biografia:

Nel 1454, terminata la scuola parrocchiale, si iscrisse all'accademia di Jagellonica a Cracovia. Durante quegli anni predicava in città San Giovanni da Capestrano; l'insegnamento del santo ebbe influenza decisiva sul giovane Simone, il quale gli chiese di essere ammesso al suo convento.

Su consiglio di San Giovanni, Simone terminò prima gli studi e, nel 1457, conseguì il baccellierato. Entrò, quindi, nel convento di San Bernardino dove, compiuti il noviziato e gli studi teologici, nel 1465 fu ordinato sacerdote.

Esercitò il sacerdozio dapprima nel convento di Cracovia; nel 1467, predicatore nel convento di Stradom, acquistò fama di insigne oratore, spiegando con acume i punti più difficili e controversi della Sacra Scrittura. Nel 1463 occupò l'ufficio di predicatore nella cattedrale di Wawel.

Nel 1478 fu eletto definitore di Cracovia, prese parte al Capitolo generale a Pavia, quindi si recò a Roma e poi in Terra Santa.

Nel luglio del 1482, a Cracovia, scoppiò un'epidemia di peste, che durò fino al 6 gennaio dell'anno seguente. Simone non abbandonò la città, prodigandosi nella cura dei fratelli sofferenti. La tradizione racconta che Simone offrì la sua vita a Dio per fare cessare la grave epidemia. Fu esaudito. Alla sua morte il morbo cessò. Morì a 47 anni il 18 luglio 1482, dopo sei giorni di malattia.

Il suo culto venne approvato da Innocenzo XI il 24 febbraio 1685.

La causa per la sua canonizzazione, ripresa da papa Pio XII il 25 giugno 1948, è giunta alla conclusione, in seguito al riconoscimento delle sue virtù eroiche e della guarigione prodigiosa di Maria Piątek, una donna di Cracovia, nel 1943 da embolia cerebrale e attribuita all’intercessione del Beato.[1] I rispettivi Decreti furono promulgati da papa Benedetto XVIil 19 dicembre 2005 e il 16 dicembre 2006. Lo stesso Papa lo ha canonizzato il 3 giugno 2007.

Beato Modestino di Gesù e Maria                                                               24 Luglio

Ricorrenza:            24 Luglio
Nazionalità:         Italia
Anno di Nascita:   5 settembre 1802
Anno della Morte: 24 luglio 1854

Beato Modestino di Gesù e Maria, al secolo Domenico Nicola Mazzarella (Frattamaggiore, 5 settembre 1802; †Napoli, 24 luglio 1854) è stato un religioso italiano, beatificato da papa Giovanni Paolo II il 29 gennaio 1995.



Biografia:

Il frate francescano Modestino di Gesù e Maria, al secolo Domenico Nicola Mazzarella, nacque a Frattamaggiore il 5 settembre 1802 nella modesta famiglia del funaio Nicola e della casalinga tessitrice di canapa Teresa Esposito. Padre Modestino era l'ultimo di sei figli.

Fin dall’infanzia il suo percorso spirituale si svolse nel segno tipico della religiosità e della devozione popolare della sua comunità paesana. Egli aveva circa 5 anni quando vide la via principale del paese riempirsi delle torme e del clamore suscitato dalla traslazione dei Santi Sossio e Severino dal monastero napoletano alla chiesa patronale frattese. Si racconta che fu talmente impressionato da quell’evento che iniziò subito a manifestare e a vivere il suo attaccamento per le cose della Chiesa. Partecipò con entusiasmo alla scuola parrocchiale e visitò quotidianamente l’effigie della Madonna del Buon Consiglio.

Durante una celebrazione ebbe modo di manifestare la sua vocazione religiosa al vescovo di Aversa Mons. Agostino Tommasi, in visita alla chiesa frattese. Data la ristrettezza dei mezzi economici della famiglia il vescovo provvide personalmente ad accoglierlo in Seminario facendogli svolgere l'ufficio di inserviente del capitolo del Duomo. Domenico Nicola svolse con zelo i suoi studi, ma si andò formando per lui un clima sfavorevole che, dopo la morte del vescovo Tommasi, assassinato nel 1821, lo costrinse a tornare al suo paese.

Nel 1822 frequentò il convento francescano alcantarino di Grumo Nevano intitolato a Santa Caterina e a San Pasquale. In quel luogo egli sperimentò la guida spirituale di padre Fortunato della Croce e di frate Modestino di Gesù e Maria da Ischia, il quale gli fece conoscere la famiglia francescana. Il giovane maturò così la scelta francescana, e nel novembre dello stesso anno entrò nel noviziato di Santa Maria Occorrevole di Piedimonte Matese, vestendo l'abito alcantarino e prendendo il nome di frate Modestino di Gesù e Maria, in onore del suo maestro grumese morto pochi mesi prima. Dopo gli studi di Teologia, il 22 dicembre del 1827 fu ordinato sacerdote nella Cattedrale di Aversa dal vescovo Francesco Saverio Durini. Si avviò, così, a vivere nella rigida diaspora francescana dei conventi alcantarini dell’area campana.

Come semplice frate fu nei conventi di Grumo Nevano, di Marcianise e di Portici; fu poi guardiano nei conventi di Mirabella Eclano e di Pignataro Maggiore. Dal 1837 operò a Napoli, prima nel convento di Santa Lucia al Monte e poi in quello del popolare quartiere della Sanità.

Come confessore frequentò carceri ed ospedali. Con sè recava sempre l'immagine della Madonna del Buon Consiglio ed era molto amato dal popolo che lo chiamava in dialetto Gesùcristiello (piccolo Cristo). Con l'arcivescovo di Napoli, il cardinale Sisto Riario Sforza, condivise molte iniziative spirituali, ebbe un grande credito morale presso il re Ferdinando II, e del papa Pio IX fu personale confidente.

Godendo della fiducia del Re di Napoli che lo ebbe spesso a corte, padre Modestino fu nominato nel 1853 elemosiniere della principessa Gianuaria per beneficare i poveri del regno.

Quando nel 1854 la città fu colpita dal colera, come sempre aveva fatto, egli continuò a recarsi dagli ammalati per portare conforto e preghiera, e finì per ammalarsi egli stesso. Si spense il 24 luglio del 1854 e fu sepolto nelle catacombe di San Gaudioso situate nella basilica di Santa Maria della Sanità.

La sua tomba stette in quel luogo sotterraneo fino al 1901; oggi essa è posta all'interno della chiesa nella Cappella laterale all’atrio delle stesse catacombe, ed è meta di un continuo pellegrinaggio.

Beato Pietro da Mogliano                                                                            25 Luglio

Ricorrenza:            25 Luglio
Nazionalità:         Italia
Anno di Nascita:   1435
Anno della Morte: 25 luglio 1490
Beato Pietro da Mogliano (Mogliano, 1435; † Camerino, 25 luglio 1490) è stato un religioso e missionario italiano. La tradizione vuole che appartenesse alla famiglia dei Corradini. A 13 anni ebbe la visione «che tutto el mondo ruinasse e sprofondasse» e fosse salvato da un frate «piccoletto assai», forse Francesco, ma entrò nell'ordine dell'Assisano, tra i Frati Minori Osservanti, solo nel 1460.



Biografia:

Studiò diritto all'Università di Perugia con l'intento di abbracciare la carriera forense, ma appena venticinquenne rimase affascinato dal predicatore francescano, padre beato Domenico da Leonessa con il quale, anni dopo, pacificò le contese tra Ascoli, Fermo e Offida.  Dopo un periodo di riflessione, decise di seguire la vita di povertà e d'apostolato proposta dai Francescani. Vestì l'abito di San Francesco nel 1467 nell'Eremo delle Carceriad Assisi.

Ordinato sacerdote si dette alla predicazione nelle principali città dell'Italia Centrale, con grande impegno e fervore, e per vario tempo fu compagno di San Giacomo della Marca.

A Camerino, dove si era recato per la predicazione, incontrò e divenne amico del signore di Camerino, Giulio Cesare da Varano, che aveva una figlia, Camilla Battista, clarissa del monastero della città. Tra le due persone spirituali si instaurò subito un legame profondo tanto che fu proprio Camilla a scrivere la prima biografia di Pietro.Santa Chiara d'Assisi appare a santa Camilla Battista da Varano e al beato Pietro da MoglianoLa vita di Pietro fu densa di incarichi importanti, egli fu predicatore nell'isola di Creta, tre volte ministro provinciale dei Francescani delle Marche, una volta ministro provinciale a Roma. Predicò anche la crociata contro i turchi ottomani.

Si ammalò il 2 luglio 1490 e cessò di vivere nella notte tra il 24 e il 25 dello stesso mese ed anno mormorando il nome di Gesù e Maria.

San Leopoldo Mandic                                                                                 30 Luglio

Ricorrenza:            30 Luglio
Nazionalità:         Croazia
Anno di Nascita:   12 maggio 1866
Anno della Morte: 30 luglio 1942
Castelnovo di Cattaro (Croazia), 12 maggio 1866 - Padova, 30 luglio 1942
A Padova, san Leopoldo (Bogdano) da Castronuovo Mandic, sacerdote dell’Ordine dei Frati Minori Cappuccini, che arse di zelo per l’unità dei cristiani e dedicò tutta la vita al ministero della riconciliazione. 

Nato il 12 maggio 1866 a Castelnuovo, nella Dalmazia meridionale, a sedici anni entra tra i Cappuccini di Venezia. Piccolo di statura, curvo e malfermo di salute, è uno dei santi più recenti della Chiesa cattolica. Entrato tra i Cappuccini, collabora alla riunificazione con la Chiesa ortodossa. Questo suo desiderio però non si realizza, perché nei monasteri dove viene assegnato gli vengono affidati altri incarichi. Si dedica soprattutto al ministero della Confessione e in particolare a confessare altri sacerdoti. Dal 1906 svolge questo compito a Padova. È apprezzato per la sua straordinaria mitezza. La sua salute man mano si deteriora, ma fino a quando gli è possibile non cessa di assolvere in nome di Dio e di indirizzare parole di incoraggiamento a quanti lo accostano. Muore il 30 luglio 1942. La sua tomba, aperta dopo ventiquattro anni, ne rivela il corpo completamente intatto. Paolo VI lo ha beatificato nel 1976. Giovanni Paolo II, infine, lo ha canonizzato nel 1983



Biografia:

Alto un metro e quaranta, artrite alle mani, difficoltà nel parlare, occhi arrossati: davvero un poveretto da compatire. Ma il medico Enrico Rubartelli, suo amico, lo vede come un capo, "assediato, seguito e invocato da folle di tutti i ceti" a Padova. A più di 50 anni dalla morte, altri lo invocano nel suo santuario padovano con la tomba. E gli scrivono, come a un vivo: i loro messaggi riempiono ormai centinaia di migliaia di pagine.
E’ nato alle Bocche di Cattaro, terra dalmata sotto gli Asburgo. Battezzato col nome di Bogdan, entra sedicenne nel seminario cappuccino di Udine, poi è novizio a Bassano diventando fra Leopoldo, pronuncia i voti e nel 1890 è sacerdote, con un sogno preciso: spendere la vita per riconciliare con Roma i cristiani orientali separati. Il più piccolo frate dell’intero Ordine cappuccino cammina tra i primissimi sul sentiero dell’ecumenismo. Vuole andare in Oriente, e per due volte crede di fare il primo passo, quando lo mandano a Zara e a Capodistria. Ma nella guerra del 1915-18, essendo croato (ossia “suddito nemico”), deve risiedere nel Meridione d’Italia. Confessore a Padova, comincerà presto a essere “assediato”, ma nel 1923 lo destinano a Fiume, come confessore dei cattolici slavi. E la missione in Oriente sembra farsi realtà. Ma interviene il vescovo di Padova, il grande Elia Dalla Costa, e dice ai Cappuccini: "La partenza di padre Leopoldo ha destato in tutta la città un senso di amarezza e di vero sconcerto". Insomma, i padovani non ci stanno. E riescono a recuperare il piccolo confessore, che passa giorni e anni in una celletta ascoltando ogni fallimento e riaccendendo ogni speranza. E anche lui capisce: "Il mio Oriente è qui, è Padova".
Il gigante della confessione. E anche il martire, perché vi brucia tutte le sue energie, ricco di compassione per tanta gente che impara da lui a conoscersi e a riprendere fiducia. Lui però non è un tipo bonario per naturale tranquillità. Al contrario, è bellicoso e capace d’infiammarsi in scatti aspri e inattesi, come il suo compatriota san Gerolamo. E, come lui, infatti, chiede al Signore il dono della calma: "Abbi pietà di me che sono dàlmata!".
Sembra impossibile che resista, sempre più fragile, a questo genere di vita, inasprito da preghiere, penitenze, digiuni. Ed è anche vecchio: "Ma la verità non invecchia", usa ripetere; e quando nel 1942 lo portano in ospedale trova modo di confessare anche lì. Gli riscontrano però un tumore all’esofago. Torna allora in convento e muore il 30 luglio 1942, dopo aver tentato ancora di vestirsi per la Messa. E via via, come ha detto Paolo VI beatificandolo nel 1976, "la vox populi sulle sue virtù, invece che placarsi col passare del tempo, si è fatta più insistente, più documentata e più sicura". 
E Giovanni Paolo II, nel 1983, ha collocato padre Leopoldo tra i santi.

Agosto

Nominativo                                                                                                                                               Ricorrenza

Beato Enrico Giuseppe Krzysztofik                                                              4 Agosto

Ricorrenza:            4 Agosto
Nazionalità:         Polacco
Anno di Nascita:   22 marzo 1908
Anno della Morte: 4 agosto 1942

Beato Enrico Krzysztofik, al secolo Giuseppe (Jozef) (Zachorzew, 22 marzo 1908; † Dachau, 4 agosto 1942) è stato un presbitero e martire polacco torturato e ucciso per la fede cattolica nel campo di concentramento nazista di Dachau.



Biografia:

Nacque il 22 marzo 1908 in un villaggio polacco e al battesimo gli venne dato il nome Giuseppe, che cambiò in Enrico entrando tra i Cappuccini. Studiò filosofia in Olanda e teologia a Roma, fino all'ordinazione sacerdotale del 1933, ma a Roma si fermò ancora altri due anni per conseguire la licenza in teologia. Tornato in Polonia, da prima fu insegnante e poi rettore del seminario nel convento di Lublino.

Il 25 gennaio 1940 la Gestapo tedesca arrestò 23 cappuccini del convento di Lublino tra cui fra' Enrico Krzysztofik. Durante la prigionia Enrico fu premuroso con tutti. Fece in modo che all'alba fosse celebrata la Messa. Il 18 giugno 1940fu tradotto, insieme ai confratelli, al campo di concentramento di Sachsenhausen, poi a Dachau. Pur essendo di debole salute nella vita del campo non si risparmiò mai, sempre solerte nel sostenere i più deboli e gli anziani. Nel luglio del 1941 fu consegnato all'ospedale del campo. Di là scrisse un messaggio segreto ai suoi allievi:

« Cari fratelli! Sono paurosamente dimagrito perché disidratato. Peso 35 chili. Sono disteso sul letto come sulla croce insieme a Cristo. E mi è grato essere e soffrire con Lui. Prego per voi e offro a Dio queste mie sofferenze per voi »

Morì il 4 agosto 1942.

Beata Maria Francesca di Gesù                                                                   6 Agosto

Ricorrenza:            6 Agosto
Nazionalità:         Italia
Anno di Nascita:   1524
Anno della Morte: 4 Aprile 1589

Madre Beata Maria Francesca di Gesù Rubatto, al secolo Francesca Maria (Carmagnola, 14 febbraio 1844; †Montevideo, 6 agosto 1904) è stata una religiosa, missionaria e fondatrice italiana dell'Istituto delle Suore Terziarie Cappuccine



Biografia:

Francesca Maria nacque il 14 febbraio 1844 a Carmagnola, un fiorente centro agricolo commerciale non lontano da Torino.

La morte di fratellini e sorelline, a causa della diffusa mortalità infantile, e la perdita dei genitori determinarono il suo trasferimento a Torino all'età di 19 anni, dove fu collaboratrice, dama di compagnia e consigliera per l'amministrazione dell'ingente patrimonio della nobildonna Marianna Costa Scoffone. A Torino ebbe come direttori spirituali prima padreFelice Carpignano, poi il canonico Bartolomeo Giuganino.

Nell'estate del 1883 si recò insieme alla sorella Maddalena a Loano, nella riviera ligure di Ponente, per la cura dei bagni; lì cominciò a frequentare la chiesa dei Cappuccini. Uscendo di chiesa, in un mattino d’agosto, si imbatté in un giovane operaio ferito alla testa da una pietra caduta dai ponti di un edificio in costruzione: soccorse il giovane, lavò e medicò la ferita e, consegnandogli lo stipendio pari a due giornate di lavoro, lo mandò a casa perché potesse riposarsi. In seguito a questo episodio fu invitata a far parte della comunità religiosa femminile alla quale era destinata la costruzione, un piccolo nucleo di giovani che iniziavano la vita comunitaria come terziarie cappuccine per richiesta di Maria Elice, coadiuvata da padre Angelico.

Il noviziato ebbe inizio il 23 gennaio 1885 e Anna Maria prese il nome di suor Maria Francesca di Gesù: era caratterizzato da preghiera, penitenza e povertà, con la protezione del vescovo di Albenga monsignor Filippo Allegro.

La prima professione di madre Francesca e delle sue prime compagne avvenne il File:17 settembre 1886, festa delle stigmate di San Francesco.

Rivelò doti di organizzatrice di opere di bene, incurante di ogni pregiudizio e condizionamento puramente umano, con orientamento verso i più poveri per evangelizzarli attraverso le opere di carità. Si recava tra i pescatori e li istruiva nella dottrina cristiana fino a far loro ricevere i Sacramenti.

Sotto la sua guida vennero aperte in vent'anni venti casi in Italia e in America Latina. Il 13 marzo del 1900 ad Alto Alegre un gruppo di indios armati di archi e frecce, di bastoni e di fucili, diedero assalto alla comunità sterminandola insieme ai cristiani del villaggio, con 261 morti accertati. All'arrivo a Genova il 22 marzo del telegramma che riferiva del massacro, spalancò le braccia verso il cielo, e congiungendo le mani esclamò:

« Sia fatta la volontà di Dio. »

Poi svenne dal dolore. Appena ripresasi aggiunse:

« Perché non mi avete fatto martire con queste mie figlie?... Perché non ne ero degna. »

Si trasferì come missionaria in Uruguay presso gli indios e morì il 6 agosto del 1904 a Montevideo dopo essersi ammalata di cancro. La sua salma fu sepolta a Montevideo, come chiese nel suo testamento, nella prima casa aperta nel nuovo continente.

Beato Marco d'Aviano                                                                               13 Agosto

Ricorrenza:            13 Agosto
Nazionalità:         Italia
Anno di Nascita:   17 novembre 1631
Anno della Morte: 13 agosto 1699

Beato Marco d'Aviano Cristofori, al secolo Carlo Domenico (Aviano, 17 novembre 1631; † Vienna, 13 agosto 1699) è stato un presbitero e predicatore italiano.



Biografia:

Nato da Marco Pasquale Cristofori e da Rosa Zanoni, appartenenti alla ricca borghesia locale, ebbe la prima formazione scolastica e spirituale ad Aviano per poi frequentare, negli anni fra il 1643 e il 1647, il Collegium gesuita di Gorizia.

Il clima epico che si viveva in Veneto in quegli anni a causa della guerra di Candia ebbe un'influenza decisiva sulla vita del giovane. Animato dal desiderio di rendersi utile sui luoghi dell'Assedio di Candia e disposto a versare il suo sangue per la difesa della fede, lasciò Gorizia e arrivò a Capodistria dove, in attesa di imbarcarsi su una nave della Repubblica di Venezia, chiese ospitalità al locale convento dei cappuccini. Durante il suo breve soggiorno nel convento, prese la decisione di abbandonare la vita secolare e di entrare nel noviziato. Nel settembre 1648 venne accolto come novizio nel convento di Conegliano e dopo un anno, il 21 novembre 1649, pronunciò i voti prendendo il nome di Marco d'Aviano.

Dopo aver proseguito gli studi di teologia e di filosofia, il 18 settembre 1655 fu ordinato presbitero a Chioggia e ottenne nel 1664 la patente di predicazione. Ricevette due incarichi come superiore nei conventi di Belluno (1672) e Oderzo (1674) per poi dedicarsi completamente all'attività di predicatore, attirando i fedeli grazie alle sue notevoli capacità oratorie. L'8 settembre 1676, invitato a predicare a Padova presso il monastero di San Prosdocimo, benedisse Vincenza Francesconi, una religiosa da molti anni gravemente ammalata. La sua improvvisa guarigione, unita anche ad altri episodi analoghi avvenuti nello stesso periodo a Venezia, resero celebre frate Marco, cui venivano ormai attribuite doti taumaturgiche.


L'incontro con Leopoldo I

Guarì da una lunga malattia il duca Carlo V di Lorena, comandante dell'esercito dell'Imperatore del Sacro Romano Impero. La sua fama, quindi, giunse anche alle orecchie di Leopoldo I, che lo invitò a corte. Nel settembre 1680 a Linzavvenne il primo incontro fra Marco e l'Imperatore. Tra i due nacque una profonda relazione spirituale, e Marco approdò a Vienna come confessore e consigliere di Leopoldo I, rimanendo fino alla sua morte un amico, un padre spirituale e un confidente per qualsiasi problema familiare, politico, economico, militare o religioso.

Tra i due personaggi esisteva una profonda complementarità di caratteri: all'indecisione e alla timidezza di Leopoldo si contrapponeva la sicurezza e il coraggio di Marco, che seppe dargli validi consigli sia per le questioni di fede e di coscienza, sia per i problemi relativi all'esercizio del potere.

La "missione impossibile" affidatagli dal Papa nella Chiesa dei Cappuccini a ViennaNel 1683 Papa Innocenzo XI affidò a Marco un incarico diplomatico molto delicato: ricreare la Lega Santa delle nazioni cristiane. L'espansione dell'Impero Ottomano procedeva in Europa senza freni: in quell'anno i turchi conquistarono Belgrado. Vienna, dal canto suo, non aveva mai potenziato il suo confine orientale, che restava pericolosamente sguarnito. I turchi, dopo aver invaso l'Ungheria, avanzarono verso Vienna proprio da oriente.

Padre Marco, nel frattempo, era riuscito nella missione di coalizzare le potenze cristiane, superando i dissidi esistenti al loro interno. Le sue perorazioni e le sue amicizie con i potenti avevano indotto i regni di Spagna, Portogallo, Polonia e le Repubbliche di Firenze, Genova e Venezia a inviare aiuti e cospicui contingenti militari.

Il frate cappuccino non poté invece fare nulla presso la corte francese: Luigi XIV, che pure si vantava del titolo di "Re cristianissimo", si tenne alla larga dall'alleanza, anzi cercò di farla fallire nella speranza che la probabile sconfitta dell'Austria ad opera dei Turchi potesse accrescere il prestigio della Francia in Europa. Nonostante ciò molti francesi si armarono e raggiunsero Vienna come volontari.


L'unico sovrano ad aderire in persona fu il re di Polonia, Giovanni III. Marco faticò non poco a convincerlo data la rivalità, e antipatia personale, esistente tra Giovanni e Leopoldo d'Asburgo.


Giovanni si mosse verso Vienna alla testa della cavalleria polacca. Non era ancora stato scelto il comandante supremo dell'esercito cristiano. Per lignaggio, sarebbe spettato all'imperatore. Ma questo avrebbe significato la defezione di Giovanni. Padre Marco, compiendo un vero capolavoro diplomatico, convinse Leopoldo a rimanere fuori dalla scena. In linea gerarchica, il comando dell'esercito dell'imperatore spettava al duca Carlo V di Lorena, che era un devoto di Padre Marco. Per cui fu facile persuaderlo ad accettare di sottoporsi agli ordini del re di Polonia.

L'assedio di Vienna era cominciato il 14 luglio 1683. L'8 settembre le armate cristiane erano pronte a ingaggiare battaglia con i turchi. Padre Marco celebrò la Messa nel campo allestito sul Kahlenberg (Monte Calvo), la collina che sovrasta Vienna. Al suo fianco, sull'altare, erano Giovanni III e Carlo di Lorena. Terminato il rito, il frate tenne uno dei suoi più fervidi sermoni, in quel misto di italiano, latino e tedesco, caratteristico delle sue prediche.

La Battaglia di Vienna si svolse il 12 settembre, e si concluse con la vittoria della Lega Santa e la ritirata dell'esercito turco. Papa Innocenzo XI proclamò la giornata "Festa del Santissimo Nome di Maria", poi inviò la sua benedizione a padre Marco.


Il frate non ebbe altre ricompense.

A Vienna padre Marco fu il personaggio più festeggiato. Attorno alla sua figura cominciarono a nascere storie di miracoli e prodigi.

L'anno dopo Marco ricevette un'altra chiamata dal Papa. Innocenzo XI voleva che i sovrani europei si coalizzassero per cacciare, questa volta definitivamente, gli ottomani dall'Europa. Marco si adoperò per coordinare l'alleanza cristiana contro l'Islam. La sua popolarità era enorme, e così la sua autorevolezza[3]. Il frate cappuccino partecipò assieme ai comandanti militari alla pianificazione dell'attacco.

Il primo obiettivo raggiunto fu la riconquista di Buda (l'attuale Budapest), avvenuta nel 1685. Marco era immancabilmente presente.

Nel 1689 morì Papa Innocenzo XI. A Vienna i consiglieri dell'Imperatore si mostrarono disponibili a trattare la pace con i turchi. Il risultato fu che l'avanzata cristiana si fermò. Per otto lunghi anni il fronte non oltrepassò i confini dell'Ungheria.

Solo nel 1697 l'avanzata riprese, grazie al duca Eugenio di Savoia, che conseguì la vittoria definitiva contro l'esercito turco sul fiume Tibisco (Serbia), nei pressi di Zenta. La pace venne firmata il 26 gennaio 1699 a Carlowitz.

Il 13 agosto dello stesso anno, assistito personalmente dall'imperatore e dalla moglie Eleonora, morì padre Marco. Per permettere alla numerosa popolazione, accorsa da ogni dove, di rendere l'ultimo saluto al cappuccino, il sovrano diede ordine che le esequie si celebrassero il 17 agosto, e che il frate venisse seppellito in una tomba separata dagli altri confratelli. Quattro anni dopo le spoglie di Marco d'Aviano, anche in previsione di una causa di beatificazione, furono spostate all'interno della Chiesa dei Cappuccini di Vienna, dove si trovano ancor oggi, nello stesso edificio che ospita la Cripta Imperiale.

Beato Alberto da Sarteano                                                                         15 Agosto

Ricorrenza:            15 Agosto
Nazionalità:         Italia
Anno di Nascita:   1385
Anno della Morte: 15 agosto 1450

Beato Alberto da Sarteano Berdini (Sarteano, 1385; † Milano, 15 agosto 1450) è stato un presbitero, predicatore e diplomatico italiano. Annoverato tra i luminari dell'Ordine, insieme con san Bernardino da Siena, Giovanni da Capestranoe Giacomo della Marca, Alberto da Sarteano viene venerato come beato entro l'Ordine francescano dei minori osservanti al quale egli appartenne.



Biografia:

Alberto di Sarteano nacque nel 1385 dalla famiglia Berdini, nel 1405 si fece frate minore, nel 1415 passò fra gli osservanti. Nel 1422 seguì a Verona i corsi dell'umanista Guarino Veronese, ch'era stato già prima suo maestro, e divenne uno dei religiosi più dotti dell'Osservanza.

Fu seguace di Bernardino da Siena, cominciò la predicazione a Modena e poi in Toscana, e fu con lui uno dei più efficaci predicatori del tempo.

Nel 1434 Papa Eugenio IV lo inviò in Oriente per trattare dell'unione dei Greci con Roma, e nel 1435 era a Gerusalemme. Ritornò in Italia nel 1438, insieme con gli orientali che venivano per il concilio di Firenze; frate Alberto, che conosceva il greco, servì loro d'interprete.

Nell'agosto del 1439, fu incaricato da Papa Eugenio di trattare l'unione coi le Chiese scismatiche dei Siri giacobiti, d'Etiopia e dei Copti. Probabilmente agli inizi del 1440 Alberto da Sarteano iniziò la sua seconda missione in Oriente, recandosi dapprima a Gerusalemme: qui s'incontrò con Nicodemo, l'abate della comunità etiopica di Gerusalemme, che accettò di inviare suoi rappresentanti a Firenze. Da Gerusalemme si recò al Cairo, dove trattò con Filoteo I, patriarcamelchita di Alessandria, e con Giovanni XI, patriarca copto, e poté anche incontrarsi con il patriarca armeno Gregorio, che visitava allora le comunità armene di Palestina ed Egitto, questi scrisse il 4 settembre 1440 a Papa Eugenio IV, accettando l'unione che era stata proclamata al concilio di Firenze con bolla[2] del 22 novembre 1439. Il patriarca copto accettò di mandare a Firenze una sua delegazione di cui fu capo Andrea, abate del monastero di sant'Antonio d'Egitto[3]. Alberto da Sarteano non poté però proseguire la sua missione in Etiopia e in India per il divieto del sultano d'Egitto Ǧaqmaq. Dei risultati della sua missione al Cairo diede notizia al Papa, prima, mandando in Italia, come suo messo, frate Domenico da Siena, e poi, partito a sua volta dall'Egitto, con una lettera da Rodi del 10 dicembre 1440.

Nel 1441 sbarcò ad Ancona con Andrea, abate del monastero di sant'Antonio d'Egitto, che veniva a nome del suo patriarca a sanzionare la sua unione con la Chiesa latina. Il 26 agosto di quell'anno la delegazione copta ed etiope giunse a Firenze accompagnata da frate Alberto. Il 31 agosto la delegazione copta fu solennemente ricevuta dal Papa Eugenio IV in santa Maria Novella; ed il 2 settembre fu la volta degli Etiopi. Entrambe le delegazioni furono presentate al pontefice dal Berdini.

Nel settembre del 1441, insieme con san Bernardino da Siena, fu inviato dal pontefice a rappacificare i Senesi con la Santa Sede. Nel giugno del 1442 fu eletto quasi all'unanimità, sebbene la carica fosse di norma attribuita a conventuali, ministro della provincia veneta, elezione confermata dal papa il 17 luglio 1442. Il 18 luglio dello stesso anno Eugenio IV lo fece vicario generale dell'intero Ordine francescano nelle sue nuove funzioni cominciò a restaurare l'antica disciplina, specie per quanto riguardava l'osservanza della povertà, come stanno a dimostrare varie alienazioni di beni immobili di conventi, da lui imposte; non poté tuttavia proseguire la sua opera alla guida dell'Ordine perché il tumultuoso capitolo generale tenutosi a Padova l'8 giugno 1443 portò all'elezione del candidato di Filippo Maria Visconti, Antonio Rusconi di Como. Con lettere del 28 maggio 1443 fu nominato dal pontefice insieme a san Giacomo della Marca executor et nuncius, nel territorio del patriarcato di Aquileia, delle disposizioni prese per la crociata bandita allora contro i Turchi. Nel 1444 si recò a Brescia dove si incontrò con Francesco Barbaro; e nel 1446 il marchese di Ferrara Lionello d'Este lo chiamava a predicare nella sua città, dove egli ebbe la gioia di rivedere il Guarino suo maestro. L'anno dopo si ritirò a Milano, allora assediata da Francesco Sforza, ed in Milano morì il 15 agosto 1450 nel convento francescano di sant'Angelo

Santa Beatrice de Silva Meneses                                                                 17 Agosto

Ricorrenza:            17 Agosto
Nazionalità:         Spagna
Anno di Nascita:   1426
Anno della Morte: 9 agosto 1492

Santa Beatrice de Silva Meneses (Ceuta, 1426; † Toledo, 9 agosto 1492) è stata una religiosa portoghese, fondatricedell'Ordine delle Monache Concezioniste francescane.



Biografia:

Beatrice nacque con tutta probabilità nel 1426 a Ceuta, sulle sponde dell'Africa settentrionale, allora sotto il dominio del re di Portogallo, Giovanni di Aviz. Suo padre, Dom Ruy Gomes da Silva, combatté, per la conquista della suddetta città avvenuta nel 1415, con tanto valore che il capitano della piazza, Dom Pedro de Meneses, lo ricompensò dandogli in sposa la propria figlia, Isabella, che era imparentata con le case regali di Spagna e Portogallo[2].

Dalla loro unione nacquero undici figli i quali furono cresciuti ed educati con cura specialmente dalla madre. Oltre a Beatrice si distinse per santità di vita anche il fratello Amedeo, il quale, dopo aver combattuto contro i mori rimato gravemente ferito, si ritirò dal 1442 al 1452 nel convento degli eremiti di san Girolamo a Guadalupe, e quindi nel convento di Assisi. Accolto tra i francescani, nel 1456 entrò nel convento di Milano, dove condusse vita eremitica. Amato e ammirato da tutti, venne inviato da Bianca Maria Sforza come legato straordinario presso Papa Pio II per risolvere alcune questioni riguardanti lo stato di Milano e i francescani. Diversi confratelli, animati dal suo esempio di vita austera, si misero sotto la sua direzione e diedero origine a quella riforma che fu detta degli Amedeisti [2].

Nel 1433 il padre di Beatrice si trasferì con tutta la famiglia in Portogallo come governatore della città di Campo Mayor, nel distretto di Portalegre. La santa vi trascorse la sua fanciullezza e parte della giovinezza coltivando una grande devozione alla Vergine Maria e conservandosi casta in mezzo a una nobiltà non sempre di onesti costumi. Quando Isabella, figlia del re Giovanni di Aviz, andò sposa a Giovanni II, vedovo re di Castiglia, volle che Beatrice da Silva, sua parente, figurasse tra le dame della sua corte 1447, essendole molto affezionata per le virtù, l'avvenenza e l'intelligenza che possedeva. Da questo matrimonio nacque Isabella la Cattolica, erede di Castiglia, la quale più tardi andò sposa a Ferdinando, erede di Aragona, dando così origine all'unificazione della Spagna [2].

Alla corte di Tordesillas l'avvenente Beatrice, ormai maggiorenne, trovò più spine che rose. Diversi nobili e cavalieri se ne invaghirono e cercarono in tutti i modi di farla propria sposa suscitando contese e risse. Pare che neppure il re le nascondesse le sue simpatie. La regina ne rimase oltremodo irritata. Accecata dalla gelosia, una notte decise di togliere Beatrice di mezzo facendola rinchiudere in un cassone di legno. Credendosi condannata a morirvi di fame e di sete, la santa si rivolse con una fervente preghiera alla purissima Madre di Dio che fin da bambina aveva imparato ad amare e imitare. Maria Santissima le apparve con il Bambino Gesù in braccio, rivestita di una tunica bianca e di un manto celeste, la consolò e le predisse che avrebbe fondato un Ordine di Monache destinato a venerare la sua purissima concezione. Beatrice, riconoscente a Dio di tale favore, fece allora il voto di perpetua verginità. Dopo tre giorni d'indicibili pene, la santa fu liberata dalla sua prigione. Resasi conto delle passioni che la sua bellezza suscitava intorno a lei decise di abbandonare la corte. Poiché la regina le aveva dato il permesso di trasferirsi dove avesse preferito, si recò a Toledo con due sole persone di servizio per entrare nel monastero di Santo Domingo el Realdi cui Caterina zia del re di Castiglia era badessa. Beatrice rimase ospite delle monache domenicane per oltre trent'anni, senza vestirne l'abito con un velo bianco sul volto. Velo che toglieva solamente quando una domestica le acconciava i capelli o la regina Isabella, sposa di Ferdinando, andava a farle visita.

Presso le domenicane la santa trascorse il suo tempo nell'adorazione del Santissimo Sacramento, nell'osservanza delle regole, nel servizio alle malate e nell'aiuto ai poveri. Nel monastero fece edificare, a proprie spese, un chiostro e una sala capitolare in cui fu posto lo stemma dei reali del Portogallo. Oggetto delle sue meditazioni la Passione di Gesù e l'Immacolata Concezione di Maria Santissima, l'arcangelo san Raffaele, sant'Anna, san Giovanni Battista, san Francesco d'Assisie sant'Antonio di Padova di cui celebrava con trasporto la festa.

La tradizione delle Monache Concezioniste riporta che quando giunse il tempo della fondazione, Beatrice da Silva sia stata favorita da un'altra visione della Madre di Dio. Del progetto apostolico da lei concepito parlò alla regina Isabella che quale lo approvò donandole una casa in Toledo chiamata Palacios de Galiana, che aveva annessa la chiesa dedicata a santa Fede, martire della Gallia, sotto l'imperatore Massimiano. Fatti i dovuti restauri, Beatrice da Silva nel 1484 vi si trasferì con la nipote Filippa da Silva e undici giovani per dare origine, sotto la direzione dei Francescani, a un monastero di stretta clausura destinato a onorare il mistero dell'Immacolata Concezione di Maria e a propagarne il culto [2].

Su richiesta della fondatrice e con raccomandazioni della regina Isabella Papa Innocenzo VIII, con la lettera apostolica Inter Universa del 30 aprile 1489concesse che il monastero fosse costituito sotto il titolo della Concezione della Beata Vergine Maria e ne approvò i principali statuti, l'ufficio e l'abito in tutto simile a quello indossato da Maria Santissima nelle sue apparizioni a Beatrice da Silva. Tuttavia, prima che nel nuovo monastero cominciasse ufficialmente la vita comune conforme alla regola prescelta dell'Ordine dei Cistercensi, la santa fu avvertita in modo soprannaturale che sarebbe morta entro dieci giorni.

Colta da malattia, fu assistita da sei Frati Minori i quali le amministrarono i santi sacramenti e le imposero l'abito e il velo delle Concezioniste. Morì probabilmente il 17 agosto del 1492. Si dice che quando sollevò il velo bianco che le copriva la faccia per ricevere la estrema unzione, le sia sfavillata in fronte una stella dal colore dell'oro, stella che rimase fino alla sua morte. Si dice pure che, sul punto di lasciare questa terra, sia apparsa a Guadalajara a fra Giovanni di Tolosa, custode della Provincia di Castiglia, con il viso scoperto, come gli aveva promesso in uno dei tanti colloqui avuti con lui.

San Ludovico d'Angiò                                                                               19 Agosto

Ricorrenza:            19 Agosto
Nazionalità:         Italia
Anno di Nascita:   9 febbraio 1274
Anno della Morte: 19 agosto1297

San Ludovico di Tolosa, noto anche come Ludovico d'Angiò (Brignoles, 9 febbraio 1274; † Brignoles, 19 agosto1297), è stato un vescovo francese dell'Ordine dei Frati Minori, che occupò la cattedra di Tolosa. È venerato come santodalla Chiesa cattolica.



Biografia:

Secondo alcuni studiosi, Ludovico non sarebbe nato in Provenza, ma nel castello del Parco di Nocera Inferiore, cosa possibile perché il padre Carlo II, detto lo Zoppo era, in quel tempo, sia principe di Salerno sia conte della Provenza.

Pronipote di Luigi IX di Francia e figlio di re Carlo II d'Angiò e di Maria d'Ungheria,dopo aver trascorso insieme ai fratelli gli anni di prigionia, quali ostaggi, richiesti per concedere la liberazione del padre Carlo II, rinunciò all'eredità del Regno di Napoli in favore del fratello minore, Roberto d'Angiò, entrando nell'Ordine francescano.

Il 5 luglio 1284, durante una battaglia navale nelle acque di Napoli, il padre Carlo II d’Angiò, principe di Salerno ed erede al trono di Sicilia, viene fatto prigioniero da Alfonso III d’Aragona (1265-91). Con il trattato di Camporeale del 1288 Alfonso III d'Aragona gli concede la libertà, ma solo se lascia come ostaggi agli Aragonesi, tre suoi figli, Ludovico, Roberto e Raimondo, insieme a cinquanta gentiluomini del regno; costretto ad accettare, Carlo II però chiese per loro, una educazione confacente al rango di principi.

Furono rilasciati sette anni dopo il 31 ottobre 1295. Durante tutto questo itinerante e tormentato periodo catalano, i tre giovani ostaggi, per volere del loro genitore, vissero insieme a due francescani, Francesco Brun (futuro vescovo di Gaeta) e Pietro Scarrier (futuro vescovo di Rampolla, confessore della regina Sancia) valenti educatori; inoltre furono sempre in contatto epistolare con il dotto francescano Pietro di Giovanni Olivi, ricevendone conforto con il suo profondo pensiero.

Nel gennaio 1290 si ammalò gravemente di tisi polmonari da sembrare ormai prossimo alla morte. Ludovico si affidò allora alla fede in Dio e alla Sua volontà e prodigiosamente guarì istantaneamente, lasciando sbalorditi gli stessi medici; ed egli confidò ai due francescani, la promessa fatta a Dio se fosse guarito, di indossare il saio dell'Ordine di san Francesco.

Nel 1294 Papa Celestino V gli permise di ricevere la tonsura ed i primi quattro Ordini minori.

Fu ordinato vescovo di Tolosa nel 1296 da papa Bonifacio VIII.

Nonostante la tubercolosi che lo affliggeva, si recò a Roma in occasione alla canonizzazione di Luigi IX ma, anche a causa della fatica patita per il lungo viaggio, le sue condizioni di salute subirono un aggravamento che lo condusse, 19 agosto 1297, alla morte. Sepolto dapprima nell'altare della sua cattedrale, fu successivamente traslato in quella di Valencia dove riposa tuttora.

San Ludovico  (Luigi IX re di Francia)                                                          25 Agosto

Ricorrenza:            25 Agosto
Nazionalità:         Francia
Anno di Nascita:   25 aprile 1214
Anno della Morte: 25 agosto 1270

San Ludovico, al secolo Luigi IX di Francia (Poissy, 25 aprile 1214; † Tunisi, 25 agosto 1270) è stato un sovrano francese, fu re di Francia dal 1226 alla sua morte. Era il quarto figlio di Luigi VIII e di Bianca di Castiglia.



Biografia:

Succedette al padre nel 1226, essendo già morti i tre fratelli maggiori. Il dodicenne sovrano mosse i suoi primi passi sotto l'egida della madre, che per alcuni anni assicurò con decisione la reggenza.

Dopo l'improvvisa morte del padre, infatti, Luigi venne rapidamente armato cavaliere (l'adoubement delle fonti) e consacrato re a Reims nella tradizionale celebrazione che prevedeva l'unzione con l'olio santo, appena in tempo per affrontare la rivolta dell'aristocrazia ostile alla reggenza della straniera regina-madre (Bianca era spagnola).

I primi anni da re

Bianca di Castiglia, infatti, dovette fare i conti con la feudalità più riottosa, sempre pronta a muoversi con profitto tra i re di Francia e d'Inghilterra, protagonisti da tempo di un difficile conflitto politico, militare e dinastico: tra i nobili, per potere territoriale e prestigio, si distinguevano i conti di Fiandra, di Bretagna e della Marche, i quali non sempre avevano garantito fedeltà a Parigi.

Inoltre, il re d'Inghilterra, le cui origini si collocavano nella regione francese dell'Anjou, conservava estesi possedimenti nel Sud-Ovest del paese, per i quali doveva omaggio feudale proprio al giovane re. Dopo una serie di accordi e di transazioni, Luigi sfuggì per poco a un rapimento organizzato e guidato dal conte di Bretagna (1227): furono gli stessi abitanti di Parigi a proteggerlo e ad accompagnarlo verso la capitale, sancendo la prima manifestazione popolare di simpatia nei suoi confronti e di solida fedeltà alle istituzioni monarchiche. Gli rimase vicino, invece, il conte di Champagne Tibaldo IV, forse il più influente (e ricco) dei vassalli regi dell'area settentrionale. Gli anni tra il 1227 e il 1230 furono molto difficili e videro Luigi impegnato in varie campagne militari, che si conclusero con successo.

Nel 1229 venne firmato l'accordo di Meaux con Raimondo VII di Tolosa, il più pericoloso dei baroni meridionali; contestualmente all'accordo, venne stabilito il matrimonio tra una delle figlie del conte e il fratello minore di Luigi, Alfonso di Poitiers: questa eredità avrebbe garantito alla corona un accesso diretto al Mediterraneo, sulle cui rive sarebbe sorto l'approdo di Aigues-Mortes, dal quale Luigi IX sarebbe salpato per l'Oriente.

L'unione, inoltre, affermò gli interessi della Francia capetingia nel mezzogiorno del paese, a pochi anni di distanza dalla fine della crociata contro gli Albigesi, che tra molte sofferenze e feroci rappresaglie aveva determinato la fine dell'originalità religiosa del Midi. Nel 1230, all'assemblea feudale di Melun, quasi tutta la feudalità del Regno si radunò al cospetto del giovane sovrano, in segno di evidente omaggio e oggettiva subordinazione. Nel 1234 Luigi sposò Margherita di Provenza, figlia del conte Raimondo Beringhieri V, dal 1209 conte della Provenza e personaggio di spicco del tempo. Margherita proveniva da una stirpe di consolidata importanza anche per la storia letteraria e in genere culturale dell'intero mondo francese medioevale, vista la buona accoglienza che l'aristocrazia provenzale aveva riservato per quasi due secoli ad artisti e poeti.


La religiosità

Negli anni compresi tra la giovinezza e la partenza per la Crociata, il re affrontò anche questioni legate alla sfera ecclesiastica, come lo "sciopero" degli studenti all'università di Parigi, provocato dagli scontri che avevano coinvolto i "clerici", che frequentavano le aule dei conventi situati sulla riva sinistra della Senna, e gli abitanti della città, per poi provocare una secessione che avrebbe portato alla fondazione dell'università di Orléans.

Del resto, gli stessi pontefici romani vedevano con diffidenza sia l'insegnamento del diritto accanto alla teologia (a Parigi gli studi giuridici erano stati interdetti già nel 1219), sia la turbolenza degli studenti iscritti alla facoltà delle Arti, nelle quali si stava affermando un pensiero filosofico più libero.

Luigi riuscì a calmare gli animi, punendo i malfattori e confermando i privilegi ecclesiastici, fino a stabilire un prezzo calmierato per gli alloggi in città. Nei confronti delle autorità religiose, il re avrebbe mantenuto una condotta ferma e precisa, che non escludeva rispetto e devozione per la Chiesa, ma gli permise di frenare l'intervento dei vescovi in campo temporale, soprattutto in materia di giurisdizione; clamoroso fu il caso della disputa con il vescovo di Beauvais, che coinvolse un ampio numero di cittadini eminenti, praticamente deportati a Parigi, e si concluse solo dopo qualche anno, con la successione nella cattedra della città di un prelato più conciliante (1232-1240).

La profonda religiosità del sovrano si espresse nella ricerca instancabile di preziose reliquie, che affluivano nel tesoro regio e personale, costituendo motivo di venerazione popolare e di prestigio per la dinastia. Significativa fu la vicenda della corona di spine del Cristo, la cui acquisizione sfiorò il romanzesco: custodita a Bisanzio, in quel momento capitale di un regno latino circondato dai nemici greci e islamici, la corona venne offerta dal giovane sovrano Baldovino II (cugino di Luigi) in cambio di aiuti materiali; nel frattempo, però, i dignitari di Bisanzio l'avevano concessa in pegno ai mercanti veneziani a fronte di un ingente prestito. Per riscattarla, Luigi aveva impegnato somme davvero notevoli e organizzò un trasferimento in Francia attraverso l'Adriatico e Venezia, dove la corona avrebbe sostato per qualche tempo, tra fastose celebrazioni popolari, finché, lasciata andare a malincuore dai veneziani, giunse nella capitale francese (agosto 1239). Per ospitarla degnamente, Luigi fece erigere nell'Île de la Cité uno dei gioielli dell'arte gotica settentrionale, la Sainte-Chapelle.


L'amministrazione del Regno

Assunto direttamente il governo, Luigi condusse una politica di organizzazione e di forte moralizzazione del nascente stato francese e delle sue istituzioni, proseguendo sulla scia dell'attività del nonno Filippo Augusto (1165-1223, re dal 1180): in particolare, Luigi IX promosse un'inchiesta sulle condizioni del governo nei suoi dominii diretti (1247-48), che fece condurre da coppie di frati domenicani e francescani: l'inchiesta, che descrisse una situazione preoccupante a causa degli abusi perpetrati dagli agenti regi sulla popolazione urbana e soprattutto rurale, costituì non solo la premessa di rigenerazione morale e penitenziale alla vigilia della partenza per la Terrasanta, ma soprattutto la base per la riorganizzazione della struttura amministrativa del regno, opera che si sviluppò a partire dal ritorno di Luigi in Francia (1254).

Grazie al suo intervento, si definì meglio il ruolo del Parlamento come organo giurisdizionale e del Consiglio Regio come strumento di governo; migliorarono in pochi anni anche le istituzioni di controllo contabile e vennero giudicate inique le pratiche di giudizio non fondate sulla discussione delle prove (rimane celebre l'immagine del sovrano intento ad ascoltare le istanze del popolo parigino sotto la quercia del Bois de Vincennes, alle porte della capitale, dove i Capetingi possedevano una residenza). Dal 1256 in poi, con una serie di ordinanze, e con un singolare movimento dalla periferia al centro del Regno, Luigi IX stabilì funzionari residenziali per ogni circoscrizione territoriale (i balivi) e in ogni capoluogo di una certa importanza (i prevosti), inquadrati gerarchicamente e direttamente rispondenti al controllo regio.

Infine, dopo essere intervenuto contro gli usurai e il gioco d'azzardo (ma anche contro le comunità ebraiche, molto attive nella speculazione finanziaria, che a più riprese soffrirono pubbliche persecuzioni), mise mano alla riforma della città di Parigi, che in quegli anni aveva visto aumentare la propria popolazione fino a più di centomila abitanti.

L'amministrazione della capitale era stata fino a quel momento aggiudicata agli appaltatori che garantivano il maggiore gettito possibile dall'esazione fiscale, mentre la regolazione del commercio era affidata in primo luogo alle associazioni dei mercanti-importatori (nautae parisienses): il re affidò dal 1261 il ruolo di prevosto della città, con ampi poteri di polizia giudiziaria e commerciale, ad un funzionario di sua fiducia, Etienne Boileau, figura davvero mitica nella storia parigina; secondo il racconto di Jean de Joinville (Vie de Saint Louis, 1309), il prevosto agì energicamente, arrestando molti malfattori ed imbroglioni, organizzando la guardia della città e assicurando il buon andamento delle attività produttive e commerciali. Infine, tra il 1268 e il 1269, Boileau fece redigere una monumentale raccolta di leggi e consuetudini corporative, oggi nota come Livre des Mètiers, fonte preziosissima per la conoscenza del mondo del lavoro artigianale del pieno Medioevo, oltre che lista fiscale e documento di ricognizione dei poteri cittadini.

Questa ventennale attività di riforma e di organizzazione della vita sociale ed economica pubblica male si accorda con l'immagine oleografica del re santo e contemplativo, esclusivamente dedito alle pratiche penitenziali, che pure la pubblicistica ecclesiastica volle accreditare in funzione della sua canonizzazione (concessa da papa Bonifacio VIII nel 1297). In effetti, Luigi IX, al di là del suo profilo di sovrano medievale - dunque pienamente inserito nella rete di relazioni e di vincoli propri del tempo (e che lo avrebbero visto morire da crociato, lontano dal suolo francese) - si deve considerare uno dei padri dello Stato francese e capo politico di notevole intelligenza di governo, oltre che di alto profilo morale.


La politica estera

Anche la politica estera del suo regno fu attenta alle ragioni dell'equilibrio e della pace: nonostante l'iniziale successo (battaglie di Taillebourg e di Saintes, 21 e 22 luglio 1242), preferì giungere a un accordo con la monarchia inglese per il possesso delle regioni sud-occidentali della Francia.

Con il trattato di Parigi del 1259 si giunse ad una pace duratura: l'Aquitania restò in mano inglese (divenendo la base operativa per gli scontri successivi), mentre la dinastia capetingia ottenne il controllo definitivo della Normandia, occupata anni prima da Filippo Augusto. Anche nella lotta tra Innocenzo III e Federico II, Luigi IX preferì non assumere una posizione definita: questo atteggiamento può apparire contraddittorio per un sovrano che doveva apparire quasi un pupillo della Chiesa ma non lo è se si pensa all'intransigenza con cui Luigi IX difese, come si è accennato, l'autonomia del regno dalle politiche della Chiesa di Roma e se si comprende la sua capacità di contemperare una fede sincera, un ossequio ineccepibile agli esponenti degli Ordini (che talvolta lo stesso popolo parigino gli avrebbe rimproverato) e una notevole forza di decisione nelle scelte politiche.

La sua equità gli valse stima e pubblico riconoscimento anche fuori dalla Francia: fu infatti chiamato a risolvere con un arbitrato le controversie territoriali tra le dinastie comitali fiamminghe dei d'Avesne e dei Dampierre e in Inghilterra la disputa tra Enrico III e i baroni in rivolta.

Suo fratello fu il celebre Carlo d'Angiò, il quale esercitò pressioni non indifferenti sulla monarchia per inserirsi nella successione imperiale e per appropriarsi del regno di Federico II; Luigi continuò a non interferire nelle questioni dell'Impero, tanto per affermare la propria solidità di re legittimato dalla continuità dinastica, quanto per tenere lontano il Regno francese da questioni non essenziali alla sua dimensione politica e territoriale.

In seguito, fu papa Clemente IV, di origine francese, a chiedere direttamente l'intervento dello stesso Carlo, investendolo della corona di Sicilia, che l'Angiò conquistò con la battaglia di Benevento (1266).


Le crociate

Luigi IX guidò due crociate (partite entrambe da Aigues-Mortes): la VII 1248-1254 contro l'Egitto ayyubide, durante la quale, dopo la conquista di Damietta, nel 1249, perse il fratello Roberto d'Artois nella battaglia di al-Mansura e, nella primavera del 1250, fu fatto prigioniero, per poi essere rilasciato dietro il pagamento di un riscatto; tuttavia, rimase diversi anni in Terrasanta per collaborare con le autorità latine del luogo e per rinforzare le difese del residuo territorio crociato, il cui destino era peraltro segnato (nel 1291 sarebbe caduta San Giovanni d'Acri e con essa ogni speranza di uno stabile insediamento cristiano in Oltremare). Tragico fu l'esito dell'VIII nel 1270, condotta contro l'emirato di Tunisi (forse per volere di Carlo d'Angiò, che fu l'unico a trarne vantaggio, o forse per un errore di prospettiva geo-politica): Luigi morì in quei giorni di peste. In ogni caso, furono entrambe crociate fallimentari, ma soprattutto nella seconda gli interessi delle repubbliche marinare e degli altri poteri insistenti sul Mar Mediterraneo sembrarono prevalere sulla difesa della cristianità, mentre rifulgeva la figura del Re-penitente, oramai proiettato alla gloria degli altari; per questo, Luigi è sovente considerato l'unico sovrano che, al di là di ogni racconto agiografico, abbia perseguito un'interpretazione genuinamente religiosa delle spedizioni militari in Terrasanta. La Crociata, che già alla metà del XIII secolo appariva una questione superata, rappresentò per Luigi IX una forma di devozione religiosa e di compimento del mestiere di re.

Culto

Alla sua morte il corpo, secondo l'uso del tempo, venne bollito e disossato: il cuore risalì la penisola italiana e giunse a Parigi, dopo un lungo viaggio di ritorno contrassegnato dall'enorme favore popolare e dal succedersi dei miracoli, a testimonianza della riconosciuta santità del re, accertata non dalle commissioni pontificie o dai calcoli politici, ma dal sentimento e dall'immaginario collettivi.

Luigi IX fu canonizzato nel 1297 da Bonifacio VIII con il nome di san Luigi dei Francesi ed è, insieme con santa Elisabetta d'Ungheria, Patrono dell'Ordine Francescano Secolare e del Terzo Ordine Regolare di San Francesco.


Discendenza

Il 27 maggio 1234, a Sens, sposò Margherita di Provenza (1221-1295), figlia di Raimondo Berengario IV di Provenza (v. 1198-1245) e di Beatrice di Savoia. Luigi e Margherita ebbero:

Blanche (1240-1243);
Isabella (1242-maggio 1271), che sposò nel 1258 Tebaldo di Champagne re di Navarra;
Louis (24 febbraio 1244-1260);
Filippo III (1º maggio 1245-5 ottobre 1285),
Jean (1248), re di Francia;
Giovanni Tristano (1250-3 agosto 1270), conte di Valois e di Nevers;
Pietro I (1251-1284), conte d'Alençon e Perche;
Bianca (1253-1320), che sposò nel 1269 Ferdinando de la Cerda (1255-1275) infante di Castiglia;
Marguerite (1254-1271), che sposò nel 1270 Giovanni I, duca di Brabante (?-1294);
Roberto (1256-1317) conte di Clermont, capostipite del casato dei Borbone;
Agnese (1260-1327), sposa di Roberto II di Borgogna.

Settembre

Nominativo                                                                                                                                               Ricorrenza

Santa Rosa da Viterbo                                                                            4 Settembre

Ricorrenza:            4 Settembre
Nazionalità:         Italia
Anno di Nascita:   9 Luglio  1233
Anno della Morte: 6 Marzo 1251

Santa Rosa da Viterbo (Viterbo, 9 luglio 1233; † Viterbo, 6 marzo 1251) è stata una laica italiana



Biografia:

Figlia dei coniugi Giovanni e Caterina, forse agricoltori nella contrada di Santa Maria in Poggio. Sui 16-17 anni, chiese di entrare nel convento delle Clarisse, ma fu respinta a causa della sua salute precaria. Si fece allora terziaria francescana, seguendo la regola in famiglia.

Dopo una miracolosa guarigione, si mise a percorrere Viterbo portando una piccola croce o un'immagine sacra: prega ad alta voce ed esorta tutti all'amore per Gesù e Maria e alla fedeltà verso la Chiesa. Nessuno le diede mai questo incarico.

Viterbo era coinvolta in una crisi fra la Santa Sede e Federico II imperatore. Occupata da quest'ultimo nel 1240, nel 1247 si sottomise all'imperatore. Rosa iniziò una campagna per rafforzare la fede cattolica, contro l'opera di vivaci gruppi del dissenso religioso, nella città dove comandavano i ghibellini, ligi all'imperatore e nemici del Papa. A causa di queste iniziative, il podestà mandò Rosa e famiglia in domicilio coatto a Soriano del Cimino.

Fu un breve esilio, perché nel 1250 morì Federico II e Viterbo tornò nuovamente alla Chiesa. Rosa visse ancora un breve periodo nella sua città, morì il 6 giugno probabilmente del 1251. Fu sepolta nella nuda terra, presso la chiesa di Santa Maria in Poggio.


Canonizzazione

Nel novembre 1252 Papa Innocenzo IV promosse il primo processo canonico, che forse non cominciò mai. La sua fama di santità comunque crebbe e nel 1457 Papa Callisto III ordinò un nuovo processo, regolarmente svolto, ma nel frattempo il Papa morì e Rosa non verrà mai canonizzata col solito rito solenne. Il suo nome lo troviamo già elencato tra i santi nell'edizione 1583 del Martirologio romano, mentre attualmente il martirologio la indica come beata.

Il culto a Viterbo

« Quale grande risposta d'amore troviamo in quella meravigliosa giovinetta che fu la vostra santa Rosa! Essa, pur nella mutazione dei tempi, si presenta ancor oggi come modello per le ragazze e per le giovani, invitandole a comprendere a fondo, nella loro vita, l'assoluto di Dio in una piena donazione d'amore al di là di ogni rispetto umano! »
(Papa Giovanni Paolo II, Omelia durante la visita pastorale a Viterbo, 27 maggio 1984)

A Viterbo, città di cui è patrona, le è dedicata una grande festa alla vigilia del 4 settembre di ogni anno che rievoca la traslazione del corpo di Santa Rosa avvenuta nel 1258; la sera del 3 settembre viene trasportata in processione, sulle spalle di cento robusti portatori, denominati Facchini, la Macchina di Santa Rosa, un campanile illuminato rinnovato ogni 5 anni, con un'altezza di 28 metri e del peso di circa 50 quintali, sormontato dalla statua della santa.

A Viterbo e nei dintorni si trovano numerose raffigurazioni di Santa Rosa, per lo più in abiti dell'ordine francescano e con una corona di rose sul capo.

Il corpo

Il corpo, sepolto direttamente nella terra (senza bara), fu ritrovato integro nel 1258 e traslato, per disposizione di papa Alessandro IV, nella Chiesa di Santa Maria delle Rose in Viterbo, ove oggi sorge il Santuario della santa.

Nel corso degli anni non vennero mai prese particolari precauzioni per la sua conservazione, ma anzi, durante il Rinascimento era permesso ai fedeli toccare la santa attraverso una piccola apertura praticata sull'urna.

Nel 1921 fu eseguita una prima ricognizione durante la quale venne estratto il cuore ancora integro che venne riposto in un reliquiario d'argento.

Nel 1996 una nuova ricognizione ha permesso di effettuare una serie di indagini scientifiche, dalle quali è emerso che santa Rosa aveva un'età compresa tra i 18 e i 20 anni al momento del decesso. Inoltre era affetta da una rara patologia, la sindrome di Cantrell[1], caratterizzata da una mancanza congenita dello sterno, che normalmente porta a morte durante la primissima infanzia. Sul braccio sinistro è stata rilevata una cicatrice, compatibile con una ferita che le fonti storiche riferiscono Rosa abbia subìto durante l'assedio delle truppe di Federico II alla città di Viterbo.

Santa Rosa inoltre doveva avere un'altezza di circa 1,55 m, occhi blu e capelli scuri. Questi dati e quelli tratti dalle radiografie del cranio, hanno permesso di effettuare una ricostruzione grafica del volto.


Opere musicali ispirate alla Santa

A tale personaggio s'ipirano i due oratori: Santa Rosa di Viterbo, musica di Francesco Monti, in prima esecuzione ad Ancona per la festa di San Ciriaco nel 1726; Santa Rosa di Viterbo del sacro ordine di San Francesco, a 5 voci, musica di Alessandro Melani, eseguito la prima volta in Firenze alla Congregazione dell'Oratorio di San Filippo Neri nel 1693. La prima esecuzione moderna di quest'ultimo, curato in forma corrente da Saverio Franchi e Massimo Scapin, si diede nella Basilica Cattedrale di Viterbo durante il "Festival barocco" del 2000, nell'interpretazione dell'Orchestra da Camera della Scuola Musicale Comunale di Viterbo, direttore Massimo Scapin.

San Francesco Maria da Camporosso                                                     17 Settembre

Ricorrenza:            17 Settembre
Nazionalità:         Italia
Anno di Nascita:   27 dicembre 1804
Anno della Morte: 17 settembre 1866

San Francesco Maria da Camporosso, al secolo Giovanni Croese (Camporosso, 27 dicembre 1804; † Genova, 17 settembre 1866) è stato un religioso italiano, dell'Ordine dei Frati Minori Cappuccini; popolarmente conosciuto come Padre Santo.



Biografia:

Nacque nel paesino di Camporosso nella diocesi di Albenga-Imperia il 27 dicembre del 1804, quarto dei cinque figli del contadino Anselmo Croese e Maria Antonia Garzo.

Dopo una breve scolarizzazione fu di sostegno alla famiglia nel lavoro dei campi e nel curare l'unica mucca posseduta dalla famiglia.

In famiglia era molto sentita la devozione mariana: quando, poco più che decenne Giovanni si ammalò gravemente, venne portato in pellegrinaggio al santuario della Madonna del Laghetto, presso Nizza, ottenendone la guarigione. Questo avvenimento marcò molto il giovane che cominciò a frequentare i francescani, in particolare un frate conventuale del paese suo omonimo.

Queste frequentazioni accompagnate dalla fede della famiglia lo portarono il 14 ottobre 1822 ad entrare come terziario, con il nome di frate Antonio, nel convento dei frati minori conventuali di Sestri Ponente. Non soddisfatto della vita in quella comunità religioso e aspirando a una vita più tesa all'assoluta povertà e alla meditazione interiore; decise di vestire l'abito dei cappuccini e, non riuscendo ad ottenere il consenso dei superiori al trasferimento, accordatosi con padre Alessandro Canepa da Genova, un cappuccino suo conoscente, una mattina del tardo autunno del 1824, abbandonò il convento dei conventuale di Sestri per entrare nel convento cappuccino di san Francesco di Voltri, dove, ricevuto il nuovo nome di fra Francesco Maria, vi soggiornò tre anni come postulante. Li ebbe modo di distinguersi per il suo spirito di carità fino a dare ai poveri il proprio cibo, contentandosi per sé degli avanzi che trovava, come riferito da un testimone.

Sul finire del 1825 fra Francesco Maria, ottenuta l'autorizzazione del vicario provinciale padre Antonio da Cipressa, partì per il convento eremo di san Barnaba a Genova. Li compì l'anno di prova del noviziato e il 17 dicembre rivestì l'abito di novizio sotto la guida di padre Bernardo da Pontedecimo che in varie occasioni dovette intervenire per moderargli il fervore. Ma i suoi compagni che ne condivisero l'esperienza ricordano la sua bontà e affabilità e il suo desiderio di essere fratello laico sull'esempio di san Francesco affermando

« è preferibile starsene umili e ubbidienti. »

Il 17 dicembre dell'anno seguente emise la sua professione dei voti solenni nelle mani di padre Samuele Bocciardo da Genova. La sua maturità spirituale convinse i superiori di destinarlo subito al convento principale della provincia, quello della SS. Concezione in Genova, dove rimase fino alla morte. Questo convento svolgeva molteplici attività religiose e sociali: oltre l'osservanza conventuale e il ministero apostolico, il convento comprendeva la curia provinciale, l'infermeria, il lanificio per la produzione degli abiti dei religiosi, una farmacia aperta anche al pubblico con assistenza sanitaria e la sorveglianza al peso pubblico e alla distribuzione della legna al ponte della SS. Concezione del porto.
Fra Francesco Maria svolse agli inizi varie mansioni come infermiere, cuoco, ortolano e sacrestano. Nel 1831 fu affiancato al vecchio frate questuante di campagna, fra Pio da Pontedecimo. Per circa due anni percorse la vallata del Bisagno raccogliendo la elemosina presso i contadini della valle. Fu un apprendistato prezioso che gli insegnò un suo stile di vita e un suo metodo nei rapporti con la gente, fatto di parole di fede, di pazienza, di carità, umiltà e devozione.

L'ottimo risultato della questua di campagna spinse il padre guardiano ad affidargli nel 1843 la questua di città. Egli dopo aver partecipato di buon mattino ad alcune sante messe, con la bisaccia a tracolla e accompagnato sempre da un ragazzo con la saccoccia al collo per ricevere le elemosine pecuniarie, si incamminava per le vie della città scegliendosi come santo protettore fra Felice da Cantalice.

Nel 1840 i superiori lo fecero capo-sportella, ossia capo questuante, guida e coordinatore del gruppo di fratelli cercatori. Alla saccoccia a tracolla sostituì la sporta di vimini appesa al braccio, quella intrecciata con tecnica tutta propria dell'artigianato cappuccino. Egli era autorizzato a questuare generi alimentari più raffinati per i malati e poteva entrare nel "portofranco" dove si vendevano merci pregiate. Nel convento poteva disporre di un locale-deposito per raccogliervi la merce e poi distribuirla, come anche amministrare le elemosine delle messe e assegnare ai diversi frati cercatori i diversi quartieri della città.

Queste autorevoli nuove possibilità permisero al padre santo, come era chiamato dalla gente, di intervenire con aiuti più tempestivi e continui, anche pecuniari, per famiglie e individui in difficoltà, particolarmente le famiglie degli emigrati in America e quelle dei marinai costretti a prolungate assenze da casa. In questa sua attività fu sostenuto anche da benefattori protestanti, ebrei e non credenti, che contribuirono volentieri alla sua raccolta, sicuri che il provento sarebbe andato ai poveri. Di questo, padre buono, informò sempre i superiori ricevendone l'autorizzazione, fiduciosi nella sua prudenza ed equilibrio. Questa sua scrupolosa attenzione all'ubbidienza gli permise di superare facili obiezioni durante il suo processo di beatificazione.

Nelle silenziose ore notturne cercava di ricuperare la preghiera e la meditazione, come di giorno nelle frequenti visite alle chiese incontrate per le strade della città, meditando preferibilmente sui dolori di Cristo. Fu estremamente rigido con se stesso, dormendo su nude assi e nutrendosi di solo pane inzuppati in acqua calda, si vestiva solo con abiti rozzi e rattoppati, sempre a piedi nudi, nutrendosi per anni una sola volta al giorno e facendo uso costante del cilicio e del flagello. Ma era pronto, nell'obbedienza, con libertà di spirito, ad usare più riguardo, diffondendo, come si legge nelle deposizioni, una santità veramente amabile. La sua spiritualità assumeva con la gente quel tocco popolaresco di immediatezza e spontaneità e si preoccupò anche di favorire le vocazioni e l'avvio al sacerdozio di giovani idonei e privi di mezzi.

Nel 1866, quando la città portuale fu colpita da un'epidemia di colera, fra Francesco Maria, impossibilitato a soccorrere i malati per le sue precarie condizioni di salute, offrì la sua vita per la sconfitta del morbo. Morì, dopo tre giorni di malattia, il 17 settembre 1866 e, contemporaneamente, secondo alcune fonti dell'epoca, i decessi causati dal colera presero a diminuire.

Culto

Il suo corpo fu dapprima sepolto nel cimitero di Staglieno, dove con sottoscrizione pubblica gli fu eretto un monumento. Nel 1911 il corpo fu traslato nella chiesa del convento in cui era vissuto. Dopo la morte i fedeli continuarono a ricorrere a lui con devozione e iniziarono a verificarsi grazie e miracoli attribuibili alla sua intercessione. Conclusi i processi informativi, la causa venne introdotta alla Santa Sede il 9 agosto 1896. Il decreto sulla eroicità delle virtù venne firmato il 18 dicembre 1922. Pio Xl procedette alla beatificazione il 30 giugno 1929 e Giovanni XXIII lo canonizzò il 9 dicembre 1962, a conclusione del primo periodo del Concilio Vaticano II. La città di Genova gli ha eretto un monumento nella zona del porto.

San Pio da Pietrelcina                                                                            23 Settembre

Ricorrenza:            23Settembre
Nazionalità:         Italia
Anno di Nascita:   25 maggio1887
Anno della Morte: 23 settembre 1968

San Pio da Pietrelcina, al secolo Francesco Forgione, comunemente noto come Padre Pio (Pietrelcina, 25 maggio1887; † San Giovanni Rotondo, 23 settembre 1968), è stato un presbitero e mistico italiano.

Religioso dell'Ordine dei Frati Minori Cappuccini, nel 2002 è stato proclamato santo da papa Giovanni Paolo II: la sua memoria liturgica viene celebrata il 23 settembre, anniversario della morte. È stato destinatario, ancora in vita, di una venerazione popolare di imponenti proporzioni, anche in seguito alla fama di taumaturgo e per il dono delle stigmate. È stato anche fatto oggetto di forti critiche e di sospetti in ambienti ecclesiastici e non, fino a vera e propria persecuzione.

Il frate scelse il nome religioso di Pio per onorare il santo martire venerato nell'attuale chiesa di Sant'Anna in Pietrelcina, anche se, in seguito, il suo onomastico sarà celebrato nella memoria di san Pio V.



Biografia:

I primi anni (1887-1918)Pietrelcina, Casa Natale di san PioFrancesco Forgione nacque il 25 maggio 1887 a Pietrelcina, un piccolo comune alle porte di Benevento.

Fu battezzato il giorno successivo nella chiesa di Sant'Anna. Gli venne dato il nome Francesco per desiderio della madre, devota a san Francesco d'Assisi.

Il 27 settembre 1899 ricevette la comunione e la cresima dall'allora arcivescovo di Benevento Donato Maria dell'Olio.

La madre era una donna molto credente e le sue convinzioni ebbero una grande influenza sulla formazione spirituale del futuro frate.

Secondo le testimonianze del tempo, il giovane Francesco Forgione cresceva tranquillo e sereno e mostrava indole obbediente.

Il giovane non frequentò le scuole in maniera regolare perché doveva rendersi utile in famiglia lavorando la terra. Solo quando ebbe dodici anni cominciò a studiare con metodo, sotto la guida del sacerdote Domenico Tizzani che, in un biennio, gli fece svolgere tutto il programma delle elementari. Subito dopo Francesco passò alla scuola per gli studi ginnasiali.

Il desiderio di diventare sacerdote si manifestò molto presto e fu sollecitato dalla conoscenza di un frate del convento di Morcone, fra' Camillo da Sant'Elia a Pianisi, che periodicamente passava per Pietrelcina a raccogliere offerte. Le pratiche per l'entrata in convento furono iniziate nella primavera del 1902, quando Francesco aveva 14 anni, ma la sua prima domanda ebbe esito negativo. Solo nell'autunno del 1902 arrivò l'assenso.

Francesco disse di aver avuto una visione, il 1º gennaio 1903 dopo la comunione, che gli preannunciava una continua lotta con Satana[3].

La notte del 5 gennaio, l'ultima che passava con la sua famiglia, disse di aver avuto un'altra visione in cui Dio e Maria lo incoraggiavano assicurandogli la loro predilezione[4]. Il 22 gennaio dello stesso anno, a 15 anni, Francesco vestì i panni di probazione del novizio cappuccino e diventò fra' Pio.

Concluso l'anno del noviziato, fra Pio emise la professione dei voti semplici (povertà, castità ed obbedienza) il 22 gennaio del 1904. Tre giorni dopo si recò a Sant'Elia a Pianisi (CB) per intraprendervi gli studi ginnasiali.

Il 27 gennaio 1907 professò i voti solenni.

Seguì gli studi classici e di filosofia, e nel novembre del 1908 raggiunse Montefusco, dove proseguì i suoi studi di teologia.

Il 18 luglio del 1909 ricevette l'ordine del diaconato, nel noviziato di Morcone.

Fu ordinato presbitero il 10 agosto 1910 nel Duomo di Benevento, da mons. Paolo Schinosi; benché ancora ventitreenne, e contrariamente alle disposizioni del diritto canonico, che all'epoca prevedevano un'età minima per l'ordinazione di 24 anni, in ragione delle gravi condizioni di salute di Forgione il vescovo stabilì un'eccezione e ordinò il giovane[5].

In tale periodo gli agiografi iniziano a parlare della comparsa sulle sue mani delle stimmate. Fra' Pio ne diede comunicazione per la prima volta l'8 settembre1911, in una lettera indirizzata al padre spirituale di San Marco in Lamis: qui il frate racconta che il fenomeno andava ripetendosi da quasi un anno, e che aveva taciuto perché vinto "sempre da quella maledetta vergogna"[6]. Il 7 dicembre 1911 fece ritorno a Pietrelcina per ragioni di salute, restandovi, salvo qualche breve interruzione, sino al 17 febbraio 1916[7].Ritratto di Padre Pio disegnato da Roberto Dughetti.Il 10 ottobre dello stesso anno fra' Pio rispose alle domande perentorie, rivoltegli da padre Agostino da San Marco in Lamis, affermando di aver ricevuto le stimmate, "visibili, specie in una mano", e che, pregando il Signore, il fenomeno era scomparso, ma non il dolore che rimaneva "acutissimo"[8]; disse inoltre di subìre quasi ogni settimana, da alcuni anni, la coronazione di spine e la flagellazione[8].

Sempre nel 1915, il 6 novembre, fu chiamato alle armi e si presentò al distretto militare di Benevento[9]. Il 6 dicembre fu assegnato alla decima compagnia sanità di Napoli. Svolse il servizio con molte licenze per motivi di salute sino a essere definitivamente riformato tre anni più tardi, a causa di una "broncoalveolite doppia", il 16 marzo 1918, dall'ospedale principale di Napoli[10].

Il 17 febbraio 1916 fra' Pio giunse a Foggia, restandovi sette mesi circa e dimorando nel convento di Sant'Anna.

La sera del 28 luglio, accompagnato da padre Paolino da Casacalenda, fra' Pio arrivò per la prima volta a San Giovanni Rotondo. Pur sentendosi meglio in tale luogo, dopo una settimana circa scese di nuovo a respirare l'aria afosa di Foggia, poiché il permesso chiesto al padre provinciale, anche se non necessario, tardava a venire[11].

In ragione di ciò il 13 agosto Pio scrisse al provinciale, chiedendo di poter "passare un po' di tempo a San Giovanni Rotondo" anche perché, a suo dire, Gesù gli assicurava che là sarebbe stato meglio[12]. Fra' Pio venne infine lasciato in tale convento, con l'ufficio di direttore spirituale del seminario serafico[13].


La comparsa delle stigmate (1918-1920)

Nell'agosto del 1918 fra' Pio affermò di avere le prime visioni di un personaggio che lo trafiggeva con una lancia, lasciandogli una ferita costantemente aperta (transverberazione). Poco tempo dopo, in seguito ad una ulteriore visione, fra' Pio affermò di aver ricevuto le stigmate.

L'inizio del manifestarsi delle stigmate risale al 1910, quando per la sua malattia il religioso aveva avuto il permesso di lasciare il convento e di vivere nella sua casa natale a Pietrelcina. Non distante dal paese, tutti i giorni dopo aver celebrato la Messa, si recava in una località detta Piana Romana, dove il fratello Michele aveva costruito per lui una capanna e dove aveva la possibilità di pregare e meditare all'aria aperta, che giovava molto ai suoi polmoni malati. Il fenomeno delle stigmate, come poi rivelò al suo confessore, cominciò a manifestarsi proprio in quel luogo, nel pomeriggio del 7 settembre 1910, e si manifestò con maggior intensità un anno dopo nel settembre 1911, e in quell'occasione il frate scrisse al suo direttore spirituale:

« In mezzo al palmo delle mani è apparso un po' di rosso, grande quanto la forma di un centesimo, accompagnato da un forte ed acuto dolore. Questo dolore è più sensibile alla mano sinistra. Anche sotto i piedi avverto un po' di dolore. »

Nello stesso periodo cominciarono a circolare voci secondo le quali[14] la sua persona aveva cominciato ad emanare un inspiegabile profumo di gelsomino.

La notizia della comparsa delle stigmate fece il giro del mondo e repentinamente San Giovanni Rotondo fu meta di pellegrinaggio da parte di persone che speravano di ottenere grazie. Il merito di alcune conversioni e guarigioni inaspettate fu attribuito dai pellegrini all'intercessione del frate presso Dio. La popolarità di padre Pio e di San Giovanni Rotondo crebbe ancora grazie al passa-parola e la località dovette cominciare ad attrezzarsi per l'accoglienza di un numero di visitatori sempre maggiore.

La situazione divenne imbarazzante per alcuni ambienti della Chiesa cattolica[15]: il Vaticano infatti non aveva notizie precise su cosa stesse realmente accadendo. Un primo rapporto fu stilato dal Padre Generale dei cappuccini, il quale a sua volta aveva inviato il dottor Giorgio Festa, che propese per la soprannaturalità del fenomeno. Si commissionarono in seguito ulteriori indagini, molte delle quali condotte in incognito.
Le indagini (1919-1923)

Il primo medico a studiare le stigmate di Padre Pio fu il professore Luigi Romanelli, primario dell'ospedale civile di Barletta, per ordine del padre superiore Provinciale, nei giorni 15 e 16 maggio 1919. Nella sua relazione fra le altre cose scrisse:

« Le lesioni che presenta alle mani sono ricoperte da una membrana di colore rosso bruno, senza alcun punto sanguinante, niente edema e niente reazione infiammatoria nei tessuti circostanti. Ho la certezza che quelle ferite non sono superficiali perché, applicando il pollice nel palmo della mano e l'indice sul dorso e facendo pressione, si ha la percezione esatta del vuoto esistente. »

Due mesi dopo, il 26 luglio, arrivò a San Giovanni Rotondo il professore Amico Bignami, ordinario di patologia medica all'Università di Roma. Le sue considerazioni mediche non si discostarono da quelle del prof. Romanelli, in più però affermò che secondo lui quelle stigmate erano cominciate come prodotti patologici (necrosi neurotonica multipla della cute) ed erano state completate, forse inconsciamente per un fenomeno di suggestione, o con un mezzo chimico, per esempio la tintura di iodio[16].

Nel 1920 padre Agostino Gemelli, medico, psicologo e consulente del Sant'Uffizio, fu incaricato dal cardinale Merry Del Val di visitare padre Pio ed eseguire "un esame clinico delle ferite". Il Segretario del Sant'Uffizio scelse il Gemelli, è dato supporre, sia per le sue conoscenze scientifiche di altissimo livello, sia per i suoi studi specialistici sui "fenomeni mistici", che aveva condotti sin dal 1913.

"Perciò - pur essendosi recato nel Gargano di propria iniziativa, senza che alcuna autorità ecclesiastica glielo avesse chiesto - Gemelli non esitò a fare della sua lettera privata al Sant'Uffizio una sorta di perizia ufficiosa su padre Pio"[17]

Il Gemelli volle invece esprimersi compiutamente in merito e volle incontrare il frate, nonostante una malcelata ritrosia di questi. Padre Pio, infatti, mostrò nei confronti del nuovo investigatore un atteggiamento di netta chiusura, non alleviando le polemiche, nonostante l'approccio iniziale del messo vaticano fosse stato di buona apertura sul piano personale.

Il frate rifiutò la visita adducendo che mancava l'autorizzazione scritta del Sant'Uffizio. Furono vane le proteste di padre Gemelli che, incaricato dal Sant'Uffizio e inviato di persona dal cardinal Merry Del Val riteneva di avere il diritto di effettuare un esame medico delle stigmate. Il frate, sostenuto dai suoi superiori, condizionò l'esame ad un permesso da richiedersi per via gerarchica, disconoscendo le credenziali di padre Agostino Gemelli, che comunque era in missione ufficiale. Questi abbandonò dunque il convento, irritato e offeso.

Padre Gemelli espresse quindi un parere negativo, attribuendo le stigmate a una patologia di tipo isterico; i suoi giudizi, che come si è visto non potevano contare su un esame clinico rifiutatogli, avrebbero pur tuttavia pesantemente condizionato per l'autorevolezza della fonte la vicenda del frate.

Come risultato di questa vicenda, il 31 maggio 1923, arrivò un decreto vero e proprio in cui si pronunciava la condanna esplicita. Il Sant'Uffizio dichiarava il non constat de supernaturalitate circa i fatti legati alla vita di padre Pio, ed esortava i fedeli a non credere e a non andare a San Giovanni Rotondo. La formula specifica utilizzata, nel linguaggio ecclesiastico, equivale ad asserire che al momento non sono stati evidenziati elementi sufficienti ad affermare la soprannaturalità dei fenomeni, e perciò non esclude che possano esserlo in futuro[18]. Il decreto venne pubblicato dall'Osservatore Romano, organo di stampa del Vaticano, il 5 luglio successivo e subito ripreso dai giornali di tutto il mondo.

Il 15 dicembre del 1924 il dottor Giorgio Festa, chiese alle autorità ecclesiastiche l'autorizzazione a sottoporre il Padre ad un nuovo esame clinico per uno studio ulteriore e più aggiornato, ma non l'ottenne.

L'inchiesta sul frate si chiuse con l'arrivo del quinto e definitivo decreto di condanna (23 maggio 1931) con l'invito ai fedeli di non considerare come sovrannaturali le manifestazioni psichiatriche certificate dal Gemelli, ma i più fedeli sostenitori di Padre Pio non considerano il divieto di Roma vincolante. A Padre Pio venne vietata la celebrazione della messa in pubblico e l'esercizio della confessione.

Nel 1933 papa Pio XI revocò le restrizioni precedentemente imposte a padre Pio. C'è però chi sostiene che, formalmente, il decreto ufficiale di sconfessione di padre Pio non sarebbe mai stato revocato. Infatti il Sant'Uffizionon ritrattò i suoi decreti e, ufficialmente, padre Pio continuò a essere condannato dalla Chiesa. A San Giovanni Rotondo accorrevano comunque gente comune, ma anche personaggi famosi. Nel 1938 arrivò Maria José di Savoia che volle farsi fotografare accanto a padre Pio. Giunsero i reali di Spagna, la regina del Portogallo in esilio, Maria Antonia di Borbone, Zita di Borbone-Parma, Giovanna di Savoia Ludovico di Borbone Parma, Eugenio di Savoia e tanti altri.

Nel 1950 il numero di persone, in particolare donne, che si volevano confessare era talmente imponente, che venne organizzato un sistema di prenotazioni. Il 9 gennaio 1940 iniziò la costruzione del grande ospedale Casa Sollievo della Sofferenza con le offerte dei fedeli provenienti da tutto il mondo

Papa Giovanni XXIII ordinò ulteriori indagini su padre Pio, inviando monsignor Carlo Maccari: nello spirito del Concilio Vaticano II si voleva intervenire con decisione verso forme di fede popolare considerate arcaiche. All'inizio dell'estate 1960, papa Giovanni fu informato da monsignor Pietro Parente, assessore del Sant'Uffizio, del contenuto di alcune bobine audio registrate a San Giovanni Rotondo. Da mesi Roncalli assumeva informazioni sulla cerchia delle donne intorno a Padre Pio, si era appuntato i nomi di tre fedelissime: Cleonice Morcaldi, Tina Bellone e Olga Ieci", più una misteriosa contessa. Il Papa annota il 25 giugno 1960, su quattro foglietti rimasti inediti fino al 2007 e rivelati da Sergio Luzzatto[20]:

« Stamane da mgr. Parente, informazioni gravissime circa P.P. e quanto lo concerne a S. Giovanni Rotondo. L'informatore aveva la faccia e il cuore distrutto. »

« Con la grazia del Signore io mi sento calmo e quasi indifferente come innanzi ad una dolorosa e vastissima infatuazione religiosa il cui fenomeno preoccupante si avvia ad una soluzione provvidenziale. Mi dispiace di P.P. che ha pur un'anima da salvare, e per cui prego intensamente »

« L'accaduto—cioè la scoperta per mezzo di filmine, si vera sunt quae referentur [se sono vere le cose riferite], dei suoi rapporti intimi e scorretti con le femmine che costituiscono la sua guardia pretoriana sin qui infrangibile intorno alla sua persona— fa pensare ad un vastissimo disastro di anime, diabolicamente preparato, a discredito della S. Chiesa nel mondo, e qui in Italia specialmente. Nella calma del mio spirito, io umilmente persisto a ritenere che il Signore faciat cum tentatione provandum, e dall'immenso inganno verrà un insegnamento a chiarezza e a salute di molti. »

« Motivo di tranquillità spirituale per me, e grazia e privilegio inestimabile è il sentirmi personalmente puro da questa contaminazione che da ben 40 anni circa ha intaccato centinaia di migliaia di anime istupidite e sconvolte in proporzioni inverosimili. »

I sospetti di papa Giovanni XXIII, che non aveva ascoltato le bobine (si vera sunt quae referentur), vennero comunque fugati l'anno seguente dall'arcivescovo di Manfredonia, monsignor Andrea Cesarano:

« "Che mi racconti di Padre Pio?" "Santità..." "Non chiamarmi santità – lo interruppe – "chiamami don Angelo come hai sempre fatto. Dimmi di lui!" "Padre Pio è sempre l'uomo di Dio che ho conosciuto all'inizio del mio trasferimento a Manfredonia. È un apostolo che fa alle anime un bene immenso". "Don Andrea, adesso si dice tanto male di Padre Pio". "Ma per carità, don Angelo. Sono tutte calunnie. Padre Pio lo conosco sin dal 1933 e t'assicuro che è sempre un uomo di Dio. Un santo". "Don Andrea, sono i suoi fratelli che l'accusano. E poi... quelle donne, quelle registrazioni... Hanno perfino inciso i baci". Poi il Santo Padre tacque per l'angustia e il turbamento. Monsignor Cesarano, con un fremito che gli attraversava l'anima e il corpo, tentò di spiegare: "Per carità, non si tratta di baci peccaminosi. Posso spiegarti cosa succede quando accompagno mia sorella da Padre Pio?" "Dimmi". E monsignor Cesarano raccontò al Santo Padre che quando sua sorella incontrava Padre Pio e riusciva a prendergli la mano, gliela baciava e ribaciava, tenendola ben stretta, malgrado le vive rimostranze nel timore di sentire un ulteriore male per via delle stigmate. Il buon Papa Giovanni alzò lo sguardo al cielo ed esclamò: "Sia lodato Dio! Che conforto che mi hai dato. Che sollievo! »

In quel periodo il superiore locale di padre Pio era padre Rosario da Aliminusa (al secolo Francesco Pasquale, 1914-1983), che ricopriva l'incarico di guardiano della comunità di san Giovanni Rotondo; Aliminusa, fermo custode delle regole dell'ordine[22], in diversi scritti testimoniò che padre Pio non venne mai meno ai suoi doveri d'obbedienza[22]; ne mise inoltre in risalto il rigore teologico[22].

Nel 1964, il nuovo Papa Paolo VI concesse personalmente ma ufficiosamente a Padre Pio da Pietrelcina l'Indulto (reintegro) per continuare a celebrare, anche pubblicamente, la Santa Messa secondo il rito di San Pio V, sebbene, dalla Quaresima del 1965 fosse in attuazione la riforma liturgica. Contemporaneamente, molteplici attività finanziare gestite da Padre Pio passarono in gestione alla Santa Sede.

L'Aliminusa, inoltre, in relazione alla nomina - da parte della Santa Sede - di padre Clemente da Santa Maria in Punta quale amministratore apostolico destinato a gestire la situazione giuridico-economica dei beni della Casa Sollievo della Sofferenza, fu nominato procuratore generale dell'Ordine dei Frati Minori Cappuccini, una delle massime cariche dell'ordine, incaricato, per la funzione, di mantenere i rapporti tra l'Ordine e la Santa Sede, cosa questa che favorì una ricomposizione della frizione che stava insorgendo in relazione alla gestione dei beni e delle donazioni: padre Pio istituì nel suo testamento la Santa Sede quale legataria di tutti i beni della Casa Sollievo della Sofferenza[23].

Il 23 settembre 1968 Padre Pio morì all'età di 81 anni.

Ai suoi funerali parteciparono più di centomila persone giunte da ogni parte d'Italia.

culto

Le pratiche giuridiche preliminari del processo di beatificazione iniziarono un anno dopo la morte del Padre, nel 1969, ma incontrarono molti ostacoli, da parte di coloro che erano stati nemici dichiarati di Padre Pio. Furono ascoltati decine di testimoni e raccolti 104 volumi di disposizioni e documenti, e nel 1979 tutto il materiale fu inviato a Roma al vaglio degli esperti del Papa. Il procedimento che portò alla canonizzazione ebbe inizio con il nihil obstat del 29 novembre 1982.

Il 20 marzo 1983 iniziò il processo diocesano per la sua canonizzazione. Il 21 gennaio 1990 Padre Pio venne proclamato venerabile, fu beatificato il 2 maggio 1999 e proclamato santo il 16 giugno2002 in piazza San Pietro da papa Giovanni Paolo II come san Pio da Pietrelcina. La sua festa liturgica viene celebrata il 23 settembre.

Tra i segni miracolosi che gli vengono attribuiti troviamo le "stigmate" che portò per 50 anni (20 settembre 1918 - 23 settembre 1968), il dono della bilocazione e della capacità di leggere nei cuori e nella mente delle persone. Tra i molti miracoli che gli vengono attribuiti c'è quello della guarigione del piccolo Matteo Pio Colella di San Giovanni Rotondo, sul quale è stato celebrato il processo canonico che ha portato poi alla elevazione agli altari di San Pio.

Tra i racconti di bilocazione che lo avrebbero visto protagonista c'è quello fornito da San Luigi Orione, secondo il quale nel 1925, mentre si trovava in piazza San Pietro per i festeggiamenti in onore di Santa Teresa di Lisieux, gli sarebbe apparso inaspettatamente Padre Pio da Pietrelcina, che in realtà non si mosse mai dal convento che lo ospitava dal 1918 sino alla morte.

Il miracolo per la canonizzazione

In generale, ai fini della canonizzazione, la Chiesa cattolica ritiene necessario un secondo miracolo, dopo quello richiesto per la beatificazione: nel caso di Padre Pio, ha ritenuto miracolosa la guarigione di Matteo Pio Colella, un bambino di sette anni nato a San Giovanni Rotondo.

Il 20 gennaio 2000, mentre era a scuola, Matteo si sentì male: fu portato a casa, ma nella serata la situazione precipitò e il padre, urologo dell'ospedale "Casa Sollievo della Sofferenza", lo accompagnò al pronto soccorso dello stesso ospedale, dove fu diagnosticata una meningite fulminante.

Ricoverato in rianimazione, il 21 gennaio Matteo ebbe un edema polmonare e non si riusciva più a rilevare la pressione arteriosa; successivamente collassarono nove organi; i medici emisero una diagnosi infausta, non essendo compatibile con la vita la compromissione di più di cinque organi, secondo la casistica riportata nella letteratura medica internazionale[25].

In favore del bambino si sviluppò una catena di preghiere rivolte a Padre Pio, a cominciare dai genitori, devoti del frate. La madre riferì di aver avuto una visione di Padre Pio, e la stessa cosa riferì Matteo una volta uscito dal coma. Contrariamente alle previsioni, il bambino cominciò a migliorare, e il 25 febbraio fu dimesso. Dopo un altro mese di terapie riabilitative potè riprendere la scuola, con un successivo completo recupero psico-fisico.

La Consulta medica della Congregazione per le Cause dei Santi, il 22 novembre 2001, dichiarò che "La guarigione, rapida, completa e duratura, senza postumi, era scientificamente inspiegabile"[26]. Il decreto sul miracolo fu promulgato il 20 dicembre 2001 alla presenza di Giovanni Paolo II, che procedette alla canonizzazione il 16 giugno 2002.

la ricognizione canonica

Il 6 gennaio 2008 il vescovo Domenico D'Ambrosio annunciò, durante la Messa nel santuario di Santa Maria delle Grazie, che nel mese di aprile 2008 il corpo di Padre Pio sarebbe stato riesumato per una ricognizione canonica, con l'esposizione alla pubblica venerazione sino al mese di settembre 2009, in vista del quarantesimo anniversario della morte.

Nella notte tra il 2 e il 3 marzo 2008 è stata riaperta la bara che contiene il cadavere di san Pio.

Secondo le dichiarazioni dei presenti le unghie e il mento sono ben conservati, pur essendo trascorsi quarant'anni dalla morte[28].

L'esposizione della salma

Il 24 aprile 2008 è stato esposto a San Giovanni Rotondo il corpo di Padre Pio, all'interno di una teca di cristallo costruita appositamente, ed è rimasto visibile fino al settembre 2009.

La salma del santo in realtà è poco visibile: il volto, conservato solo nella parte inferiore, è ricoperto da una maschera di silicone che ne riproduce esattamente le sembianze.

La salma poggia su un piano di plexiglass forato e rivestito di tessuto. Al di sotto ci sono due contenitori in pvc pieni di gel di silice per la regolazione dell'umidità.

Nella teca è stato immesso azoto per evitare ulteriori decomposizioni[29][30][31].

Aspetti discussi

La vicenda di Padre Pio fu sempre accompagnata da un lato da manifestazioni di fede popolare ineguagliate per la loro intensità, e dall'altro da sospetti anche di alte personalità della Chiesa.

Riguardo alle stigmate, alcuni rapporti medici indicarono una possibile causa non soprannaturale: il medico napoletano Vincenzo Tangaro, che incontrò Padre Pio ed ebbe cura di osservarne le mani, scrisse in un articolo pubblicato dal Il Mattino:

« Le stigmate sono superficiali e presentano un alone dal colore caratteristico della tintura di iodio. »

Altri medici, osservando il fenomeno, non furono in grado di determinarne la causa con certezza, ma parlarono in ogni caso di un possibile fenomeno artificiale e/o patologico. A titolo d'esempio, il professor Amico Bignami, inviato dal Sant'Uffizio a esaminare le stigmate, scrisse nella sua relazione:

« Le [stigmate]...rappresentano un prodotto patologico, sulla cui genesi sono possibili le seguenti ipotesi: a) ...determinate artificialmente o volontariamente; b) ... manifestazione di uno stato morboso; c) ... in parte il prodotto di uno stato morboso e in parte artificiale... Possiamo... pensare che... siano state mantenute artificialmente con un mezzo chimico, per esempio la tintura di iodio. Ho notato... una pigmentazione bruna dovuta alla tintura di iodio. È noto che la tintura di iodio vecchia... diventa fortemente irritante e caustica. »

Nuovi dubbi sull'origine soprannaturale delle stigmate vengono dal libro dello storico Sergio Luzzatto, in cui si riporta la testimonianza del 1919 di un farmacista a cui Padre Pio ordinò dell'acido fenico, adatto per la sua causticità a procurare lacerazioni nella pelle simili alle stigmate[32].

Lo psichiatra Luigi Cancrini (Università La Sapienza di Roma), più recentemente, ha tentato di classificare Padre Pio secondo il DSM-IV (edizione aggiornata del manuale internazionale dei disturbi mentali). Secondo questa teoria le stigmate sarebbero quindi particolari sintomi di "conversione somatica" (vedi bibliografia), ovvero la moderna definizione dei disturbi somatici generati da una patologia psichiatrica di tipo isterico.

Critiche

Secondo quanto successivamente riportato da un biografo, lo stesso professor Bignami, che negava la soprannaturalità delle stigmate, diede in seguito ordine "di fasciare e suggellare le ferite alla presenza di due testimoni e di controllare i suggelli delle stesse alla presenza degli stessi testimoni, per otto giorni, affinché si potesse avere la certezza che le ferite non erano state affatto toccate... L'ottavo giorno in cui furono definitivamente tolte le fasce al Padre Pio, mentre Egli celebrava la Messa, colava tanto sangue dalle mani che fummo costretti a mandare dei fazzoletti perché il Padre potesse asciugarlo"[33].

Il professor Ezio Fulcheri, docente di anatomia patologica all’università di Genova e di paleopatologia all’università di Torino, ha recentemente dichiarato che le stigmate di Padre Pio, rimaste aperte più di 50 anni senza che si infettassero, non sono, alla luce delle attuali conoscenze mediche, scientificamente spiegabili[34].

Dalle biografie[35] che riportano le testimonianze di persone che ebbero modo di assistere di persona alla preparazione del corpo per la sepoltura, si apprende che sulla salma di Padre Pio non ci sarebbe stata più alcuna traccia delle stigmate, neanche una cicatrice. Anche questo, secondo il dott. Fulcheri, è inspiegabile.[36]

Secondo Giulio Tarro, dottore in Medicina e chirurgia e ricercatore del CNR dal 1966 al 1975 (congedato come ricercatore capo) ha escluso che si tratti di un fenomeno angiovascolare capace di provocare vistose ecchimosi e piaghe.[37]

Le malattie

Nel diario di padre Agostino da San Marco in Lamis, direttore spirituale di padre Pio, si legge che nel 1892, quando il giovane Francesco Forgione aveva solo 5 anni, era affetto da diverse malattie. A 6 anni venne colpito da una grave enterite, che lo costrinse al letto per un lungo periodo. A 10 anni si ammalò di febbre tifoidea.

Nel 1904 fra' Pio venne inviato, con gli altri giovani che insieme a lui avevano superato l'anno di prova di noviziato, a Sant'Elia a Pianisi in provincia di Campobasso, per iniziare il periodo di formazione. Ma quasi subito cominciò a star male accusando inappetenza, insonnia, spossatezza, svenimenti improvvisi e terribili emicranie. Vomitava spesso e riusciva a nutrirsi soltanto con del latte.

Proprio in quel periodo, insieme ai malanni fisici, cominciarono a manifestarsi fenomeni inspiegabili: di notte, nella sua stanza, si udivano rumori sospetti, a volte urli o ruggiti. Qualche confratello disse addirittura di averlo visto in estasi, sollevato da terra[38]. Nel giugno del 1905 la salute del frate era talmente compromessa che i superiori decisero di mandarlo in un convento di montagna, nella speranza che il cambiamento d'aria gli facesse bene. Le condizioni di salute però, peggioravano e allora i medici consigliarono di farlo tornare nel suo paese. Anche qui però il suo stato di salute peggiorò.

Negli anni giovanili padre Pio fu anche colpito da "bronchite asmatica", di cui continuò a soffrire fino alla morte. Aveva anche una calcolosi renale grave, con coliche frequenti. Un'altra malattia molto dolorosa fu una specie di gastrite cronica, che poi si trasformò in ulcera. Soffrì di infiammazioni dell'occhio, del naso, dell'orecchio e della gola, e infine di rinite e otite croniche.

Nell'estate del 1915, il religioso dovette lasciare Pietrelcina per adempiere al servizio militare. Aveva fatto la visita di leva nel 1907 ed era stato dichiarato abile ma, lasciato a casa con un congedo illimitato, fu però richiamato e il 6 novembre 1915 si presentò al distretto militare di Benevento, e venne assegnato alla Decima compagnia sanità di Napoli con il numero di matricola 2094/25. Ma dopo circa un mese, a causa di continui disturbi cui andava soggetto, venne mandato in licenza per 30 giorni. Tornato in servizio fu sottoposto ad altre visite mediche e rimandato ancora in licenza a per 6 mesi. Trascorse questo periodo di licenza in un convento di Foggia. Ma anche lì il religioso stava male. Si decise quindi di spostarlo a San Giovanni Rotondo, un paesino sul Gargano a 600 m di altezza, dove anche nei mesi caldi faceva relativamente fresco. Arrivò in questo convento il 28 luglio 1916.

A dicembre riprese il servizio militare, ma fu rimandato a casa per altri 2 mesi. Al rientro venne giudicato idoneo e destinato alla caserma di Sales in Napoli, dove rimase fino al marzo del 1917 quando, dopo una visita all'ospedale di Napoli, gli fu diagnosticata una "tubercolosi polmonare" accertata dall'esame radiologico e mandato a casa con un congedo definitivo. Nel 1925 fu operato per un ernia inguinale, e un po' dopo sul collo si formò una grossa cisti che dovette essere asportata.

Un terzo intervento lo subì all'orecchio: si era formato un epitelioma, l'esame istologico eseguito a Roma disse che si trattava di una forma tumorale maligna. Dopo l'operazione padre Pio fu sottoposto a terapia radiologica, che ebbe successo, sembra, in sole due sedute[39]. Nel 1956 fu colpito da una grave "pleuriteessudativa": la malattia venne accertata radiologicamente dal professore Cataldo Cassano, che estrasse personalmente il liquido sieroso dal corpo del Padre. Rimase a letto per 4 mesi consecutivi. Negli anni della vecchiaia il Padre fu tormentato dall'artrite e dall'artrosi.

Le ipertermie

Un fenomeno misterioso che si manifestò nel corpo di Padre Pio furono le febbri alte. Tale evento sconcertò i medici che si erano interessati alla sua salute[40]. I primi a osservarle furono i medici dell'ospedale militare di Napoli durante una visita di controllo. La febbre era così alta che il termometro clinico non era in grado di misurarla in quanto fuori scala[41].

Il primo a misurare con esattezza il grado di temperatura della febbre di padre Pio fu un medico di Foggia, quando il frate era ospite di un convento del luogo e continuava a stare male. Il medico ricorse a un termometro da bagno che registrò una temperatura di 48°[42].

Lo studio scientifico di quelle febbri altissime fu ripreso dal dott. Giorgio Festa nel 1920. Questi aveva sentito parlare di tale anomalia e riteneva il fenomeno impossibile. Iniziò pertanto a misurargli la temperatura con metodo, due volte al giorno, e diede ordine ai superiori del convento di fare altrettanto in sua assenza. A giorni in cui la temperatura oscillava tra i 36,2 e i 36.5 °C si alternavano altri in cui si evidenziavano picchi di temperatura a 48 - 48,5 °C.

Quando veniva colto da tali temperature elevate il frate appariva molto sofferente e agitato sul suo letto, ma senza delirio e senza i tipici disturbi che accompagnavano alterazioni febbrili notevoli. Il Padre Lorenzo da San Marco in Lamis, superiore dei Cappuccini di San Giovanni Rotondo, interrogato il 16 giugno1921 dal Visitatore Apostolico, dichiarò di avere verificato a più riprese la temperatura di Padre Pio, alla presenza del dottor Francesco Antonio Gina e del dottor Angelo Merla, riscontrando successivamente 43°C, 45°C e 48°C[43]. Dopo uno o due giorni tutto rientrava nella norma, e al terzo giorno lo si vedeva nuovamente nel confessionale[42].

Da un punto di vista medico-scientifico si tratta di un fenomeno inspiegabile, in quanto temperature talmente elevate dovrebbero condurre in breve tempo alla morte: in generale, infatti, "la temperatura corporea più elevata considerata ancora compatibile con la vita è 42°C anche se, per brevi periodi, è possibile sopravvivere a temperature più elevate, sino a 43°C"[44]. Tuttavia viene riportato che dopo tali attacchi febbrili il frate era in grado di tornare ai suoi compiti senza apparente danno[45].

Per quanto riguarda l'interpretazione del fenomeno, questo si verificava in particolari condizioni spirituali: Padre Pio parlava di un male più morale che fisico, legato anche a qualche rappresentazione del Signore. Sotto l'effetto della febbre altissima, è testimoniato che il frate non rimaneva abbattuto, si alzava, si muoveva, faceva tutto. Il Visitatore Apostolico, Fr. Raphael C., vescovo di Volterra, nella relazione del 4 ottobre 1921, osserva: "Se il fatto, oltreché eccezionale, sia anche miracoloso, lo manifesterà il Signore quando lo crederà"

San Giovanni da Dukla                                                                        29 Settembre

Ricorrenza:            2 Settembre
Nazionalità:         Polonia
Anno di Nascita:   1414
Anno della Morte: 29 settembre 1484

San Giovanni da Dukla (Dukla, 1414; † Leopoli, 29 settembre 1484) è stato un Presbitero polacco.



Biografia:

Giovanni nacque a Dukla, città presso i Monti Carpazi in Polonia, nel 1414. Da giovane visse per alcuni anni in un eremopresso la città natale. Nel 1434 entrò fra i Frati Minori Conventuali; qui, completati gli studi, fu ordinato sacerdote, espletò i suoi compiti con zelo e prudenza, tanto che gli furono assegnati posti di responsabilità, come superiore a Krosno e poi a Leopoli. Qui fu custode di tutti i monasteri di quella provincia, che comprendeva in quel tempo anche i monasteri cechi oltre che quelli polacchi; provincia importante per la vicinanza dei territori ortodossi.

Portato alla vita contemplativa, chiese ed ottenne dai superiori, il permesso di passare tra i padri Bernardini, uno dei tanti rami che partirono dall’Ordine Francescano, chiamati così, perché le loro chiese erano dedicate a san Bernardino da Siena.

Spese la sua vita nella ricerca della perfezione, nella cura delle anime e nel lavoro missionario, fu un apostolo del confessionale e del pulpito.

Sopportò senza mai lamentarsi vari malanni e la cecità che l’aveva colpito; per le sue prediche si faceva aiutare a scriverle da un novizio. Fu accompagnato da una serenità francescana che conservò fino alla morte, avvenuta il 29 settembre 1484 a Leopoli.

Il culto

Molte grazie si sono avute grazie al suo intervento, nel 1615 si diede inizio al processo di beatificazione terminato nel 1733, venne canonizzato il 9 giugno del 1997, da papa Giovanni Paolo II.

Nel 1739 papa Clemente XII dichiarò Giovanni da Dukla, protettore della Lituania e della Polonia.

Ottobre

Nominativo                                                                                                                                               Ricorrenza

Santa Maria Francesca delle Cinque Piaghe                                                6 Ottobre

Ricorrenza:            6 Ottobre
Nazionalità:         Italia
Anno di Nascita:   25 marzo 1715
Anno della Morte: 6 ottobre 1791

Santa Maria Francesca delle Cinque Piaghe, al secolo Anna Maria Rosa Nicoletta Gallo (Napoli, 25 marzo 1715; † Napoli, 6 ottobre 1791) è stata una religiosa stigmatizzata italiana del Terz'Ordine Francescano.

Prima Santa napoletana della Chiesa, è oggetto di una particolare devozione a Napoli dove è considerata la patrona dei "Quartieri spagnoli" e delle donne sterili e in gravidanza.



Biografia:

Infanzia

Nacque nei Quartieri spagnoli di Napoli, da Francesco Gallo e da Barbara Basinsi. Il padre, che gestiva un piccolo negozio di mercerie, aveva un carattere severo ed era molto avaro e irascibile, maltrattava spesso la figlia e la moglie, costringendole a lavorare duramente. La madre invece era molto dolce, devota e paziente.

Fin da bambina manifestò una grande fede, tanto che nei Quartieri, la chiamavano la "santarella", sia per la sua grande devozione alla Chiesa e ai sacramenti, sia per la sua docilità nell'accettare i maltrattamenti del padre e delle sorelle, offrendo a Dio tutte le sue sofferenze per la salvezza delle anime.

In quel periodo frequentava la chiesa di Santa Lucia al Monte, annessa al convento dei frati alcantarini, ed ebbe come direttore spirituale San Giovanni Giuseppe della Croce, che poi sarebbe stato canonizzato, e che ne predisse già da allora la santità.

Anche un altro santo, San Francesco Geronimo, quando Anna Maria Gallo aveva circa un anno, ne aveva predetto la santità.

Vocazione

All'età di sedici anni, manifestò al padre il desiderio di entrare nel Terz’Ordine francescano alcantarino, ma questi, subito glielo impedì, perché l’aveva promessa in sposa a un ricco giovane che ne aveva chiesto la mano.

Solo qualche tempo dopo, nel settembre 1731 il padre si lasciò persuadere da un Frate Minore francescano, Padre Teofilo, ad acconsentire che la figlia divenisse terziaria francescana.

Anna Maria allora l'8 settembre 1731, pronunciò i voti assumendo il nome di Maria Francesca delle Cinque Piaghe, per la particolare devozione che aveva verso la Passione di Gesù, San Francesco d'Assisi e la Vergine Maria.

La vita religiosa

Vestì l’abito religioso e continuò a vivere nella casa paterna, continuando ad essere maltrattata.

Per qualche tempo fu affidata alla direzione spirituale di un prete di tendenze gianseniste che, per saggiarne la santità, le imponeva gravose penitenze, che ella accettava volentieri, aggiungendone altre volontarie.

A 38 anni andò, insieme ad un’altra terziaria, suor Maria Felice, a fare la governante nella casa del suo direttore spirituale, il padre Giovanni Pessiri, un sacerdote molto pio che viveva al secondo piano di un antico palazzo in Vico Tre Re in Via Toledo, dove rimase per 38 anni fino alla morte.

Fu sepolta nella chiesa di Santa Lucia al Monte al Corso Vittorio Emanuele a Napoli. Il 6 ottobre 2001 le sue reliquie furono traslate nel santuario di Santa Maria Francesca delle Cinque Piaghe, ricavato nella casa di Vico Tre Re dove era vissuta.

Il carisma profetico

Aveva il carisma della profezia. Predisse molti fatti poi avvenuti a persone pie e a sacerdoti che si rivolgevano a lei come guida e consigliera, come Francesco Saverio Bianchi a cui predisse la santità. Pare anche che abbia predetto, molti anni prima, l’evento della Rivoluzione francese. Fu stigmatizzata come San Francesco e ogni venerdì e per tutta la durata della Quaresima avvertiva i dolori della Passione di Gesù.

Morì a 76 anni il 6 ottobre 1791.

Culto

Venne dichiarata venerabile il 18 maggio 1803 dal papa Pio VII, beatificata il 12 novembre 1843 da Gregorio XVI e canonizzata il 29 giugno 1867 da Pio IX.

Il Martirologio romano fissa la memoria liturgica il 6 ottobre.

Oggi è particolarmente venerata a Napoli, soprattutto dalla popolazione dei Quartieri spagnoli, che invocò la sua protezione anche durante la seconda guerra mondiale. Nonostante Napoli fosse stata bombardata pesantemente, i Quartieri spagnoli furono risparmiati dalle bombe alleate. La piccola chiesa santuario di vico Tre Re 13, ricavata vicino alla sua casa, è oggi meta di continui pellegrinaggi, e la casa convento è continuamente visitata.

In particolare, all'interno del convento vi è una sedia ritenuta miracolosa dai fedeli. Essa è la sedia dove solitamente Maria Francesca sedeva per riposare e trovare sollievo mentre avvertiva i dolori della Passione. Oggi chi vuol chiedere una grazia alla santa, vi si siede e le rivolge una preghiera. Questo rituale è particolarmente seguito dalle donne sterili che desiderano il concepimento di un figlio. Nella casa convento è custodita un'ampia collezione di ex voto in argento che rappresentano neonati.

Beata Angela Maria Truszkowska                                                           10 Ottobre

Ricorrenza:            4 Aprile
Nazionalità:         Polonia
Anno di Nascita:   16 maggio 1825
Anno della Morte: 10 ottobre 1899

SBeata Angela Maria Truszkowska, al secolo Zofia Kamila (Sofia Camilla) (Kalisz, 16 maggio 1825; † Cracovia, 10 ottobre 1899) è stata una religiosa e fondatrice polacca della congregazione delle Suore di San Felice da Cantalicechiamate comunemente Feliciane.




Biografia:

Sofia Camilla Truszkowska nacque il 16 maggio 1825 in una famiglia benestante di Kalisz (Polonia), il padre era un uomo di legge. Venne al mondo prematuramente e fu battezzata solo il 1° gennaio 1826. 
Ricevette in casa una prima istruzione da una dama dotata di eccellenti qualità, sia intellettuali che morali. La bimba si dimostrò subito vivace e buona di cuore, fin da piccola ebbe un occhio particolare per i poveri. La madre, attenta e premurosa, dedicava a lei, che era la primogenita, ed ai fratelli tutte le sue giornate. Trasferitasi con la famiglia a Varsavia si iscrisse alla prestigiosa Accademia di Madame Guerin, suo maestro fu il poeta Jachowicz che contribuì ad infonderle nell'animo sentimenti buoni e altruisti. Fu costretta ad interrompere gli studi quando, all’età di sedici anni, contrasse la tubercolosi. Per curarsi soggiornò un anno in Svizzera. Durante questo periodo Sofia maturò l’inclinazione alla solitudine e, contemplando il maestoso scenario delle Alpi, sentì la volontà di consacrarsi al Signore. Affermerà in futuro che lì imparò a pregare. 
Tornata a Varsavia cominciò il suo impegno caritatevole verso i poveri e gli emarginati della società. Mentre arricchiva la sua cultura grazie alla vasta biblioteca paterna, costante e sentita era la frequenza dei Sacramenti. Pensò di entrare nel monastero delle Visitandine, ma, seguendo il suggerimento del confessore, si dedicò alle cure del padre infermo. Durante una permanenza a Colonia, di ritorno col padre dalle terme di Salzbrunn, tra le volte silenziose del Duomo, comprese che il Signore la voleva sua Sposa, anche se ancora non comprendeva in quale modo. 
Nel 1854 fondò un asilo per prestare assistenza ad alcuni bambini orfani. Si iscrisse al Terz’Ordine Francescano prendendo il nome di Angela. Suo padre spirituale divenne il cappuccino P. Onorato Kozminski (1829 – 1916), anch’egli poi dichiarato beato. Resterà suo confessore fino alla morte. Dopo qualche tempo, con la cugina Clotilde, trasferì la propria residenza nell’asilo così da essere presente alle necessità dei piccoli ospiti giorno e notte. Il 21 novembre 1855, con la cugina, si consacrò al Signore, con lo scopo di servire i poveri. Nasceva in quel momento la futura Congregazione delle Suore di S. Felice da Cantalice. Angela portava spesso gli orfani alla chiesa dei Cappuccini di Cracovia. Qui pregava sovente davanti al quadro che raffigura proprio S. Felice che abbraccia Gesù Bambino. Nel Divin Redentore fattosi uomo meditava l'amore misericordioso di Dio che chiama a sé l'umanità. Come il santo cappuccino voleva anche lei abbracciare e aiutare, in nome del Signore, tutti coloro che avrebbe incontrato sulla sua strada. 
Il numero degli orfani accolti divenne consistente in poco tempo e il Beato Onorato fu nominato Direttore dell’Istituto. Il 10 aprile 1857, con nove compagne, vestì l’abito religioso divenendo Suor Maria Angela. La Comunità si aggregò al Terz’Ordine Francescano. 
Per la Polonia erano gli anni difficili dell’occupazione russa. L’Istituto fu riconosciuto solo come opera di carità, le congregazioni religiose infatti erano vietate. Lo sviluppo fu comunque imponente, in soli sette anni vennero aperte trentaquattro case. Nacque inoltre il ramo contemplativo per far confluire tutte coloro che aspiravano alla clausura: oggi il loro nome è Suore Cappuccine di S. Chiara. La Madre, come veniva ormai chiamata Suor Angela, pur mantenendo il governo di entrambi gli istituti, si ritirò in quello contemplativo. Fu eletta Superiora nel 1860 e poi confermata nel 1864. 
Nel 1863 il popolo polacco insorse contro gli invasori, le Suore Feliciane trasformarono le loro case in ospedali per curare i feriti, polacchi e russi indifferentemente. Il 16 dicembre 1864 invece i russi, sospettando dell'appoggio delle suore agli insorti, soppressero l’istituto. La Beata, col ramo claustrale, si ritirò presso le Suore Bernardine, le altre tornarono alle loro case. Dopo un anno l’Imperatore Francesco Giuseppe acconsentì alla ricostituzione della Congregazione ma Madre Angela, a causa di una malattia, poté raggiungere le sue suore a Cracovia solo il 17 maggio 1866. Due anni dopo fu eletta Superiora Generale, professando pubblicamente i voti perpetui. L’anno successivo però rinunciò all’incarico a causa dell’aggravarsi delle condizioni di salute, compresa una grave sordità. Visse i restanti trent’anni della vita (dal 1869 al 1899) in assoluto ritiro, dando un grande esempio di virtù alle consorelle. In questi anni fu intensa l’attività epistolare. Trascorreva le giornate pregando, spesso col S. Rosario, preoccupandosi del decoro della chiesa. Coltivava, a tale scopo, personalmente i fiori e cuciva gli abiti sacerdotali. 
Nel 1872 fu colpita da un cancro allo stomaco, le sofferenze furono per anni tali che si pensò, ad un certo punto, che avesse perso anche le facoltà mentali. Lei, nel silenzio, offriva le sue pene al Signore per il bene dell’Opera. 
Nel 1874 l’Istituto ottenne da Pio IX il “decretum laudis”. Nello stesso anno partirono le prime missionarie per le Americhe, la Beata le benedisse personalmente. Nel luglio del 1899, tre mesi prima della sua morte, furono approvate definitivamente le Costituzioni. 
Il cancro ormai aveva devastato il suo fisico, colpendo anche la colonna vertebrale. Al capezzale erano presenti molte suore, alle quali impose la mano benedicente. Madre Angela Truszkowska si spense il 10 ottobre 1899. Le sue spoglie sono oggi venerate nella chiesa della Casa Madre di Cracovia. Giovanni Paolo II l’ha elevata agli onori degli altari il 18 aprile 1993.

San Serafino da Montegranaro                                                                  12 Ottobre

Ricorrenza:            12 Ottobre
Nazionalità:         Italia
Anno di Nascita:   1524
Anno della Morte: 4 Aprile 1589

San Benedetto il Moro, al secolo Benedetto Massarari, detto anche Benedetto da San Fratello (San Fratello, 1524 ca.; † Santa Maria di Gesù, 4 aprile 1589), è stato un eremita e religioso italiano dell'Ordine dei Frati Minori.

Si ipotizza che Benedetto nacque tra il 1524 e il 1526 a San Fratello in Sicilia, i suoi genitori Cristoforo e Diana furono condotti in condizione di schiavitù dall'Africa, forse dall'Etiopia. Nel 1652 fu eletto dal Senato di Palermo tra i santi patroni della città siciliana e nel 1807 fu canonizzato dopo un lunghissimo processo.



Biografia:

Reso libero per concessione del Manasseri, Benedetto ebbe anche un fratello di nome Marco e due sorelle, Baldassara e Fradella. Sin da piccolo si mise in mostra per la sua volontà di solitudine e di autopenitenza che gli fecero guadagnare il soprannome di Santo, nonostante venisse maltrattato dai coetanei per il suo atteggiamento. A diciotto anni lasciò la casa di famiglia lavorando per conto suo e cominciò anche ad aiutare i poveri.

All'età di ventuno anni entrò nell'eremo di Santa Domenica, a Caronia, nei pressi del suo paese natale, ma presto dovette lasciarlo insieme al confratello Girolamo Lanza a causa del continuo viavai di gente che veniva per chiedere miracoli al frate di colore. Quindi Benedetto e Girolamo si recarono prima alla Platanella e poi alla Mancusa, tra Partinicoe Carini, ma anche in questi luoghi accorrevano numerosi fedeli e pertanto i due cercarono di nascondersi sul monte Pellegrino, presso Palermo. Per un anno e otto mesi circa Bendetto andò presso il santuario della Madonna della Dayna, a Marineo, ma successivamente tornò sul monte Pellegrino.

Alla morte del fondatore dell'eremo di Santa Domenica, Girolamo Lanza, venne eletto superiore dai confratelli, nonostante il suo analfabetismo. Nel 1562 il papa Pio IV cancellò l'istituto religioso e i confratelli dovettero cercare ospitalità in altri conventi. Benedetto invece fu inviato dapprima al convento di S. Anna di Giuliana, dove rimase quattroanni, poi al convento di S. Maria di Gesù a Palermo dove rimase fino alla morte. Inizialmente lavorò come cuoco, poi divenne superiore del convento nel 1578, successivamente lavorò con i novizi ed infine tornò a fare il cuoco.

Secondo la tradizione compì numerosi miracoli; ebbe fama di santità anche da vivo, tanto che molti ecclesiastici, teologied addirittura il viceré si affidavano al suo consiglio prima di prendere decisioni importanti. Nel mese di Febbraio del 1589 fu colpito da una grave malattia e di lì a poco morì, il 4 aprile del 1589 presso il convento francescano di Santa Maria di Gesù in fama di santità.

Il 15 maggio del 1743 il papa Benedetto XIV lo beatificò rendendone possibile il culto. Fu canonizzato il 24 maggio 1807 da papa Pio VII. Le sue reliquie sono custodite nella Chiesa della frazione di Santa Maria di Gesù a Palermo, nel suo paese natio San Fratello e nel paese di Acquedolci.


Il culto

Molto venerato già in vita, la sua devozione si diffuse specialmente in Sicilia dove diviene compatrono, insieme a Santa Rosalia, di Palermo nel 1713, patrono di San Fratello sua città natale e patrono di Acquedolci, paese nel quale la Chiesa Madre e la Parrocchia sono a lui dedicate. Anche in Spagna e soprattutto in Sudamerica viene riconosciuto come santo protettore delle persone di colore.

Celebrazioni in Sudamerica

In Sudamerica il culto e molto vivo in Colombia e Venezuela nella regione chiamata Zulia, dove le celebrazioni vanno dal 27 dicembre al 6 gennaio, molto sentito nelle comunità di colore, il rituale ha il suo massimo splendore nella zona meridionale del lago Maracaibo. Le celebrazioni sono accompagnate da manifestazioni delle culture tribali del Togo, Benin, Nigeria e Angola, con musiche, balli e dimostrazioni di forza.

Beato Pacifico da Valencia                                                                        12 Ottobre

Ricorrenza:            12 Ottobre
Nazionalità:         Spagna
Anno di Nascita:   24 febbraio 1874
Anno della Morte: 12 ottobre 1936

il Beato Pacifico da Valencia Salcedo Puchades, al secolo Pedro (Castellar Valencia, 24 febbraio 1874; †Massamagrel, 12 ottobre 1936) è stato un religioso e martire spagnolo. Fra' Pacifico è uno dei 17 martiri cappuccini spagnoli, 12 frati e 5 clarisse, beatificati da Papa Giovanni Paolo II nel 2001, unitamente ad un gruppo composto complessivamente di ben 233 martiri della medesima persecuzione.



Biografia:

Era nato a Castellar (Valencia) il 24 febbraio 1874. Era il secondo dei cinque figli degli sposi D. Matías Salcedo e Donna Elena Puchades. Fu battezzato il 25 febbraio 1874 nella sua parrocchia natale. L’ambiente familiare era povero, ma profondamente cristiano e devoto. La sua infanzia e la sua giovinezza furono un fedele riflesso di tale ambiente familiare. Prima di entrare in convento, ogni domenica frequentava il convento dei Cappuccini di Massamagrell. 
Nel suo paese lo ricordano come “un bambino buono, di famiglia onorata e devota”. “Era molto pacifico - dice una conoscente - e la sua qualità più notevole era la pietà, fino al punto che quando in casa si pregava il rosario non voleva che si facessero lavori che potessero impedire l’attenzione”. E raccontano di lui che “entrò in religione mosso da un grande amore alla penitenza”. 
Si fece cappuccino, vestendo l’abito come fratello, a Ollería il 21 luglio 1899, dalle mani del P. Francisco M. de Orihuela. Fece la professione temporanea a ventisei anni davanti a P. Luís de Massamagrell il 21 giugno 1900 e la professione perpetua il 21 febbraio 1903.
Destinato al convento di Massamagrell, per 37 anni esercitò l’ufficio di questuante. I religiosi non risparmiano elogi quando parlano di lui: “Il suo temperamento era semplice e tranquillo. Godeva di molta buona fama fra i compagni e i fedeli ed era un religioso molto osservante...Era un uomo molto virtuoso, soprattutto era molto umile e molto attento ad adempiere i voti religiosi...Il suo temperamento era bonario. Era devotissimo della santissima Vergine e consacrò la sua vita interamente a vivere l’austerità e la povertà in grado eminente. Era molto umile e pieno di abnegazione e il suo letto era seminato di pietre e di cocci per una maggiore mortificazione”. Era molto stimato da tutti sia dentro che fuori del convento. 
Quando nel luglio del 1936 fu chiuso il convento di Massamagrell a causa della persecuzione religiosa, fr. Pacífico si rifugiò in casa di un suo fratello, dove rimase quattro mesi, dedicandosi alla preghiera. Qui la notte del 12 ottobre fu preso dai miliziani che lo portarono via a spinte e a colpi di calcio del fucile, mentre recitava il rosario, in direzione di Monteolivete fino a el Azud, vicino al fiume, dove fu ucciso. 
Il giorno seguente alcuni suoi nipoti, andando al mercato a Valencia, scoprirono il suo cadavere, che teneva fortemente stretto sul petto il crocifisso con la mano sinistra. I suoi resti furono sepolti nel cimitero di Valencia, ma non poterono essere identificati.

San Giovanni da Capestrano                                                                    23 Ottobre

Ricorrenza:            23 Ottobre
Nazionalità:         Italia
Anno di Nascita:   24 giugno 1386
Anno della Morte: 23 ottobre 1456

San Giovanni da Capestrano, al secolo Giantudesco (Capestrano, 24 giugno 1386; † Ilok, 23 ottobre 1456) è stato un religioso italiano.



Biografia:

Studiò a Perugia dove si laureò in utroque iure. Divenuto uno stimato giurista, fu nominato governatore della città. Fu imprigionato quando la città fu occupata dai Malatesta.

In carcere ebbe luogo la sua conversione. Una volta libero, fece annullare il suo matrimonio e prese i voti nel convento francescano di Assisi. Da sacerdote condusse la sua attività apostolica in tutta l'Europa settentrionale ed orientale, in particolare in Ungheria orientale cioè in Transilvania, dove era consigliere del governatore Giovanni Hunyadi nel Castello di Hunyad. La sua predicazione era volta al rinnovamento dei costumi cristiani e a combattere l'eresia e l'usura praticata da ebrei. Estremamente zelante nei suoi tentativi di convertire eretici (in particolare fraticelli ed hussiti) ed ebrei e ortodossi greco orientali in Transilvania

Nel 1456 fu incaricato dal Papa, insieme ad alcuni altri frati, di predicare la Crociata contro l'Impero Ottomano che aveva invaso la penisola balcanica. Percorrendo l'Europa orientale, il Capestrano riuscì a raccogliere decine di migliaia di volontari, alla cui testa partecipò all'assedio di Belgrado nel luglio di quell'anno. Egli incitò i suoi uomini all'assalto decisivo con le parole di san Paolo:

« Colui che ha iniziato in voi quest'opera buona, la porterà a compimento. »

L'esercito turco fu messo in fuga e lo stesso sultano Maometto II venne ferito.

Beato Bonaventura da Potenza                                                                  26 Ottobre

Ricorrenza:            26 Ottobre
Nazionalità:         Italia
Anno di Nascita:   1651
Anno della Morte: 6 ottobre 1711

Beato Bonaventura da Potenza, al secolo Carlo Antonio Gerardo Lavanga (Potenza, 1651; † Ravello, 26 ottobre 1711) è stato un presbitero e religioso italiano dell'Ordine dei Frati Minori Conventuali: è stato proclamato beato da papa Pio VI nel 1775.



Biografia:

Figlio di "povera gente ma ornata di singolare onestà di costumi e d'insigne cristiana pietà", entrò, all'età di 15 anni, come novizio nei Minori Conventuali di Nocera Inferiore. Trascorso il periodo di preparazione tra Aversa, Maddaloni e l'Irpinia, nel 1675 infine, ad Amalfi, sotto la guida di padre Domenico Girardelli, venne ordinato sacerdote.

Fu quindi inviato in vari conventi, tra i quali quelli di Napoli, Ravello, Ischia, Sorrento e Nocera Inferiore, dove divenne responsabile dei novizi.

Morì nel 1711, nel convento di Ravello, per i postumi di un'operazione per l'asportazione di una cancrena alla gamba.

Viene proclamato beato il 26 novembre 1775 da Papa Pio VI in San Pietro.

Beato Salvatore Mollar Ventura                                                               27 Ottobre

Ricorrenza:            27 Ottobre
Nazionalità:         Spagna
Anno di Nascita:   1524
Anno della Morte: 4 Aprile 1589

Beato Salvatore (Salvador) Mollar Ventura, al secolo Juan Bautista (Manises, 27 marzo 1896; † Picadero de Paterna, 27 o 28 ottobre 1936) è stato un martire spagnolo.



Biografia:

Nacque a Manises, villaggio spagnolo nei pressi di Valencia, quarto dei sette figli di Battista Mollar e Maria Ventura. La famiglia, originaria di Bechi Castellón, si era trasferita nei pressi della città per migliorare le proprie condizioni di vita. Due giorni dopo la sua nascita fu battezzato nella parrocchia di San Juan Bautista, con il nome che portava suo padre. Data la situazione economica della famiglia, Bautista frequentò solo le scuole elementari e ben presto dovette lavorare per aiutare la famiglia.

Già prima di entrare nell'Ordine Francescano dimostrò la sua profonda fede nella sua parrocchia: partecipava all'Adorazione Notturna ed era membro della Conferenza di San Vincenzo, la domenica era impegnato nell'insegnamento del catechismo ai giovani e nella recita del Rosario insieme ai suoi allievi.

All'età di 25 anni chiese di essere ammesso tra i Frati Minori quale frate laico. Vestì l'abito francescano il 20 gennaio del 1921 nel convento di Santo Spirito del Monte, presso Gilet-Valencia, emise poi la professione semplice il 22 gennaio del 1922 ed infine la professione solenne il 25 gennaio del 1925. Durante i quindici anni di vita religiosa fra Salvador svolse la sua attività nei conventi di Santo Spirito del Monte e di Benisa, tranne un breve periodo di tre anni dal 1930 a 1933nel convento di San Francisco el Grande di Madrid. In questi conventi fu sagrestano. Fu sempre scrupoloso nell'osservare i propri doveri religiosi, manifestando una speciale devozione alla Vergine Maria, devozione che si esprimeva in particolare con la cura con cui ornava l'altare nel mese di maggio.

Allo scoppio della guerra civile spagnola si intensificò la persecuzione religiosa e nel luglio del 1936 la comunità di Benissa fu costretta ad abbandonare il convento, fra Salvador si nascose per una quindicina di giorni nella stessa città, presso alcuni benefattori e poi a Manises presso sua sorella Consuelo.

Il 13 ottobre del 1936 i miliziani si presentarono a casa della sorella e arrestarono fra Salvador che fu in seguito imprigionato nel convento delle Carmelitane di Manises trasformato in carcere.

Fu fucilato in odio alla fede cristiana nella notte tra il 27 e il 28 ottobre del 1936 presso Picadero de Paterna, Valencia. Il corpo fu seppellito nel cimitero municipale di quella località.

Culto

Salvador Mollar Ventura e tre suoi confratelli appartenenti all'Ordine dei Frati Minori furono beatificati l'11 marzo 2001 da Papa Giovanni Paolo II con un gruppo composto complessivamente di ben 233 martiri della medesima persecuzione

Beato Angelo d'Acri                                                                                  30 Ottobre

Ricorrenza:            30 Ottobre
Nazionalità:         Italia
Anno di Nascita:   19 ottobre 1669
Anno della Morte: 30 ottobre 1739

Sant'Angelo d'Acri, al secolo Lucantonio Falcone (Acri, 19 ottobre 1669; † 30 ottobre 1739) è stato un presbitero e religioso italiano.



Biografia:

Nacque ad Acri il 19 ottobre 1669 con il nome di Lucantonio Falcone, figlio di Francesco Falcone e di Diana Enrico, persone di umili origini. Educato ed istruito nella vita interiore dallo zio prete, dopo vari tentennamenti e attenta riflessione, entrò nell'Ordine Francescano dei Cappuccini ed emise la professione religiosa. Con atto giuridico, scritto di proprio pugno affermava: "Io Fratel Angelo d'Acri chierico cappuccino che nel secolo mi chiamavo Luca Antonio Falcone, colla presente dichiaro e faccio fede, qualmente oggi 12 novembre 1691 ad ore 18 ho finito l'anno di Probazione, essendo stato un anno intero continuo, così ho fatta la solenne Professione nelle mani del Padre Giovanni d'Orsomarso maestro dei novizi..."

Dopo un'intensa preparazione, il 10 aprile del 1700, giorno di Pasqua, fu ordinato sacerdote nel duomo di Cassano Jonio, e dai superiori venne destinato al ministero della predicazione. In un ambiente pieno di contrasti sociali e di scontri, con la ricchezza concentrata nelle mani di pochi, mentre i poveri contadini, pastori e le plebi urbane erano nella miseria, con tutti i mali caratteristici del Meridione, padre Angelo esercitò il ministero della predicazione, usando un linguaggio semplice proprio della scuola francescana, in modo particolare di san Bernardino da Siena (1380-1444) e di san Leonardo da Porto Maurizio (1676-1751), con il metodo delle missioni popolari.

Predicò in quasi tutta l'Italia meridionale: a Salerno, Napoli, Montecassino e in quasi tutte le città o paesi di Calabriaquali Cosenza, Catanzaro, Reggio Calabria e Messina.

Si schierò dalla parte dei deboli contro gli abusi e le prepotenze dei potenti, castigando la corruzione del suo tempo e denunciando con passione e accanimento le ingiustizie sociali.

Malgrado la sua riluttanza a occupare posti di responsabilità, il beato Angelo, nel corso della sua vita religiosa, fu nominato più volte maestro dei novizi, guardiano (a Mormanno, a Cetraro e ad Acri), visitatore e definitore provinciale, ministro provinciale, carica che tenne dal 1717 al 1720 e pro-visitatore generale nel 1735.

Profondo conoscitore delle Sacre Scritture e delle Opere dei santi Padri, naturalmente portato alla poesia, il beato Angelo ebbe anche una buona cultura umanistica e filosofica. Di lui ci restano pochissimi scritti, allegati in gran parte al processo del 1772-1775:

Gesú Piissimo o vero Orologio della Passione di Gesú Cristo, pubblicato postumo, a Napoli (la prima edizione è del 1745);
Devotissime Meditazioni sopra tutte le ore della Passione del Nostro Signore Gesú Cristo, pubblicato pure postumo a Napoli (la seconda edizione è del 1774);

Alcune preghiere e canzoncine religiose;
L'Esercizio cotidiano che dava a praticare ai devoti; e, infine, una trentina di lettere.

Il padre Angelo ebbe i doni carismatici dei miracoli, delle estasi, della profezia, della bilocazione, delle guarigioni e della penetrazione dei cuori.

Visse nell'esercizio eroico dell'amore verso Dio e verso il prossimo. Dai contemporanei fu chiamato per antonomasia "Il predicatore calabrese" e "L'apostolo delle Calabrie". Morì in Acri, tra il compianto generale, il 30 ottobre 1739.

Culto

Dopo la morte, da tante parti della Calabria e dell'Italia meridionale, dalla Corte di Napoli e dallo stesso re delle Due Sicilie, Ferdinando di Borbone, incominciarono a pervenire e a farsi insistenti le richieste e le sollecitazioni, affinché padre Angelo, che ancora vivente era stato oggetto di grande venerazione, venisse proclamato santo. La causa di beatificazione fu introdotta il 27 maggio 1778.

Le spoglie rimasero nel sepolcro della chiesa di Santa Maria degli Angeli del convento dei cappuccini di Acri fino alla beatificazione. Vi fu la esumazione e la ricognizione che la Congregazione dei Riti autorizzò in data 22 novembre 1825. La salma venne traslata nel dossale dell'altare a lui dedicato nella stessa chiesa. Il 22 agosto 1925, in occasione della solenne celebrazione del primo Centenario della beatificazione, le ossa del beato Angelo, raccolte in un'artistica urna d'argento, vennero trasferite nel monumentale santuario innalzato, tra il 1893 e il 1896, e che papa Giovanni Paolo II ha elevato alla dignità e al titolo di basilica minore.

È stato canonizzato da papa Francesco il 15 ottobre 2017.

Beato Tommaso da Firenze Bellaci                                                            31 Ottobre

Ricorrenza:            31 Ottobre
Nazionalità:         Italia
Anno di Nascita:   1370
Anno della Morte: 31 ottobre 1447

Beato Tommaso Bellacci, o da Firenze (Firenze, 1370 ca.; † Rieti, 31 ottobre 1447), è stato un religioso italiano.



Biografia:

Nacque attorno al 1370 a Firenze, nel quartiere presso il Ponte delle Grazie, da famiglia originaria di Linari (FI).

In gioventù condusse una vita talmente sregolata e dissipata che quando, persuaso da un amico a cambiare i propri costumi, cercò di entrare in qualche ordine religioso, trovò forti resistenze a essere accolto. Inizialmente fu ammesso in una confraternita laica chiamata "Compagnia del Ceppo". Attorno al 1390 divenne fratello laico nel convento dei frati osservanti di Fiesole, sotto la guida spirituale di Giovanni da Stronconio.

Qui condusse una vita tanto edificante quanto famigerata era stata quella precedente. Pur rimanendo un fratello laico, divenne maestro dei novizi. Insistette molto con coloro che gli venivano affidati perché seguissero la Regola francescananel modo più fedele e letterale possibile, dandone per primo l'esempio con la sua vita. Nel 1414 un certo frate Giovanni, dovendosi recare a Napoli per diffondere la riforma osservante nei conventi francescani del posto, prese con sé Tommaso come assistente. Egli trascorse in quella città sei anni, operando con la predicazione e l'esempio per portare a compimento la riforma e sostenuto nei propri sforzi da molti miracoli.

Nel 1419 tornò a Firenze presso papa Martino V. Su richiesta del pontefice collaborò con fra Beato Antonio di Stronconenella predicazione contro i "fraticelli nella Marenuna senese", branca dell'Ordine francescano condannata come ereticaper le sue radicali opinioni sulla povertà. L'azione di fra Tommaso si estese all'isola d'Elba, dove per concessione del senese Bartolomeo Ghini, vescovo di Massa Marittima e Populonia, eresse il convento di san Cerbone; ed in Corsica, dove dimorò un anno e dove fondò i monasteri di Calvi, Bonifacio e Nonza.

Durante questo primo periodo della sua vita, fra Tommaso ebbe anche numerosi discepoli, fra i quali il principe Ladislao di Ungheria, Clemente Capponi dell'illustre famiglia fiorentina, Gerolamo Della Stufa, anch'egli nobile fiorentino, Polidoro Romano, già podestà di Siena, ed altri ancora.

Nel 1438 Giovanni da Capestrano lo volle suo compagno nella missione, affidatagli dal maestro generale dei minori, di visitare la provincia d'Oriente, e in particolare Gerusalemme e gli stabilimenti genovesi nel Mar Nero.

Il concilio ecumenico di Firenze del 1439 portò, per un breve periodo, a una riunificazione tra le Chiese di Oriente e di Occidente. Padre Alberto di Sarzana fu inviato come legato papale presso i siro-giacobiti e di nuovo fra Tommaso fu scelto come assistente. Fra Tommaso partì su di una nave per raggiungere Costantinopoli nel 1440, ma la nave fu catturata dai Turchi; egli fu messo con i suoi compagni a remare sulle galere. Giunta la notizia a Costantinopoli, alcuni mercanti fiorentini nel Levante lo riscattarono insieme a tre confratelli. Dopo lo scampato pericolo la delegazione volle riprendere il viaggio per raggiungere la Persia attraverso la tradizionale "via settentrionale" per la colonia genovese di Caffa, il mar d'Azof la Georgia ed infine Tabriz. Ma fu di nuovo preso dai Turchi, sembra nella Tracia, e tenuto prigioniero sin che gli stessi mercanti fiorentini nuovamente lo riscattarono. Anche dopo questo nuovo rilascio non si diedero per vinti e proseguirono il viaggio verso l'India e per la terza volta caddero prigionieri degli infedeli.

Giunta in Italia la notizia di questa nuova cattura, Alberto da Sarteano scrisse, il 24 ottobre 1443, a papa Eugenio IV chiedendogli di riscattarlo con i suoi compagni. Con i fondi concessi dal papa e con quelli raccolti dall'Ordine fu inviato in Levante Giovanni da Marostica che trattò ed ottenne il rilascio dei prigionieri.

Tornato così a Firenze nel 1444, fu accolto nel convento di santa Croce. In seguito fu ricevuto dal papa Eugenio IV in Roma e trasferito all'Aquila presso il suo antico superiore Giovanni da Capistrano, allora vicario della Provincia cismontana dei minori osservanti. Il Capistrano gli assegnò il convento di Monte Piano, nell'Abruzzo, non lontano da Ortona, dove fra Tommaso visse un periodo di vita edificante, suscitando la devota ammirazione dei suoi confratelli e della popolazioni.

Poi, nonostante i peso degli anni, decise di recarsi a Roma a chiedere l'autorizzazione del nuovo papa Niccolò V a tornare in Oriente, ma in viaggio si ammalò e fu trasportato a Rieti nel convento di san Francesco, dove morì il 31 ottobre 1447.

Culto

Papa Clemente XIV ne approverò il culto come beato nel 1771. Nel 2006 i resti mortali furono traslati nel santuario francescano di Fonte Colombo.

Novembre

Nominativo                                                                                                                                               Ricorrenza

Beato Raniero d'Arezzo                                                                          1 Novembre

Ricorrenza:            1 Novembre
Nazionalità:         Italia
Anno di Nascita:   N.N.
Anno della Morte: 1° novembre1304

Beato Ranieri da Borgo Sansepolcro detto anche Raniero d'Arezzo (Sansepolcro; † Sansepolcro, 1° novembre1304) è stato un religioso italiano.



Biografia:

Frate francescano, visse a Borgo San Sepolcro a stretto contatto con i poveri, ragione per cui fu venerato dal popolo come santo fin dal momento della morte, avvenuta il 1º novembre 1304. Pochi giorni dopo il Comune fece erigere in suo onore un altare monumentale tuttora presente nella Chiesa di San Francesco.

Ranieri, che è invocato dalle partorienti perché fra i miracoli a lui attribuiti figura la resurrezione di due bambini, fu beatificato nel 1802 da papa Pio VII[3]. Il corpo del beato, imbalsamato, è conservato nella cripta della chiesa di San Francesco.

Beato Gabriele Ferretti                                                                            9 Novembre

Ricorrenza:            9 Novembre
Nazionalità:         Italia
Anno di Nascita:   1385
Anno della Morte: 12 novembre 1456

Beato Gabriele Ferretti (Ancona, 1385; † Ancona, 12 novembre 1456) è stato un presbitero e francescano italiano.



Biografia:

Nasce nella nobile famiglia anconetana dei Ferretti, dal conte Liverotto e dalla dama Alvisia. A 18 entra nell'Ordine dei Frati Minori francescani nel convento presso la chiesa di San Francesco ad Alto, lasciando le enormi ricchezze della sua famiglia d'origine ed inizia a studiare filosofia e teologia con ottimi risultati. Secondo la tradizione aveva spesso apparizioni della Madonna e con la sua benedizione curò molti ammalati.

Nel 1425 fu nominato guardiano del convento di Ancona e, nel 1434 vicario provinciale. Fondò i conventi di Santa Maria delle Grazie a San Severino Marche, San Nicolò ad Ascoli Piceno e della Santissima Annunziata ad Osimo.

Mentre san Giacomo della Marca predicava in Bosnia chiese l'ausilio del suo amico Gabriele, ma lo stesso consiglio municipale di Ancona, nella seduta del 22 febbraio 1438, chiedeva al papa Eugenio IV di far rimanere il frate nella città, riconoscente delle sue virtù e delle sue preghiere; il pontefice accolse la richiesta della città. Nel 1449 fra Gabriele lasciò l'incarico di vicario provinciale per ritornare in Ancona come superiore del convento di San Francesco ad Alto, fino al 1452.

La sua vita continuò comunque a rimanere all'interno del convento dove morì nel 1456; san Giacomo della Marca diresse l'elogio funebre davanti al Senato ed al popolo anconitano.

Culto

Le sue spoglie furono ospitate nell'adiacente chiesa di San Francesco ad Alto e nel 1489 fu costruito un sepolcro dalla sorella Paolina Ferretti, accanto all'altare della chiesa. Numerosi sono i miracoli che avvennero per intercessione del beato. Dopo la secolarizzazione della chiesa e la sua trasformazione in ospedale militare, il corpo venne traslato il 14 maggio 1862 nella cripta del Duomo di Ancona e successivamente, il 30 gennaio 1943, nella Chiesa di San Giovanni Battista.

Beata Maria del Monte Carmelo del Bambino Gesù                            9 Novembre

Ricorrenza:            9 Novembre
Nazionalità:         Spagna
Anno di Nascita:   30 giugno 1834
Anno della Morte: 9 novembre 1899

Beata Maria del Monte Carmelo del Bambino Gesù, al secolo Maria del Carmen Gonzalez-Ramon Garcia-Prieto (Antequera, 30 giugno 1834; †Antequera, 9 novembre1899) è stata una religiosa e fondatrice spagnola della Congregazione delle Suore Terziarie Francescane dei Sacri Cuori di Gesù e Maria.


Biografia:

Nacque ad Antequera, nel territorio della diocesi di Mál